Archivio mensile:novembre 2011

1870: boschi del Ponente Ligure

Alcuni boschi di Castelvittorio (IM), in Alta Val Nervia

Alcuni boschi di Castelvittorio (IM), in Alta Val Nervia

Tra i documenti dell’ex provincia di Porto Maurizio conservati presso l’Archivio di Stato di Imperia esiste un’utile Relazione dell’Ispettorato alle foreste del 1870 che, per certi aspetti, rappresenta una importante pagina conclusiva sul trionfo ed il declino in Liguria occidentale di quell’importante settore della civiltà rurale e campestre che fu la civiltà dei boschi intesa nel suo millenario aspetto e sotto la propria variegata tipologia: dal mito religioso dei Luci (boschi sacrali), della civilta’ del legname, dell’opera antichissima dei fruitori del patrimonio boschivo [e peculiarmente dei raccoglitori/predatori di animali/prodotti del sottobosco (in dettaglio raccoglitori di funghi e praticanti la cacciagione)], delle comunaglie (con relativi statuti di salvaguardia) [spesso da analizzare in sinergia con le bandite (pascoli comuni) e i molteplici aspetti della zootecnia], dei danni alle comunaglie (specificatamente tutelate da Guardie campestri (Campari) ed appositi Ordinamenti pur se continuamente aggredite dall’umana ingordigia e particolarmente soggette al rischio di incendi e/o incendi dolosi.
Secondo la citata Relazione nella II metà del XIX secolo il patrimonio forestale dell’estremo Ponente ligustico contava 160 Kmq., vale a dire più del 13% della superficie provinciale, di 1209 Kmq.
Risultavano computati per la buona qualità i boschi dei comuni di Pigna, Ventimiglia, Taggia, Triora, Apricale, Sanremo, Rezzo, Dolcedo e parte di quelli di Isolabona, Perinaldo, Baiardo.
Erano giudicati media condizione i boschi di Colla (oggi Coldirodi), Seborga, Bordighera, Castelvittorio, Dolceacqua, Montalto, Badalucco e Ceriana.
Risultavano in cattiva condizione i boschi di Piena, Rocchetta Nervina, Cosio d’Arroscia, Mendatica, Montegrosso Pian Latte.
L’estensore della Relazione suffragava quest’ultimo suo giudizio affermando che in siffatte contrade era “più sfrenato…l’esercizio del pascolo e frequenti più che altrove i tagli clandestini”.
L’ispettore, in sintonia con certe preoccupazioni epocali, segnalava alla pubblica attenzione un aumento di quei reati forestali e campestri (in particolare del FURTO CAMPESTRE) che costituirono da tempo immemorabile la piaga storica della civiltà rustica e silvestre ed la cui tutela spetta alla figura istituzionale del CAMPARO (GUARDIA CAMPESTRE)
Questi, a suo parere, avrebbero tratto pernicioso incremento dal rincaro della tassa comunale sulle campagne che spingeva i trasgressori a rifarsi sui boschi comuni.
Ulteriore motivo del degrado del patrimonio boschivo sarebbe dipeso dal raccolto delle foglie giacenti nel sottobosco al fine di utilizzarle quali concime per gli oliveti.
Data l’assenza dell’ingrasso naturale , per effetto della decomposizione del fogliame, i boschi dove più era eserciata tale pratica regredivano.
Tale fenomeno caratterizzava soprattutto l’areale di Sanremo.
Considerevoli porzioni dei boschi comunali risultavano altresì abusivamente occupati da privati cittadini senza alcun provvedimento delle indifferenti amministrazioni pubbliche.
Esistevano, anche se costituivano eccezioni, i lodevoli casi di più attente amministrazioni, come Pigna, Ceriana, Apricale, che peraltro avevano avuto cura di impedire il pascolo delle capre nei boschi comuni.
Tali animali procuravano infatti considerevoli dani ai germogli ed alle piante novelle: non fu peraltro casuale che le vecchie normative campestri regolassero con peculiare attenzione il pascolo di questi animali brucatori. L’ispettorato si poneva quindi il quesito se fosse prferibile che le guardie forestali (nella provincia risultavano 21) fossero concentrate in caserme o lasciate isolate.
Nella prima evenienza si correva il rischio che queste spesso si trovavassero lontano dai luoghi in cui volta per volta era necessario il loro intervento tenendo altresì conto che visto il loro scarso numero, l’accentramento potesse danneggiare il servizio.
Nella seconda ipotesi sarebbero state da preventivare la possibile ignavia nell’esercizio della disciplina ed in particolar modo l’ “accessibilità ai favori ed alla corruzione”: del resto a condivisinìbile parere dell’estensore della Relazione i verbali “di un singolo perdevano quella fede che acquistano quando sono parecchi i denuncianti”.
Nella Relazione si suggeriva quindi l’uso di un controllo del patrimonio forestale ispirato ad sistema misto, facente leva su tre caserme fisse dislocate a Pigna, San Romolo e Pieve di Teco.
Nel corso del 1870 erano state dibattute 252 cause per reati forestali e campestri.
Ben 55 fra queste si erano chiuse con la condanna, 64 per transazione, 27 per assoluzione; le cause pendenti risultavano essere ancora 106.
Da secoli i Campari e le Guardie forestali avevano dovuto combattere contro ogni sorta di abusi e violenza: le VARIE NORME PER LA SALVAGUARDIA DELLE PROPRIETA’ RUSTICHE DELLA MAGNIFICA COMUNITA’ DEGLI OTTO LUOGHI in qualche modo possono esemplificare l’arduo lavoro che questi dipendenti delle pubbliche amministrazioni erano tenuti a sostenere: in un primo momento la normativa dei furti campestri era inserita nel contesto del generale ORDINAMENTO CRIMINALE: per esempio essi dovevano volgere la loro attività in un campo estremamente vasto come si evince dalla lettura del COMMENTO DEGLI ORDINAMENTI, col passare del tempo maturarono ulteriori precisazioni e si stesero normative sempre più specifiche. Ad esempio le gardie forestali dovettero specializzarsi nella tutela dei boschi in conformita’ alle norme votate mentre i Campari dovettero impegnarsi nel servizio per la tutela delle proprietà fondiarie poste a coltura. Ma spesso nulla potevano contro interessi privati che andavano coinvolgendo la pubblica amministrazione: specie dopo che ci si rese conto del profitto economico che si poteva ottenere appaltando ad estrattori industriali di legname i boschi comuni in cambio di consistenti contropartite.
Le amministrazioni avevano peraltro concesso autorizzazione a 18 tagli di piante per la vendita ammontanti ad un valore stimato in L. 123.932 (somma invero considerevole).
Tali concessioni concernevano prioritariamente il tagiio di abeti, faggi, pini siivestri e marittimi.
Questi processi di disboscamento, al fine della fruizione del legname, riguardavano soprattutto Isolabona con l’abbattimento di 7.000 piante, Perinaldo (2.000), Apricale (1.200), Taggia (1.000 a): alla data della pubblicazione della Relazione risultava peraltro in atto un grosso processo di disboscamento nell’areale di Rezzo ad opera di un’impresa francese che a titolo di corrispettivo andava realizzando la strada “carrettabile” alla volta di Pieve di Teco.
Stando alla Relazione si era altresì provveduto al rilasco di 45 concessioni di disboscamento onde incentivare aree coltivabili per più di 11 ettari, 15 concessioni allo scopo di impiantare carbonaie, 8 per forni da calce, 2 per fluitazione (cioè affidare i tronchi tagliati alla corrente di corsi d’acqua per il trasporto a valle), 1 per formazione di debbi (vale a dire bruciare stoppie e sterpi per ottenere che la cenere potesse venire utilizzata quale).
La tecnica della fluitazione nel Ponente fu praticata fino ai primi del XIX secolo nel Negrone-Tanaro, nell’Argentina e nel Verbone.
Essa fu abbandonata in dipendenza dei gravi nocumenti ambientali procurati dai tronchi nell’evenienza delle piene fluviali e torrentizie: siffatto sistema di trasporto del legname risulta senza dubbio praticabile soltanto nelle aree senza insediamenti demici prossimi alle rive.

di Bartolomeo Durante in Cultura-Barocca

Rivoluzionari francesi sulle Alpi Marittime

La spedizione dell’armata rivoluzionaria francese in Liguria fu per certi versi il perfezionamento delle tattiche militari poste in essere dai generali della GUERRA DI SUCCESSIONE AL TRONO IMPERIALE con il conseguente sviluppo di nuove forme di combattimento e soprattutto di NUOVI ESERCITI.
La causa fondamentale delle operazioni degli eserciti rivoluzionari fu legata alla necessità di consolidare sul fronte occidentale i confini del nuovo Stato.
Per quanto concerne il sud-est dapprima si mosse la diplomazia francese. La diplomazia non ottenne però risultati concreti e, quando il sovrano sabaudo Vittorio Amedeo espulse l’ambasciatore francese, reo di propaganda rivoluzionaria ed antinobiliare, si aprì alla Francia la possibilità di usare questo fatto come un casus belli e di intervenire in forze sul fronte sud-occidentale.Il primo bersaglio, rapidamente conquistato, fu la Savoia.
L’armata piemontese ripiegò allora verso meridione attestandosi alla difesa dell’ASSE VIARIA DEL TENDA.
Senza ostacoli concreti le forze rivoluzionarie occuparono quindi la stazione portuale di NIZZA ed invasero tutto il territorio, sin alla ROCCA MILITARE DI SAORGIO e alla VALLE DEL ROIA, premendo conseguentemente sulla PORZIONE DI QUESTA VALLE spettante al neutrale DOMINIO DI GENOVA.
Mentre la diplomazia cercava, invano, di comporre le vertenze i francesi completarono varie operazioni militari.
I preparativi di un massiccio attacco ai Piemontesi si concretizzarono nelle successive conquiste di MONACO, MENTONE e Roccabruna.
Ai primi del 1793 (11 febbraio) i francesi attaccarono i piemontesi, rinforzati dagli alleati imperiali le cui truppe erano state dislocate sulla linea difensiva che correva dal colle di Raus, all’Auton, al Bruis sino a SOSPEL.
Le operazioni dei Francesi non ottennero però i risultati sperati.
Il loro attacco fu infatti respinto e le loro stazioni militari nel nizzardo cominciarono ad essere disturbate, con una sorta di guerriglia praticata dai Barbetti i temuti valligiani valdesi.

Con l’avvento della bella stagione, in giugno, l’armata francese riprese le operazioni sistemandosi su un fronte d’attacco che comportava la simultanea avanzata di tre grandi colonne: il comando dell’Armata d’Italia era adesso nelle mani del generale Brunet.
Ma gli Austro-Sardi respinsero questa nuova ondata dopo un combattimento ininterrotto protrattosi per tre giorni.
La sconfitta – nei tempi sempre tempestosi delle Rivoluzione – costò a Brunet la messa sotto stato d’accusa: pagò il fallimento all’opinione pubblica con l’esecuzione capitale alla GHIGLIOTTINA.
I Francesi temendo una controffensiva degli alleati si rafforzarono nel nizzardo assumendo una posizione di difesa.
Tentando di spostare il conflitto su altri fronti i Francesi intervennero sul mare e una loro SQUADRA NAVALE DA LINEA puntò direttamente su ONEGLIA E SUO TERRITORIO col pubblicizzato programma di indurre la popolazione ad insorgere contro il regime monarchico dei Savoia.
I Francesi tramite una lancia inviarono a terra per parlamentare, preceduti dal segno convenzionale della bandiera bianca, circa venti uomini privi di armi.
Da parte degli Onegliesi non si “ascoltò” quel segnale di non belligeranza: il fuoco serrato, secondo le nuove tecniche dei FUCILIERI falciò quasi tutti gli “ambasciatori”.
Per reazione le navi aprirono il fuoco e molte BOMBE ESPLOSIVE o solo DIROMPENTI furono sparate contro la CITTA’ dai cannoni dei vascelli da guerra.

La devastazione fu tale che se ne ebbe eco in tutta Italia: il celebre poeta Vincenzo Monti compianse la città …che ancor combatte e fuma.
Dopo il ritorno degli abitanti ed il parziale riparo dei gravi danni subiti la città fu protetta dalla flotta inglese vera dominatrice del mare.
Presero in quel tempo ad agire, col nome di TIGRI DI ONEGLIA, alcuni EQUIPAGGI CORSARI della sabauda Oneglia che, per ostacolare l’armata di Francia per la conquista dell’Italia colpirono sia le navi francesi commerciali che le imbarcazioni genovesi destinate al traffico mercantile con lo Stato transalpino.
La pubblica ammissione di voler annientare i Corsari di Oneglia, che costituivano un temuto ostacolo per i traffici francesi, fu la ragione nuova di un intervento francese contro il COLLE DI TENDA e ONEGLIA.
GENOVA di fatto era neutrale ed allora i Francesi per attraversare legittimamente i territori del DOMINIO GENOVESE, diedero alle pubbliche stampe un manifesto con cui affermavano di trovarsi nell’obbligo strategico di “…far passare le truppe su parte del territorio di Genova…” precisando però che tutto sarebbe avvenuto “secondo le leggi della più rigorosa neutralità ed altresì sottolineando che i Genovesi avrebbero trovato in ogni Francese “…un amico ardente e sincero…”.

Un abile ufficiale originario di Nizza, il GENERALE MASSENA fu posto a capo dei 20.000 uomini che componevano l’ARMATA D’ITALIA: al GENERALE NAPOLEONE BONAPARTE fu invece affidata la limitata ARTIGLIERIA.

Come accadeva quando si muoveva un esercito rivoluzionario francese esso era accompagnato, per evidenti ragioni propagandistiche ma anche di controllo, da COMMISSARI POLITICI: in occasione di questa impresa si accompagnarono alle forze armate, tra i RAPPRESENTATI DEL POPOLO il giovane Agostino, fratello di Massimiliano Robespierre mentre l’alta carica di COMMISSARIO era ricoperta da Filippo Buonarroti.

Le operazioni militari si sarebbero dispiegate su un fronte di quaranta Km.
Quattro divisioni avrebbero dovuto partecipare all’impresa. La prima, la “Saorgio”, sotto il generale Macquard partendo da cima Abeglio avrebbe raggiunto il Monte Giove e si sarebbe schierata in posizione d’attacco contro la fortezza sabauda di SAORGIO.
La divisione “DEL TANARO” agli ordini del generale MASSENA avrebbe fatto marcia su CIMA GRAI nell’ALTA VALLE DEL NERVIA partendo dal PASSO MURATONE laddove iniziava l’ALTA VALLE DEL NERVIA.
La divisione ONEGLIA comandata dal generale Mouret, quasi replicando l’infelica marcia di 50 anni prima del generale Las Minas, avrebbe puntato nel cuore dei possedimenti sabaudi in Liguria, cioè il PRINCIPATO DI ONEGLIA.
Esisteva quindi una IV divisione di riserva, sotto il generale François, il cui scopo era di prendere possesso delle alture sopra Dolceacqua: evidentemente per evitare una manovra austro-sarda in direzione del complesso fortificato da loro utilizzato durante la Guerra di Successione vale a dire il Sistema fortificato Guibert-Leutrum.
All’opposto gli Austro-Sardi controllavano una linea difensiva che aveva i suoi cardini in Saorgio – Cima d’Anan – Cima Marta – Cima Grai – Colle Sanson – Collardente – Monte Saccarello – Frontè – Tanarello, tenendo altresì molte trincee e ridotte a S.Dalmazzo di Tenda e a Briga.
Essi avevano quindi altri punti di difesa a Carpasio, a Rezzo, sul Monte Grande e sul Pellegrino: complessivamente dovevano proteggere 20 Km. di fronte ma disponevano soltanto di 6000 soldati mentre alla difesa di Oneglia e di Saorgio erano state distaccate varie batterie di cannoni con non più di 1000 soldati per città.

L’inizio delle operazioni data al 6 aprile 1794.
Le operazioni procedono non senza difficoltà: per esempio una colonna francese trova una buona opposizione dei Piemopntesi al PASSO MURATONE e conquista il MONTE GIOVE due giorni dopo quanto previsto.
La “Tanaro” di Massena deve procedere a fatica nella neve e finalmente da MARGHERIA DEI BOSCHI un suo distaccamento riesce a conquistare il GRAI.
Non v’è tempo per celebrare la vittoria: il cattivo tempo obbliga i francesi a ripiegare verso Gouta raggiunta il 10 dopo varie imboscate nemiche.
MASSENA riesce però a sconfiggere i Piemontesi e ad occupare saldamente il Passo di Teglia.
Su Oneglia, praticamente indifesa, da Porto Maurizio si avventa la Divisione Oneglia il giorno 9 aprile: le poche resistenze nemiche – salde solo a S. Agata – vengono sgominate sì che il 16 deve essere chiesta la resa.
Gli 8000 soldati francesi si danno al saccheggio, catturano 12 cannoni e molte munizioni, neppure risparmiano la case private e pubbliche della Repubblica di Genova che pure ha dichiarato la sua neutralità: un distaccamento della divisione procede anzi alla volta di Loano dove viene attaccato il porto, scalo fondamentale per le navi da corsa allestite da Oneglia.

Nonostante i successi ottenuti, i Francesi devono predisporre una nuova campagna di invasione, non essendo stati in grado, a causa della stagione nevosa, di occupare tutti gli obiettivi di guerra.
Interviene quindi la DIVISIONE DI RISERVA con lo scopo di occupare TRIORA e l’ALTA VALLE ARGENTINA cercando contemporeanemente di conquistare i passi di Collardente, della Mezzaluna e la dorsale della VALLE ARROSCIA.
Dopo la conquista francese di CIMA GRAI dell’11 aprile 1794, gli Austriaci ripiegano, avendo come scopo di rinforzare le difese su NAVA stendendo uno schermo protettivo sin a S. Bernardo di Garessio.
La DIVISIONE ONEGLIA conquista però il COLLE DI NAVA il 16 aprile 1794, quindi si spinge fin ad Ormea e successivamente occupa Garessio.
Le operazioni tendono a diventare incalzanti: si va delineando un vasto PIANO DI OPERAZIONI.
Viene occupata PIEVE DI TECO; quindi il 25 aprile il MASSENA raduna le sue forze in MOLINI DI TRIORA al terminale strategico della VALLE ARGENTINA.
Mentre altre truppe curano dei diversivi, una colonna della DIVISIONE SAORGIO cerca di raggiungere CIMA MARTA punto vitale dei percorsi di ALTA VAL NERVIA.
Successivamente le forze guidate dal Lebrun tentano uno sfondamento partendo dall’area di PASSO MURATONE.
Senza trovare grossa resistenza i soldati francesi procedono verso il TORAGGIO, l’ALTA VALLE NERVIA e la Gola dell’Incisa in direzione di CIMA GRAI.
Finalmente la colonna agli ordini dello Hammel raggiunge la vetta del Grai attaccandone la ridotta, che i Piemontesi difendono blandamente, preferendo subito una ritirata tattica: l’ufficiale francese li insegue però e li sconfigge a Testa di Nava (sul campo restano 400 Francesi e 150 Austro Sardi, ma di questi 250 vengono fatti prigionieri).
Le vicende diventano però incerte vista l’improvvisa forte resistenza austro-piemontese.
La colonna Bruslè assieme al MASSENA partendo da Testa di Nava conquista Colle Sanson e si avvicina a Collardente.
La DIVISIONE del Francois viene sconfitta e bloccata sul fronte destro viste le vittoriose resistenze nemiche del monte Saccarello e del Frontè.
Il Massena, senza i dovuti rinforzi, tenta comunque di prendere il forte di Collardente, ma i suoi due assalti falliscono con perdite di una certa rilevanza.
La DIVISIONE SAORGIO procede invece le sue operazioni verso CIMA MARTA, che costituisce una postazione davvero importante nell’ALTA VALLE NERVIA, ma che è, proprio per questo, ben difesa dagli Austro-Sardi che vi hanno eretto forti DIFESE di cui tuttora avanzano rilevanti tracce.
Mentre intanto il generale Macquard si impegna ad attaccare i Sabaudi sul fronte destro, le forze del generale Banquier assalgono il forte della Beola (Milleforche) che viene abbandonato dai Piemontesi di cui 250 cadono prigionieri del nemico.
Nella difesa austro-sarda si è comunque aperta una falla e per questo varco si fanno affluire dai Francesi le truppe di riserva che si avvicinano a SAORGIO che peraltro il generale Marquard sta già tentando di accerchiare.
Mentre i Piemontesi si ritirano sulle posizioni del COLLE DI TENDA, i Francesi prendono possesso delle postazioni abbandonate dal nemico. SAORGIO il 28 aprile è soggetta ad un massiccio attacco ma, grazie anche alle buone fortificazioni, non cede fin a quando, sorprendentemente, nella notte il suo difensore, generale Saint-Amour, si arrende ai Francesi senza lottare. Sarà per i Piemontesi magra consolazione l’accusa di tradimento mossa al generale Saint-Amour: il 2 maggio 1794 Saorgio è ormai in mano francese e seguirà lo stesso destino Tenda il giorno 7 dello stesso mese.
Massena ottiene altre vittorie, investendo la sempre minore resistenza dei nemici: le sue operazioni si estendono ormai a Limone Piemonte e a Borgo S. Dalmazzo.
A Limone Piemonte però egli si arresta per i gravi eventi che sconvolgono la Francia, dove cade il Regime del Terrore e dove Robespierre viene ghigliottinato con il fratello già al seguito dell’Armata d’Italia: anche Napoleone conosce un periodo di carcere (14 giorni) ad Antibes fin a quando non si dimostra che non aveva particolari connivenze coi capi della rivoluzione.
La vittoria francese nel Ponente ligure è comunque un dato acquisito, evidente per la consistenza dei territori occupati e delle importanti stazioni militari.

 

da Cultura-Barocca

Garibaldi tra Volturno ed Aspromonte

Verso il novembre del 1860, carico di gloria, Garibaldi ha preso stanza a Caprera: la sua esistenza da novello “Cincinnato” non è tuttavia quieta. Un fremito attraversa l’Italia e sono tante le lettere che lo raggiungono, sia da parte di singoli cittadini, che di organizzazioni operaie che di intiere città.
A celebrarlo concorrono molteplici letterati di varia estrazione ed anche di tempi diversi: ad esempio, DOMENICO GUAITIOLI (poeta della Compagnia filodrammatica veneta), celebrando con un proprio CANTO l’onomastico di Garibaldi, trasse occasione per caldeggiare un suo intervento anche a favore del Triveneto: in forme diverse, da quelle più pensose sino ad una autentica venerazione, si manifestò quel moto popolare cui fu dato il nome di GARIBALDINISMO, moto sincero che, nella sua onesta spontaneità, riponeva nell'”eroe” la capacità di risolvere qualsiasi problematica.
Il generale, forse suggestionato più che lusingato da tanta umana fiducia, finisce per alimentare nel suo animo un grande progetto, che tuttavia non può non riuscire sospetto al governo torinese della Destra Storica di Cavour (che mira soprattutto a consolidare e piemontizzare il nuovo e complesso stato italiano): proprio mentre Cavour e consensualmente Vittorio Emanuele II si propongono di dimensionare ed inquadrare (anche attraverso un sottile lavoro politico di epurazione dei quadri ufficiali più apertamente legati a Garibaldi o comunque volti a ideali democratici) l’ESERCITO MERIDIONALE che ha debellato al Volturno le armate borboniche di Francesco II, Garibaldi nutre il contrastante ideale di mobilitare le imponenti forze che già furono al suo seguito nell’impresa dei “Mille” sotto l’insegna dei Comitati di Provvedimento per Roma e Venezia.
La delusione di Garibaldi, difronte alla realizzazione del piano governativo, diventa alla fine estrema.
L'”Esercito Meridionale” (data la sua eterogeneità e la pericolosa valenza rivoluzionaria) come detto ha finito per diventare invece un problema secondo gli intendimenti di Cavour e per questo -sorprendendo un impreparato Garibaldi- lo Stato porta celermente avanti la liquidazione della Nazione Armata e l’assimilazione delle forze giudicate fedeli e sicure -dopo la citata aspra selezione soprattutto dei quadri ufficiali- che finisce per essere assorbita entro l’Esercito REGOLARE
E’ quindi inevitabile che il ritorno di Garibaldi a Torino verso i primi di aprile del 1861 (in qualità di deputato per il Collegio di San Ferdinando di Napoli) coincida con un suo aperto scontro nei confronti del Primo Ministro proprio sul tema del Corpo dei Volontari Italiani e conseguentemente sul problema del riarmo e della guerra liberatrice del Veneto e di Roma.
La seduta parlamentare del 18 aprile, prima, l’incontro con Cavour presso Vittorio Emanuele II, dopo, ed infine la lettera di Garibaldi a Cavour del 18 maggio successivo scandiscono le tappe ravvicinate di uno scontro che non ha possibilità di giungere ad un credibile compromesso: Cavour muore improvvisamente il 6 giugno 1861.
Tornato a Caprera Garibaldi vive momenti personali di estrema delusione nonostante il continuare delle epistole di apprezzamento da ogni parte del mondo.
Mentre il nuovo ministro Bettino Ricasoli aspira a cercare una qualsiasi soluzione diplomatica e pacifica della QUESTIONE ROMANA, Garibaldi punta la sua attenzione di accanito interventista verso Venezia, il Friuli e , genericamente, l’est d’Europa.
Il suo esercito ha patito le liquidazioni e le assimilazioni di cui si è detto ma il generale non disdegna di procedere ad un reclutamento analogo a quello che fu possibile per l’impresa dei “Mille”: anche per questa ragione guarda con estrema simpatia all’istituzione di una Società Nazionale per il Tiro a Segno, ritenendola una palestra ottimale per la formazione bellica di una gioventù mediamente non avvezza all’uso delle armi (e per questa ragione accetta la vicepresidenza di siffatta Società).
Dalle basi della Società e del suo processo di diffusione panitaliano, nella primavera del 1862 Garibaldi fa prendere il via ad una chiarissima campagna propagandistica per un nuovo reclutamento.
L’idea di un intervento nel TIROLO non coglie impreparato nessuno, anche perchè tutte le attività avvengono alla luce del sole, visto anche -giova dirlo- una presa di posizione governativa decisamente contraddittoria sin dall’inizio della propaganda di tale progetto.
La diplomazia entra però velocemente in azione, viste soprattutto le posizioni contrarie della Francia e della Confederazione germanica (della Prussia in particolare): dalla blandizie e da un sostanziale disinteressamento, a fronte delle pressioni diplomatiche, il Governo della Destra (come detto preoccuopato eminentemente di conferire stabilità al nuovo Stato) procede velocemente ad arresti ed alla soppressione di ogni preparativo bellico contro il Tirolo sino al momento finale dei sanguinosi scontri di piazza a Brescia: e proprio in merito a ciò si PRONUNCIA E PUBBLICA l’onorevole Boggio.
Garibaldi sta comunque divenendo un “problema” per la politica della Destra Storica.
Fallite le operazioni contro il Tirolo, Garibaldi sposta la sua attenzione verso il meridione, dove l’annessione ha finito per assumere i tratti dell’occupazione e dove sa di poter contare sull’appoggio di tanti suoi antichi sostenitori.
Egli non ha in vero nessun programma sovversivo: vuole piuttosto riprende in pieno la QUESTIONE ROMANA.
Le proteste della Francia non frenano la volontà garibaldina di interventismo e nel contempo il ministro Rattazzi, anche per evitare uno scontro diretto ed impopolare con l'”eroe dei due mondi”, preferisce -sbagliando- attendere, come sembrano far presagire i tempi e le notizie diplomatiche, un’insurrezione popolare a Roma, che tuttavia ritarda.
Tale ritardo induce Garibaldi a lasciare la Sicilia ma non per ritirarsi a Caprera (come vanamente suggeritogli da emissari governativi) ma per raggiungere il continente e, risalendo il Meridione, assalire lo Stato Pontificio.
Temendo le ritorsioni francesi (ma anche per salvaguardare la propria autonomia) il Governo giunge allo scontro armato.
Il colonnello Emilio Pallavicini, cui è affidata l’impresa, manda ad ASPROMONTE in realtà un solo battaglione: ma tale forza è sufficiente, il 29 agosto 1862, per aver ragione della debole formazione capeggiata da Garibaldi, che peraltro resta ferito.
Il generale è quindi arrestato e imprigionato nella fortezza del Varignano dove rimane sino al 5 ottobre 1862, allorché può tornare libero in forza di un’amnistia e quindi sottoporsi ad un’operazione per risolvere i problemi datigli dalla mai risolta ferita patita nello scontro di Aspromonte.

da Cultura-Barocca

Il cespuglio di fiori – di Robert Frost

Una volta andai a rivoltare l’erba dopo uno
che la falcio’ nella rugiada, prima del sole.

Scomparsa era la rugiada che aveva affilato la sua
lama prima ch’io giungessi a vedere quella scena spianata.

Con l’occhio lo cercai dietro un’isola d’alberi;
tesi l’orecchio alla sua cote nella brezza.

Ma era andato per la sua strada, l’erba era tutta falciata,
e io dovevo essere solo, come lui era stato.

“Così si deve essere – mi dissi dentro nel cuore –
sia che si lavori insieme, o separati”.

Mentre parlavo, rapida, accanto mi passò
sull’ala silenziosa una ondeggiante farfalla,

che cercava, con i ricordi confusi dalla notte,
qualche fiore rimasto della delizia di ieri.

La vidi volare, improvvisa, intorno intorno
come se qualche fiore giacesse appassito al suolo.

Poi volò via, fin dove l’occhio poteva seguirla
e infine sulle ali vibranti tornò a me.

Pensai a domande che non hanno risposta
e avrei voluto rivoltare l’erba perché asciugasse,

ma essa si girò prima, e il mio occhio guidò
a un grosso cespuglio di fiori accanto a un ruscello,

una lingua di fiori risparmiata dalla falce
accanto a un rivo irto di canne che la falce aveva spogliato.

Il mietitore nella rugiada li aveva amati
tanto da lasciarli fiorire, non per noi,

e neppure per attrarre a sé uno dei nostri pensieri,
ma per la pura gioia di un giorno che iniziava.

La farfalla e io avevamo messo in luce
così, un messaggio che veniva dall’alba,

e mi faceva ascoltare gli uccelli destarsi d’intorno
e quella lunga falce frusciante al suolo,

e accanto sentirmi uno spirito affine al mio.
Cosi, da allora, non lavorai più solo.

Ero felice con lui, lavorai come se mi aiutasse,
e quando fui stanco cercai con lui l’ombra a mezzogiorno.

E, quasi sognando, tenni un fraterno discorso
con uno il cui pensiero mai avrei sperato raggiungere.

“Gli uomini lavorano uniti” gli dissi dal cuore
“sia che si lavori insieme, o separati”.

Robert Frost

Demografia nel Dominio di Genova

Franco Monteverde nel suo illuminante saggio, fondamentale per ogni studio rigoroso, Le dinamiche demografiche (pp.513-544) del volume miscellaneo dedicato dalla Einaudi di Torino alla LIGURIA giustamente precisa che i riferimenti sulla demografia ligure sono limitati e che qualche dato globale si ottiene solo dal XVI secolo in relazione sia alla caratata del 1531 che alla Descrizione del Giustiniani.
Dopo di ciò l’autore menziona la Relazione Senarega (verso la fine del ‘500) ed ancora i censimenti del 1607 e del 1777.
A riguardo delle sparse documentazioni cui allude il Monteverde, a proposito dell’estremo Ponente ligustico, si può citare un censimento provenzale o meglio un FOCATICO del XIV secolo [in qualche modo ancora più interessante se confrontato, per quanto concerne sempre l’ESTREMO PONENTE (in pratica il vasto CAPITANATO DI VENTIMIGLIA), con i dati di un PUBBLICO PARLAMENTO DEGLI UOMINI DI VENTIMIGLIA E VILLE].
Si tratta di uno fra i primi documenti in cui, scientificamente, la popolazione analizzata risulta distinta per FUOCHI.
Col termine FUOCO si indica il corrispondente numerico e statistico di FAMIGLIA (NUCLEO DI FAMIGLIA) vale a dire l'”unità di misura” di ogni computo demografico e lo stesso autore tiene a precisare che mediamente in LIGURIA si tratta di FUOCHI di modeste dimensioni e, ad integrazione del suo assunto, elenca tra le ragioni che contribuiscono a limitare la consistenza dei fuochi “…aborti, alta mortalità infantile, emigrazione, formazione di nuovi nuclei familiari, abbandono dei piccoli, molto frequenti come pratica sostitutiva dell’infanticidio” [comunque praticato seppur relegato nella sfera della magia nera] “scoraggiano la formazione di fuochi estesi”].

Monteverde (p. 519 sgg.) rammenta che all’ispirazione sostanzialmente NATALISTA dell’aristocrazia genovese nel medioevo succede dal XVI secolo una globale postulazione MALTHUSIANA quindi incentrata sul teorema del CONTROLLO DELLE NASCITE.

In epoca medievale DONNE NOBILI risultavano meglio nutrite, contraevano matrimonio abbastanza presto, raggiungevano prima la pubertà e, entrando dopo in menopausa, in forza di una superiore appetibilità sessuale, risultavano più fertili e prolifiche delle popolane.
Secondo l’autore, alla radice di una superiore salvaguardia della loro femminilità, le donne liguri e soprattutto genovesi di ambito aristocratico sin dall’epoca medievale potevano vantare l’affidamento (comunque non esente da storiche opposizioni e sospetti) della prole all’opera di balie e nutrici sì da godere di una invidiata libertà sessuale.

Il Monteverde (p. 520), trattando della SESSUALITA’ DELLA DONNA LIGURE DELL’ETA’ INTERMEDIA indugia quindi sull’argomento mai semplice della CONTRACCEZIONE nel Medioevo e nell’età intermedia: pratica di cui non nega l’esistenza pur ritenendola principalmente esercitata nell’ambito del mondo, assolutamente irregolare, di cortigiane e prostitute.
L’autore giustamente sostiene che all’epoca la base principale della CONTRACCEZIONE si doveva identificare nell’esercizio di presunte PRATICHE DI MAGIA.
La sostanziale ma non ufficiale condanna della Chiesa cattolica romana avverso l’usanza, già in antico non ignota, di CONTRACCETTIVI MECCANICI (PROFILATTICI – PRESERVATIVI) non ne vanificò però del tutto la fruizione, per quanto empirica, e a dire il vero proprio un medico italiano ne ripropose l’USO quale fondamentale barriera contro l’insorgenza di malattie epidemiche e veneree.
Il Monteverde (p.520) nel vagliare l’essenza in qualche modo sociologica e filosofica del CONTROLLO DELLE NASCITE sembra urtare con un puritanesimo di fondo e quasi per non inficiare la nitidezza delle sue postulazioni si destreggia, peraltro abilmente, in riflessioni però inutilmente “auliche”: giudica, con giustezza, difficilmente utili le PROCEDURE CONTRACCETTIVE affidate a qualche TECNICA ERBORISTICA od all'”abilità” di qualche MAMMANA ma si guarda dal fissare gli estremi del problema.

Ha ragione il Monteverde (p.522, nota 41) laddove afferma che proprio un detto ligure ben sintetizza la propensione malthusiana della gente ligure: “Chi n’ha un n’ha nisciun, chi n’ha dui n’ha un, chi n’ha trei g’ha un diau pè in davvei” (cioè: “Chi ha un figlio non ne ha nessuno, chi ne ha due ne ha uno, chi ne ha tre ha un diavolo per davvero”).
Il proverbio tramanda nel vissuto una visione esistenziale ispirata al controllo delle nascite che si scontra con quella NATALISTA propra di ambito toscano e veneto, peraltro ribadita dall’elaborazione del citato proverbio: “Chi n’ha due n’ha uno e chi n’ha uno n’ha punti” – “Chi n’ha do ghe n’ha un, chi ghe n’ha un, n’ha nissun”).

A. Greppi al proposito scrive:”Al contrario di quanto appare nello studio della popolazione di Ginevra, dove il fenomeno della limitazione delle nascite comincia a verificarsi a partire nelle generazioni successive al 1650, nelle famiglie di Genova questo fenomeno appare già nelle generazioni anteriori al 1600, ed è del tutto simile a quanto avviene nelle popolazioni recenti” (Indagine demografica nell’aristocrazia genovese nei secoli XVII e XVIII, tesi di laurea, Genova, a. a. 1990, p. 131).
J. Favier, l’oro e le spezie, Milano, 1990, p. annota quindi: “La borghesia di affari che ricorre meno frequentemente dell’aristocrazia feudale a quelle due risorse del cadetto che sono la Chiesa e il servizio come soldato stipendiato, pratica comunque il malthusianesimo di chi non intende dividere né il patrimonio né i vantaggi professionali”.
Genova costituisce certo l’iperfenomeno ligure ed al proposito scrive il Monteverde (p.522):”…mentre in popolazioni a scarsa densità il sistema parentale guida la scelta del coniuge e il numero dei figli, in quelle ad alta densità prevale l’autonomia delle coppie. Sicché nei sestieri di una città che soffre una densità abitativa senza eguali nell’area mediterraneo esistono le condizioni che sollecitano le coppie dei ceti popolari de maìnna, ossia della costa a non aggravare ulteriormente una situazione già così drammatica”.
Per quanto concerne il PONENTE LIGURE,  il Capitanato di Ventimiglia testimonia quel consolidamento di un’interpretazione malthusiana della vita propria della Liguria marittima: anche nel contesto di questo capitanato di costa finisce per assistersi al sempre minor numero di seconde nozze soprattutto di vedove aristocratiche (avvenivano invece più frequentemente le seconde nozze di vedovi seppur obbligati a pagare la folklorica tassa del chiarivari), l’incitamento dei figli, sia maschi che femmine, a prendere il celibato religioso (monacazione forzata o non), ed ancora la tarda emancipazione dei figli maschi specie di contesto nobiliare e tenendo conto comunque sia del trattamento dei figli cadetti ritardato conseguimento, in confronto alla situazione odierna, della maggiore età.

Nella sua trattazione ancora il Monteverde (p. 524) analizza quindi la graduale affermazione nel DOMINIO GENOVESE la linea comportamentistica della doppia morale.
In particolare nell’ambito dell’alta aristocrazia viene sanzionata dall’usanza sociale (ma risulta altresì sancita negli stessi contratti notarili) la figura del cicisbeo che comporta, con tutti i mascheramenti del caso, un consequenziale, superiore dispiegamento di libertà sessuale e comportamentale, di cui in qualche modo si hanno relazioni moralistiche (non prive di predicatoria condanna) come a proposito di quanto lasciò scritto Angelico Aprosio nel contesto del suo Scudo di Rinaldo II in merito al tema sempre pruriginoso di BALLI E VEGLIE.
Scrive in merito a tutto ciò il citato Greppi: “La crisi della nuzialità si manifesta con un maggior numero di donne e di uomini votati al celibato, con una minore frequenza di seconde nozze; i matrimoni sono sempre più tardivi, nelle famiglie dell’aristocrazia genovese il celibato definitivo aumenta per gli uomini di circa il 28 per cento nelle generazioni anteriori al 1600, a più del 40% nelle generazioni tra il 1650-74”.
P.L. Levati (I dogi di Genova, Genova, 1914, p.133) al riguardo (recuperando un giudizio a suo dire espresso nel 1747 da Francesco Doria) scrisse: “Prive di eredi molte casate si estinguono. Tra le molte disavventure della Repubblica, massima al certo è quella di tante famiglie patrizie che si vanno tutto dì estinguendo”.
Ancora il Monteverde (p. 524) ha puntualizzato: “Per quasi tre secoli, dalla metà del Cinquecento alla prima metà dell’Ottocento, la popolazione a Genova si stabilizza tra le 50.000 e le 70.000 anime, o le 90.000 se si aggiungono le parrocchie comprese nella nuova cinta muraria della metà del Seicento. Si tratta di circa un quinto della popolazione ligure al censimento del 1607, che risulta di circa 314.000 anime”.

Non v’è motivo di dissentire dal Monteverde laddove accusa questo calo demografico ed il susseguente ristagno all’emarginazione commerciale di Genova, priva del resto di un adeguato retroterra: non è un caso che mentre la capitale ligure registra siffatto immobilismo l’olandese Amsterdam che nel XVI secolo contava appena 15.000 residenti, in forza dei commerci atlantici, sia diventata un popoloso centro portuale, ricco ai primi dell’Ottocento di ben 210.000 anime.

Ancora il Monteverde elenca, prendendo a campione alcuni significativi centri del Dominio, lo stagnamento demografico ligustico: in funzione dei dati censiti nel 1799 mentre Genova conta 90.835 residenti Savona (che raggiunse i 15.000 abitanti nel 1608) risulta popolata al 1798 da sole 7.444 persone.
Albenga nel 1809 ha appena 2100 cittadini (cifra realmente irrisoria se si calcola che la località nel 1376 era stata censita per 3300 abitanti).
Parimenti un calo demografico si constata a La Spezia che, coi casali e quindi con Lerici e Portovenere) giunse a contare 12.000 cittadini (solo 3.000 entro la cinta delle mura) che nel 1806 risultano esser scesi a 10.600.
Le tracce di una ripresa demografica datano comunque proprio dalla fine del XVIII secolo, epoca in cui si raccolgono dati demografici davvero sconsolanti: il recupero dipende da diversi fattori secondo il Monteverde e tra questi, oltre a migliorate dotazioni terapeutico-profilattiche, lo studioso elenca certi progressi agronomici tra cui la coltura del MAIS e l’impianto, in vero non tanto facile, della coltura dei POMI DI TERRA (PATATE)

di Bartolomeo Durante in Cultura-Barocca

Poi che la sera – di Diego Valeri

La testa sul cuscino, odo strisciare
nella tenebra grandi acque vicine,
più vicine, lontane.
È un suono dolce con lungo pedale,
è l’infinita musica del tempo
che mi rapisce fuor del tempo, poi
che la fuga dei giorni è già l’eterno
e la vita che muore è già la morte.
Ascolto il dolce suono;
né so se più m’attristi o più mi giovi
l’essere vivo ancora, nel mio chiuso
corpo di carne, nel fluire uguale
del mio sangue che fugge per la notte
con striscio d’acque vicine, lontane.

Diego Valeri

Il Maglio delle Streghe

   Il 1484 sancisce la nascita di quella particolare pubblicistica da cui si prese ad usare consuetamente il termine di caccia alle streghe.
In tale data venne promulgata dal papa Innocenzo VIII (preoccupato per eventi stregoneschi, processi e roghi in Germania) la Bolla intitolata Summis desiderantes: in cui si denunziò che parecchie donne andavano macchiandosi di gravi colpe contro natura e fede, di coiti demoniaci, di danni magicamente procurati a persone, cose, animali, frutti e proprietà terriere.
Poco dopo lo stesso pontefice affidò a due inquisitori tedeschi, i domenicani Jakob Sprenger ed Heinrich Kramer (detto Institor), la redazione di un trattato contro la stregoneria, ormai sottratta ad ogni dubbio d’esistenza, il Malleus Maleficarum o “Maglio delle Streghe” redatto tra 1486 e 1487 (ma destinato fino al XVII secolo a ristampe e ampliamenti), che stabilì, con rigore, stretto legame fra stregoneria e sesso femminile; sì che soprattutto le maleficae presero ad esser perseguitate. Il “Maglio delle Streghe“, da cui derivò una trattatistica più mirata alla codificazione ed alla raccolta di esempi che alla loro problematizzazione (trattatistica sublimata nel lavoro tardo cinquecentesco di MARTINO DELRIO o Dissertazioni sulla magia), sanciva che “il demonio concorre sempre, direttamente o meno, al maleficium ; che il coito con demoni succubi od incubi è possibile, e che il Maligno, pur non avendo un corpo fisico, può renderlo fecondo con uno stratagemma (i nati da esso non saranno però “figli del diavolo“; non secondo la carne, quanto meno); che le streghe hanno parecchi poteri, specie nella sfera dell’eros.
E’ notevole che, toccando temi come pratiche contraccettive od abortive e attività illecite di streghe quali medichesse e ostetriche, lo Sprenger ed il Kramer ci pongano in contatto con il mondo della medicina popolare vivo allora soprattutto (ma non esclusivamente) tra i ceti subalterni. I due domenicani facevano propria la linea misogina e sessuofoba di Nyder, Visconti, Vignati.
Di rimpetto al trionfo di quest’opera poterono poco le obiezioni e gli inviti alla prudenza del Tractatus de lamiis et pythonicis mulieribus edita non prima del 1489 da Ulrich Muller, il Molitor, per cui nella maggioranza le Streghe erano delle sciagurate illuse o delle poveracce – di frequente già prostitute e poi magari ruffiane, ormai costrette dall’età a tirare avanti fra mille espedienti, dal piccolo commercio semilecito, all’accattonaggio, alla medicina empirica, all’ostetricia, alla chirurgia abortiva e plastica (con la reintegrazione dell’imene) alla cosmesi, alla chiromanzia – spesso in combutta con altri figli della miseria come mercanti di meraviglie, sicari, borseggiatori, falsari, mendicanti di professione, falsi ciechi o storpi, ghiottoni ed ubriaconi, saltimbanchi, vagabondi travestiti da pellegrini, frati questuanti o stranieri, se non anche trafficanti di reliquie, parassiti, meretrici e mezzani.

da Cultura-Barocca