Archivio mensile:gennaio 2012

Nasce il melodramma

Sulla fine del XVI secolo a Firenze nasce il melodramma, come logica conclusione dell’importanza che è sempre stata data al rapporto fra musica e parola e del complesso lavoro teorico di un gruppo di uomini di cultura, musicisti e letterati, che si riunivano in una specie di circolo, noto sotto il nome di Camerata Musicale Fiorentina. Si riunivano presso il conte Giovanni Bardi di Vernio - e per questo detta meglio Camerata de' Bardi - fino al 1592 (quando questi si trasferì a Roma) e poi presso un altro mecenate fiorentino, Jacopo Corsi. Ricordiamo fra i più attivi: Vincenzo Galilei, teorico e musicista, padre di Galileo; Piero Strozzi, madrigalista; Giulio Caccini e Jacopo Peri, musicisti; Laura Guidiccioni, poetessa, e il suo amico Emilio de’ Cavalieri. Essi studiavano l’antica tragedia greca, che ritenevano interamente musicato, tentando di creare un’analoga forma teatrale, in un’unione totale di parole, musica e visione. Dopo varie esecuzioni all’interno del circolo, si giunse alla fondamentale rappresentazione dell’Euridice su testo di Ottavio Rinuccini, musicata da Jacopo Peri, il 6 ottobre 1600, in occasione delle nozze per procura di Maria de’ Medici (figlia del granduca Francesco I) con il re di Francia Enrico IV. Il successo fu enorme, decretato da un pubblico colto che assisteva per la prima volta, stupefatto, a un simile esperimento. Del Bardi, Giovanni Bardi Conte di Vernio (Firenze 1534 - Roma 1612), occorre aggiungere qualche nota. Oltre che squisito studioso del costume fiorentino, come nel caso del "giuoco del calcio antico", e promotore dal 1579 al 1592 della Camerata che porta il suo nome e sensibile teorizzatore delle istanze del nuovo stile monodico, fu in stretti rapporti di stima e amicizia con Giulio Caccini, cui indirizzò un celebre ‘Discorso [...] sopra la musica antica e ‘l cantar bene’. L’interesse di Bardi si rivolgeva soprattutto ad un ideale di poesia cantata, nel quale il canto si conformasse a tutti i valori poetici, piuttosto che a musiche strumentali o a musiche che trattassero anche le voci come strumenti, i più duttili e perfetti. Di qui l’ammirazione di Bardi per Dante, cui il dono dell’ispirazione poetica aveva concesso di essere interprete delle armonie universali; e si spiega così la scelta di un canto dell’Inferno fatta da Vincenzo Galilei in uno dei due tentativi nei quali egli cercò di applicare alla musica sacra (le ‘Lamentazioni’ di Geremia) e alla non sacra (il ‘Canto del Conte Ugolino’) le sue idee di riforma musicale. da Cultura-Barocca

La gatta di Francesco Petrarca

Val qui la pena di citare il caso quasi leggendario della GATTA DEL PETRARCA. Nella Sala dei Giganti della padovana Facoltà di Lettere a Padova si ammira un affresco anonimo del XIV sec. ove il poeta è effigiato nel suo studio di Arquà, sui Colli Euganei, che legge e studia mentre ai suoi piedi si nota un gatto, di sicuro la gatta tanto amata dal poeta e da tanti studiata o celebrata compreso il Tassoni (Secchia rapita VIII, 33-34). In effetti molto è dovuto all'iniziativa, diciamo pure propagandistica, di Girolamo Gabrielli, proprietario a fine XVI secolo proprio di quella casa in cui il poeta era morto di sincope avendo l'amato felino come unico testimone del trapasso.

La magione era già famosa e visitata e quindi per incentivare la curiosità dei visitatori il Gabrielli fece sistemare entro una teca di vetro una gatta imbalsamata sotto cui si pose una lapide, di cui l'iscrizione latina di Antonio Querenghi (1547–1634) celebra tuttora l'enorme amore del poeta per il felino e la corresponsione da parte di questo, vigile custode della casa e persecutore di topi e ratti. Il falso è un piuttosto forzato ed anche un tantino macabro ma attraverso i secoli eccitò tante fantasie. Di vero resta sostanzialmente il fatto che (come sarebbe stato per altri spiriti eletti come il Tasso) anche Petrarca amò la compagnia di tale piccolo felino, giudicandolo un compagno assiduo ed irrinunciabile. Queste eccezioni nobilitano alcuni uomini ed ingentiliscono alcuni momenti della vita dei gatti: ma fermo restando che, come si legge nel testo, il Petrarca amò e curò il suo animale in uno dei momenti in cui la fortuna provvisoria dei piccoli felini cominciava a decadere godettero è da ribadire che per la maggior parte dei GATTI la sopravvivenza non godette certo di simili privilegi.   da Cultura Barocca

La neve

Come pesa la neve su questi rami Come pesano gli anni sulle spalle che ami. L'inverno e' la stagione piu' cara, Nelle sue luci mi sei venuta incontro Da un sonno pomeridiano, un'amara Ciocca di capelli sugli occhi. Gli anni della giovinezza sono anni lontani. Attilio Bertolucci

Terremoti e antiche superstizioni

Nell'IMMAGINE (tratta da un testo della giovannea Apocalisse custodito alla British Library di Londra) si vede che in epoca medievale, secondo la tradizione culturale cristiana occidentale, il TERREMOTO - fra le CALAMITA' NATURALI CHE POTEVANO AGGREDIRE GLI UOMINI - era la più temuta anche perché era interpretata sulla linea dei versetti 6,12 e 16-17 dell'Apocalisse come il momento caotico e sconvolgente per l'umanità costituito dall'apertura del sesto sigillo, il segno che comportava il profondissimo silenzio destinato a preannunciare il Giudizio finale. Siffatta sensibilità religiosa induceva chiunque rappresentasse l'evento (anche in forma alternativa di appunto o breve narrazione) a rifarsi a figure iconiche quali il cielo effigiato in guisa di un cartiglio in atto di arrotolarsi sui finali destini dell'umanità o quali il Sole, divenuto nero, e la Luna, ricoperta da fiumi di sangue. Sotto tale specie raffigurativa il terremoto veniva eletto ad evento destinato a rammentare all'umanità, ogni volta colpevole di trasgressioni, il necessario ritorno, espiabile per via di terribili punizioni tra cui appunto le catastrofi sismiche, al rispetto delle verità estreme e all'ordine morale. Tale figurazione del terremoto prese ad essere meno vivida a partire dal XV secolo e, seppur lentamente ché sempre ardua è stata la lotta contro SUPERSTIZIONE E FALSE CREDENZE, le indagini sui fenomeni sismici si evolsero (merita un cenno qui, per le intuizioni come per le curiosità chiaramente pseudoscientifiche, l'opera nel XVII secolo di MARCELLO BONITO) in forza di una sequela di studi europei su quella sismicità storica che guidò Robert Mallet nel 1862 alla realizzazione della seguente CARTA SISMICA DEL MEDITERRANEO. Tuttavia, a livello di antropologia culturale, ancora sin a tutto il XIX secolo (ed oltre!) il TERREMOTO fu inteso, sulla scia dell'antica ispirazione apocalittica, quale una PUNIZIONE DIVINA PER I PECCATI UMANI, concetto cui sotto l'effetto dell'emotività e della tradizione (nonostante la mente aperta e la buona cultura) ma anche rammentando una frase concitata d'un parrocchiano ( La Bestia va risalendo dall'Inferno") non seppe, sul momento terrorizzato e sgomento, far altro che ancorarsi anche il PARROCO G.B.  ZUNINI nello spiegare la RAGIONE MORALE del TERREMOTO DEL 1887 che insanguinò la LIGURIA OCCIDENTALE. da Ventimiglia.biz

La Classis Germanica

La Classis Germanica era la flotta imperiale romana che controllava il corso del Reno e dei suoi più importanti affluenti come il Maas, la Schelda e la Mosella). Fu istituita nel 12 a.C. da Augusto e subì importanti modifiche solo nella tarda antichità. Le navi utilizzate principalmente per pattugliare i corsi fluviali erano le liburnae (Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana, MS. Vat. Lat. 3225, fol. 43v) e la triremes. Questa ipotesi è supportata sia dai ritrovamenti effettuati presso l'importante base navale del Reno di Mogontiacum, sia dai rilievi della Colonna Traiana. A partire dal IV secolo nella flotta fluviale furono introdotte nuove tipologie di navi. Si trattava delle naves lusoriae, naves actuariae e naves iudiciarae, le quali presentavano ora un fondo più piatto, ideale per i fiumi . Questi tipi di navi erano infatti sorprendentemente veloci e stabili. Il comandante della flotta provinciale era di solito il Legatus Augusti pro praetore (governatore provinciale), a cui era sottoposto un praefectus della flotta (praefectus classis Germanicae o di altri affluenti), dell'ordine equestre. A sua volta il diretto subordinato del praefectus era un sub praefectus, a sua volta affiancato da una serie di praepositi, ufficiali posti a capo di ogni pattuglia per singola località. Altri ufficiali erano poi il Navarchus princeps, che corrisponderebbe al grado di contrammiraglio di oggi. Nel III secolo fu poi creato il Tribunus classis con le funzioni del Navarchus princeps, più tardi tribunus liburnarum. La singola imbarcazione era poi comandata da un trierarchus (ufficiale), dai rematori e da una centuria di marinai-combattenti (manipulares / milites liburnarii). Il personale della flotta (Classiari o Classici) era perciò diviso in due gruppi: gli addetti alla navigazione ed i soldati. Il servizio durava 26 anni (contro i 20 dei legionari ed i 25 degli auxilia). Dal III secolo fu aumentato fino a 28 anni di ferma. Al momento del congedo (Honesta missio) ai marinai era data una liquidazione, dei terreni e di solito anche la cittadinanza concessa, essendo gli stessi nella condizione di peregrini al momento dell'arruolamento. Il matrimonio era invece permesso loro, solo al termine del servizio attivo permanente. La costituzione originaria della Classis Geranica risalirebbe ad Augusto (12 a.C. circa) durante il ventennio di guerre di occupazione della Germania Magna, fino alla disfatta di Varo (12 a.C.-9 d.C.). Durante questi anni, numerose furono le operazioni di sbarco su vasta scala dell'esercito romano, lungo la costa del Mare del Nord fino alle foci dei fiumi Ems, Weser ed Elba, coordinate con iniziative parallele di forze di terra. Druso maggiore utilizzò per primo la flotta Germanica, scavando un canale dalla Zuiderzee al Mare del Nord (fossa Drusi), che gli permettesse di sbarcare sulle coste dei Frisoni e dei Cauci, limitando al minimo indispensabile le correnti del mare aperto e le inevitabili tempeste. La spinta definitiva per raggiungere il corso dell'Elba fu data da Tiberio nel 5, attraverso una campagna coordinata di mare e terra. La sua flotta risalì il fiume fino a monte della località di Lauenburg, mentre le forze di terra si congiungevano a quelle fluviali in questo punto. Nello stesso anno la flotta Germanica di spingeva anche in mare aperto, a Nord fino a Skagen, lungo la penisola dello Jutland, venendo in contatto con l'antico popolo germanico dei Cimbri. Ancora nel 15 i Romani tornarono ad invadere la Germania Magna sotto la guida del figlio adottivo del princeps, Germanico. Anche questa volta le armate romane di terra furono accompagnate da una grande flotta che trasportò ben quattro legioni, dal Reno alla foce dell'Ems. Nella primavera dell'anno successivo una immensa flotta di 1000 navi trasportò l'esercito romano dall' Insula Batavorum (Beveland e Walcheren) fino alla foce del fiume Ems, e sbarcò nei pressi di Jemgum. Dopo gli scontri di Idistaviso e nei pressi del "Vallo angrivariano" (tra il Weser ed il lago di Steinhuder Meer), dove Germanico ebbe la meglio sulle tribù degli Angrivari, Bructeri e Cherusci, una devastante tempesta al ritorno dalla terza campagna militare in Germania, per poco non distrusse buona parte della flotta e delle forze di terra romane imbarcate, se non fosse stato per l'aiuto del popolo "cliente" dei Cauci, che prestarono aiuto a Germanico. Questi ultimi fatti convinsero definitivamente l'imperatore Tiberio, a disporre la definitiva ritirata delle armate romane ad ovest del fiume Reno, abbandonando il progetto augusteo di annessione della Germania Magna. Ancora la flotta fu impiegata contro il popolo "cliente" dei Frisoni nel 28, che si era ribellato all'autorità romane, assediando la fortezza di Flevum. Ancora in questa circostanza le armate romane erano riuscite a mantenere il controllo della foce del Reno e delle coste lungo il Mare del Nord fino all'Ems. Una nuova rivolta dei Frisoni negli anni 46-47, costrinse i Romani, prima ad inviare un nuovo esercito e relativa flotta, sotto il comando del generale Gneo Domizio Corbulone, il quale, dopo aver costruito un lungo canale di 34 km (Fossa Corbulonis, tra le foci dei fiumi Maas e Reno), per il trasporto delle truppe e gli approvvigionamenti, fu costretto dall'imperatore Claudio ad abbandonare il progetto di una nuova occupazione della Germania Magna. Negli anni 68/69, durante il periodo della guerra civile, la successiva rivolta dei Batavi e delle vicine popolazioni germaniche, portarono distruzione lungo l'intero percorso del Reno, dalla sua foce fino a Mogontiacum. Anche in questa circostanza la flotta Germanica, insieme a quella Britannica dovette intervenire a supporto dell'avanzata delle legioni della Germania superiore, per reprimere la rivolta che era riuscita nell'impresa di utilizzare alcune imbarcazioni contro i Romani. Quando poi nell'89 gran parte dell'esercito del Reno si rivoltò contro l'imperatore Domiziano, la Classis Germanica rimase fedele, contribuendo a sconfiggere i ribelli, tanto da meritarsi il titolo onorifico di Pia Fidelis Domitiana classis.. Durante il periodo delle guerre marcomanniche, la flotta dovette intervenire per intercettare bande di predoni dei Cauci che avevano portato devastazione lungo il canale della Manica tra le province galliche e la Britannia (170-172). Un decennio più tardi, sappiamo da un'iscrizione rinvenuta in Germania inferiore, che tra i prefetti a capo della Classis Augusta Germanica Pia Fidelis risulta, da un'epigrafe, anche il nome di Publio Elvio Pertinace, imperatore per pochi mesi nel 193. Sul finire del III secolo, dopo la caduta del cosiddetto Impero gallico (da Postumo a Tetrico), i ripetuti e pesanti attacchi di Franchi e Alamanni, portarono non solo distruzione un po' ovunque lungo il limes, ma costrinsero a ridimensionare la flotta, almeno fino al periodo della tetrarchia di Diocleziano (286-305). Non a caso la ricostituzione dell'antica flotta Germanica ed il suo ammodernamento cominciò prima sotto Costanzo Cloro, poi con il figlio Costantino I, il quale grazie al suo impiego negli anni 306-310 ottenne importanti vittorie tra i Bructeri, i Franchi e gli Alemanni.La squadra navale del Reno, riorganizzata al tempo di Costantino I, riacquisì l'importante ruolo strategico e logistico per la protezione di questo tratto di limes fino alla metà del IV secolo, quando negli anni 355-359 il Cesare per l'Occidente, Giuliano, utilizzò la flotta Germanica per le campagne contro le popolazioni germaniche di Alamanni e Franchi, sia lungo il Reno sia lungo il Meno. Sotto Valentiniano I, la flotta del Reno respingeva ancora gli invasori germanici, come alcune iscrizioni dedicatorie dalla frontiera del Reno sembrano testimoniare. Ed infine, sulla base delle informazioni fornite dalla Notitia Dignitatum, sappiamo che già verso la fine del V secolo, parte della flotta del basso Reno cessò di esistere.   da Cultura Barocca

Sola

Sola, tu dici; a te pare un deserto questa sala ov'io son con mille e mille; tra quest'ombre agli inconsci occhi coperto, un fuoco serba vivide scintille. Forte accalora quanto più è segreto, arde e s'addoppia quanto più è nascosto, e a poco a poco ogni angolo fa lieto, e a poco a poco illumina ogni posto. Elena Aganoor

Eva …

Il nome Eva è spiegato in vari modi, che il primo uomo secondo Genesi 3,20 ha dato alla sua compagna, dopo che l'aveva chiamata "donna". La Bibbia dà dei due nomi un'etimologia popolare. Eva viene fatto derivare da "vivente" o "che suscita la vita". Il nome "donna" ('ishshah) viene considerato come forma femminile di ish (= maschio). L'intendere donna come "maschi-a" indica una relazione essenziale: sia per l'origine come per la finalità la donna costituisce una unità con l'uomo. A ciò allude anche il racconto di Genesi 2,18-22, secondo cui la donna è formata da una costola del primo uomo. Tutta la sua storia raccontata nella Bibbia, è legata a quella di Adamo, primo uomo, alla cui scheda si rimanda per un approfondimento. Dopo aver creato il cielo e la terra, il firmamento e le acque, i vegetali e gli animali, Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza e lo pose a custodia e dominio su tutto ciò; quindi Adamo il primo uomo, è il padre del genere umano, che non deriva da un altro uomo per generazione, ma direttamente da Dio per creazione. Poi il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo; gli voglio fare un aiuto degno di lui” e visto che nessun animale poteva stare ‘di fronte a lui’, gli procurò un sonno profondo e mentre dormiva prese una sua ‘costola’ (se così si deve intendere la parola ebraica che in tutta la Bibbia, con questo significato ricorre soltanto in questo luogo), e con essa formò Eva, da Adamo poi riconosciuta come propria compagna: “Questa è carne della mia carne e osso delle mie ossa” (Gen.2, 23). “Non è bene che l’uomo sia solo”; la solitudine viene indicata da Dio come condizione negativa per l’essere umano; l’uomo è fatto per entrare in relazione con gli altri e costruire rapporti. Il momento più alto di questa sua capacità di relazione, si trova nel suo incontro con la donna, l’aiuto che può stare ‘di fronte a lui’, cioè sullo stesso piano. L’Autore sacro, seguendo come di solito l’etimologia popolare, spiega il significato del nome Eva che Adamo diede alla sua compagna; Eva (ebraico Hawwah) ha relazione con l’idea di ‘vita’, perciò ella era o doveva essere “madre di tutti i viventi” (Gen. 3, 20). Poi il racconto biblico ci presenta la coppia felice nell’Eden, il paradiso terrestre, finché compare il demonio sotto le sembianze del serpente, che tenta Eva a cogliere e mangiare il frutto dell’albero della Conoscenza, l’unico frutto proibito ad Adamo ed Eva da parte di Dio, così che potesse acquistare la Conoscenza e diventare come Dio. Eva non seppe resistere e colse il frutto, convincendo poi Adamo a mangiarlo anche lui; quanto ci sarebbe da dire su questo immaginoso episodio, per le implicazioni sociali, culturali, di giustizia che ne sono scaturite, una cosa è certa che la donna, qui presentata come proveniente dall’uomo, simbolicamente capo dell’umanità, in realtà ha la forza e il potere di convincere e trasportare l’uomo stesso, verso le sue richieste. La Bibbia presenta quindi Eva come sposa felice, che dopo un periodo forse breve di innocenza e letizia, si lasciò sedurre dal serpente-demonio; trasgredì e fece trasgredire ad Adamo la disposizione divina, dando inizio così al peccato e alla morte: “Dalla donna ebbe principio il peccato e per sua cagione si muore tutti” (Eccl. 25, 33). Ci fu poi l’accusa di Dio, il riconoscimento della colpa, il castigo-espiazione; dopo aver condannato il serpente a strisciare per terra, Dio sentenziò contro Eva. “Moltiplicherò le tue sofferenze e le tue gravidanze, con doglie dovrai partorire figliuoli. Verso tuo marito ti spingerà la tua passione, ma egli vorrà dominare su di te”. Ad Adamo, dimostratosi debole per essersi lasciato convincere dalla donna e per la disubbidienza fatta, Dio, disse: “Perché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero proibito, maledetto sia il suolo per causa tua. Con affanno ne trarrai nutrimento, per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi farà spuntare per te, mentre tu dovrai mangiare le erbe dei campi. Con il sudore della tua faccia mangerai il pane, finché tornerai alla terra, perché polvere sei e in polvere devi tornare!”. Rivestiti di tuniche di pelle, perché ebbero la conoscenza di essere nudi, Adamo ed Eva furono cacciati dal giardino dell’Eden, perdendo ogni privilegio soprannaturale, finendo vittime di malattie, miserie, dolori, sacrifici, morte corporale e dissolvimento post-mortem, ma soprattutto perdendo l’amicizia con Dio. Essendo Eva “madre di tutti i viventi”, si è formato nella tradizione dei Padri della Chiesa, il parallelismo Eva - Maria, perché Eva è madre della vita naturale degli uomini decaduti e Maria, per mezzo del frutto benedetto del suo seno, è madre della vita spirituale degli uomini redenti. Ella è ricordata, per la sua contrapposizione spesso nelle più belle preghiere mariane, ricordiamo la “Salve Regina” e l’inno “Ave maris stella”, dove gli “esuli figli di Eva in questa valle di lacrime” si rivolgono a colei che ha cambiato il nome di Eva con l’Ave dell’Angelo, cioè la tristezza in gioia. Adamo ed Eva ebbero vari figli fra cui Caino, Abele, Seth, Enos; il primogenito Caino, per invidia e odio si macchiò del primo fratricidio del mondo, uccidendo Abele e procurando ai due genitori un dolore terribile. Eva accettò umilmente, come Adamo, il castigo di Dio come espiazione del suo peccato, confortata dalla speranza nella vittoria finale, che la sua discendenza avrebbe riportata sul serpente-demonio seduttore. Condusse una vita penitente e si crede sia morta dopo Adamo, che secondo lo scrittore sacro biblico, visse 930 anni. Considerata santa in Oriente, è venerata insieme ad Adamo ed agli altri antenati di Cristo, che fecero la volontà di Dio, il 24 dicembre nella Chiesa Romana e prima dell’Avvento nella Chiesa d’Oriente. Innumerevoli opere d’arte di insigni artisti, l’hanno raffigurata mentre tentata dal serpente, coglie il frutto proibito e mentre lo porge anche ad Adamo, commettendo così il peccato originale, fonte di ogni sofferenza umana e della perdita dell’amicizia con Dio. da Cultura Barocca

Hotel Insomnia

Mi piaceva quel mio piccolo buco con la finestra che dava su un muro di mattoni. Nella stanza vicina c’era un piano. Un vecchio storpio veniva a suonare My Blue Heaven due tre sere al mese. In genere, però, era tranquillo. Ogni camera con il suo ragno dal soprabito pensante che cattura la mosca nella rete fatta di fumo e cerimonie. Era così buio laggiù che non riuscivo a vedermi nello specchio del lavabo. Di sopra alle 5 del mattino, scalpiccìo di piedi nudi. Lo “Zingaro” che legge la fortuna (ha il negozio all’angolo) va a pisciare dopo una notte d’amore. Una volta, persino il singhiozzo di un bambino. Era così vicino che per un attimo pensai di singhiozzare anch’io. Charles Simic

Carlo Amoretti, di Oneglia

Carlo Amoretti nato ad Oneglia il 16 marzo 1741, nel 1756 si fece agostiniano e si recò a Pavia e a Parma. Per completare i suoi studi, rivolti soprattutto verso la teologia, le lettere moderne e la fisica. A Parma si impegnò nel settore del’insegnamento, diventando sostenitore dei progetti riformistici di Guglielmo Du Tillot (1711-1774), raffinato uomo di cultura, attivo in città in qualità di ministro delle finanze dal 1749 al 1771. Divenuto molto potente nel suo ruolo, il Tillot fu autore di ardite riforme giuridiche che tuttavia non ebbero esito, a causa dell’arretratezza in cui versava il Ducato. L'amicizia con il potente ministro attirò all'Amoretti l’avversione dell’autorità ecclesiastica, cosicché, dopo la caduta in disgrazia del Du Tillot, egli fu costretto a trasferirsi a Milano, dove esercitò la professione di precettore. Qui ebbe l’opportunità di affinare i propri studi. Diventò così un erudito enciclopedico e un poligrafo fecondissimo, affiancando agli studi umanistici l’approfondimento della nascente cultura scientifica. La sua attività maggiore fu rivolta verso le scienze agrarie, la geografia e l’economia. Per questo, prese parte all’attività riformatrice dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria (1717-1780). Politicamente moderato, fu estromesso dalle cariche occupate a Milano dall’arrivo dei Francesi nel 1796. Tuttavia l’anno successivo divenne bibliotecario alla Biblioteca Ambrosiana, a dimostrazione di una forse tiepida opposizione al nuovo regime. Nel 1799 al termine del Triennio giacobino, ritornò appieno nel centro della vita politica. da Cultura Barocca

Lucrezia Marinella

Lucrezia Marinella (di lei all’Aprosiana di Ventimiglia si conserva La nobiltà et l’eccellenza delle donne co’ diffetti e mancamenti de gli huomini... , in Venetia, presso Gio.B.Ciotti, 1600: un'opera che sorprendentemente non dovette stuzzicare la misoginia aprosiana o che pù probabilmente il frate ritenne di controllare atteso il rilievo sociale della Marinella. Eppure in questo suo scritto l'intellettuale veneta si era destreggiata non poco contro il maschilismo epocale, sviluppando diverse sarcine di notevole valenza femminista come già nel Prologo e quindi nelle sequenze narrative rispettivamente titolate Della natura, ed essenza del donnesco sesso e Delle donne scienziate e di molte arti ornate). Ella era nata a Venezia nel 1571 ove sarebbe morta nel 1653: fu moglie di Girolamo Vacca, ebbe notevole attività letteraria e soprattutto fu stimata dalla maggior parte degli eruditi. Si ricordano, fra i suoi lavori, Vita del glorioso e serafico S.Francesco descritta in ottava rima (Rime spirituali di diversi autori in lode del serafico P.S. Francesco raccolte da Fra Silvestro Poppi, Timan, Firenze 1606), Maria Vergine Imperatrice dell’universo descritta in ottava rima (Barezzi, Venezia 1617), il poema eroico L’Enrico (Imberti, Venezia 1635), Rime della Signora Lucrezia Marinella, Veronica Gambara ed Isabella della Morra (Bulifon, Napoli 1693). Dell’opera custodita all’Aprosiana si conosce una prima edizione omonima del 1591 a Venezia per il Sanese. da Cultura Barocca