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Airole in Val Roia: cenni storici

 

 

Nel 1498 la zona di Airole, avanguardia genovese contro il Piemonte, era ancora priva di vita di relazione a comprova che gli insediamenti in val Roia furon sempre macchinosi contrariamente a quanto accadde in Val Nervia.

Il progetto di colonizzare l’area aveva lo scopo di istituire un insediamento intemelio lungo il tragitto del Roia e farne un antemurale contro invasioni banditesche che preludevano a spostamenti militari sabaudi.
Tale ipotesi giustificherebbe l’esistenza di qualche struttura militare in valle, la fortificazione dei luoghi di passo e la concentrazione a barriera dei villaggi di Collabassa, S.Michele, Olivetta, Piena, Fanghetto e Libri, sul terminale od in parti nodali di itinerari corrispondenti ad antiche mulattiere.La ritardata evoluzione “coloniale” di Airole, di cui Ventimiglia era detta “Signora”, dipese da sopraggiunti contenziosi coi Certosini di Pesio: con atto autografo del 17-XII-1436 Samuele Priore della Certosa di Pesio non solo protestava contro l’insolvenza dei reggitori intemeli ma chiedeva la “conservazione” in Airole di un fondo i cui proventi spettassero alla Certosa.
Le “terre e i diritti” cui alluse frate Samuele confortano nel giudizio che i Certosini prima della vendita mai avessero abbandonato il Priorato, contro le “false voci dei Sindaci” e che avessero finito per centrare i loro interessi su alcuni siti e su quelle pertinenze agricole che producevano cespiti migliori: in base al rescritto del 1436 si deduce che i frati benché poco numerosi stessero ad Airole ancora nel 1434 e che, attese le manchevolezze del Comune intemelio, avessero assegnato ad un procuratore di porre sotto cautelativa il sito onde vanificare le proposizioni insediative dei Ventimigliesi.
La soluzione della diatriba avvenne tempo dopo, verso gli anni ’90 del secolo XV: soltanto dopo la fine della lite il Comune intemelio, saldati i debiti e entrato in possesso di Airole mentre già si era evoluta la strada del Roia, incaricò 4 suoi cittadini-magistrati di suddividere l’agro di Airole in 14 zone da assegnare ad altrettanti capifamiglia “probi e fidi” che in rapporto al beneficio assunsero l’onere di costruirvi un’abitazione , risiedere sul lotto di proprietà e lavorarlo, versando al Comune annualmente un soldo per diritto di “cottumo” (allorché le terre fossero state “accottumate”, o riscattate, il tributo sarebbe divenuto formale sotto l’aspetto di una “fava nera”).
La volontà intemelia di ripopolare l’agro di Airole facendone “fida guardia sul ben meditato viatico delle gole (del Roia) sin a Tenda contro malintensionati e a pro di boni homini” si ricava da altro capoverso dell’atto del 1498.
I capifamiglia beneficiari erano sì titolari delle proprietà ma avrebbero potuto venderle solo ad abitanti del luogo e in dipendenza del pagamento al Comune dello Jus di “laudemio”, cioè la somma variabile che il concessionario di un’enfiteusi (titolare del cosiddetto dominio utile come nel caso i 14 capifamiglia destinatari) doveva versare al proprietario concedente (titolare del dominio eminente o diretto come nella circostanza il Comune intemelio) nell’eventualità di un’alienazione del suo diritto in seguito a vendite, donazioni, trasmissioni di eredità od altro.

Tenendo conto dei progetti viari sulla Valle del Roia, della compravendita di Airole e delle condizioni strategiche del sito si evince che Ventimiglia non solo intendeva aprirsi una via nel Piemonte ma che, per garantirne la sicurezza, voleva costellarla di insediamenti coloniali che non si esaurissero di abitanti e che soprattutto non passassero sotto altrui giurisdizioni laiche od ecclesiastiche.
Lo studio di carte della Certosa di Pesio giustifica i codicilli inseriti nell’atto del 1498. La “casa madre” ormai non era solo strettamente legata alla sfera politica sabauda ma risultava anche connessa tanto al “borgonuovo” di Cuneo quanto alle strade commerciali “Provenza-Nizza-Piemonte”: fu ulteriore ragione di legare gli abitanti di Airole sia a Ventimiglia che alla terra rendendo gravosi trasferimenti e alienazioni. Temendo nuove infiltrazioni del clero pedemontano, visto che le abbazie piemontesi “non son serve nostre ma dei Duchi”, il Comune, d’accordo colla Diocesi, istituì una Rettoria in Airole affidata (doc. del 25-VIII-1516, a tal Giovanni Serviense che si obbligò a versare annualmente le decime, in occasione della Festa dell’Assunta, al “Preposito della Cattedrale intemelia G.B.D’Oria” e così in perpetuo fra i successori: fu un modo per innestare Airole, oltre che civilmente, anche dal profilo religioso sul tronco delle istituzioni intemelie).
Per Rettoria si intendeva un edificio religioso sufficientemente importante da coagulare un numero crescente di fedeli, sin a divenire luogo cultuale per eccellenza e surrogare qualsiasi tradizione locale connessa a preesistenti chiese o cappelle.
Nella sua inedita Raccolta di notizie storiche antiche (I, pp. 229-619) il gesuita intemelio Agostino Galleani (1724-1775) precisò che ancora ai suoi tempi Ventimiglia soleva inviare ogni anno consoli e censori per esercitare la supervisione dei luoghi, di modo che non fosse avvenuta alcune cessione contrastante l’atto del 1498, e riscuotere il censo formale.
La periodicità dei controlli e della riscossione fiscale cui alluse l’erudito restano prova della volontà intemelia di esercitare controllo politico-amministrativo sul paese di Val Roia, di cui sotto il profilo strategico pei tragitti di valle e sublitorale ai tempi del Galleani (quelli della guerra di successione austriaca di metà ‘700) si ribadiva la valenza: non sembra casuale che a fronte dei controlli ormai superficiali sulle altre sue dipendenze rurali, il Capoluogo intemelio andasse non solo esercitando periodiche supervisioni su Airole ma che le autorità attribuissero a Ventimiglia il titolo di “Signora di Airole” che alludeva al totale possesso di Airole senza pretese straniere o contenziosi con organi ecclesiastici.

da Cultura Barocca

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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