Archivio mensile:luglio 2013

Milano, solo vaghi ricordi ed impressioni

mi.z-20Chi lascia in Milano Santa Maria delle Grazie, dove é custodito il Cenacolo, svolta verso il centro lungo Corso Magenta, dove molti palazzi sono ornati da quell’adeguata, non intrusiva segnaletica, in oggi abbastanza diffusa nelle maggiori città, che riporta anche l’anno di costruzione (e a Milano in questa casistica é difficile non dico arrivare al Medioevo, ma allo stesso Rinascimento): ad un certo punto lungo quell’arteria si rinviene un Museo, dal cui cortile é possibile ammirare un torre delle mura di difesa del IV° secolo, quando Milano era capitale dell’Impero d’Occidente. Da quelle parti, non molto lontano, se la memoria non m’inganna, c’é un interessante Museo della Scienza e della Tecnica. Sì, ancora un po’ più in là c’é la Basilica di Sant’Ambrogio, ma questa dovrebbe essere abbastanza nota. Ho girato a lungo per trovare la targa che indica dove é stato assassinato – tragica ironia della sorte! – a poche ore dalla Liberazione Eugenio Curiel, giovane dirigente della Resistenza, per sostare in commosso pensiero rivolto a lui e a tanti altri generosi eroi caduti per la Libertà. Girare per le strade per scoprirne i nomi e da questi risalire a personaggi, avvenimenti, date: indubbiamente in una metropoli la scelta può essere ampia! Trovare ancora inseriti in nuovi rioni retaggi dell’agricoltura di un tempo.

Non ho mai viaggiato molto, né sono stato particolarmente assiduo di Milano, ma il ciclo dei miei contatti si é sviluppato lungo l’arco di circa sessant’anni. Trascurando i ricordi di Duomo, Castello Sforzesco, modellino dell’Andrea Doria che, salendo, spiccava a sinistra dei binari della Stazione Centrale e Zoo, posso sottolineare che circa ad otto anni venni accompagnato a vedere la Pietà Rondanini, tutto trepidante perché già informato che era l’opera lasciata incompiuta dal grande Michelangelo. E che, più o meno, in quel periodo ho visto, se non rammento male, non lo specifico Museo, ma una vera grande Mostra del Risorgimento. Il costruendo Pirelli e la costruenda Metropolitana.

Rapporti di famiglia, in seguito lavoro, manifestazioni, nuovi rapporti di famiglia hanno accompagnato la mia relazione con Milano.

A Milano da sempre, per me, il fascino del tram con il suo scampanellio particolare; in seguito, anche quello del metrò.

A Milano o andando e venendo da Milano ho assistito a fatti curiosi; talora qualcosa di più che curiosi. Tante storie, insomma. Forse qualcuna da raccontare.

Ma se la malia esercitata da una grande città su di un bambino degli anni ’50 può essere retrospettivamente, soprattutto se inquadrata nel processo di crescita della civiltà materiale, abbastanza compresa, trovare da adulto bello, superata la fase giovanile tipica di ogni generazione, ma indifferente a tanti particolari, l’insieme, come é capitato a me, di strade e di case qualunque ha veramente qualcosa di misterioso.

Roland Eagle

Quando mi venne da pensare ad un vecchio fumetto, “intrepido”, che era la mia passione da bambino, vale a dire non oltre gli anni ’50 del secolo scorso, il personaggio cui feci subito riferimento era Roland Eagle. Ne scrissi qualcosa, così come della rivistina in cui appariva, ma ricorsi per illustrare il tutto a qualche immagine – alquanto stilizzata o di maniera – rinvenuta sul Web. Ed avevo nella memoria una vicenda in particolare, quella in cui l’eroe in parola andava alla ricerca del comandante Bragadin. Tutto questo capitava circa tre anni fa’.

roland.eagle

Scoperto poco dopo, quasi per caso, che un mio amico, Bruno Calatroni di Vallecrosia (IM), era un collezionista – discreto – di fumetti, mi venne facile conseguire la possibilità di dotarmi di qualche immagine d’epoca. Di “intrepido”, va da sé, di cui non vedevo più una copia di quegli anni da tempo immemorabile. E, neanche a farlo apposta, anche della piccola saga Roland Eagle/Bragadin.

Roland Eagle – specifico solo adesso – é (era) un giovane capitano di un veliero, anche a motore, che incappa in tante avventure nei Mari del Sud, ma in epoca contemporanea. Si potrebbe dire che gli autori gli hanno fatto prevedere in anticipo sui tempi le odierne scorrerie dei pirati di Malaysia ed Indonesia. Una storia (da me letta a singhiozzo, come quasi tutte le altre, come dirò dopo) mette addirittura in pista – eccomi al punto! – un giovane italiano (Bragadin, e qui penso che la fantasia di chi scriveva non si fosse sprecata, visto che così si chiamavano illustri personaggi della Serenissima e l’ultimo difensore veneziano di Cipro) alla ricerca del padre che nella seconda guerra mondiale, nel fuoco della quale era scomparso, era stato comandante di un sommergibile.

Prima di aggiungere qualcosa, vorrei sottolineare che le trame di “intrepido”, ancor più se ricordo e se ho riguardato bene quelle di altri fumetti di quel periodo, oggi, a parte qualche buon tratto di pennino, farebbero sorridere.

Altri personaggi di “intrepido” che ricordo bene – anzi, meglio, che mi piacevano – erano Buffalo Bill, a lungo il mio preferito, Liberty Kid, altro eroe statunitense dell’Ottocento, il principe indiano Chiomadoro, che combatte anche contro i giapponesi nel secondo conflitto globale, ed un altro principe esotico che subito non mi piaceva molto. Comparivano tutti in storie a puntate dell'”intrepido”.

Sul Web, dove avevo compiuto una conseguente ricerca, Internet si dice che più o meno tutti questi eroi comparvero nel 1950. E su questo non ho titoli per discutere. Ma anche che la rivista cambiò di nuovo formato nel 1963, lasciando un po’ di confusione sul fatto della scomparsa di quei personaggi che, secondo la mia memoria, avvenne in modo pressoché integrale nel 1958, ma su questo punto l’errore, ancor prima che per paradosso ritrovassi in un archivio familiare proprio una copia del 1963, mi venne corretto da un altro amico, di cui non sospettavo la passione per quel giornalino.

Prendo nota che “intrepido” ha avuto grande diffusione anche negli anni ’90. Qualcosa avevo percepito. Ma l’impatto che aveva avuto a metà anni ’50, per lo meno nell’ambiente che io posso ricordare, fu veramente straordinario. Lo leggevano grandi e piccini. Lo si passava di mano in mano. E fu così che ne lessi (anzi, subito, a quattro anni, che ne guardassi le immagini) inizialmente un bel po’. Era forse un modo per tanta gente per avvicinarsi alla cultura. Già allora si diceva ai bambini di lasciare perdere i fumetti, specie quelli di guerra. E con Sordi in “Un americano a Roma” si era già vista (io lo seppi dopo, però) la satira anche sugli effetti dei fumetti (e/o di certo cinema) sulle menti deboli. Solo che mi sembra troppo facile obiettare che ci sono molti più “spostati” oggi rispetto a quell’epoca. E che un autore insigne come Umberto Eco abbia speso parole notevoli a difesa del fumetto, per lo meno di quello subito antesignano di quello di cui sto parlando io.

Sì, perché c’é tutta una storia su “intrepido”, fondato in era fascista nel 1930, allorquando ben presto su input di quel regime i fumetti d’importazione americana dovettero in fretta e furia italianizzare nomi e trame. Come per i celebri Cino e Franco.  Alla faccia del copyright. E dello spessore delle storie. Con questo, però, sono entrato in un altro campo, affascinante, sì, ma su cui esistono molte pubblicazioni.

La mia é, invero, una rievocazione sul filo di una indistinta nostalgia. Vorrei aggiungere che cugini de “intrepido”nella stessa Casa Editrice nel periodo cui faccio riferimento io erano “Il Monello”, edito sino al 1990, e “Albo dell’Intrepido”, uscito, se non erro, abbastanza presto di scena. Mi interessa, anche per non appesantire troppo il discorso, l’ultimo in particolare, specializzato in storie complete, in genere di guerra, ad uscita settimanale. E fu così che a metà anni ’50 molti ragazzini e bambini italiani vennero a conoscere storie di soldati giapponesi nelle giungle, che non sapevano che il conflitto era già finito! Su “Il Monello” vorrei solo ricordare il cowboy Rocky Ryder. Su tutti e tre comparivano, inoltre, di solito nella quarta di copertina brevi strip comiche, anche importanti, quali “Pedrito El Drito”, di cui sono riuscito a reperire di recente un reprint, “La piccola Zoe”, “Tarzanetto”; non ricordo, però, in quale ordine.

“intrepido”, la mia vera passione, mi entrò in casa in modo casuale e sporadico. Al pari di Topolino, che é tutt’altra vicenda. Ebbi la possibilità di vederne (data l’età), prima, e, presto, di leggerne tanti. Non ricordo se richiesi in famiglia di poter leggere con costanza una copia settimanale tutta mia. Probabilmente sì, con esito negativo per le supreme ragioni di dover leggere “Il Corriere dei Piccoli”, periodico che rammento con molto piacere e molto importante; ma i bambini, si sa, sono esigenti. E fu così che di molte storie (de “intrepido”), le quali erano a puntate, o non ho visto le conclusioni o mi sono perso gran parte delle trame. Né sopperì  molto un ricorso tardivo alle cosiddette Raccolte, causa, credo, una certa discontinuità di quella pubblicazione. Ironia su ironia, quando ci fu infine una mia personale organizzazione in materia, grazie a certi vicini di casa (prestiti vicendevoli di giornali e giornalini!), l’Albo andò a sparire e “intrepido”cambiò natura. Lo guardai ancora un po’, poi persi interesse, salvo riportare l’impressione (comune a tanti della mia generazione) di dover fare a tutti i costi gli spiritosi dopo aver visto inserita nelle nuove versioni una pubblicità sotto forma di storielle di un nuovo detersivo americano (questo l’ho appreso in seguito) che regalava puntualmente tanti bei giocattoli e/o sorprese: “Ma dove ti hanno preso? Nel Tide?”.

Erano già gli anni de “Il grande Blek” e di “Capitan Miki”, tuttora “vivi e vegeti”, ma che adesso trovo di una ingenuità colossale. All’epoca furono importanti anche loro. Al pari di altri. Tutti scomparsi. Come Pecos Bill. O Kinowa. Sempre parlando di western. Forse il grande cinema americano di genere ispirava al meglio i loro autori. Come fu per Tex. Per il quale il debito d’origine verso i film di John Ford viene riconosciuto. Che a metà anni ’50 conoscevamo. Ed apprezzavamo. Ma che costava più caro degli altri. Anche nella versione originaria a strisce. Come di recente ha riconosciuto Sergio Bonelli. Per cui non si leggeva molto. E poi i fumetti comici, che forse risentivano di tanto cinema italiano, Cucciolo, Tiramolla. Qualche tempo fa ancora presenti. Ed altri di derivazione, credo, americana, come Picchiarello.

In tanti, insomma, ci siamo cresciuti con quei fumetti. E non ce pentiamo affatto. Io, poi, che prediligevo quel Buffalo Bill, che nella memoria rivedo oggi reazionario come nella realtà storica, tenevo d’istinto per gli indiani anche nei giochi dell’infanzia. Crediamo di essere cresciuti bene lo stesso.

Ed ancora adesso, non fosse altro che escono pubblicazioni critiche e/o nostalgiche di quei fumetti, mi capita, come ho già riferito altre volte, di parlare ancora, accompagnandomi per fortuna con qualche immagine, di “intrepido” e di altri vecchi giornalini di avventure.