Archivio mensile:giugno 2011

Amo appassionatamente i viaggi, sono la filosofia che cammina

Nel primo quarto del XIX secolo in Europa l'Isola di Guam veniva vista come nell'immagine di cui sopra.
Da questa parto per tracciare qualche cenno della vita veramente avventurosa del capitano, armatore, esploratore, uomo politico, ed altro ancora, soprattutto scrittore, Gabriel Lafond de Lurcy (1802-1876), che, persa da adolescente l'occasione - per sua fortuna, aggiungerei! - di essere cadetto alla corte di Murat a Napoli, si ritrovò, invece, da marinaio a fare diverse volte il giro del mondo. Ma queste, e quelle che seguono, sono solo piccole note. La sua fu una esistenza molto densa, quasi impossibile da riassumere. E sul Web si hanno su di lui notizie quasi esclusivamente in lingua spagnola (compresa la nascita anticipata al 1801 e gli altri due nomi di Lafond, che lascio, in onore alle fonti, in Pedro Maria).
 A lui Alphonse de Lamartine dedicò il seguente pensiero, che da solo vale - ritengo - più di innumerevoli commenti: "Amo appassionatamente i viaggi, sono la filosofia che cammina. I vostri m'hanno istruito e dilettato: voi vedete, sentite e dipingete; come non seguirvi a traverso il mondo?"
Manila, Filippine.
 Le stampe che ho rinvenuto in riferimento ai viaggi di Lafond riguardano, invero, l'Oriente. Ebbe esperienze forse ancora più notevoli in America Spagnola, di cui scrisse la storia, soprattutto dell'allora recente emancipazione dal vecchio impero europeo. Così come si dedicò ai viaggi di esplorazione di altri importanti personaggi, ad esempio, James Cook.
Lo Stretto della Sonda.
Nel 1818 Lafond era a Nantes, allievo della marina mercantile.
Nel 1919 aveva già navigato a Célebes, Molucche e Filippine.
Fu a Valparaiso nel 1822, coinvolto in un terribile terremoto che fece affondare venticinque navi, compresa "L'Aurora" di cui era giovane comandante, ma di cui riuscì a salvare l'equipaggio.
Scrisse Lafond che, fatto naufragio (non l'unico nella sua carriera!) nel 1831, partito dalle Isole Marianne per le Filippine, nel viaggio sulla baleniera "Royalist" conobbe la moglie del capitano, che era la figlia del capo legnaiuolo del Bounty,  il quale a sua volta aveva accompagnato Bligh e gli altri uomini a lui rimasti fedeli nella pericolosa rotta su semplice scialuppa sino a Macao. Dalla donna Lafond apprese molti particolari sulla celebre vicenda, compresi successivi aspetti afferenti i ribelli. E ce li ha tramandati.
Interno di Tahiti.
Nel 1839 Lafond conobbe vicino a Parigi José Francisco de San Martín, l'eroe dell'indipendenza del Perù, Libertador anche lui come Simon Bolivar. L'occasione era per lui preziosa in funzione della sua fatica letteraria per avere dati su quelle battaglie di emancipazione dalla Spagna, ma ne sortì anche una "Carta Lafond", di cui si discute ancora oggi circa l'autenticità di un incontro segreto - mi sembra di capire riferito in un passo del Lafond - tra San Martìn e Bolivar a Guayaquil del 1823.
Nel 1849 Lafond  andò in Costa Rica, di cui fu dal 1857 al 1860 Ambasciatore in Francia. Aveva anche cercato, d'intesa con le autorità locali, da cui aveva ottenuto una concessione, di formare, senza riuscire a trovare i capitali necessari, per cui dovette desistere, una compagnia per la realizzazione di un canale tra Atlantico e Pacifico, quindi, ben prima di quello di Panama. In quel paese ebbe anche altri onori ed é tuttora ben ricordato.
In base alla sua esperienza, Lafond diede molti consigli di carattere commerciale e imprenditoriale, tipo tentare la caccia delle balene al largo della Nuova Zelanda, ma anche di natura colonialista, e fu in collegamento con diverse società geografiche del tempo.
Lafond scrisse, tra le altre, due opere dedicate a viaggi intorno al mondo, una del 1839 (dalla cui edizione italiana inserita in quella sorta di grande Enciclopedia di Viaggi e Esplorazioni curata dal geografo Marmocchi per l'editore Giachetti di Prato intorno al 1844, derivano le immagini qui visibili, per come ne ho trovato fotografie in Cultura-Barocca), l'altra del 1845, "Carte dell'America Centrale", "Le Isole Marchesi e le colonie della Francia", "Studi sull'America Spagnola".
  da Cultura-Barocca

Alessandro Algardi

Conosciuto soprattutto come rivale di Bernini, Alessandro Algardi, scultore di fama della metà del XVII secolo, non visse di luce riflessa, ma mostrò costantemente una sua autonoma e forte individualità che lo portò ad essere straordinariamente apprezzato dagli studiosi del suo tempo e profondamente ammirato dalla aristocrazia romana, che ritrovava nel suo stile il modo migliore per esprimere la propria dignità e nobiltà. In effetti il mondo artistico di quegli anni era diviso tra Barocco e Classicismo, cioè tra la passionalità e l'animazione berniniana e la compostezza ed il rigore a volte velato di malinconia dell'Algardi.

Alessandro Algardi si era formato nella Bologna dei Carracci, in particolare di Ludovico, e aveva approfondito la conoscenza dell'antico a Mantova, alla corte del duca Ferdinando Gonzaga. A Roma era giunto nel 1625, quando era papa Urbano VIII Barberini, grande protettore e committente del Bernini. In questo ambiente Algardi ebbe non poche difficoltà a farsi un nome, ma venne aiutato dal Cardinale Ludovisi, anche lui bolognese, e da alcuni amici artisti primo tra tutti il Domenichino. Nel giro di pochi anni le commissioni si moltiplicarono e l'Algardi cominciò ad essere molto apprezzato, come testimoniano i due maggiori biografi del tempo, Giovan Pietro Bellori e Giovan Battista Passeri. Il momento trionfale della sua attività coincide con l'ascesa al soglio pontificio di Innocenzo X Pamphilj, nel 1644.

In odio alla famiglia Barberini, fino allora imperante, il nuovo pontefice licenziò tutti i protetti di Urbano VIII e, al posto del Bernini preferì l'Algardi, contribuendo ad accentuare la rivalità tra i due artisti ed il distacco tra le correnti artistiche da loro rappresentate. da Cultura-Barocca  

Seborga

Seborga, borgo dell' affascinante entroterra di Bordighera, oltre che da una splendente natura è avvolta da una storia intrigante.

Aprendo la vista sul gran bosco, mentre lo sguardo - tra le luci abbaglianti che solo il giorno ligure forse ha, specie dopo la fine del temporale - corre anzi rimbalza stranamente stupito dal bosco alla valle sin al punto indefinito in cui cielo e  mare si confondono, inquadrati appena da scorci suggestivi sia  a Ponente che a Levante ... viene spontaneo da dire .... "valorizziamo gli ori di Liguria, della Liguria meno nota, del suo magnifico entroterra...."

E tutto si esalta, in un certo modo si sublima se si pensa che ogni cosa, ogni pietra ogni evento è stato strutturato contestualmente sulla linea di un percorso di fede e religione che affonda le sue radici sin nel mito ....

Sembra qui esser già stata allestita da un Dio ignoto (nessun artista, regista o sceneggiatore sarebbe capace di siffatte grandezze) la scenografia per qualche spettacolo  ... dove l'uomo vive (e non sopravvive) a contatto di un ambiente naturale che congiunge quasi in un metaforico ossimoro antico e moderno!

Dati certi o quasi sulla storia di Seborga (prescindendo dalla non trascurabile possibilità che il luogo sia stato sede di qualche ceppo ligure intemelio e quindi di poderi rurali d'epoca romana) si riallaccia alla sua origine medievale come feudo monastico (PRINCIPATO ECCLESIASTICO DI SEBORGA) per una possibile donazione del conte Guido di Ventimiglia (nel 954), prima di partecipare ad una crociata contro i Saraceni, all'abbazia lerinese di S. Onorato.

In base al testamento del nobile intemelio i Padri di Lerino sarebbero infatti entrati in possesso principalmente della chiesa comitale di S. MICHELE DI VENTIMIGLIA con il suo piccolo, e lontano, insediamento agricolo di SEBORGA nell'entroterra di Bordighera. Indagini ulteriori di vari studiosi su tali documenti hanno permesso di confermare che questa donazione del 954, per quanto sia giunta a noi in copie e documenti scorretti formalmente, aveva un punto di partenza in un documento autentico, steso da Guido Conte intemelio al momento di salpare dal porto di Varigotti "Contro i perfidi Saraceni", onde partecipare alla spedizione guidata da Guglielmo di Arles che avrebbe scacciato per sempre i pirati Saraceni dalla base del Frassineto entro il 972. In seguito gli abitanti di Seborga, definendosi "uomini di detto monastero [di S. Michele: anche questa chiesa come quella di S. Maria di Dolceacqua, donativo feudale ai Benedettini]" si proclamarono sudditi del "Priore del monastero stesso" e si riconobbero debitori delle decime: ancora nel 1469 gli abitanti del paese riconfermarono questi loro impegni a "Frate Nicolao di Ventimiglia d'Aurigo, priore di S. Michele di Ventimiglia". Bisogna tuttavia tener sempre presente che, data la peculiare conformazione giurisdizionale di questo territorio, i conti di Ventimiglia, e poi il Comune della stessa città, avanzarono spesso dei diritti atavici verso il territorio di Seborga, rivendicando alcuni aspetti legali della donazione: sino a quando almeno - per quanto è stato definito in un campo di ricerche che non hanno ancora avuta una definitiva ed unanime chiarificazione - il vescovo intemelio Stefano definì i limiti territoriali del principato ecclesiastico a fronte del vasto territorio di Ventimiglia. La povertà e ristrettezza del territorio impedì comunque una costante fioritura del possedimento benedettino sì che i monaci, cercando nuove forme di sovvenzione, lecitamente appellandosi ai dettami del loro possesso sovrano non ritennero conveniente esercitare il diritto di "coniare monete" istituendo cioè una zecca ricavata a fianco della Prioria, cioè nel palazzo nobile già ritenuto sede dei Cavalieri Templari. Seborga ha fatto tanto e non a caso nei siti informatici  mondiali è tra le città e paesi di Liguria uno dei luoghi più conosciuti... Ma Seborga non è che un affascinante, minuscolo interrogativo della storia, una domanda sulle alchimie d'un passato fatto di uomini e donne, d'amore e odio, anche di  sangue versato, di storia e monumenti ... un interrogativo da svelare!

Ma Seborga non è solo Seborga ... è il richiamo alla storia splendida di Ventimiglia, al coraggio "indipendentistico" della Magnifica Comunità degli Otto Luoghi, alla vicenda poliedrica e alla fine mondana di Bordighera ma anche alle suggestioni quasi fiabesche del Montenero e così pure all'epopea rustica, e per questo diversamente illustre e nobile,  di Vallebona, Borghetto e Sasso le cui origini si stendono ben oltre la romanità...

 da Cultura-Barocca

Un insigne archelogo, nativo di Pigna

pigna.campanile-s.michele.h                                                                 Carlo Fea nacque a Pigna (in Alta Val Nervia, nell'attuale provincia di Imperia) nel 1753 proprio mentre si stava riscoprendo a scapito delle ridondanze barocche la linearità dell'arte classica, fenomeno ampiamente integrato dalle prime vere ricerche archeologiche e dalla riscoperta della città di Ercolano,  Stabia e Pompei nel I secolo d. C. ricoperte dalla lava e dai lapilli del Vesuvio e,  per uno straordinario fenomeno geomorfologico, consegnate dopo millenni agli studiosi parzialmente intatte con molti dei loro tesori da analizzare. Sulla scia della riscoperta della cultura classica e dell'ideale platonico di bellezza il FEA studiò dapprima a NIZZA, quindi si trasferì a ROMA ove venne ospitato da uno zio che era rettore del Collegio degli Orfanelli e che gli permise di completare gli studi umanistici, diventando contemporaneamente sacerdote. Ed a tal proposito non è da dimenticare che questo personaggio di vasta cultura conseguì anche la laurea in entrambi i diritti, cioé quello civile e quello canonico. La naturale predisposizione per la ricerca archeologica lo indusse però a ben altra carriera che quella forense e presto, dopo aver a lungo indagato fra le stupende rovine di Roma antica, diede alle stampe un importante saggio intitolato "Sulle Rovine di Roma". Questo saggio finì poi per diventare un'appendice del III volume della celebre opera "Storia dell'arte nell'antichità" di Giovanni Gioacchino Winckelmann, il grande e sventurato storico dell'arte tedesco che, assieme al Mengs ed al Milizia ma con maggior profondità critica, pose le basi della dottrina neoclassica che tanto influenzò l'arte (Canova) e la letteratura (Biamonti, Monti e soprattutto Foscolo). Il FEA fu sempre spiritualmente legato al grande tedesco continuandone, anche dopo la tragica morte per omicidio, l'impegnativa opera per il recupero della classicità: non è quindi un caso che ne abbia curata la ristampa della traduzione italiana della "Storia dell'arte" negli anni 1783-'84. Il FEA dovette però abbandonare le ricerche travolto come tutti dagli eventi della Rivoluzione di Francia e del suo influsso politico sugli stati italici legati all'Antico Regime delle Monarchie assolute. Considerato filopapista e reazionario, ai tempi della Rivoluzionaria Repubblica Romana del 1798-'99 eretta sui trionfi di Napoleone, conobbe dapprima la prigionia e quindi l'esilio. Le sue responsabilità (era peraltro uno studioso appassionato e non un politico) alla luce delle inchieste furono trovate insignificanti se non nulle e potè quindi non solo ritornare dall'esilio ma riprendere le sue ricerche. cesare.statuaTenendo conto dell'elevatissima preparazione e del fatto che Napoleone voleva costruire il suo Impero sui fasti dell'Impero di Roma, così lontani da certe meschinerie dinastiche degli Stati moderni e assoluti, il FEA ottenne la nomina a COMMISSARIO DELLE ANTICHITA' DELLO STATO PONTIFICIO. Successivamente fu scelto per dirigere la preziosissima biblioteca del Principe Chigi, raggiungendo in seguito la somma carica di PRESIDENTE DEL MUSEO CAPITOLINO. Era sua consuetudine scientifica quella di condurre le indagine archeologiche seguendo un importante criterio storico-deduttivo: egli aveva elaborata questa dottrina perché in tempi non lontani aveva visto sì estrarre dal sottosuolo romano autentici, incredibili capolavori, ma con grandi danni apportati ad altro prezioso materiale nel corso di esacavazioni condotte eminentemente con uno scopo mirato e col principio di eludere e magari distruggere quanto non corrispondesse alla meta di ricerca progettata. Grazie al suo magistero l'archeologia divenne una scienza che era regolata da norme esatte che preludevano contemporaneamente a recuperare i reperti e ad eludere il saccheggio di quanto, al momento, non potesse venire riportato alla luce. I risultati furono eccellenti e costituirono veri antemurali del recupero e della salvaguardia dei monumenti: come tuttoggi si può constatare ammirando a Roma il foro Traiano, il Pantheon, il Pincio, straordinari siti archeologici dove il FEA espletò la sua opera. Scrisse ben 125 opere di vario formato ed importanza; tra queste, soprattutto per l'insegnamento che trasmisero nel momento fulgido della cultura neoclassica, meritano di essere ricordate "Lintegrità del Pantheon di M. Agrippa" e la "Relazione di un viaggio ad Ostia" (entrambe edite nel 1802),la "Notizia degli scavi dell'Anfiteatro Flavio" (del 1813),  i 3 volumi del 1822 intitolati "Descrizione di Roma con vedute", l'opera dal titolo "La fossa Traiana" (del 1824) e, frutto delle sue indagini sul complesso sistema idrotermale dei classici, soprattutto romani, la "Miscellanea antiquario idraulica" edita nel 1827 ad una diecina d'anni dalla morte che lo colse nel 1836 a Roma ancora intento nei suoi studi. tratto da Cultura-Barocca