Archivio mensile:luglio 2011

A Compostela nel Medio Evo

source: santiago-de-compostela.it

Dal 1135 i PELLEGRINI che si recavano a SANTIAGO DE COMPOSTELA potevano servirsi di una GUIDA, assai utile per completare verso la Santa Meta, l’arduo Cammino.
La GUIDA era stata redatta tra 1130 e 1135 dall’ambiente religioso cluniacense.
L’operetta, suggerita da una lettera poi rivelatasi falsa di papa Callisto II, era opera del chierico di Parthenay-le-Vieux, nel Poitou a nome Aimery Picaud ed era la quinta parte del più vasto “Liber Sancti Jacobi” (“Libro di S. Giacomo”): mentre le prime quattro parti erano dedicate a celebrare le gesta dell’apostolo Giacomo Maggiore nella quinta si poteva consultare una precisa descrizione dei percorsi che dalla Francia conducevano al celebre santuario spagnolo nel limite ultimo della Galizia presso Capo Finistere.
L’autore stesso, prevedendo le difficoltà che i viandanti avrebbero incontrato inoltrandosi in terre ancora sconosciute, dopo una personale ricognizione a cavallo aveva steso questa guida tanto ricca di particolari da poter sembrare un itinerario turistico: “BISOGNA INVECE STAR BEN ATTENTI A NON CONFERIRE QUESTA LIMITAZIONE MODERNA AL LAVORO” perchè la GUIDA è soprattutto una GUIDA SPIRITUALE, il disegno di un ITINERARIO SANTO che conduceva santi pellegrini al luogo spirituale per eccellenza, appunto SANTIAGO DE COMPOSTELA dopo aver obbligatoriamente disegnato un percorso (VISITANDUM EST=E’ NECESSARIO VISITARE) entro cui tutte le TAPPE DI AVVICINAMENTO, caratterizzate dalla visita ad altri importanti SANTUARI, costituivano MOMENTI ESSENZIALI di un più esteso processo di PURIFICAZIONE che raggiungeva appunto il suo acme nel sublime momento della VISITA A SANTIAGO.

La foce - allo stato attuale - del fiume Roia a Ventimiglia (IM), corso d'acqua che nel Medio Evo, prima dell'interramento compiuto all'atto dell'assoggettamento definitivo a Genova,  era un efficiente porto canale; poco a destra di questo odierno sbocco al mare sorgeva un importante Ospizio per i Pellegrini

La foce – allo stato attuale – del fiume Roia a Ventimiglia (IM), corso d’acqua che nel Medio Evo, prima dell’interramento compiuto all’atto dell’assoggettamento definitivo a Genova, era un efficiente porto canale; poco a destra di questo odierno sbocco al mare sorgeva un importante Ospizio per i Pellegrini

In tal contesto un’importanza rilevante spettava alla base viaria e marinara di VENTIMIGLIA nodo essenziale dei grandi spostamenti che avvenivano dall’area pedemontana e da tutta Italia per i nodi viari di SAVONA e soprattutto di GENOVA.

da Cultura-Barocca

L’Adone di G. B. Marino

L'”Adone”, poema del Marino, è il più lungo di tutta la letteratura italiana: 20 canti, per un totale di 5123 ottave.

G. B. Marino (1) fece cenno a questo suo lavoro sin dal 1605, mentre l’edizione prima dell’opera avvenne a Parigi nel 1623,  sotto la cura personale dell’autore (edizione moderna pregiata ed ottimale è quella curata da G.Pozzi, Mondadori, Milano, 1976 in II volumi, uno con il testo e l’altro con un vasto apparato critico ed esegetico).

L’esile trama del monumentale lavoro è costituita dal controverso e, quindi, dopo attimi di straripante passione, infelice amore tra Venere e il giovinetto Adone.

Amore od Eros, per vendicarsi delle punizioni patite dalla madre Venere viste le sue continue marachelle nel far innamorare umani e dei contro il destino e la loro volontà, fa approdare a Cipro, regno di sua madre, il bellissimo Adone: il piccolo, “diabolico”, Dio intende punire Venere facendola ardere di passione proprio per Adone (contenuto del canto I).

Adone arriva quindi al portentoso palazzo di Venere dove incontra il pastore Clizio che gli racconta la vicenda del giudizio di Paride, destinato – conferendo a Venere la mela d’oro come dea più bella – a suscitare la tragica guerra di Troia (contenuto del canto II).

Adone, messosi a girovagare per la splendida isola, alla fine prende sonno al riparo d’un boschetto mentre Amore tende un agguato a Venere e la trafigge con uno dei dardi del suo arco che hanno la capacità di far innamorare la loro vittima di chi voglia il piccolo arciere: Venere, per quanto dea, non può opporsi alla forza del dardo del figlio e presto avvampa di desiderio per Adone (contenuto del canto III).

Tornato al palazzo, Adone ascolta da Amore la bellissima vicenda degli amori di Psiche per Eros (contenuto del canto IV).

Di seguito Mercurio gli racconta altre storie esemplari e meravigliose, ora liete, ora a triste conclusione, come quella di Narciso. Adone viene quindi invitato da Venere ad assistere alla tragica rappresentazione della metamorfosi di Atteone, morto, per divina vendetta, nel corso d’una caccia sbranato dai cani: la dea, presaga del suo oscuro destino, intende avvisarlo contro i pericoli della caccia, ma il giovane si addormenta mentre ancora il dramma viene rappresentato (contenuto del canto V).

Una volta svegliatosi ,Adone, con stupore, si scopre immerso nello splendido e misterioso giardino del Piacere, che risulta distinto in cinque parti rappresentanti i sensi umani: qui assieme a Venere percorre i sentieri dei diletti della vista e dell’odorato (contenuto del canto VI).

Assieme a Venere, nel giardino dell’udito, Adone gusta poi il piacere sottile del canto, in virtù dell’episodio che celebra la gara fra l’usignolo e l’innamorato, che affida i suoi tormenti alle melodie del liuto. Da qui la dea e l’umano accedono al settore destinato ai piaceri del gusto: è l’occasione di partecipare ad un sontuoso banchetto in compagnia del Dio dei motti e delle battute scherzose, Momo (contenuto del canto VII ).

Finalmente i due arrivano alla più intrigante fra le parti del giardino, quella destinata alle lusinghe ed alle lascivie del tatto: è qui che l’iridescenza poetica e l’audacia tematica del Marino raggiungono il vertice: finalmente, come passati attraverso tutte le possibili tentazioni del corteggiamento, Venere ed Adone hanno raggiunto l’estremo dell’attrazione reciproca, e, dopo esser stati sposati da Mercurio, i due si abbandonano; indi, assistono, per bocca del dio dei viandanti, all’elogio dell’astronomia e di Galileo (contenuto del canto X).

E’ nel cielo dedicato alla stessa Venere che gli sposi possono contemplare le donne più celebri dell’antichità e del mondo contemporaneo (contenuto del canto XI).

Ma nuvole oscure, a loro insaputa, si vanno addensando: Marte, già amante di Venere, avvertito dalla dea Gelosia, apprende la storia della passione fra Adone e la dea e subito, preso dal suo animo impulsivo, medita una feroce vendetta. Venere intuisce però il pericolo ed ha il tempo di far fuggire l’amante che, dopo varie peripezie, giunge presso l’ambigua maga Falsirena, che lo tramuta in pappagallo (contenuto del canto XII).

Aiutato da Mercurio riprende però le precedenti sembianze d’uomo (contenuto del canto XIII), ma per nuova sventura cade vittima e prigioniero di briganti cui riesce fatiscosamente poi a sfuggire (contenuto del canto XIV).

Alla fine di tanti tormenti Adone incontra nuovamente Venere e con lei riprende la gioiosa vita d’amore: nel corso d’una partita a scacchi i due amanti si contendono il regno di Cipro, premio che (data la vittoria, arrisagli anche grazie all’aiuto di Mercurio) Adone accetta, seppur a malincuore (contenuto del canto XV).

Dopo un concorso di bellezza, Adone viene incoronato, superando anche le trappole di un inganno di Tricane, re di Cipro (contenuto del canto XVI).

Ma il giorno dopo Venere deve allontanarsi per prender parte alle feste di Citera e non può più proteggere il suo amato. Solo dopo una notevole resistenza, concede ad Adone, per riempire i tempi tristi di quell’attesa, di partecipare con Diana ad una partita di caccia: ma poco dopo, lugubremente, durante il viaggio Proteo fa il vaticinio della prossima tragica morte di Adone (contenuto del canto XVII).

La crudele Falsirena rieccita a questo punto la gelosia, un pò quietatasi, di Marte ed al crimine s’associa inaspettatamente Diana. Il giovane si reca a caccia di un potente cinghiale, che viene magicamente eccitato da passione amorosa tanto turpe quanto violenta contro di lui. La grande bestia, nella foga della sua caccia amorosa, aggredisce il giovane per possederlo e ne massacra le carne spinto dall’animalesco desiderio di averlo (Contenuto del canto XVIII).

Venere viene colta da assoluta disperazione e gli dei buoni si impegnano per consolarla del terribile lutto. Nel frattempo si allestisce uno splendido sepolcro per Adone e quindi dopo nove giorni l’infelice giovane viene sepolto (contenuto del canto XIX): l’intiero XX canto è destinato alla celebrazione dei tre giorni di giochi sportivi banditi in onore e commemorazione di Adone.

Le polemiche che innescò il poema alla sua uscita, un po’ per l’esser contro la regolistica e la tradizione, un po’ per le indulgenze alla poetica metaforica della meraviglia e dello stupore, un po’ per gli episodi erotici disseminati (guardati con sospetto dalla Chiesa romana), generò una lunga polemica, che ebbe i suoi cardini nelle denigrazioni, non sempre immotivate dello Stigliani (2), e nelle difese fin troppo di parte di molti autori tra cui si possono ricordare, oltre all’Aprosio, G. Aleandri (Difesa dell’Adone) e A. Lampugnani (L’Antiocchiale).

da Cultura-Barocca

(1) A lungo ritenuto massimo lirico del ‘600, Giovanbattista Marino fu poeta girovago, dai molti soggiorni presso corti spesso prestigiose. Resta celebre il caso dei difficili soggiorni presso quella sabauda dove era amato per il genio poetico e temuto per la lingua mordace; giunse qui ad autentici scontri col Murtola, segretario del duca di Savoia Carlo Emanuele I ma anche poeta colla sua Creazione del mondo: le simpatie del duca, alcuni giudizi invero pesanti sul poema del Murtola, la stesura d’una presa in giro letteraria di quest’ultimo (le “fischiate” della Murtoleide) scatenarono gelosie ed odio del segretario-poeta che, non soddisfatto delle “risate” della sua Marineide, tentò d’uccidere il rivale in un agguato [dopo un soggiorno a Ravenna, Marino rientrò al servizio del duca di Savoia ma, questa volta, i guai gli derivarono dallo stesso Signore forse per la sua condotta troppo disinvolta a corte sì che finì in carcere donde potè uscire grazie all’intercessione di potenti amici tra cui il cardinale F.Gonzaga: non lasciò però il ducato, continuando il suo “lavoro” di poeta cortigiano ma se ne staccò, per libera scelta e col consenso ducale, nel 1615 per andare alla corte di Parigi ove era stato chiamato dalla regina madre (di Luigi XIII) sua ammiratrice e mecenate che gli concesse un proficuo periodo di produttività artistica].
Godette sempre di grandissima fama e di numerosissimi “Fautori” risultando un vero e proprio caso letterario (tanto da suscitare annose e violente polemiche cui non mancò di partecipare Aprosio per quanto dispiaciuto dall’esser nato troppo tardi onde conoscere di persona il Marino) per la rivoluzione estetica (la poesia che -per contenuti ed iridescenze espressive garantite da un uso sapiente del gioco metaforico- suscita la meraviglia e fa inarcar le ciglia dello stupefatto lettore) ed anche contenutistica (l’uomo -Adone- passivo di fronte ad una femmina dominante -Venere- che è dea sì ma soprattutto donna nuova, “dea-regina” per sensualità e lascivia) del suo smisurato e controverso poema Adone. Comunque tutta la sua produzione (come la sua influenza sulla cultura contemporanea) fu enorme: non si dimentichino -tra tante opere- La Lira (Venezia, per il Ciotti, 1614), le Dicerie Sacre (Torino, per il Pizzamiglio, 1614), La Sampogna (Parigi, per il Pacardo, 1620) La Galeria (Ciotti, Venezia, 1619 ediz. scorrettissima di cui l’autore pretese e ottenne una ristampa nel 1620), il poema religioso La strage degli innocenti che, per quanto concepito sin dai primi anni del ‘600, fu editato solo dopo la morte del Marino con partizioni diverse a seconda delle scelte di tipografi e stampatori (in 2 libri a Napoli, per il Beltrano, 1632; in 6 canti a Roma, per il Mascardi, 1633; in 4 libri a Venezia per lo Scaglia, l’edizione forse migliore e comunque accolta dagli editori moderni)

(2) Di nobile famiglia, Tommaso Stigliani si recò presto a Napoli, conoscendovi certo il Marino e forse anche T. Tasso. Ancora giovane editò il Polifemo (Milano, per il Ciotti, 1600), un poemetto pastorale, ed appena un anno dopo (sempre per lo stesso stampatore ma nella tipografia di Venezia) la raccolta poetica Delle rime. Per breve tempo cortigiano di Carlo Emanuele I di Savoia, si sistemò quindi (1603) presso Ranuccio Farnese duca di Parma come gentiluomo di corte e segretario. Fece allora pubblicare il suo Canzoniere (ancora a Venezia, per il Ciotti, 1606), raccolta che, per alcuni Indovinelli erotici ma secondo Tommaso soprattutto per colpa del Davila (che sfidò a duello rimanendone però ferito) fu messa all’Indice dei libri proibiti”. Riparato a Napoli potè rientrare a Parma solo per intercessione del cardinale Cinzio Aldobrandini: di nuovo al sicuro ed eletto principe dell’Accademia degli Innominati si diede alla stesura dei primi 20 canti del suo poema Il mondo nuovo (Piacenza, per il Bazachi, 1617) in cui si lasciò andare ad alcune allusioni pesantemente critiche contro l’allora trionfante G.B.Marino, sì che finì per accendersi contro l’ira dei suoi tanti partigiani ascritti all’Accademia degli Invidiosi. Fuggì ancora da Parma, quindi, nel 1621 e prese dimora a Roma, ove, sotto la protezione di Virginio Cesarini, riuscì nell’intento d’entrare al servigio prima del cardinale Scipione Borghese e quindi di Pompeo Colonna. La sua attività letteraria crebbe di intensità: curò (a Roma, per il Mascardi, 1623) l’edizione del Saggiatore, fece quindi stampare una nuova edizione del Canzoniere che, privata dei carmi “osceni”, superò l’investigazione del Santo Ufficio (Roma, Manelfi, 1623) e poi ancora editò l’opera critica (Dell’occhiale, Venezia, per il Carampello, 1627) che da un lato lo rese celebre ma dall’altro gli suscitò addirittura l’odio dei più fanatici seguaci del Marino contro il quale mosse severe osservazioni in nome di un più controllato modo di poetare, per cui l’esperienza barocca, rifuggendo dagli sperimentalismi più estremi, si inquadrasse entro gli schematismi della tradizione tardorinascimentale e della grande esperienza tassesca: a conclusione di questa fervida attività realizzò l’edizione definitiva del Mondo Nuovo per il Manelfi, a Roma, nel 1651 (il rimario Arte del verso italiano, opera cui si dedicò con grande cura, vide al contrario, la luce dopo la sua morte nel 1658).

Il vento bisognava sentirlo – di Giuseppe Conte

Il vento bisognava sentirlo sul
mare alzare i marosi, stracciare
le nuvole e ritesserle, staffilare
le alberature, rauco, fiorito di
salino, buio, inumano.
Divorare la sabbia, sibilare tra gli
scogli, spingersi sino a far tremare le automobili
sui viadotti.
Fare lividi sotto l’orizzonte: bruciare
gli occhi.
Si è persa la memoria di Mentone
dove le onde salivano a lasciare
laghi sulla strada della frontiera, di
Vado dove al largo i turbini
levavano brevi alberi
di nebbia.

Giuseppe Conte