Archivio mensile:marzo 2012

Oneglia: cenni di storia antica

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Per tutto il 1200 la storia della Ripa Uneliae (oggi Oneglia di Imperia) si identifica con quella del “castrum” nella cui chiesa matrice erano svolte le pratiche più importanti di vita civile e religiosa.
La “Riva” venne stabilmente insediata fin dal medioevo ed un nucleo marittimo si evolse alle pendici del Capo Berta (Borgo Peri), dove i Benedettini fondarono la chiesa di San Martino, oggi scomparsa.

Il centro fiorì specialmente nella seconda metà del Quattrocento quando vi prese dimora Domenico Doria.

La fondazione, nel 1470, del convento e della chiesa degli Agostiniani in località Galita (andati poi distrutti nella prima metà dell’Ottocento) conforta l’idea di un insediamento in fase di crescente sviluppo.

 

La contrastata costruzione del castello (1488) sorto sul lato occidentale dell’abitato e delle mura cittadine, mise il Doria e il “luogo” (come allora si nominavano tutti i centri demici ad eccezione di Genova, unica ad essere definita “città”) al centro di contrasti con gli Sforza in quel tempo signori anche dalla repubblica di Genova.

 

Il castello e le mura furono in parte distrutti, ma, morto il Doria nel 1505, vennero presto ricostruiti.

 

La chiesa che aveva in aderenza sul lato destro l’oratorio di S. Maria della Pietà, luogo in cui si riunirono “a parlamento” gli Onegliesi per far giuramento di fedeltà ai Doria, divenne parrocchiale nel 1513 con il trasferimento da Castelvecchio dell’intero capitolo.

Nella seconda metà del ‘500 la famiglia Doria decise, essendo i rapporti con la comunità onegliese assai difficili, di mettere vendita città e distretto.

I Savoia, che cercavano di dotare il proprio stato di un comodo sbocco sul mare (e non si dimentichi che con minor fortuna svolsero questa pressione sull’agro ventimigliese relativamente alla via del Nervia quanto a quella del Roia ove al loro espansionismo nel XV sec. Ventimiglia -per parte di Genova- aveva opposto i suoi forti e l’importante colonia di Airole), colsero la favorevole occasione e nel 1576 ne divennero proprietari.

Tuttavia, a causa dei difficili collegamenti con il Piemonte e per la mancanza di un porto naturale, Oneglia si rivelò poco adatta ad assolvere i compiti assegnati: ed anche per siffatta ragione non venne mai meno la pressione anche diplomatica esercitata dai Savoia sull’area di Ventimiglia, sfruttando la loro importante base di Pigna al capo settentrionale della val Nervia.
I Savoia in un primo tempo progettarono la costruzione di una darsena, ma in seguito al potenziamento del porto di Nizza il progetto venne abbandonato.

Fu riproposto verso il 1670 dopo l’incerta guerra con Genova del 1625 e quindi poco prima del conflitto del 1672 che comunque avrebbe riproposto sia l’importanza della base militare di Oneglia che la sua difficile posizione strategica.

Verso il 1698 si ipotizzò l’edificazione di un molo, ma nulla si concretizzò: soltanto nel 1825 la cittadina, in virtù di un lascito privato, fu in grado di realizzare un molo verso occidente.
Nel Sei-Settecento la città conobbe un discreto sviluppo calcolando i tanti assedi che subì.

Un cenno particolare meritano gli eventi della Guerra di successione al trono imperiale d’Austria: si contrapposero nel Ponente Ligure grandi forze di alleati Franco-Spagnoli contro gli Austro-Piemontesi, pur essendo ufficialmente neutrale Genova (anche se nascostamente favorevole alla Spagna), sul cui terreno pur si combatteva.

Molte spie e osservatori, anche specializzati “cartografi di guerra” spiarono, reciprocamente, il territorio ora dell’una ora dell’altra parte.

A proposito di Oneglia è da citare la carta, attribuita fra molti dubbi all’Accinelli e conservata a Bordighera in collezione privata, intitolata PRINCIPATO DI ONEGLIA SPETTANTE AL RE DI SARDEGNA E VIA CHE CONDUCE DA MONACO AD ONEGLIA.

Documenti come questo erano utili agli ufficiali di guerra, specie se stranieri e poco pratici dei luoghi come il comandante generale austro-sardo Barone di Leutrum.

Nei primi tempi della guerra di Successione Austriaca nel Ponente Ligure le truppe spagnole del generalissimo Las Minas, fra altre conquiste, presero anche ONEGLIA, ma non riuscirono ad andare oltre questa importante città vista la resistenza dei carabinieri piemontesi ritiratisi con ordine sulle alture e peraltro protetti dal mare dalla flotta dell’Inghilterra, alleata di Austria e Piemonte, che cannoneggiava continuamente le armate francese e iberica.

In seguito, mutate le sorti militari, gli Austro-Sardi ripresero Oneglia facendo di questa città una formidabile base per una loro inarrestabile avanzata sin ai forti di Ventimiglia dove si stavano ritirando e asserragliando le ancora potenti forze nemiche: ma da quel momento, fino agli eventi della Rivoluzione francese, la città di Oneglia sarebbe sempre rimasta nelle salde mani dello Stato Sabaudo che nei suoi riguardi e in quelli dei suoi coraggiosi cittadini dimostrò una cura particolare.

Importante in particolare fu la ricostruzione nel 1739 della chiesa parrocchiale.

di Bartolomeo Durante da Cultura-Barocca

Se tu mi dimentichi – di Pablo Neruda

Voglio che tu sappia
Una cosa.
Tu sai com’è questa cosa:
se guardo
la luna di cristallo, il ramo rosso
del lento autunno alla mia finestra,
se tocco
vicino al fuoco
l’impalpabile cenere
o il rugoso corpo della legna,
tutto mi conduce a te,
come se cio’ che esiste
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che m’attendono.
Orbene,
se a poco a poco cessi di amarmi
cesserò d’amarti poco a poco.
“ Se d’improvviso
mi dimentichi,
non cercarmi,
chè già ti avrò dimenticata “
Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
Che passa per la mia vita
e ti decidi
a lasciarmi sulla riva
del cuore in cui ho le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell’ora,
leverò in alto le braccia
ahi, amor mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né si dimentica,
il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
e finchè tu vivrai starà tra le tue braccia
senza uscire dalle mie.

Pablo Neruda

Contatti tra alleati e partigiani nella I^ Zona Operativa Liguria

Vallecrosia; sullo sfondo Bordighera

Vallecrosia; sullo sfondo Bordighera

Il 20 dicembre 1944 doveva sbarcare a Vallecrosia (IM) il capitano Bentley (n.d.r.: Robert “Bob” Bentley, che doveva assumere la funzione di ufficiale di collegamento degli Alleati con la I ^ Zona Operativa della Resistenza in Liguria), ma fu tutto rinviato per via del mare in tempesta. Dapprima arrivarono due collaboratori del capitano e finalmente la notte fra il 6 e il 7 gennaio 1945 sbarcò Bentley con il radio-telegrafista Mac Dougan.
Il Gruppo Sbarchi al completo si incaricò di accompagnare l’ufficiale inglese e il suo telegrafista ai Negi e consegnarlo ai garibaldini di Curto (n.d.r.: Nino Siccardi, già comandante della II^ Divisione Partigiana Garibaldi “Felice Cascione”, ma a quella data ormai responsabile della I^ Zona Operativa della Liguria, mentre comandante della Divisione era diventato Vittorio ” Vittò” Guglielmo) e di Gino Napolitano (n.d.r.: in quel momento vice comandante della V^ Brigata Partigiana Garibaldi”).
Il tragitto fino ai Negi non fu agevole: la radiotrasmittente era nascosta in un carretto con ceste di fiori condotto da Eraldo Fullone, Aldo Lotti e Achille “Andrea” Lamberti, che precedeva Ampeglio “Elio” Bregliano che accompagnava i due inglesi. Vennero fermati da un tedesco.  Achille passò senza problemi.  Aldo Lotti usò tutta la sua loquacità per distogliere le guardie e consentire a Bentley e Mac Dougan di passare. Superato l’ostacolo del tedesco, il capitano con il più smagliante dei sorrisi fece notare a Elio che, se fossero stati catturati, loro, sotto il pastrano borghese fornitogli dai partigiani, indossavano la regolare divisa inglese e quindi avrebbero potuto invocare il rispetto della Convenzione di Ginevra e essere considerati prigionieri di guerra, mentre lui sarebbe stato fucilato sul posto. Fuori paese, lungo il sentiero della collina che portava a Negi, uno dei due inglesi accese una sigaretta, inglese naturalmente. Elio sconsolato si fermò apostrofando gli inglesi in modo brusco ricordando che al momento dello sbarco per poco annegavano, che non contenti giravano con la divisa inglese, e da ultimo tanto per complicarsi ancor più la vita, fumavano tabacco Virginia, il cui profumo si sentiva da Perinaldo a Seborga. Se qualche tedesco fosse stato nei paraggi non avrebbe faticato ad individuarli. L’inglese spense la sigaretta e chiese scusa. Tutto andò nel migliore dei modi.

Da sinistra, Francesco Garini e Ampeglio "Elio" Bregliano nel rifugio di Negi

Da sinistra, Francesco Garini e Ampeglio “Elio” Bregliano nel rifugio di Negi

Con lo sbarco del capitano Bentley si strinsero ancor più i rapporti tra il Gruppo Sbarchi di Vallecrosia e il gruppo di “Leo” Carabalona, del quale faceva parte Giulio “Caronte” (n.d.r.: ma anche “Corsaro”) Pedretti, che per primi avevano preso contatto con le forze alleate.
Gli sbarchi si susseguirono con invio di anni e anche di agenti radiotelegrafisti per azioni di spionaggio.
Tra queste operazioni vi fu la tragica “Operazione Leo” a seguito della “Operazione Gino” (n.d.r.: quella in cui perse la vita il capitano Gino Punzi che aveva già combattuto con il maquis francese), di cui non conosco i particolari, ma che mise a repentaglio tutta la nostra organizzazione.
Stefano “Leo” Carabalona e Luciano “Rosina” Mannini erano coinvolti in queste missioni di spionaggio, credo dei servizi americani, e vennero individuati dal controspionaggio tedesco nella casa di Vincenzo Biamonti in via Verbone (adesso via Matteotti) di Vallecrosia, dove erano in attesa del ritorno da Sanremo della staffetta partigiana Irene.
Nel conflitto a fuoco “Leo” venne ferito, ma riuscì a fuggire e anche “Rosina” che avvisò del pericolo Aldo Lotti e tutta l’organizzazione.
Alcune settimane dopo da Renzo Rossi apprendemmo che era necessario preparare una barca per trasportare il ferito “Leo” in Francia.
La barca fu predisposta e “Leo” fu trasportato al di là delle linee nemiche e ricoverato in ospedale.
L’operazione più importante alla quale partecipai fu la fuga dei 5 prigionieri alleati che trasportammo in Francia.
I 5 soldati erano 2 americani, 2 inglesi e un francese. Gli inglesi erano: Michael Ross  – cap. Welch Regiment; Cecil “George” Bell – ten. Highland light infantry. Il francese: Fernand Guyot – pilota. Gli americani: i piloti Erickson e Klemme, ma non ne so né il nome, né il reparto, né altri dettagli, solo che erano “piloti” (nota di Fiorucci: da ricerche presso l’Istituto Storico dell’US Air Force si apprende che si trattava di Lauren Erickson,  ten. pilota di P38 Lightnings – 1° Gruppo 270 Squadrone – e di Ardell Klemme, ten. pilota di bombardieri B25 – 340° gruppo 4890 Squadrone -; aggiungeva Fiorucci che all’epoca – 2008 c. – Ardell Klemme era ancora vivente in una cittadina del Wisconsin). Dopo l’8 settembre erano fuggiti dai campi di prigionia e vagarono per l’Italia settentrionale alla ricerca di un passaggio per la Svizzera o per la Francia liberata.
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La Resistenza li nascose a Taggia per qualche tempo, sperando nell’arrivo di un sottomarino per metterli in salvo.
Nel febbraio del 1945 il Comando decise di tentare la loro fuga da Vallecrosia.
Fui incaricato di prelevare i 5 al solito posto vicino a Negi.
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Il solito posto è una grotta naturale in località “Cagadiné” sul monte Caggio, dalla quale sgorga anche una piccola sorgente, sopramonte al sentiero che conduce in Borello di Sanremo. Si  racconta che in quella grotta si nascosero anche dei disertori della guerra 1915-18.
Era il punto di incontro con i partigiani garibaldini che operavano in montagna.
I partigiani di Gino Napolitano e Curto accompagnarono i 5 dalla grotta fino a Negi, e poi per attendere l’oscurità nella casa del padre di Vittorio Cassini di Bordighera.
Presi in consegna dai partigiani di Gino Napolitano i 5 soldati alleati e iniziai con loro il viaggio verso Vallecrosia, revolver in pugno e dito sul grilletto.
Il viaggio non fu agevole. Mi lamentai anche che i 2 americani tendevano a defilarsi e a rimanere troppo staccati dal gruppo.
Per precauzione mi ero portato un paio di pantofole; dopo Vallebona obbligai i 5 a togliersi gli scarponi e a marciare solo con le calze ai piedi.

testimonianza di Renato “Plancia” Dorgia” in GRUPPO SBARCHI VALLECROSIA, realizzato a cura di Giuseppe Mac Fiorucci

Il partigiano “Carletto”

Cattaneo Carlo “Carletto”, Alessandria 10.4.1921

Il padre, macchinista ferroviere, socialista, partecipa attivamente agli scioperi del 1921 e, dopo la presa del potere da parte dei fascisti nel 1922, viene radiato dalle Ferrovie perché rifiuta il giuramento di fedeltà al nuovo regime.
In seguito a ciò la famiglia si trasferisce a Ventimiglia.
Il 25 Luglio del 1943 Carlo Cattaneo è militare, giunto da due giorni in Slovenia fra le truppe italiane di occupazione.
L’8 Settembre il presidio di cui fa parte si dilegua, abbandonato da chiunque avesse un grado di comando.
Rientrato avventurosamente in Italia assieme ad alcuni commilitoni, dismessa la divisa, riesce a tornare a casa verso la fine del mese e trova Ventimiglia bombardata.
In Ottobre con i bandi di arruolamento della R.S.I. si presenta ad Imperia per evitare l’arresto ma, rientrato a casa sale subito in montagna a Carmo Langan dove il Comandante “Vitò” sta costituendo le prime formazioni partigiane dell’estremo ponente.
In seguito assumerà il comando del Distaccamento di Pigna-Buggio appartenente alla 5a Brigata.
Il 2 Luglio del 44 partecipa , al comando della formazione, alla battaglia di Castelvittorio (nella fotografia); dopo lo sbandamento che ne segui’, il suo distaccamento non fu ricostituito. Entrerà a far parte del Comando di Brigata accanto al comandante “Vitò”.
Fu uno dei protagonisti della Repubblica di Pigna.
Alla liberazione con il suo gruppo entrerà a Ventimiglia.

da Istituto Storico della Resistenza della provincia di Imperia

Epigrafe per una generazione – di Lino Curci

Tutto scivola sulla superficie dell’anno,
non quel primo passo esitante
su un altro mondo, che vedemmo d’estate.

Tutto scivola, è già passato, le guerre
e la pace impossibile, i governi
della violenza, il fermento e i dolori
d’una generazione. Sono stanco
di negare me stesso e rifiutare la gioia,
anche questo finirà, lo sento,
tutto scivola con noi nell’abisso del tempo.

Ma quel nuovo passo sulla scala dell’uomo
e quel modo di viverlo e vederlo,
che fummo sulla lunga ora di morte
se non l’occhio che ha visto il piede che esplora,
il principio di un gesto interminabile
e l’amore felice di non compiersi.

Il vero amore che sa tornare al silenzio,
la vita consapevole di restare sommersa.
Fummo gli altri dopo di noi, la parola nel vento;
e tre uomini come noi che al ritorno pregavano in locale
isolato.
Guardateci nel nostro vero volto,
noi che fummo il presente e il passato, l’amore e il tempo.

Lino Curci