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da “Il figlio di Caino” – di Guido Seborga

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Ma Taggiasco non l’ascoltava
voleva parlare È orribile
orribile hanno fermato i treni
bloccato le stazioni
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li chiudono nei vagoni
li deportano in Germania
. Lunghi treni di agonizzanti
e di moribondi! Luca esclamò
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A Ventimiglia due vagoni chiusi
fermi in stazione rigurgitanti
prigionieri che imprecano
urlano e alti lamenti
Luca chiese Hai studiato la situazione
c’è possibilità di salvarli?
I tedeschi armatissimi sorvegliano
costantemente i vagoni
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Renato ordinò Gli uomini di Luca
possono entrare in azione
ma prima Luca deve fare un sopraluogo
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Camminava senza peso velocemente
poi si trovò a dover attraversare
uno spiazzo aperto
abbandonare il lato protetto della collina
e portarsi al centro
non era facile senza farsi vedere
pensò che in tasca non aveva documenti
se lo avessero preso era spacciato
e intanto cominciava a distinguere
il movimento di Ventimig1ia e la stazione
e vide presso una grossa cisterna
un gruppo di grigi tedeschi in bivacco
con mitragliatrici puntate
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Come avanzare senza farsi vedere?
Tutta la stazione era sotto controllo
in mano dei tedeschi che avevano sparso
intorno gruppi d’uomini coi mitra
e c’erano treni e c’erano i vagoni
soltanto non gli riusciva ancora di vedere
i vagoni che avrebbe dovuto liberare
Come fare ad avvicinarsi?
Si coperse dietro un muretto che cintava un orto
e si sentiva sconfitto
doveva escogitare un modo qualsiasi
per superare lo spiazzo
e raggiungere la stazione
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un’invisibile rana gracchiava monotona
tutto il resto era sole e silenzio
e muri e case calcinate di sole
anche quelle piccole casette
sparpagliate nel tratto di pianura
prima della città prima delle macerie
non erano che muri non faceva che ammirare
i cocci verdi di bottiglia
gli sterpi del sentierino
le pietre e il tempo si fermava
non gli veniva in mente nessuna idea
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senza bere senza mangiare
li picchiano li torturano li uccidono
Luca pensò che era meglio non perdere
tempo Svestiti svelto disse mi prendo la tua divisa
infila i miei abiti se vuoi
erano stretti per lui gl’indumenti
del ferroviere maniche corte
il berretto non gli entrava in testa
il ferroviere consigliò
di prenderlo lo stesso
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con passo calmo e come nulla fosse
attraversò lo spiazzo aperto
i tedeschi non si mossero
la sua divisa aveva funzionato
si sentì più leggero si diresse
con decisione verso Ventimiglia
osservava le case distrutte
dai bombardamenti i cumuli di macerie
i caseggiati sventrati anche la stazione
era danneggiata squallida
qualche binario divelto
entrò nella stazione vide
i due vagoni piombati
carri per bestiame dalle grate strette
si scorgevano teste pallide urlanti
come avrebbe fatto per far uscire
quei disgraziati uomini?
Alcuni sporgevano le mani
fuori dalle finestrine
Acqua dicevano
sete dicevano
fame dicevano
E nessuno faceva qualcosa per loro
i ferrovieri lavoravano guardinghi
smarriti pronti a tagliare la corda
ad ogni evenienza
i tedeschi facevano la guardia
con i mitra spianati
con le divise mimetizzate gli elmi
sembravano bestie preistoriche
giunte chissà da quale strano mondo
non si occuparono di lui
temette che qualche ferroviere traditore
potesse indagare sul suo conto
erano giornate in cui molti soldati
chiedevano abiti borghesi alla popolazione
e cercavano di raggiungere le loro case
Comparve un ufficiale tedesco
parlò col capostazione
i tedeschi cominciarono a passarsi
ordini Hep dicevano
e tutti scattavano
Hep Hep urlavano
e tutti scattavano
a forza di hep la macchina militare teutonica
si metteva a funzionare anche troppo bene
Hep Hep Hep
era un hep continuo
dall’ufficiale al graduato al soldato
tutti scattavano come molle
o burattini di ferro
dalle gambe rigide
dagli occhi freddi gelidi
……………………………
Hep Hep Hep Hep Hep e così via
maledizione forse un giorno m’avrete
ma prima ne avrò accoppati parecchi!
Comprese con raccapriccio
cosa significavano quegli ordini
stavano facendo partire i vagoni giunse una locomotiva
un ferroviere passandogli vicino disse
con voce costernata È giunto l’ordine
di partire per quei poveretti
I lamenti e le urla si fecero strazianti
molti dalle piccole grate chiedevano
acqua erano ore che stavano al sole
soffocante della stazione
pigiati in quei vagoni piombati
schiacciati gli uni contro gli altri
Luca sentì il suo ventre rivoltarsi
e voglia d’aggredire
ma capì d’essere impotente
frenò un urlo di collera
collera ardente e voglia di combattere
quali uomini potevano rimanere neutrali
e guardare indifferenti simili crudeltà
la vita non valeva più nulla
se non si lottava collera e lotta
per ritrovare la vita
sangue e morte per ritrovare la vita
questa era la nuova legge oscura
che nasceva dalla triste realtà delle cose
questa era libertà questa era giustizia
Il piccolo treno era formato stava per partire
non c’era più nulla da tentare
ora ma l’indomani sarebbe nato
con la rivolta di quelli che non tolleravano
atrocità e violazioni
I lamenti si moltiplicavano
mani uscivano tra le sbarre dei finestrini
s’intravvedevano visi pallidi e tormentati
Hep Hep Hep
gli ordini continuavano
era questione di minuti
il treno della morte
stava per passare di fronte
ai suoi occhi attoniti senza speranza
Vide con stupore una donna
avvicinarsi ai vagoni con un fiasco
gocciolante d’acqua fresca
la donna s’avvicinava ai vagoni calma
non aveva scarpe ma grandi piedi nudi
e la sottana di stoffa ordinaria sporca
lunga e ampia non era più giovane
forse una madre
era una donna
giunta vicinissima ai vagoni
avendo un fiasco solo
di fronte a tante mani alzate per afferrarlo
ella esitava
quando come si fosse decisa
fece per porgere il fiasco
si udirono degli Hep più forti e beduini
poi scariche violente d’armi da fuoco
il fiasco andò in aria a pezzetti
l’acqua formò una macchia umida
sulla terra secca e polverosa
più alti furono i lamenti dei prigionieri
e la donna la donna che era una donna
giaceva al suolo stroncata dalla raffica
Hep Hep Hep
l’avevano freddata
il treno partiva
La testa della donna in una pozza di sangue
il binario vuoto sotto il sole infuocato
ancora nelle orecchie
il lamento dei deportati
e nd ventre nd cuore un gran caldo
dopo il gelo alla schiena
come se la raffica avesse toccato pure lui
caldo nel ventre nel cuore nelle braccia
caldo sotto il sole che spaccava le pietre
e rendeva ancora più rossiccia polverosa
deserta la stazione caldo nel cuore
per la prossima azione liberatrice
Luca comprese che doveva andarsene
al più presto senza lasciare traccia
voleva raggiungere il capo i compagni
spiegar loro l’accaduto combinare insieme
qualcosa di grosso di decisivo
andava svelto per attraversare lo spiazzo
scoperto e risalire la collina verso il Sasso
tra gli ulivi dalle foglioline argentee
che lasciavano vedere il cielo azzurro
o aveva bisogno di cielo e del silenzio
della natura dopo i momenti passati
Cercheranno di salire anche quassù
pensò non appena si saranno sistemati
sul litorale ma qui tra alberi e colline
tra siepi e filari avremo buon gioco
camminava svelto e il suo cervello
lavorava di fantasia gli pareva
che tutti gl’italiani in poco tempo
dovevano diventare patrioti
perché gl’italiani non erano scaltri
vili stupidi come molti asserivano
ma giusti e fieri uomini erano!

brano tratto da “Il figlio di Caino” di Guido Seborga Hess
(a cura della figlia Laura Hess: “Il figlio di Caino” è stato pubblicato da Mondadori 1949, Ceschina 1963, Spoon River 2006. La traduzione, fatta dal poeta spagnolo esule Jose Galbe, è stata vietata nella Spagna di Franco. Il libro e’ stato anche presentato, nel 2007, presso l’ISTORETO e oggetto di diversi reading in varie parti d’Italia)

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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