Archivio mensile:febbraio 2012

Kaspar Schoppe e Giordano Bruno

Di Kaspar Schoppe Agostino Schiaffino [ Memorie di Genova (1624-1647) ], testimone oculare di tanti eventi dell'epoca barocca,  scrisse: " [16]40 - Nelli due ultimi mesi dell’anno passato [1639] e nel genaro di questo [1640] fu in Genova Gaspare Scioppio, Consigliere Imperiale, grande letterato di natione todesco. Costui passava a Prencipi a cercare aiuto per un certo che si diceva fratello del Gran Turco maggiore ch’era christiano, chiamandosi il Soldano Jachet. Pretendeva esso Soldano che a lui pervenisse l’Impero turchesco e cercava di provare se potesse levar il fratello di Stato. Dimorava in questo tempo in Turino, scrisse alla Republica con cercarle aiuto, promettendole, se mai avvenisse che si ripponesse in Stato, tutti i Dominii che per avanti possedeva nel Levante. Ottenne lo Sciopio per costui un decreto di gran promessa dalla Republica, sempre che egli ponesse insieme armata per l’impresa che praticava. Nel mese di genaro scrisse in Genova, esso Sciopio, una epistola latina al Signor Federico de Federici, dell’ordine dei Senatori, nella quale loda in estremo Genova città et ad essa rispose il Federici con un assai lungo discorso in cui mostra l’imprese e le glorie della Genovese Republica in volgar favella, che colla epistola si legge in stampa [Lettera dell’Illustriss. Signor Federico Federici nella quale si narrano alcune memorie della Republica Genovese, Genova, Pavoni, 1634] et il Soldano Jachet, ritornando di Turino, passando a Malta, passa per Genova". Per comprendere però l'evento forse più significativo della vita culturale dello SCHOPPE bisogna ricorrere ad un fatto non di semplice cultura ma ad uno di quei drammi epocali in cui la cultura, soggetta all' Inquisizione ed alla sanzione dell' Indice dei libri proibiti, poteva portare alla condanna per eresia con la conseguente morte sul rogo. Il nobile erudito tedesco (che ne aveva peraltro sentita pronunciata la condanna a morte) aveva ancora negli occhi lo strazio della morte sul rogo del filosofo Giordano Bruno il 17 febbraio del 1600 allorché scrisse, al suo corrispondente Corrado Ritterchausen, in merito all'esecuzione pubblica del Bruno: "...reso oggetto di morbosa osservazione e scrutando egli stesso gli altri, in Campo dei Fiori, davanti al teatro di Pompeo, pubblicamente [Giordano Bruno, impossibilitato a parlare dall'applicazione di una mordacchia di ferro che ne rendeva spaventoso l'aspetto] è bruciato". L'osservazione, apparentemente pietosa e forse davvero tale nell'animo del filologo tedesco, non comportava però alcuna giustificazione delle idee bruniane contro cui lo Schoppe aveva apertamente prso posizione. Nella citata lettera l'erudito osservatore della drammatica esecuzione, facendo cenno alle eresie anche a suo parere insite nelle opere del Bruno (dal De l'infinito universo et mondi al De immenso et innumerabilibus ed ancora al De umbris idearum), di seguito scrisse: "Insegnano cose orrende e del tutto assurde, come ad esempio che ci sono infiniti mondi, che l'anima passa di corpo in corpo, anzi che addirittura può trasmigrare in uno degli altri mondi, che una sola anima può informare due corpi, che la magia è cosa buona e lecita, che lo Spirito Santo non è altro che l'anima del mondo, e che questo principio ha voluto affermare Mosè, quando scrive che quello Spirito cavò le acque, che il mondo esiste dall'eterno...". La lettera integrale è stata edita da A. Montano, Gaspare Schopp a Corrado Ritterchausen: l'unica testimonianza sulla morte di Giordano Bruno, in "Quaderni dell'Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento Meridionale", V (1998), pp. 29 - 56. Indubbiamente sulla sorte di Giordano Bruno a prescindere dalla già pesante accusa di pratiche di magia (con l'aggravante che il filosofo nolano aveva in qualche maniera "riegizianizzato" l'ermetismo rinascimentale) aveva svolto un ruolo per lui estremamente negativo, nelle sue opere, la sanzione del il comma relativo all'eternità del mondo del tutto in contrasto con la tematica del creazionismo costantemente ribadita dalla Chiesa.   di Bartolomeo Durante

Un viaggio in Medio Oriente del 1830/31

Ecco Gerusalemme in un'immagine edita in Italia nel 1844, a corredo del "Viaggio in Siria e in Palestina di Giovanni Robinson", contenuto nel Tomo XIII della "Raccolta di Viaggi" curata da Francesco Costantino Marmocchi per l'editore/tipografo Giachetti di Prato.
Anche le illustrazioni che seguono appartengono allo stesso repertorio.
La Moschea di Omar a Gerusalemme.
Il Robinson sostiene di essere stato a Gerusalemme nell'agosto 1830.
Non sono riuscito a trovare notizie circa questo viaggiatore sul Web. Si trova molto, invece, sul Marmocchi, che non conoscevo e che medito di rivisitare perché figura molto interessante di geografo. Nel caso in esame, credo abbia curato un lavoro uscito pressoché a dispense, comunque, all'epoca, dispendiose.
Il 25 agosto, sempre del 1830, il Robinson si mette in viaggio per Betlemme.
A Beirut dovrebbe essere arrivato il 20 settembre.
A Damasco e dintorni il Robinson si dedica da fine ottobre ai primi di dicembre.
Ha così occasione di vedere anche Palmira. Anche se qui sopra ho inteso riportare solo una strada che conduceva a quegli illustri reperti.
Che sono qui, invece.
Il 23 marzo 1831 il Robinson riparte da Aleppo, dove ha trascorso i mesi invernali, per Antiochia.
Il suo resoconto mi sembra molto accurato, come era, credo, per tutti gli scrittori di viaggi in quel torno di tempo di due secoli fa. Per lui, come per gli altri, meriterebbe compiere qualche sintesi ed operare qualche stralcio significativo.
Le fotografie sono state riprese da Cultura-Barocca, che si conferma una volta di più su una grande fonte di documentazione.

Poco prima del Grand Tour in Liguria…

Per chi viaggiava tra Cinquecento e Seicento tanti erano i pericoli connessi alla frequentazione di strade popolate di briganti e rapinatori (non meno d'altri Stati la Liguria soggiaceva a un potente banditismo organizzato), di individui marchiati di infamia e disposti a tutto, ed ancora di banditi e rei in fuga ( per non citare i più ambigui ma non meno pericolosi "MERCANTI DI MERAVIGLIE" e soprattutto i solitari quanto misteriosi MANTICULARII DESTINATI AD ALIMENTARE LA LEGGENDA ASSASSINA DELL' "UOMO NERO"): tutti comunque sempre a caccia di illeciti profitti, che in ogni modo salvaguardavano la propria autonomia ricorrendo anche al principio sempre più discusso del Diritto ecclesiastico d'asilo e contro cui bisognava spesso difendersi di persona con le armi. Del resto il VIAGGIO PER MARE (principalmente per le donne ma non soltanto) non era meno pericoloso sia per gli equipaggi costituiti spesso da criminali scontanti al remo le proprie colpe ma soprattutto atteso il proliferare sia di PIRATI che di CORSARI. Un discorso a se stante meritavano poi quei personaggi sembre in bilico tra giustizia e criminalità che erano i CACCIATORI DI TAGLIE che s'aggiravano molto numerosi dato che nonostante i proclami e le "grida" del DIRITTO PENALE DELL'ETA' INTERMEDIA  bisogna convenire che i pur numerosi ORGANI DI GIUSTIZIA DEGLI STATI NON AVEVANO ABBASTANZA FORZA ONDE PERSEGUIRE LA DILAGANTE CRIMINALITA'. Si ricorreva quasi in maniera istituzionale ai servigi di questi temutissimi figuri sia a scapito degli ESILIATI CHE TENTASSERO FURTIVI RIENTRI IN PATRIA sia avverso quei CRIMINALI (VEDI QUI L'INDICE) che si fossero resi CONTUMACI anche per non SODDISFARE IN BASE AL PRINCIPIO DELLA RESTITUTIO (RISARCIMENTO) I CITTADINI DA LORO VARIAMENTE DANNIFICATI (può parer strano ma i CACCIATORI DI TAGLIE tra costoro non di rado perseguivano ferocemente quegli STUPRATORI CHE SECONDO LA NORMATIVA DEL DIRITTO INTERMEDIO NON AVEVANO DATA SODDISFAZIONE ECONOMICA ALLE FAMIGLIE DI CUI AVEVANO VIOLATO QUALCHE FANCIULLA, SPECIE SE VERGINE. Per quanti vogliano variamente approfondire queste tematiche spesso complesse dell'epoca intermedia, un'epoca in cui il legame tra contesto politico/sociale/economico e realtà religiosa ed ecclesiastica è forse irrinunciabile la consultazione di un'opera straordinari qui in parte digitalizzata che affronta a tutto tondo le varie problematiche del vivere civile e religioso e ci si riferisce nella fattispecie alla Bibliotheca canonica, juridica, moralis, theologica nec non ascetica, polemica, rubricistica, historica, &c. ... ab ad m.r.p. Lucio Ferraris ... Tomus primus [-undecimus (Additamenta)]. ..., Post plures Italicas editio postrema auctior et emendator ..., Venetiis : typis Vincentii Radici, 1770-1794 Dalla semplice consultazione (è un'opera che riassume vecchi testi canonici e teologici, riprendendo e riesaminando voci e trattazioni che corrono attraverso i secoli e coinvolgendo opere diversamente basilari come queste) sarà facile intendere quanto risulti difficile in assenza di tale strumento un'analisi oggettiva dell'epoca, sì da correre il rischio di decadere -anche per la settorialità dei conttributi civilistici- in valutazioni parziali a misura dei singoli Stati, per quanto collegati da analoghe giurisdizioni: la monumentale opera del Ferraris, con tutti i limiti che possono avere queste enormi sillogi, ha il pregio di costituire uno strumento di amalgama sì da poter sempre rimandare l'analisi della singola trattazione specifica (su Genova, Venezia o Napoli a titolo di mero esempio ... ma vale anche per Paesi Stranieri di religione cattolica) ad un comun denominatore scientifico e documentario. da Cultura-Barocca

Un erudito del Seicento e certe tematiche femminili

L'erudito del Seicento Angelico Aprosio, di Ventimiglia in Liguria, aveva la consapevolezza costante del nuovo e dell' esigenza di adeguarsi al mutamento dei mezzi di informazione come anche dei gusti letterari di lì a poco questa sua maniera di documentare (mai priva di squarci di cronaca reale) si sarebbe evoluta = l'adulterio come tema sarebbe entrato in quelle forme di cronaca pregiornalistica che sarebbero comparsi come "Fogli Volanti" nel '700 offrendo ad un pubblico certo più ampio di quello aprosiano squarci anche terribili di vita vissuta come questi tra cui proprio questo terrificante caso di adulterio combinato con violenza ed assassinio senza dimenticare , tra altre cose, un supposto caso di adulterio sfociato in un tentativo d'omicidio e conclusosi con processo e prigione che suscitò molto scandalo ma anche molta curiosità data la condizione sociale dei protagonisti tra cui un erudito della generazione successiva il nobile Alessandro Adimari. Eppure questi discorsi aprosiani non concludono l'argomento che l'autore affronta e che comporta ulteriori acquisizioni anche sfruttando materiale che non gli fu concesso editare e che ha impedito a lungo la comprensione della sua postazione. Nel più esteso complesso dell'aprosiana STORIA DELL'ADULTERIO quale una "cartina di tornasole" proprio il citato Grillo XIX si collega strettamente - quasi in una pregiornalistica continuità di informazione - al Grillo XX "se nell'Adulterio sia maggiore il peccato del Maschio, o della Femmina? che trae la sua radice emblematica e teologica dal Capitolo VI dello Scudo di Rinaldo I "Qual peccato fosse maggiore o quello di Adamo, o quello di Eva?" = e nell'ambito di siffatta volontà di recupero -pur nel rispetto della variabilità nell'informazione- tali tematiche avrebbero dovuto ancora esser integrate, nel programma di Aprosio, da Grilli cui non venne concessa l'concessa l'autorizzazione alla stampa od Imprimatur per il loro contenuto audace (scelta inquisitoriale come visto accettata da Aprosio sena obiezioni per non alimentare la sua menzionata fama di "Poeta") ma che qui sono ora proposti attraverso la trascrizione critica che A. I. Fontana ne fece per il "I Quaderno dell'Aprosiana" del 1884 sotto titolo de "Il P. Aprosio e la morale del '600: Note in margine a 4 grilli inediti": si tratta precisamente del Grillo che avrebbe dovuto esser il XVIII "Se sia più libidinoso il Maschile o 'l sesso Donnesco? e quindi del Grillo che avrebbe dovuto esser il XIX "Se dalle Vergini, o dalle Vedove gli abbracciamenti virili siano ambiti = a loro volta variamente integrati dal Grillo che avrebbe dovuto esser il XXVII "Se qualcuno ascritto nel rolo degli Agami (inciampasse (il che Dio non voglia) in qualche errore intorno al sesto precetto del Degalogo, qual rimedio per ovviare a gli scandali, e per slvare la riputatione?" e, in maniera molto pepata dal Grillo che avrebbe dovuto esser il XXX "Del nome Becco, e Cornuto, che si suole attribuire a coloro che hanno le mogli adultere, e del rimedio per non esserlo"]. A chiosa di quanto appena scritto giunge superfluo precisare che teologicamente e nella maggior parte degli autori stante l'imperante maschilismo il peccato più grave era sempre attribuito ad Eva anche per la presunta debolezza caratteriale delle donne = ma per dimensionare il personaggio entro parametri più corretti ed estranei a quelli oramai obsoleti di antifemminista incallito giunge necessario operare una preziosa distinzione e semmai dire che l'Aprosio che alla maniera che scrisse Antonietta Ida Fontana in un'epoca di aperta ed anche violenta misoginia fu invece sostanzialmente un moderato al punto da pensare che certe sue esaperazioni antidonnesche si siano generate in lui per un'avversione tutta personale per una singola donna (vale a dire con la suora "femminista" A. Tarabotti -anche per il coinvolgimento d'altri personaggi- da amica divenuta sua nemica) caratterizzata a seconda delle contingenze da momenti e poi anche di rabbia variamente espressi anche per iscritto, e sublimati sin alla volgarità quasi per rimandare idealmente alla Tarabotti la di lei rabbia, caratterizzata anche dalla voglia di far male profondamente all'antagonista ma che nel complesso del tutto pare più che odio per tutte le donne acidissimo rammarico, carico di impotenza e sfociato talora in espressioni sgradevoli contro tutti i difetti donneschi, per essersi inimicato la più talentuosa fra tutte quelle letterate di cui ebbe cura di stendere cataloghi mai privi di elogi sinceri sì da perdere i contatti con la colta suora veneziana che forse più di tutte e di tutti i filosofi e confidenti avrebbe potuto chiarirgli quella sua soprendente e misteriosa attrazione carica di curiosità ma pure fascino ed anche di coinvolgimento emotivo -non di innamoramento come tenne a precisare- verso la Donna in quanto tale. Ad ulteriore conforto di tutto questo giova dapprima notare come, cercando nel contesto tutto di non assumere la posizione di misogino in una lettera ai lettori nello Scudo di Rinaldo I del 1647 scrive della Tarabotti queste considerazioni anche se giunge soprattutto emblematico quanto nella stessa opera annota cercando ancora di prender distanza dall'accusa di essere un nemico delle donne e non piuttosto "nemico sia delle donne che degli uomini viziosi" = Potrei addurre in prova di ciò altre cose, le quali si tralasciano per non amareggiare la dolcezza, ch'haverà conceputa da questi versi: e per levar l'occasione alle Donne di lamentarsi, come già fece una (superfluo dire che alluda alla Tarabotti), che per non intender le mie parole s'andò per non poco tempo lamentando con i miei amici, che io havessi detto di lei quel, che mai dissi (ma che il rancore non sia mai stata dimenticato dall'Aprosio e che sia riemerso specie nei momenti più difficili della sua vita di "Poeta" nel senso di bizzarro e diciamo pure di "permaloso" lo si legge nell'opera sua più tarda la Biblioteca Aprosiana del 1673 laddove narrando finalmente la sua versione dei fatti sull'intreccio che lo contrappose alla Tarabotti coinvolgendo altri, come il Pighetti e il Brusoni ma non solo si lascia scappare un quanto siano bestiali le Donne, e vendicative che dal contesto si evince quale un' offesa sfuggita alla penna "verso la donna letterata Tarabotti", che lo slancio espressivo e i ricordi fanno poi sembrare espressione rivolta a tutte le donne, che è come dire il, pur non volendolo lucidamente, "fare di tutta un'erba un fascio") . E se vogliamo ancora suffragare che l'origine del suo antifemminsimo nato come gioco moderato nel contesto misogino dell'Accademia dei Libertini di Venezia e poi inasprito oltre misura da una "querelle" avverso una donna sì da non mancare per conseguenza di spunti antidonneschi generalizzanti per quanto mai estremi è possibile addurre un'ulteriore concreta prova = Aprosio -specie dell'ultimo periodo dopo aver perso il suo Mecenate per eccellenza G. N. Cavana- deve talora piegarsi alle richieste dei letterati che possono garantirgli la pubblicazione di qualche opera e resta emblematico, in merito all'argomento appena esposto, come "Il Ventimiglia" per non perdere l'appoggio del potente bibliotecario mediceo Antonio Magliabechi si rassegni proprio nel caso della tormentata Maschera Scoperta a sostituire entro l'opera la sua, e ben motivata, ascrizione fra le grandi letterate del tempo della Poetessa Anna Maria Schurmanns "la Saffo di di Colonia"a lui estremamente gradita quanto per molteplici ragioni invisa al Magliabechi e si adatti o forse si pieghi a sostituirla con una poetessa italiana di ben minore caratura: la Camilla Bertelli Martini di Nizza). Curiosità infinita quella aprosiana, curiosità che talora diventava ossessione di ricerca: ma che, di fronte al buio della ragione proprio d'alcuni aspetti del suo tempo, propone disanime che al di là dello stile spesso iridescente che genera l'idea della mera erudizione, non di rado denuncia una voglia quasi folgorante di capire e rispondersi alle domande, specie su quell'universo femminile di cui "Il Ventimiglia" non partecipava nell'intimità ma di cui tutto voleva sapere = una curiosità tale da indurlo a proporre il sempre tormentato Caso "Se mai una Donna possa diventare Sommo Pontefice entro il Cap.XVI dello Scudo di Rinaldo I e raccogliendovi in merito alla vicenda della supposta Papessa Giovanna -come qui di seguito si vede- una quantità di dati che lascia stupefatti (al fine della chiarezza occorre dire che su questo tema Aprosio riportò altri due casi cioè di uomo che si atteggiava da donna e di fanciulla che addirittura si fece soldato e che l'incomprensione di cui lui stesso partecipava era collegata a ragioni giuridiche severissime del diritto intermedio che inibivano assolutamente di indossare abiti, ma non solo, che potessero mascherare qualsiasi segno di identificazione sessuale e non) per poi estendersi, senza particolari esclamazioni di scandalo misogino alla moda del tempo (ma semmai riportando la vicenda della Papessa al contesto di mera favola creata da Martin Polono e molto dopo semmai amplificata e demonizzata dalla postazione antiromana delle Chiese Riformate) ai casi ben più reali delle "donne diverse" (omosessuali, lesbiche, transessuali ecc.) e sin al segno di citare apertamente contro le bigotte costumanze moraleggianti il Tribadismo di cui parla in questa sezione del Grillo XI = che era poi una strada per affrontare con conclusioni che sostanzialmente anticipavano i tempi il tema su eunuchi, castrati, evirati cantori ecc. in forza di una conclusione di riprovazione contro l'usanza che definisce "barbarie" e assumere posizione, a suo modo e coi suoi limiti (cioè intersecando le osservazioni morali con il gusto per l'erudizione e l'esibizione linguistica ai fini della "meraviglia") ma non al segno d'evitar di anticipare -a fronte d'un sostanziale silenzio di molti eruditi suoi contemporanei- il Parini per quanto certamente assai più esplicito e concreto quest'ultimo avverso le idee sulla necessità della castratura (sostituire nei Teatri le ritenute voci tentatrici di cantanti donne con voci "costruite dai chirurghi")] *************** E comunque al di fuori di tutto ciò e di quanto altro ancora si potrebbe dire, di questa sua citata moderazione rispetto all'antifemminismo [ quasi scontato nel contesto parodistico di una moda epocale anche letteraria come pure entro una radicata struttura istituzionale interna alla famiglia quale base portante di Stato e Istituzioni ed in cui, specie tra le grandi casate specialmente, era sempre vivo il timore di prole illegittima] un esempio sostanziale appare nel Grillo XX "Se nell'Adulterio sia maggiore il peccato del Maschio, o della Femmina?" ove dopo aver analizzato sul tema, trattato in tre parti l'argomento, le più svariate conclusioni giunge alla sorprendente (per i tempi) sanzione, da non sottovalutare per una certa modernità, che peccano pariteticamente tanto gli uomini che le donne, atteso il fatto espresso anche dalle Sacre Scritture che "(p267 fine) Chiunque commette adulterio, sia esso marito o moglie abbandona la legge divina e pecca in maniera gravissima così come tremendamente sarà poi punito, come dice l'Apostolo di maniera che nè i Fornicatori nè quanti si abbandonano alla mollezza della lussuria e tantomeno gli Adulteri giammai entreranno nel Regno di Dio" = ed invero nemmeno il Capitolo sesto dello Scudo di Rinaldo I ("Qual peccato fusse maggiore o quello di Adamo, o quello di Eva?") ha toni assolutamente acri e parla di peccato comunque senza particolari distinzioni, sia di donna che di uomo nel caso d'adulterio = riferendosi alle pene divine spettanti all'umanità per il Peccato Originale riconosce poi che le donne indubbiamente son fieramente colpite dai dolori del parto e che come seconda pena debbon pagare quella d'esser subordinate all'uomo, anche se in fine di discorso forse per uniformarsi bolla le donne sostenendo da parte maschile, in nome di una letteraria sete di potere delle donne estrapolata anche da Tacito, aggiunge "Staressimo freschi se ci havessero a dominare (p.24)"[ E senza indulgere in altre possibili citazioni a riprova di tutto questo -pur vagliando la maturazione ed una certa delusione esistenziale del personaggio- val la pena di segnalare come morta la Tarabotti e quietatesi certe giovanili passioni Aprosio a proposito delle donne sia giunto ad esprimere in maniera seppur solo manoscritta per quanto ora editata una postazione alquanto moderna avverso il tema delle Monacazioni Forzate argomento che necessitava di una buona dose di ardimento a fronte delle posizioni dominanti ed ancora,riprovando il patriarcato autoritario, come Aprosio abbia avuto l'ardire di contestare in uno scritto edito addirittura un giudizio di S. Tommaso d'Aquino propenso a giustificare un padre laddove per "il Ventimiglia" la gravidanza extraconiugale della figlia sarebbe stata da connettere proprio all'impudicizia di costui evolutosi sin all'incesto   da Cultura Barocca

Dolceacqua: cenni storici

Di origini antiche, con tracce di insediamenti rurali romani, il paese fu capitale (simboleggiata dal castello dominante sul Borgo vecchio ad oriente del Nervia) del Dominio dei Doria. In Dolceacqua (in cui si son trovati reperti di ordine celto-ligure) si sono concretizzati sia il tema del rovesciamento cultuale (per cui supponibili elementi idolatri furono sconsacrati con l'identificazione di entità positive precristiane in elementi negativi-maligni secondo lo schema-trappola dell' inganno demoniaco: il buco del Diavolo in Dolceaqua, fu uno dei "recessi storici" in cui il folklore cristiano-cattolico ha "nascosto" vari tipi di forze oscure; parimenti nella scomoda "Fonte del Drago" (Fonte Dragurina/ Dragurigna) si depresse il culto delle acque ipotizzando che tra queste si celasse un demone aggressore e/o tentatore) quanto il processo della sovrapposizione cultuale, di modo che una qualche tradizione (o struttura) pagana, resistente nella religiosità popolare non venne combattuta quanto piuttosto assimilata nel contesto di un sistema fideistico criristiano-cattolico (il complesso ecclesiale e le leggende taumaturgiche correlate di "Nostra Signora della Mota" poi detta, per alterazione dell'etimologia popolare, "Convento della Muta") nel vasto sito già occupato dal Priorato benedettino medievale dipendente dal monastero di Novalesa nel circondario di Susa. Sulla base degli atti del notaio genovese G. di Amandolesio (cartulare 57) è ricostruibile una TOPOGRAFIA DI DOLCEACQUA NEL XIII SEC. in cui il PAESE assumendo i connotati del BORGONUOVO acquisiva un ruolo predominante nel commercio di val Nervia. Nuclei di tale topografia erano la chiesa di San Giorgio, il Convento di S. Maria, la platea o piazza del Parlamento e il Castello. La sola incertezza può sussistere sulla piazza: un atto del 7-IX-1259 la collocava nel "piano sotto Dolceacqua": essa doveva sorgere nell'area antistante la Tera, il borgo vecchio sulla cui sommità sorgeva appunto il castro comitale. Nelle Convenzioni del 20-IV-1258 tra Genova e Dolceacqua, la località era stata indicata come castrum o castello e villa: quindi l'insediamento non era concentrato sull'area del castello ma pure in una zona "a villa" non fortificata. E' da pensare che un gruppo di abitazioni esistesse presso S. Giorgio dove sarebbe sorto il nucleo paleocristiano. Il notaio operò nella parte della Tera di Dolceacqua, di cui conosceva toponimo e conformazione: dagli atti si intende che, nonostante le lotte tra Guelfi e Ghibellini, già a metà '200 Dolceacqua si era estesa sulla destra del Nervia e che, lungo la strada a lato del fiume sorgevano poderi, casali e mulini. Il comportamento del notaio riassume dati sulla condizione socioeconomica e topografica del borgo scrivendo i documenti "all'aperto in Dolceacqua": non entrando in case private e nel Castello, per il lavoro si valse di riferimenti ambientali ed architettonici ora utili e chiarificanti. Un documento importante per la topografia di Dolceacqua nel '500 (dopo il complesso fortificato, la Tera, intorno al castello, oltre il Nervia, il Borgonuovo si sviluppò abbastanza tardi, fra XII e XIII sec., nel contesto dello sviluppo della via di fondovalle -oggi Via Barberis Colomba- rinvigorita e riaperta a mercanti e viaggiatori) del "Marchesato" dei Doria, ed in buona parte della porzione valliva soggetta al dominato genovese, è poi costituito dai " Diritti del Magnifico Signore di Dolceacqua" stesi nel 1523. Altri possedimenti signorili in Dolceacqua erano una casa nella piazza del borgo nominata lo palacio, una appotheca o magazzino dispensario e presso il Castello, dove si dice la torretta , un'altra casa: per quanto concerne lo palacio risulta evidente il riferimento alla dimora signorile detta in antico Camminata, ove nel salone eran sistemati i ritratti di famiglia: edificio di linea rinascimentale veniva abitato dai Doria in alcune stagioni dell' anno (il suo degrado iniziò dal 1715, quando la Marchesa Matilde Balbiano ne fece un monastero di suore: che non vi rimasero molto tuttavia per i conflitti che sarebbero sopraggiunti ed infatti a metà del '700 il palazzo disabitato - i Doria si erano trasferiti in Camporosso entro il territorio della neutrale Repubblica di Genova - sarebbe stato colpito gravemente dalle cannonate delle truppe austro-sarde durante la Guerra di successione al Trono Imperiale). da Cultura Barocca

Celle di Palazzo Ducale a Genova

L'esplorazione condotta nella prigione superiore, ove si trova la volta della cella campanaria trecentesca, ha permesso di ritrovare il muro medievale, ancora polveroso e sporco, e di constatare che fu coperto da uno strato di intonaco più volte ridipinto. Su questo intonaco abbiamo scoperto nuove date: 1656, 1718 e 1725 fra vari stemmi, disegni di navi, una veduta di Genova, eseguita dallo stesso prigioniero che dipinse la veduta del porto nella cella inferiore... i dipinti che abbiamo trovato nelle due celle dimostrano che varie generazioni di carcerati, con attitudini artistiche, vi soggiornarono... Nel secolo XVII abbiamo pittori di stemmi e di battaglie navali (muro divisorio della cella superiore);  nel 1718 altri carcerati dipinsero sul muro perimetrale sud, adunate di vascelli e di galee, adornando di uno stemma la composizione, vasta quanto la parete; nello stesso secolo sul muro divisorio della stessa cella un altro carcerato ha dipinto un palazzo con balaustrate: nei primi anni dell'800 un detenuto ha disegnato alcune navi, una gustosa caricatura, un profilo femminile, nello stile caro ai romantici. Questi ultimi disegni a matita si trovano sulla volta della cella inferiore sopra la porta interna della prigione. Affiorano, fra i vari dipinti, iscrizioni di pentimento, affermazioni di innocenza, invocazioni supreme alla giustizia di Dio. I prigionieri erano preoccupati di dire le loro pene, i loro tormenti, rivelare la loro anima o ricordare gli avvenimenti processuali, e dovevano appartenere ad una classe colta, perchè non abbiamo mai incontrato scritti o disegni osceni. Ho pure illustrato i dipinti dei prigionieri, alcuni dei quali furono copiati dal pittore Bifoli, come la curiosa composizione del bacio delle dame ai cavalieri partecipanti al torneo, la figura di una Parca che fanno così degno riscontro alle decorazioni pittoriche del bosco con la scimmia. Queste pitture, compiute con polveri colorate ed acqua senza alcuna sostanza per fissarle, sono di un valente maestro genovese e si possono datare dal 1618 al 1628. In quegli anni furono imprigionati Sinibaldo Scorza (1625 per lesa maestà), Domenico Fiasella (1626 per ferimento), Luciano Borzone (1628 per ferimento) e nello stesso tempo e per la stessa ragione A.G. Ansaldo. Questa decorazione che si estende a tutte le pareti della cella campanaria fu eseguita prima che fosse stata dimezzata dalla sistemazione a prigione con relative scale, copriva anche le bifore cinquecentesche murate. Passiamo quindi a datare i lavori di sistemazione interna della torre dopo il 1630. Difficile è l'attribuzione, ma se per il soggetto delle pareti con gli alberi e gli animali può far venir in mente lo Scorza, la composizione del torneo ricorda molto il Borzone e l'Ansaldo. Orlando Grosso (Genova, febbraio 1932)