Archivio mensile:giugno 2013

Un vecchio tema sullo sport

Ripensando ad un tema (o componimento per un concorso), incentrato sullo sport, dell’anno scolastico 1964/65, quando ero in V^ Ginnasio, mi sono venute in mente alcune riflessioni, alle quali ho subito affiancato idealmente immagini dei campi del Tennis Club di Bordighera, fondato nel 1878, di cui, in quest’epoca di intenso revival, compaiono anche sul Web diverse datate cartoline. Soffermandomi un attimo su quello scritto, aggiungo che con l’ingenuità tipica di ragazzi dell’epoca vi andavo a perorare la necessità di costruire in Italia tanti impianti per consentire la diffusione di massa delle attività motorie e concludevo auspicando correttezza e lealtà nelle gare.
In quel periodo nella nostra zona le strutture erano veramente poche, così come nel resto del Paese.

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Non sapevo ancora che di lì a poco avrei vissuto una breve stagione nell’atletica, che mi consente ora qualche digressione curiosa. Dato che l’unico campo attrezzato era quello di Imperia, per la corsa (per fare il fiato, almeno) ci si allenava spesso per strada. Essendo la mia società di Sanremo, ci saremmo in quel periodo sognati la pista realizzata da poco da Ospedaletti (qui, con qualche interruzione ancora), passando per la città della canzone, sin quasi alle porte di Imperia sul tracciato della vecchia ferrovia! E se scaldavo da solo le gambe vicino a casa venivo guardato come un tipo originale: non erano ancora i tempi del footing di massa!Vedendo la piscina di Bordighera, devo sottolineare che le cose sono cambiate in bene anche qui da noi. Rammento, poi, di aver letto che alla base di tanti successi ufficiali italiani nel nuoto ci sia il continuo avviamento, anche per motivi di salute, di tanti bambini a questa disciplina da parte delle loro famiglie.
I rinnovati campi da calcio e da tennis in zona Peglia di Ventimiglia sono un altro esempio delle opere costruite in tutti questi anni da queste parti.  Per non citare la moderna pista di atletica realizzata, con tanto di rettangolo verde per il foot-ball, gradinate, spogliatoi ed altro ancora, in Zona Braie di Camporosso, dove una volta esisteva un modesto campo di aviazione.
Non posso dimenticare infine le tante palestre private, frequentate da persone di tutte le età.
Non intendo allungare oltre il discorso, ma voglio formulare almeno un accenno ad aspetti sociali, quali quella moda che impone di essere giovanili, belli, prestanti ad ogni costo, ed al fatto che, nonostante il gran numero di impianti realizzati, la piena soddisfazione di una sana pratica fisica di massa, per fattori complessi, tra cui a volte le spese da sostenere comunque, sia ancora ben lungi da arrivare.
La sportività, invece, intesa in senso largo, che mi é rimasta tanto cara come da ragazzo, credo sia diventata nelle competizioni ad alto livello merce sempre più rara. Qualche volta anche a livello amatoriale.

L’Arcadia

File:Bosco-parrasio.jpg

L’Accademia dell’Arcadia è un’accademia letteraria fondata a Roma nel 1690 da Gian Vincenzo Gravina e da Giovanni Mario Crescimbeni coadiuvati nell’impresa anche dal torinese Paolo Coardi, in occasione dell’incontro nel convento annesso alla chiesa di San Pietro in Montorio di quattordici letterati appartenenti al circolo letterario della regina Cristina di Svezia, tra i quali gli umbri Giuseppe Paolucci di Spello, Vincenzo Leonio da Spoleto e Paolo Antonio Viti di Orvieto, i romani Silvio Stampiglia e Jacopo Vicinelli, i genovesi Pompeo Figari e Paolo Antonio del Nero, i toscani Melchiorre Maggio di Firenze e Agostino Maria Taia di Siena, Giambattista Felice Zappi di Imola e il cardinale Carlo Tommaso Maillard di Tournon.

E di Cristina di Svezia si può qui aggiungere in inciso che la sua fede cattolica risulta indiscutibile seppur alterata da comportamenti spesso ribelli al formalismo liturgico: ciò non toglie per esempio che il Bernini (convinto del suo potere di comunicare con Dio) sul letto di morte, le invia un busto in marmo di Cristo, chiedendo alla regina di pregare per lui.  Negli ultimi giorni di Cristina, nella sua corte entra una certa Giulia, esperta di Alchimia che nel contesto dell’antichissima tradizione oracolare avrebbe la dote particolare di prevedere il futuro. Cristina la ribattezza Sibilla. La prima cosa che Cristina le chiede di indovinare sono i suoi pensieri (cosa che come si legge di seguito sarà poi condannata anche come pratica medica nel contesto del “Mesmerismo” e dalla donna le viene risposto che ha paura di morire):  l’ex Regina di Svezia accomuna terrore per invecchiamento e deperimento fisico con una volontà, non estranea alle costumanze epocali, di arrestarne il processo…

L’Accademia è considerata non solamente come una semplice scuola di pensiero, ma come un vero e proprio movimento letterario che si sviluppa e si diffonde in tutta Italia in risposta a quello che era considerato il cattivo gusto del Barocco.

Essa si richiama nella terminologia e nella simbologia alla tradizione dei pastori-poeti della mitica regione dell’Arcadia, e il nome fu trovato da Taia durante una adunata ai Prati di Castello, a quei tempi un paesaggio pastorale.

Oltre al nome dell’Accademia, emblematico da questo punto di vista, anche la sede fu chiamata seguendo questa tendenza “Bosco Parrasio”, una villa sulla salita di via Garibaldi sulle pendici del Gianicolo. Pastori furono detti i membri, Gesù bambino (adorato per primo dai pastori) fu scelto come protettore, come insegna, venne scelta la siringa del dio Pan, cinta di rami di alloro e di pino e ogni partecipante doveva assumere, come pseudonimo, un nome di ispirazione pastorale greca.
I caratteri letterari dell’Accademia furono frutto del confronto tra due dei fondatori, Gian Vincenzo Gravina e Giovanni Mario Crescimbeni.

Il primo vedeva nell’Accademia il centro propulsore di un rinnovamento non solo letterario, ma anche culturale. Questo ambizioso progetto era sostenuto dalla sua concezione della poesia come veicolo rivelatore di verità essenziali. Propose come modelli letterari Omero e Dante. Inoltre non gradiva gli aspetti mondani che l’accademia stava sempre più assumendo.

Il programma di Crescimbeni era decisamente più moderato e puntava a una più semplice reazione al disordine barocco ripristinando il buon gusto. Crescimbeni puntava a raggiungere un certo classicismo con una poesia chiara, regolare di matrice petrarchesca.

Prevalse il programma di Crescimbeni, dal momento che anche gli altri membri avevano come obiettivo non l’elaborazione di una nuova cultura, ma una nuova poesia classicheggiante, semplice e aggraziata.

Tra le conseguenze di questo dissidio, vi fu una scissione, nel 1711, che portò alla fondazione di una Seconda Arcadia, patrocinata dagli scolari del Gravina, che tre anni dopo venne denominata Accademia de’ Quirini. Nel 1719 i due rami si ricompattarono, per omaggiare Gravina, morto l’anno prima.

Gli Arcadi cominciarono a riunirsi nei giardini del Duca di Paganica a S. Pietro in Vincoli dove seduti per terra o su dei sassi presero a recitare i loro versi.

Dal 27 maggio 1691 si trasferirono nel giardino di Palazzo Riario, ex residenza di Cristina di Svezia, dove ebbero a disposizione una specie di fosso rotondo che comunque aveva parvenza di teatro. Nel 1693 si trasferirono ancora presso il Duca di Parma agli Orti Palatini che dette loro il permesso di edificare un teatro agreste di forma circolare e a due ordini di posti in legno e terra e rivestito di fronde di alloro.

Nel 1699 si spostarono ancora, stavolta nel giardino del duca Don Antonio Salviati che aveva fatto scavare in una collinetta un teatro romaneggiante ma alla morte del duca, nel gennaio 1704, furono sfrattati dagli eredi e dunque nel luglio del 1705, per celebrare i Giochi Olimpici, dovettero ricorrere all’ospitalità del principe D. Vincenzo Giustiniani.

Successivamente, dall’11 settembre 1707, Francesco Maria Ruspoli, principe di Cerveteri, mise loro a disposizione un suo parco sull’Esquilino in attesa che fosse pronto un anfiteatro in un’altra villa del principe ma sull’Aventino che divenne sede fissa delle adunanze fino al 1725.

Finalmente, grazie a una donazione di 4000 scudi di Giovanni V del Portogallo, anche lui arcade, l’Accademia poté acquistare una sede tutta sua ovvero l’Orto dei Livi che l’architetto e arcade Antonio Canevari trasformò nel Bosco Parrasio.

da Cultura-Barocca