Archivio mensile:ottobre 2011

Tra vergogna e paura – di Evtushenko

E allora, aquila bicipite,
verso dove abbiamo preso il volo
con una ignominiosa nuova gloria,
verso le tormente cecene?

La’, per vergogna e paura,
sulle vette guardarsi
negli occhi l’un l’altra
due teste aquiline non potranno.

Chi ti strappò le penne
sopra ceneri e polvere?
No, non fu scelta aquilina –
tra vergogna e paura.

Evgenij Aleksandrovic Evtushenko

Torquemada: cenni storici

L’incisione coeva rappresenta TOMAS DE TORQUEMADA, il più lugubremente famoso INQUISITORE SPAGNOLO (immagine tratta da “Cortesia della Biblioteca Nacional, Madrid, Spagna”). Anche se non si può disconoscere, sempre in Spagna, una pur calante, ma anticamente vivida, “celebrità” alla tragica e per certi lati romanzesca figura di PIETRO ARBUES che fu GRANDE INQUISITORE DI ARAGONA.
Verso il 1478 una BOLLA PONTIFICIA concesse al regno di Spagna il diritto di organizzare un proprio CONSIGLIO al fine di combattere le ERESIE.
Il CONSIGLIO, per istituzione di Isabella I di Castiglia e di Ferdinando d’Aragona, assunse presto i propri e definitivi connotati di INQUISIZIONE SPAGNOLA.
Questa (1480) dipendeva direttamente dalla CORONA DI SPAGNA ed attraverso l’uso estremamente spregiudicato di ogni forma investigativa e soprattutto dell’applicazione della tortura inquisitoriale su larga scala, svolse, contestualmente, un considerevole RUOLO RELIGIOSO E POLITICO.
Inizialmente ne furono vittime soprattutto i MARRANOS (EBREI convertiti, ma sospetti di falsa conversione e costretti ad indossare un SEGNO DISTINTIVO DELLA LORO CONDIZIONE: molteplici e variegate furono peraltro, dalla CHIESA ROMANA, le POSIZIONI UFFICIALI ASSUNTE NEI CONFRONTI DEGLI EBREI) ed i MORISCOS (musulmani dei territori riconquistati). Costoro, qualora fossero riconosciuti REI di una solo FORMALE CONVERSIONE AL CATTOLICESIMO, erano condannati alla relegazione sulle GALEE, all’ESPULSIONE DALLA SPAGNA e vedevano CONFISCATI TUTTI I LORO BENI. Inasprendo il suo operato ed ampliando il campo di investigazione l’INQUISIZIONE SPAGNOLA prese a perseguire severissimamente i RIFORMATI e tutti quanti avessero fornito il sospetto di una possibile deviazione dalle linee dell’ORTODOSSIA CATTOLICA. Inoltre i GRANDI INQUISITORI (specificatamente TORQUEMADA [1483 – 1498] e JIMENEZ [1507 -1517] estesero tutte le competenze dell’INQUISIZIONE SPAGNOLA ai tanti territori soggetti al vasto Dominio spagnolo comprese le COLONIE DEL NUOVO MONDO ove l’intransigenza verso gli INDIOS fu tanto assoluta da provocare autentiche carneficine. Del resto, oramai sfuggita al controllo della SANTA SEDE ROMANA, l’organizzazione, sofisticatissima, dell’INQUISIZIONE SPAGNOLA più che alla tutela della fede mirava, in ossequio ai suoi rapporti col potere centrale, ad essere strumento per sopprimere ogni forma di devianza politica sociale e culturale: dopo le grandi trasformazioni ottocentesche napoleoniche l’INQUISIZIONE SPAGNOLA fu soppressa nel 1834.
TORQUEMADA, frate domenicano, creato INQUISITORE GENERALE PER LA CASTIGLIA E IL LEON dal Pontefice romano Sisto IV nel 1483, fu forse l’esponente più famoso e feroce dell’INQUISIZIONE SPAGNOLA: si segnalò soprattutto per la lotta implacabile che condusse contro i MORISCOS ed i MARRANOS, giungendo poi al punto di indurre Isabella I e Ferdinando d’Aragona ad ESPELLERLI DAL PAESE con suo grave detrimento socio-economico, visto che questi due operosi gruppi (presto accolti nei paesi centro-europei: soprattutto i MARRANOS) costituivano in nuce la base di quella SOLIDA BORGHESIA IMPRENDITORIALE, che avrebbe fatto la fortuna dei paesi nordici a scapito di quelli iberici, dove l’assenza di un ceto intermedio rallentò a dismisura lo sviluppo di una agile e vivace CLASSE DI IMPRENDITORI.

da Cultura-Barocca

Peirinetta Raibaudo non era una strega

 

L’ingiusta giustizia avverso Peirinetta Raibaudo di Castellar (borgo sopra Mentone): per alcuni “la strega che nel ‘600 tenne dei sabba in val Nervia”…per altri la “scema” vittima dell’altrui paura: per noi un monito importante…a non sbattere i “Mostri in Prima Pagina”.
Della tragica vicenda di Peirinetta Raibaudo ne parlò, traendo spunto da testi del ‘600, Girolamo Rossi e ne fece occasione intelligente per condannare quei tempi di superstizione. Pure essa potrebbe costituire una pagina ad effetto…con l’iridescenza della pubblica vendetta, con quel ritorno all’esoterismo che qui nel Ponente di Liguria si sublima nel “Caso delle Streghe di Triora”.
Ma la storia di Peirinetta fu più terribile, più tragica, il rogo ne consumò davvero il cadavere, le torture eran state impietose…
Ne parliamo perchè chi leggerà veramente, chi non si soffermerà solo sulle immagini truculente, chi non si lascerà andare al ricordo dei vezzi spettacolari della cinematografia, potrà scoprire in quella storia un qualcosa di peggiore di satanismo od esoteria… di molto peggio!
L’ingiustizia!…anzi la “differenziazione della giustizia” od “ingiusta giustizia”: quella che furoreggiava in quell’epoca e che cercava spesso sulla scia della superstizione anche- un qualche capro espitario, un mostro da, come diremmo oggi, comunque ed al più presto “sbattere in prima pagina”.
Il guaio è che nella ricerca dei “mostri” (Streghe od altri Criminali che fossero) si badava alla loro estrazione sociale…e se erano ricchi o nobili o comunque legati ai ceti dominanti una scappatoia la trovavano quasi sempre.
Chi era senza soldi era spacciato…stando alla severità dei Codici Penali (si diceva Libri Criminali) dell’epoca…
Ma chi aveva mezzi poteva molto…dai favoritismi in carcere, ad una pena diversificata…persino ad una morte più celere, quasi indolore (magra consolazione diremmo…ma chi ha letto i resoconti veri di un’esecuzione capitale tra ‘600 e ‘700 ben sa che i Rei o Condannati più che la morte temevano la mattanza del Boia: mica era come nei film, un colpo d’accetta e via…era come in un girone dantesco con un corpo ancora vivo e maciullato innanzi ad una folla impaurita ma morbosamente curiosa…i Boia altro non aspettavano che d’esser pagati per lavorare nel modo più celere, magari facendo tutto senza ubriacarsi…sì da esser freddi e soprattutto precisi!
Ma la sostanza non è nemmeno qui…il Diritto Intermedio del ‘600 conservava gelosamente (eh sì perchè data la severità delle leggi i morti sul patibolo sarebbero stati altrimenti un nugolo) il concetto di “Risarcimento”…esteso non solo alle sostanze ma anche alle persone…sì che accordandosi con le famiglie per via di pacificazione un assassino poteva, se economicamente ben fornito, evitare la pena capitale e risolvere ogni suo debito sociale e penale con una grossa ammenda e con un consistente risarcimento ai famigliari della vittima.
Poi v’eran le poveracce come Peirinetta, che campavano di niente -il suo parroco volendo difenderla l’aveva definita per quello che era: una “scema”, una povera analfabeta affamata che credeva reale quanto sognava- ma neanche il Parroco fu ascoltato!
E Lei morì in maniera spaventosa…se fosse stata una ragazza ricca o di buona famiglia verosimilmente le cose si sarebbero risolte altrimenti, senza roghi, senza mattanze…
Come dire “la giustizia non era proprio uguale per tutti” anzi era un'”ingiusta giustizia”….men che mai per gli emarginati!

di Bartolomeo Durante

Avvicinandosi Halloween: “L’Antro della Bestia” …

“C’è una belva nascosta nell’antro, una bestia assetata di sangue, che aspetta il tuo passaggio, è un animale immondo e osceno che sta da sempre in agguato…non fermarti mai davanti al buco nero, alla zona morta che s’apre sulle porte dell’Inferno: alla soglia dell’antro ti attende la bestia, che non hai mai visto, che non conosci se non quando muori…non pensare che questo sia solo un sogno, una fiaba, un racconto…dentro la belva stanno nascoste tutte le diversità che il sapiente deve fuggire…e bada che non solo del tuo corpo vuole prendere possesso ma anche della tua anima…per sempre”.

Dentro questa sorta di filastrocca, tanto brutta quanto efficiente per spaventare i bambini, si nascondono in qualche modo gli incubi di Halloween, la vigilia d’Ognissanti, in ambito anglossasone, americano, calvinista e puritano vissuti sull’ inconsapevole recupero di mitologie orrorifiche cristiane gradualmente entrate in sincretismo con tradizioni del paranormale precolombiano, La Scoperta del Nuovo Mondo e quindi la graduale cosapevolezza di impreviste leggende quanto di eventi e figure reali (come qui si vede) alimentarono vieppiù il “mito del male” con nuove immagini diaboliche o ritenute tali destinate comunque a rafforzare siffatta “mitologia delle forze oscure” col supporto di tradizioni e superstizioni importate dall’Europa: così che per es. nella “Santeria” o nei riti “Vudu” non mancano di trovarsi antichissime forme di Fattura e Malocchio che addirittura risalgono alla civilta’ dei Lapponi e dei Finnici sotto la specie dei “Sagittari Malefici” e delle “Immagini di Cera delle vittime da trafiggere con aghi magici”.

E comunque a riprova della planetaria convinzione di questi espedienti magici vale la pena (anche perchè dopo una notevole tolleranza fu immediata la conseguenza di un deciso inasprimento contro l’astrologia) è da citare la CONGIURA CENTINI, PER CUI ADDIRITTURA DI UN PAPA COME URBANO VIII, AVVALENDOSI DELLA CLAVICULA VERA DI SALOMONE I CONGIURATI, UOMINI DI CHIESA, NE AVREBBERO CERCATA LA MORTE MAGICA CON L’ESPEDIENTE DELLE “STATUETTE DI CERA”

E invero nemmeno il citato inasprimento che questo medesimo pontefice apportò contro le PRATICHE OCCULTE interferì con segrete pratiche di negromanzia e magia visto ancora questo DRAMMATICO PROCESSO DEL ‘700 IN UN UN RELIGIOSO SI AVVALEVA DI LIBRI MAGICI E OGGETTI DA RITUALE DIABOLICO PER LE SUE FATTURE (IL MATERIALE ABBASTANZA RACCAPRICCIANTE E’ VISIBILE ESSENDO SOPRAVVISSUTO DOPO CHE FU ADDOTTO QUALE PROVA DI COLPEVOLEZZA NEL PROCEDIMENTO LEGALE A SUO CARICO COME QUI SI LEGGE).
E del resto, seppur in forma non colta, tutto questo insieme di atteggiamenti lo si riscontra in gran parte del potente folklore cattolico e latino le cui tracce antichissime provengono sin dalla civiltà pagana e per via di mutazioni e sovrapposizioni hanno interagito soprattutto con la cultura agro-pastorale cristiano-cattolica.

L’antro della belva diviene magari – come nel borgo di Dolceacqua – per non andare molto lontano da Ventimiglia sede dell’Aprosiana – il buco del Diavolo dove un macigno consacrato avrebbe dovuto imprigionare per l’eternità il tentatore delle notti: e, così di seguito lungo percorsi d’altura e poi di valle, sino all’agro di Susa, dove il Maligno, nascosto fra le acque del Cenischia presso Novalesa, sarebbe stato pronto ad afferrare gli inermi viandanti od ancora, nelle relative vicinanze, fino all’Orrido di Foresto, dove erano esistiti templi pagani, e dove fra gli anfratti delle rocce la tradizione popolare ravvisò a lungo i segni degli artigli d’un drago infernale inutilmente sbucato dall’ombra ad aggredire il sempre vincente S. Martino [R.CAPACCIO – B.DURANTE, Marciando per le Alpi – Il ponente italiano durante la guerra di successione austriaca (1742 – 1748), Cavallermaggiore, Gribaudo – poi Paravia-Gribaudo poi Paravia -, 1993, p. 231).

Sterminati, come suggerisce l’indagine toponomastica, furono in ambiente cattolico gli insediamenti cultuali pagani, in questo caso di tradizione celto-ligure-romana con qualche estrema interferenza druidica, che il Cristianesimo profanò – seguendo i dettami di papa Gregorio Magno e valendosi dell’apostolato benedettino – esorcizzandone in negativo ogni superstite traccia di spiritualità, spesso ricorrendo, in un circolo quasi vizioso di rovesciamenti e sovrapposizioni liturgiche, all’idea della “grotta”, dell'”antro”, o del “gorgo divoratore” – che nel mondo delle acque è poi equivalente perfetto del buco nero in cui si celerebbe spesso e volentieri il “male”, qualunque sia la forma assunta, volta per volta) .

In primo luogo verrebbe spontaneo cancellare queste memorie, riandando colla mente alle sciocchezze d’un certo occultismo contemporaneo, costruito appunto sui ruderi di quel vecchio folklore, ma poi, a ben leggere, si intravvedono paure e timori reali, trasformati in miti e favole angoscianti dalla tradizione popolare: e, ad un’analisi ancora più attenta – insensibile alle primigenie valenze salvifiche conferite, nell’opinione corrente, a siffatte “litanie” e “leggende” – si individuano spettri ben più reali dell’Orco fiabesco, dell’Uomo Nero o (ultimo in materia, ma spettacolarmente così energico da “emigrare” entro una pur superficiale visione orrorifica mediterranea) di Nightmare, l’ossessione che proprio da Halloween trae oggi la valenza del gioco esorcizzante quanto nel passato costituiva la forma estrema dell’angoscia.

Questi spettri, in realtà, hanno da sempre un buon retroterra storico nell’inconscio collettivo che comporta l’avversione per ogni forma di Diversità: la “belva dell’antro”, come si è appena detto sopra, è davvero quanto non si conosce nè in verità si vuol conoscere perchè costituisce qualche cosa di diverso rispetto alla presunta Normalità della morale che governa, per settori e quasi a frammenti, il mondo conosciuto, quello cui però, caso per caso, si appartiene e che comunque si deve rispettare, poco importa quindi che sia una morale cattolica, luterana o calvinista od altro ancora, quasi all’infinito se mai fosse possibile.

Nel titolo di questo lavoro si elencano, solo in parte, alcune Diversità che sono state (e forse talora sono) alla base di autentiche fobie collettive, appunto delle tante belve nascoste nell’antro delle coscienze: e sono in più di un caso paure indomabili, che vanno da quelle medievali per i Demoni sin ai rigurgiti tremebondi di un Razzismo che nasce sempre e comunque dalla paura verso quanto e, soprattutto, verso chi non si conosce.

Riconducendo la riflessione in termini razionali si può dire che tutto il lavoro che segue è in fondo una costruzione storica e filosofica sul quasi sempre impossibile rapporto tra uomo-norma e uomo-scarto dalla norma: e già questi stessi presupposti del ragionamento non sembrano fausti e probabilmente non sarà mai loro destino diventarlo! In teoria un discorso sulla Diversità non si dovrebbe neppure organizzare perché l’individuo intelligente (non stiamo neppure a scomodare il credente o l’uomo di fede vera!) dovrebbe trovarsi nella facile condizione di negare valore alla Diversità, disperdendone i significati alla luce di almeno cento filosofie: di modo che, al limite, si potrebbe anche affermare che se uno si mette a discutere dei Diversi – quando ne riprova pubblicamente la codificazione e per onestà intellettuale e per credo morale – in definitiva qualche dubbio, nascostamente e forse impudicamente, in sè pur lo deve invece nutrire, magari su un qualsivoglia, anche minimo, valore involontariamente conferito alle Diversità.

Per troncare alla radice un pensiero che pare già evolversi nei miasmi della tautologia, bisogna dire che chiunque, per quanto impegnato e perfetto sia [cosa che non credo mi riguardi!] può anche, personalmente e in senso teoretico, negare valore filosofico o, meglio ancora, morale all’idea di Diversità – pure alla faccia di Platone e del platonismo tutto – ma che, purtroppo, egli non sarà mai in grado di rifiutarle consistenza storica, cioè un’efficienza, resistente con straordinaria tenacia sin all’oggi; come a dire che “se posso ben sostenere che non esistono un uomo bianco ed un uomo nero diversi per colore, diritti e quindi stato etico-sociale ma solo due uomini assolutamente uguali per quanto distinti da elementi somatici ininfluenti sul complesso filosofico del diritto, alla stessa maniera non posso negare, che per secoli e intere civiltà, questa e tante altre differenze hanno costituito, e costituiscono, un modo certamente deprecabile quanto drammaticamente reale, di concepire e sclerotizzare, a favore di una specifica etnia dominante, una particolare socialità”.

Ed ecco allora la ragion prima di questo lungo saggio che vuole ricucire la storia delle Diversità, tanto biasimevoli a dirsi quanto sentite in molteplici contesti culturali, e studiare nella loro incredibile varietà parte dei limiti umani che si son superati e parte fra quelli che ancora si debbono sconfiggere, per sconfiggere ogni volta un pò di più (per sempre ed in maniera definitiva – lo si è già detto – sembra quasi un’utopia, al giorno d’oggi almeno!) la “belva che sta nell’antro” e che ha creato nel passato i Cacciatori di streghe come in un relativo presente ha salvaguardato i Cacciatori di Negri mascherati da frati guerrieri nel circolo superstizioso dello squallido Ku-Klux-Klan.

Questo per premessa, ma il discorso è lungo ed anche settoriale, eminentemente per necessità di spazio: ma, poichè l’avversione per chi non è “come noi” e quindi ” come si dovrebbe” (sic) è ancora molto diffusa e si ramifica tuttora, con sorprendente vigore fra giovani anche acculturati , vale la pena di ripercorrere il dibattito sulle Diversità – estremizzato e divenuto quasi angosciante nella frenetica età intermedia e in particolare fra ‘500 e ‘600 invece che, come s’usa credere ed insegnare, nel Medioevo – frequentando con una certa attenzione lo smisurato materiale documentario che su tale questione può offrire una monumentale biblioteca storica come è proprio l’Aprosiana di Ventimiglia.

di Bartolomeo Durante

Cosa disse il tuono – di Thomas Stern Eliot

Dopo la luce rossa delle torce su volti sudati
Dopo il silenzio gelido nei giardini
Dopo l’angoscia in luoghi petrosi
Le grida e i pianti
La prigione e il palazzo e il suono riecheggiato
Del tuono a primavera su monti lontani
Colui che era vivo ora è morto
Noi che eravamo vivi ora stiamo morendo
Con un po’ di pazienza

Qui non c’è acqua ma soltanto roccia
Roccia e non acqua e la strada di sabbia
La strada che serpeggia lassù fra le montagne
Che sono montagne di roccia senz’acqua
Se qui vi fosse acqua ci fermeremmo a bere
Fra la roccia non si può né fermarsi né pensare
Il sudore è asciutto e i piedi nella sabbia
Vi fosse almeno acqua fra la roccia
Bocca morta di montagna dai denti cariati che non può sputare
Non si può stare in piedi qui non ci si può sdraiare né sedere
Non c’è neppure silenzio fra i monti
Ma secco sterile tuono senza pioggia
Non c’è neppure solitudine fra i monti
Ma volti rossi arcigni che ringhiano e sogghignano
Da porte di case di fango screpolato

Se vi fosse acqua
E niente roccia
Se vi fosse roccia
E anche acqua
E acqua
Una sorgente
Una pozza fra la roccia
Se soltanto vi fosse suono d’acqua
Non la cicala
E l’erba secca che canta
Ma suono d’acqua sopra una roccia
Dove il tordo eremita canta in mezzo ai pini
Drip drop drip drop drop drop drop
Ma non c’è acqua

Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?
Se conto, siamo soltanto tu ed io insieme
Ma quando guardo innanzi a me lungo la strada bianca
C’è sempre un altro che ti cammina accanto
Che scivola ravvolto in un ammanto bruno, incappucciato
Io non so se sia un uomo o una donna
– Ma chi è che ti sta sull’altro fianco?

Cos’è quel suono alto nell’aria
Quel mormorio di lamento materno
Chi sono quelle orde incappucciate che sciamano
Su pianure infinite, inciampando nella terra screpolata
Accerchiata soltanto dal piatto orizzonte
Qual è quella città sulle montagne
Che si spacca e si riforma e scoppia nell’aria violetta
Torri che crollano
Gerusalemme Atene Alessandria
Vienna Londra
Irreali

Una donna distese i suoi capelli lunghi e neri
E sviolinò su quelle corde un bisbiglio di musica
E pipistrelli con volti di bambini nella luce violetta
Squittivano, e battevano le ali
E strisciavano a capo all’ingiù lungo un muro annerito
E capovolte nell’aria c’erano torri

Squillanti di campane che rammentano, e segnavano le ore
E voci che cantano dalle cisterne vuote e dai pozzi ormai secchi.

In questa desolata spelonca fra i monti
Nella fievole luce della luna, l’erba fruscia
Sulle tombe sommosse, attorno alla cappella
C’è la cappella vuota, dimora solo del vento.
Non ha finestre, la porta oscilla,
Aride ossa non fanno male ad alcuno.
Soltanto un gallo si ergeva sulla trave del tetto
Chicchirichì chicchirichì
Nel guizzare di un lampo. Quindi un’umida raffica
Apportatrice di pioggia

Quasi secco era il Gange, e le foglie afflosciate
Attendevano pioggia, mentre le nuvole nere
Si raccoglievano molto lontano, sopra l’Himavant.
La giungla era accucciata, rattratta in silenzio.
Allora il tuono parlò
DA
Datta: che abbiamo dato noi?
Amico mio sangue che scuote il mio cuore
L’ardimento terribile di un attimo di resa
Che un’èra di prudenza non potrà mai ritrattare
Secondo questi dettami e per questo soltanto noi siamo esistiti, per questo
Che non si troverà nei nostri necrologi
O sulle scritte in memoria drappeggiate dal ragno benefico
O sotto i suggelli spezzati dal notaio scarno
Nelle nostre stanze vuote
DA
Dayadhvam: ho udito la chiave
Girare nella porta una volta e girare una volta soltanto
Noi pensiamo alla chiave, ognuno nella sua prigione
Pensando alla chiave, ognuno conferma una prigione
Solo al momento in cui la notte cade, rumori eterei
Ravvivano un attimo un Coriolano affranto
DA
Damyata: la barca rispondeva
Lietamente alla mano esperta con la vela e con il remo
Il mare era calmo, anche il tuo cuore avrebbe corrisposto
Lietamente, invitato, battendo obbediente
Alle mani che controllano

Sedetti sulla riva
A pescare, con la pianura arida dietro di me
Riuscirò alla fine a porre ordine nelle mie terre?
Il London Bridge sta cadendo sta cadendo sta cadendo
Poi s’ascose nel foco che gli affina
Quando fiam uti chelidon – O rondine rondine
Le Prince d’Aquitaine à la tour abolie
Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine
Bene allora v’accomodo io. Hieronymo è pazzo di nuovo.
Datta. Dayadhvam. Damyata.
Shantih sbantih sbantib

Thomas Stern Eliot

Poesia d’amore – di Alfonso Gatto

Le grandi notti d’ estate
che nulla muove oltre il chiaro
filtro dei baci, il tuo volto
un sogno nelle mie mani.

Lontana come i tuoi occhi
tu sei venuta dal mare
dal vento che pare l’ anima.

E baci perdutamente
sino a che l’ arida bocca
come la notte è dischiusa
portata via dal suo soffio.

Tu vivi allora, tu vivi
il sogno ch’ esisti è vero.
Da quanto t’ ho cercata.

Ti stringo per dirti che i sogni
son belli come il tuo volto,
lontani come i tuoi occhi.

E il bacio che cerco è l’ anima.

Alfonso Gatto

Un romanzo del Seicento che illumina sulla coeva Genova

La Rosalinda (in Opere del Conte Bernardo Morando, IV, Barochi, Piacenza, 1662) del genovese Bernardo Morando (Sestri Ponente 1589 – Piacenza 1656) è oggi un romanzo senza lettori e i pochi esemplari superstiti sono quasi pezzi da museo.
La sua fortuna nasce e tramonta nel Seicento, epoca in cui vive splendori di effimera celebrità una tradizione romanzesca i cui prodotti, respinti dalla posteriore critica letteraria, sono ormai difficilmente reperibili, costringendo il bibliofilo ad autentiche indagini tra i meandri di biblioteche, scaffali, cataloghi d’antiquariato e no.
L’autore è nel suo secolo una figura letteraria e sociale di un certo rilievo. Di origini mercantili si trasferisce a Piacenza nel 1612 per sbrigare alcuni oneri commerciali della famiglia; il soggiorno diviene col tempo stabile residenza nella città che, con Parma, costituisce il ducato dei Farnese.
I meriti mercantili, politici e soprattutto letterari lo rendono gradito ai duchi Odoardo (1622-1646) e Ranuccio II (1646-1694) che lo gratificano nel ’49 dell’ascrizione alla nobiltà locale, investendolo nel 1652 del feudo di Montechiaro.
La Rosalinda non è l’unico lavoro di Bernardo Morando ma è certamente il più noto e, per alcuni versi, quello che meglio riflette la collocazione ideologica dell’autore.
Di questo romanzo nella presente occasione si va a sottolineare quanto abbia riportato del dibattito politico in corso a Genova in quel periodo.
L’ideologia che guida la Rosalinda risulta organizzata secondo un sistema di valori riconducibile ad una particolare visione filosofico-politica della serie storica cui appartiene il letterato genovese. Dalle sequenze narrative esaminate si possono enuciare alcuni concetti chiave, sublimati a livello di assiomi: nobiltà delle grandi operazioni commerciali, tranquillità, unità e compattezza del territorio repubblicano, potenza e libertà dello Stato, suo splendore architettonico e monumentalità delle opere pubbliche.

La Cattedrale dell'Assunta di Ventimiglia, in provincia di Imperia: sul sagrato ha luogo una scena topica del romanzo "La Rosalinda"

La Cattedrale dell’Assunta di Ventimiglia, in provincia di Imperia: sul sagrato ha luogo una scena topica del romanzo “La Rosalinda”

A ben guardare l’idea politica di una moderna Repubblica di Genova, cui allude il Morando, comporta la ripresa del programma politico di rinnovamento portato avanti in Genova da un gruppo di aristocratici innovatori, i GIOVANI, e così riassunto dal loro capo carismatico Anton Giulio Brignole Sale: “vincere le aperte invasioni di Regii eserciti, troncare i capi congiunti d’interne vipere, provar i cittadini tanto liberali in dar il loro per formar diademi di muraglie invitte alla libertà… difendere possessi antichi, assumere dignita nuove”.
La sfortunata guerra del 1625 contro i franco-piemontesi, il graduale abbandono dal ’27 dell’alleanza spagnuola, la congiura di G.C. Vachero del ’28 pongono la Repubblica nella necessità di trovare una nuova linea politico-economica e di difendere una difficile neutralità.
Contro i Vecchi, la parte aristocratica meno propensa a rinnovare, i Giovani, intraprendono una battaglia propagandistica volta a ridare credibilità alle istituzioni dello Stato, anche attraverso la realizzazione di grandi opere pubbliche. In particolare l’invito a superare i vieti particolarismi equivale al tentativo di organizzare uno Stato compatto e pacifico, diretto da una classe dirigente capace di opporsi, con mezzi e fermezza, alle violenze dei potentati europei [C. COSTANTINI, La Repubblica di Genova nell’età moderna, in Storia d’Italia, Torino 1978, IX, pp. 265-295  (G.B. VENEROSO, Genio Ligure risvegliato, Peri, Genova, 1650)].
Il richiamo antiquario alla ripresa dell’attività mercantile e marinaresca, trascurata in seguito ai vantaggiosi legami con la Spagna, è egualmente un proclama di emancipazione da ogni pericolosa tentazione per ulteriori parassitismi economici; secondo il Brignole Sale, “ora che quei nuovi modi di ricchezza son venuti meno, non rimane che richiamare l’antica professione la seconda volta, mentre son tornati quei bisogni che c’indussero la primiera ad esercitarla”.
Il centro di questo dibattito politico è, in Genova, l’Accademia degli Addormentati che, grazie ai legami con altri nuclei culturali quali l’Accademia veneziana degli Incogniti, veicola nel mondo degli intellettuali italiani le idee dei Giovani. sotto forma di libelli.
II Morando, a stretto contatto con gli Incogniti, non ha evidentemente difficoltà a fruire di tali documenti; date le origini mercantili egli fa proprie con entusiasmo quelle ipotesi di lavoro e le trasferisce nel romanzo.
Anzi, valendosi delle peculiarità delI’istituto letterario di cui dispone e dell’effetto di straniamento proprio della funzione poetica del linguaggio, egli dà alla teoria politica una sistemazione pratica all’interno del romanzo ed offre al lettore lo spettacolo smagliante di una Repubblica nuova in cui è restaurata la concordia socio-economica e la forza politica si esprime esteticamente attraverso la serenità del paesaggio e l’emblematicità di una monumentale architettura pubblica e privata.

da Cultura-Barocca

Il ruscello – di Angiolo Silvio Novaro

C’era una volta un giovane ruscello
color di perla, che alla vecchia valle
tra molli giunchi e pratoline gialle,
correva snello;
e c’era un bimbo che gli tendea le mani
dicendo: «A che tutto cotesto foco?
Posa un po’ qui: si gioca un caro gioco se tu rimani.
Se tu rimani, o movi adagio i passi,
un lago nasce e nell’argento fresco
della bell’acqua io, con le mani, pesco
gemme di sassi.
Fermati dunque, non fuggir così!
L’uccello che cinguetta ora sul ramo
ancor cinguetterà, se noi giochiamo
taciti qui».
Rise il ruscello e tremolò commosso
al cenno delle amiche mani tese;
e con un tono di voce cortese
disse: «Non posso!
Vorrei: non posso! il cuor mi vola: ho fretta.
A mezzo il piano, a leghe di cammino,
la sollecita ruota del mulino
c’è che mi aspetta;
e c’è la vispa e provvida massaia
che risciacquar la nuova tela deve
e sciorinarla sì che al sole neve
candida paia;
e v’è il gregge, che a sera porge il muso
avido a bere di quest’onda chiara,
e gode s’io lo sazio, poi ripara
contento al chiuso.
Lasciami dunque» terminò il ruscello
«correre dove il mio dover mi vuole».
E giù pel piano, luccicando al sole,
disparve snello.

 

Angiolo Silvio Novaro

 

Ragionamento – di Francesco Pastonchi

Mi penso, mi guardo,

considero le mie miserie.

Temo di non esser mai nato,

né io, né gli altri uomini:

fummo fabbricati in serie

da un alchimista bugiardo.

Se io non son messaggero

d’eterno, in questo labil viaggio,

se da te, o Dio, non ebbi quest’anima

da sollevar nel mistero

e mirare la gloria del tuo raggio,

allora io non son che la maschera

di una stolida boria,

e il mondo è un crollato simbolo,

la vita un mentito dono

d’amore, la morte è irrisoria:

allora io non sono

che un fantoccio beffato,

in una solitudine

incomunicabile.

 

Francesco Pastonchi