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Con Tullio (di Giorgio Orelli)

Giorgio Orelli – Fonte: www.giorgioorelli.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mi spiace, non possiamo
goderci il capriolo che divora
i bocciòli di rosa
così ben sigillati dalla notte
e lascia intatte le dalie
di mia sorella; ma, se ne hai voglia,
andiamo a vedere le vacche
ormai senza orgoglio di corna.

Comincia nell’odore di letame
la nostra breve, lunghissima gita.
Da villaggio a villaggio, così poco
lontano che non dura di più
lo sbadiglio del vecchio appoggiato
al muro di casa;
da sorbo a sorbo gremito di grappoli
scarlatti in attesa di tordi, cesene,
beccofrusoni russi talvolta, fra prati
folti di fiori del diavolo
e bombi vellutati,
spingo il volonteroso passeggino
per una stradetta di spiccio bitume
che spesso si fiacca rigandosi d’erba,
di camomilla.

Mi fermo a una panchina
nuova, saluto una gracile
villeggiante, con lei ricordo un giuoco
d’infanzia: stacco un calice
di silene per farlo scoppiare
sul dorso della mano, ma qualcosa
si muove, rischia d’essere schiacciato
“come un verme”, ed è un bruco, un vermetto
del nostro Vecchio Mondo,
lì come da una vita, ne inazzurra
l’urlo muto con tanto d’occhi Tullio.

Poche, chi sa perché, le cavallette,
e più brune che verdi del verde
dei saltamartini che un tempo
finivano perfino nel risvolto
dei pantaloni. Ora è quasi festosa
l’accoglienza a un’insolita locusta
turchina, la vivanda del Battista
nel deserto, nascosta fra gigli
decapitati dal maltempo.

Forse,
se al ritorno allunghiamo la gita
prendendo un po’ più su
dove i prati si fanno bosco,
troviamo una poiana, una ghiandaia
o almeno uno scoiattolo sicuro
che nessuno lo scuoi.

Dobbiamo contentarci di guardare
le pecore che inquinano il ruscello.
Ed eccole le vacche senza corna
che levano il muso dal greppo
per guardarci con una mestizia
mai vista.

Dorme?
S’è tolto i calzini
a mia insaputa nell’attraversare
la piazzetta con gatto che chi sa
cosa sviticchia lì, fra i tageti
dell’Anna, giusto quando arriviamo
e il silenzio ridà la voce ai morti.
E intanto giungono i primi rintocchi
di mezzodì: né gravi né convinti,
seguiti da un discreto scampanio.
Tullio batte le ciglia, rivedo
farfalle e sùbito in un fresco d’alni
una ne svola, bruna
ma non orlata d’arancio
come l’erebia del Campolungo,
unica al mondo; sfiora
le mani, il viso, indugia intorno ai piedi.

Giorgio Orelli (2006), Tutte le poesie, Mondadori, 2015

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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