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1870: boschi del Ponente Ligure

Alcuni boschi di Castelvittorio (IM), in Alta Val Nervia
Alcuni boschi di Castelvittorio (IM), in Alta Val Nervia

Tra i documenti dell’ex provincia di Porto Maurizio conservati presso l’Archivio di Stato di Imperia esiste un’utile Relazione dell’Ispettorato alle foreste del 1870 che, per certi aspetti, rappresenta una importante pagina conclusiva sul trionfo ed il declino in Liguria occidentale di quell’importante settore della civiltà rurale e campestre che fu la civiltà dei boschi intesa nel suo millenario aspetto e sotto la propria variegata tipologia: dal mito religioso dei Luci (boschi sacrali), della civilta’ del legname, dell’opera antichissima dei fruitori del patrimonio boschivo [e peculiarmente dei raccoglitori/predatori di animali/prodotti del sottobosco (in dettaglio raccoglitori di funghi e praticanti la cacciagione)], delle comunaglie (con relativi statuti di salvaguardia) [spesso da analizzare in sinergia con le bandite (pascoli comuni) e i molteplici aspetti della zootecnia], dei danni alle comunaglie (specificatamente tutelate da Guardie campestri (Campari) ed appositi Ordinamenti pur se continuamente aggredite dall’umana ingordigia e particolarmente soggette al rischio di incendi e/o incendi dolosi.
Secondo la citata Relazione nella II metà del XIX secolo il patrimonio forestale dell’estremo Ponente ligustico contava 160 Kmq., vale a dire più del 13% della superficie provinciale, di 1209 Kmq.
Risultavano computati per la buona qualità i boschi dei comuni di Pigna, Ventimiglia, Taggia, Triora, Apricale, Sanremo, Rezzo, Dolcedo e parte di quelli di Isolabona, Perinaldo, Baiardo.
Erano giudicati media condizione i boschi di Colla (oggi Coldirodi), Seborga, Bordighera, Castelvittorio, Dolceacqua, Montalto, Badalucco e Ceriana.
Risultavano in cattiva condizione i boschi di Piena, Rocchetta Nervina, Cosio d’Arroscia, Mendatica, Montegrosso Pian Latte.
L’estensore della Relazione suffragava quest’ultimo suo giudizio affermando che in siffatte contrade era “più sfrenato…l’esercizio del pascolo e frequenti più che altrove i tagli clandestini”.
L’ispettore, in sintonia con certe preoccupazioni epocali, segnalava alla pubblica attenzione un aumento di quei reati forestali e campestri (in particolare del FURTO CAMPESTRE) che costituirono da tempo immemorabile la piaga storica della civiltà rustica e silvestre ed la cui tutela spetta alla figura istituzionale del CAMPARO (GUARDIA CAMPESTRE)
Questi, a suo parere, avrebbero tratto pernicioso incremento dal rincaro della tassa comunale sulle campagne che spingeva i trasgressori a rifarsi sui boschi comuni.
Ulteriore motivo del degrado del patrimonio boschivo sarebbe dipeso dal raccolto delle foglie giacenti nel sottobosco al fine di utilizzarle quali concime per gli oliveti.
Data l’assenza dell’ingrasso naturale , per effetto della decomposizione del fogliame, i boschi dove più era eserciata tale pratica regredivano.
Tale fenomeno caratterizzava soprattutto l’areale di Sanremo.
Considerevoli porzioni dei boschi comunali risultavano altresì abusivamente occupati da privati cittadini senza alcun provvedimento delle indifferenti amministrazioni pubbliche.
Esistevano, anche se costituivano eccezioni, i lodevoli casi di più attente amministrazioni, come Pigna, Ceriana, Apricale, che peraltro avevano avuto cura di impedire il pascolo delle capre nei boschi comuni.
Tali animali procuravano infatti considerevoli dani ai germogli ed alle piante novelle: non fu peraltro casuale che le vecchie normative campestri regolassero con peculiare attenzione il pascolo di questi animali brucatori. L’ispettorato si poneva quindi il quesito se fosse prferibile che le guardie forestali (nella provincia risultavano 21) fossero concentrate in caserme o lasciate isolate.
Nella prima evenienza si correva il rischio che queste spesso si trovavassero lontano dai luoghi in cui volta per volta era necessario il loro intervento tenendo altresì conto che visto il loro scarso numero, l’accentramento potesse danneggiare il servizio.
Nella seconda ipotesi sarebbero state da preventivare la possibile ignavia nell’esercizio della disciplina ed in particolar modo l’ “accessibilità ai favori ed alla corruzione”: del resto a condivisinìbile parere dell’estensore della Relazione i verbali “di un singolo perdevano quella fede che acquistano quando sono parecchi i denuncianti”.
Nella Relazione si suggeriva quindi l’uso di un controllo del patrimonio forestale ispirato ad sistema misto, facente leva su tre caserme fisse dislocate a Pigna, San Romolo e Pieve di Teco.
Nel corso del 1870 erano state dibattute 252 cause per reati forestali e campestri.
Ben 55 fra queste si erano chiuse con la condanna, 64 per transazione, 27 per assoluzione; le cause pendenti risultavano essere ancora 106.
Da secoli i Campari e le Guardie forestali avevano dovuto combattere contro ogni sorta di abusi e violenza: le VARIE NORME PER LA SALVAGUARDIA DELLE PROPRIETA’ RUSTICHE DELLA MAGNIFICA COMUNITA’ DEGLI OTTO LUOGHI in qualche modo possono esemplificare l’arduo lavoro che questi dipendenti delle pubbliche amministrazioni erano tenuti a sostenere: in un primo momento la normativa dei furti campestri era inserita nel contesto del generale ORDINAMENTO CRIMINALE: per esempio essi dovevano volgere la loro attività in un campo estremamente vasto come si evince dalla lettura del COMMENTO DEGLI ORDINAMENTI, col passare del tempo maturarono ulteriori precisazioni e si stesero normative sempre più specifiche. Ad esempio le gardie forestali dovettero specializzarsi nella tutela dei boschi in conformita’ alle norme votate mentre i Campari dovettero impegnarsi nel servizio per la tutela delle proprietà fondiarie poste a coltura. Ma spesso nulla potevano contro interessi privati che andavano coinvolgendo la pubblica amministrazione: specie dopo che ci si rese conto del profitto economico che si poteva ottenere appaltando ad estrattori industriali di legname i boschi comuni in cambio di consistenti contropartite.
Le amministrazioni avevano peraltro concesso autorizzazione a 18 tagli di piante per la vendita ammontanti ad un valore stimato in L. 123.932 (somma invero considerevole).
Tali concessioni concernevano prioritariamente il tagiio di abeti, faggi, pini siivestri e marittimi.
Questi processi di disboscamento, al fine della fruizione del legname, riguardavano soprattutto Isolabona con l’abbattimento di 7.000 piante, Perinaldo (2.000), Apricale (1.200), Taggia (1.000 a): alla data della pubblicazione della Relazione risultava peraltro in atto un grosso processo di disboscamento nell’areale di Rezzo ad opera di un’impresa francese che a titolo di corrispettivo andava realizzando la strada “carrettabile” alla volta di Pieve di Teco.
Stando alla Relazione si era altresì provveduto al rilasco di 45 concessioni di disboscamento onde incentivare aree coltivabili per più di 11 ettari, 15 concessioni allo scopo di impiantare carbonaie, 8 per forni da calce, 2 per fluitazione (cioè affidare i tronchi tagliati alla corrente di corsi d’acqua per il trasporto a valle), 1 per formazione di debbi (vale a dire bruciare stoppie e sterpi per ottenere che la cenere potesse venire utilizzata quale).
La tecnica della fluitazione nel Ponente fu praticata fino ai primi del XIX secolo nel Negrone-Tanaro, nell’Argentina e nel Verbone.
Essa fu abbandonata in dipendenza dei gravi nocumenti ambientali procurati dai tronchi nell’evenienza delle piene fluviali e torrentizie: siffatto sistema di trasporto del legname risulta senza dubbio praticabile soltanto nelle aree senza insediamenti demici prossimi alle rive.

di Bartolomeo Durante in Cultura-Barocca

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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