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Filippini era un ticinese molto atipico

Da sinitra Edoardo Sanguineti ed Enrico Filippini – Fonte: Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Enrico Filippini – a destra – con Gunter Grass in Milano nel 1962 (Fotografia di Mario Dondero, Archivio ELR/LDV) – Fonte: Jean Olaniszyn, art. cit. infra

 

 

 

 

 

 

 

Filippini fu un intellettuale che pubblicò poche opere letterarie ma che svolse un ruolo rilevante nella promozione culturale. In Italia fu ricordato soprattutto per la sua attività di giornalista culturale sulle pagine di «Repubblica» (1976-1988); mentre in Svizzera si parlò molto della posizione critica da lui assunta nei confronti della terra d’origine, condivisa da altri scrittori elvetici come l’amico Max Frisch. Molti colleghi e amici gli resero omaggio sulle pagine dei quotidiani italiani, riconoscendone la grande statura intellettuale: tra gli altri Giacomo Marramao e Massimo Cacciari, che ricordarono la formazione e il pensiero filosofico di Filippini; gli scrittori che aveva tradotto e che gli erano stati affezionati come Frisch, o che avevano partecipato insieme a lui all’esperienza del Gruppo 63 come Edoardo Sanguineti e Umberto Eco; gli intellettuali che lavorarono con lui negli anni Sessanta alla Feltrinelli come Valerio Riva; i critici e i giornalisti frequentati nell’ultimo periodo della sua vita nella redazione di «Repubblica», come Eugenio Scalfari, Paolo Mauri, Irene Bignardi e Federico Pietranera.
In aggiunta alla rassegna stampa si segnalano le pubblicazioni postume degli anni Novanta: nel 1990 uscì per Einaudi una prima selezione di articoli di giornale a cura di Pietranera; nel 1991 fu pubblicato da Feltrinelli, postumo, il racconto “L’ultimo viaggio” insieme a una prima raccolta delle prove letterarie degli anni Sessanta; nel 2003 per volere di Paolo Mauri uscì per Aragno anche il testo del lungo sceneggiato televisivo “Byron e Shelley” che Filippini scrisse nel 1982.
Con queste iniziative, a detta di Mauri, il gruppo d’intellettuali vicini a Filippini volle mettere insieme le tessere di un’attività eclettica, quanto volutamente dispersiva e frammentaria (Filippini in vita non aveva mai voluto raccogliere i suoi scritti in una raccolta organizzata).
Nel frattempo furono divulgati i primi studi critici: la monografia di Guglielmo Volonterio sul difficile rapporto di Filippini con la Svizzera, i saggi di Riccardo Boglione sulla poetica neoavanguardista e successivamente quelli di Michele Sisto sull’importazione della letteratura tedesca in Italia. Furono organizzati, nel 1997 e nel 2008, due convegni nel Cantone Ticino con interventi, tra gli altri, di Edoardo Sanguineti e Giacomo Marramao. Un altro contributo importante all’assestamento dell’immagine è stato il documentario “Enrico, Nani o il Filippini” realizzato dalla figlia Concita, e proiettato in più occasioni.
Dall’esame di tutte le fonti considerate, antecedenti lo studio complessivo dell’archivio da me iniziato tra il 2010 e l’inizio del 2011, appare subito evidente la tensione intellettuale che spinse Enrico Filippini, ancora ventenne, a lasciare la sua terra d’origine, il Cantone Ticino, il paese di Cevio e la Vallemaggia e la professione di maestro delle elementari di Ascona.
Un desiderio di cultura che si alimentò nella biblioteca del suocero – il filosofo Julius Schmidhauser -, dove imparò il tedesco leggendo libri «prodigiosi»: in particolare i mistici tedeschi, Goethe, Schelling, Nietzsche e la poesia di Rilke. Una sete di conoscenza che lo motivò a intraprendere gli studi alla Facoltà di Filosofia della Statale di Milano nella prima metà degli anni Cinquanta con i professori Antonio Banfi ed Enzo Paci. Filippini fu un allievo brillante: per il Saggiatore tradusse “La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale” di Husserl (1961) e “Tre forme di esistenza mancata” dello psicopatologo svizzero Ludwig Binswanger (1964), poi per Einaudi il secondo e terzo libro delle “Ideen” di Husserl (1965) e ancora “Il dramma barocco tedesco” di Walter Benjamin (1971).
L’immagine restituita dalle testimonianze è di un intellettuale fuori dagli schemi accademici. Filippini, infatti, non intraprese la carriera universitaria auspicata per lui da Paci, avvicinandosi invece all’ambiente dell’editoria e cominciando le prime traduzioni letterarie per la Feltrinelli.
Nel settembre 1960 si stabilì a Parigi per intraprendere ricerche filosofiche grazie a una borsa di studio svizzera; lavorava ancora a distanza per la casa editrice milanese, tenendo d’occhio l’ambiente culturale francese.
Nell’autunno del 1962 si ristabilì a Milano accettando l’impiego di funzionario editoriale a tempo pieno.
Nel capoluogo lombardo fu un personaggio «atipico», come ha ricordato Inge Feltrinelli: “Filippini era un ticinese molto atipico: nel ’63 aveva già portato in Italia la nuova ondata rivoluzionaria. Era un precursore del ’68: arrivò in casa editrice in scarpe da tennis, t-shirt e jeans, una cosa che anche a Milano era considerata vera e propria avanguardia”.
Era estraneo alle diatribe propriamente italiane, ma osservava con interesse tutto ciò che capitava ed era affascinato dal fermento culturale italiano in quegli anni Sessanta.
Gli studi del germanista Michele Sisto hanno mostrato la portata del lavoro di mediatore culturale svolto in qualità di responsabile della letteratura straniera nel decennio tra il 1959 e il 1969 alla Feltrinelli.
Filippini aprì le porte in Italia alla nuova letteratura tedesca, importando le opere di una serie nutrita di scrittori, che spesso tradusse lui stesso: tra cui Uwe Johnson, Günter Grass, Hans Magnus Enzensberger, nonché le opere degli svizzeri Friedrich Dürrenmatt e Max Frisch.
Purtroppo tale aspetto del lavoro di Filippini è stato ancora poco valorizzato: si pensi che nonostante sia stato, a detta di Valerio Riva, responsabile di metà del catalogo Feltrinelli fino al 1968, studi anche importanti e meritevoli sulla casa editrice milanese, come quello di Roberta Cesana, citano poche volte il suo nome.
Le sue conoscenze nell’ambito della letteratura straniera di area sperimentale gli permisero di gettare le basi della vivace stagione culturale del Gruppo 63, insieme ai colleghi Nanni Balestrini e Valerio Riva. Finita l’epoca degli sperimentalismi, tra il 1968 e il 1969 Filippini dette le dimissioni da Feltrinelli, lavorò per qualche tempo per Bompiani e Mondadori e poi abbandonò l’editoria.
Iniziò la professione di giornalista culturale sin dalla fondazione di «Repubblica» (1976). Scrisse in dodici anni circa cinquecento articoli, intervistando e dibattendo con molti dei più autorevoli pensatori contemporanei (Roland Barthes, Michel Foucault, Jürgen Habermas, Gianfranco Contini e tanti altri).
Della produzione giornalistica di Filippini si è molto parlato ultimamente per merito delle iniziative editoriali di Alessandro Bosco.
Uno degli interrogativi sorti intorno a Enrico Filippini è perché non abbia più pubblicato nulla all’infuori dei racconti e delle pièces teatrali della temperie sperimentale, nonostante avesse passato gran parte della vita a scrivere.
Massimo Cacciari parlò del generoso dispendio di energie impiegato dall’intellettuale nel divulgare l’opera altrui, in contrasto con la scarsa risolutezza che dimostrò nel concludere le proprie opere letterarie: “era proprio l’uomo dei cominciamenti, degli inizi, per usare un’espressione che Petrarca attribuiva a se stesso, un uomo tanta ceptorum moles, dalla grande mole di cominciamenti, proprio l’opposto dello spirito sistematico, malgrado avesse tradotto Husserl, che è l’ultimo dei grandi sistemi della filosofia; malgrado fosse nato da lì era proprio l’opposto dello spirito sistematico che vuol giungere a una conclusione, per lui era […] impensabile concludere, era un critico dell’idea di conclusione […]”.
In particolare ci si interrogò sulle sorti dei romanzi ai quali aveva lavorato negli anni Sessanta, e ci si chiese se le carte di Filippini potessero fornire delle risposte […]
Marino Fuchs, L’archivio letterario e la narrazione di sé: l’esempio Filippini, Atti del convegno “L’Autore e il suo Archivio”, Losanna, 28-29 novembre 2013, Università di Losanna

Aveva dovuto scegliere se fare il pittore o lo scrittore. Le due cose, a suo parere, non potevano convivere. Eppure, prima di lui, si era sdoppiato anche Giovanni Testori, che stilava recensioni alle mostre d’arte con una mano e con l’altra tracciava disegni carnali di pugili e orchidee. Ma Enrico Filippini (1932-1988), giornalista, narratore, traduttore, sceneggiatore, critico e filosofo ( allievo di Enzo Paci), ritenne che aggiungere un’ulteriore voce al proprio profilo fosse troppo e magari fuorviante. Tanto più che, come confessò, «non ero né Picasso né Klee!». Lo spettro della mediocrità tenne così lontano il suo cuore rigoroso dalla passione più profonda, per segno e disegno. E per la carta come luogo di un’indagine intima sull’esistenza altrui. Le vite degli altri. Ecco allora volti e corpi di donne immortalate con gesto sorgivo, silenzi di anime braccate dai drammi della quotidianità, fisionomie rubate alla psiche con lo stesso garbo usato nelle sue interviste a Márquez, Foucault, Frisch, Sanguineti. Un Filippini segreto e fragile emerge oggi, per la prima volta, lungo la mostra che la Galleria Ceribelli di Bergamo dedica, per la Milanesiana, alla figura complessa, libera e pura di un intellettuale del Novecento che sfugge a ogni etichetta. Onnivoro e inquieto. Consulente di Bompiani e Feltrinelli ( sdoganò in Italia Dürrenmatt e Grass). Giornalista di Repubblica arruolato da Scalfari già nel 1976, legatissimo a Paolo Mauri e alle sue splendide pagine di cultura. Traduttore audace dell’ostico Edmund Husserl (e della sua “crisi”!) o di Walter Benjamin. Cofondatore del Gruppo 63. Enrico Filippini si svela inaspettatamente artista dotato di talento grafico che attinge a maestri come Schiele e Tavernari. Il potere fosco della linea che ferisce la pelle si alterna al senso plastico, al peso, ai volumi del realismo italiano del dopoguerra. Curata dalla figlia Concita Filippini e da Elisabetta Sgarbi, la selezione dei pezzi dimostra come il disegno fosse per lui un’arte autonoma. Non bozzetti preparatori. Ma, come diceva Giacometti, una forma espressiva indipendente. Giocare col segno gli permise di sperimentare un lessico variabile: dalla leggerezza di certe teste bizantine alla gravità bituminosa di alcuni ritratti esistenziali. Con qualche raro ma intenso affondo romantico. Come nella lettera d’amore scritta alla moglie Ruth negli anni del suo primo, solitario impiego a Milano, corredata da un abbraccio disperato di due amanti nella notte.
I disegni di Enrico Filippini sono in mostra a Bergamo, alla Galleria Ceribelli, via San Tomaso 86, fino al 3 agosto, telefono 035.231332
Chiara Gatti, Il potere fosco delle linee di Filippini, la Repubblica, 31 luglio 2019

Enrico Filippini, Nudo sdraiato (modella Ruth Schmidhauser), disegno su carta, 1952 – Fonte: Jean Olaniszyn, art. cit. infra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 2011, in uno locale deposito di Casa Schmidhauser a Losone, mentre stavo sfogliando dei documenti per redigere un testo per un catalogo dedicato alle fotografie sul fiume Maggia e Melezza di Ruth Schmidhauser, mi sono imbattuto in una mappa contenente dei disegni su carta di varie dimensioni, per la maggior parte ritratti e studi di nudo.
Ho chiesto all’amica Ruth di chi fossero, e lei, sbalordita ed entusiasta per questa importante e inattesa scoperta, mi rispose: “ma sono i disegni del Nani!!!”.
Già…. proprio “i disegni del Nani”, ossia di Enrico Filippini, filosofo, giornalista culturale, traduttore, esperto di architettura, autore di testi narrativi e teatrali, protagonista della cultura italiana del secondo dopoguerra, ma soprattutto uno spirito libero.
Enrico Filippini e Ruth Schmidhauser (figlia della pianista Alice Spinner e del filosofo Julius Schmidhauser, nonché sorella del famoso Hannes, attore, regista, artista, calciatore) si erano sposati nel 1952 (divorziati nel 1957) e i disegni ritrovati: composizioni, paesaggi, ritratti della moglie e della loro figlia Concita (nata nel 1952), nudi con Ruth quale modella, sono tutti riferibili a quel periodo.
Opere che dopo anni rimasti nell’oblio, tornavano alla luce per ‘caso’, ritrovati dal sottoscritto Jean Olaniszyn, amico da sempre della famiglia Schmidhauser (miei vicini di casa), ma anche, fra l’altro, fondatore del Museo Hermann Hesse di Montagnola. Ma perché questo riferimento? Perché anche in questo ritrovamento, forse il ‘caso’ c’entra poco, come ebbe proprio a dire Hermann Hesse in occasione di un incontro con lo scrittore e diplomatico cileno Miguel Serrano a Montagnola: “nulla accade per caso….” (vedi: Miguel Serrano, “Il Cerchio Ermetico. Carl Gustav Jung e Hermann Hesse”).
Nani Filippini è stato grande amico dello scultore e architetto Lino Candolfi, fratello di mia madre, il quale mi ha raccontato molti aneddoti delle loro ‘scorribande’ in quel di Ascona negli anni Cinquanta. Nani era anche un assiduo lettore e attingeva ai libri d’arte e d’architettura di mio zio, e da sposato, scoprì nella biblioteca del suocero filosofo e scrittore Julius Schmidhauser, dei libri ‘folgoranti’ di Nietzsche, Rilke, Goethe, Schelling, e molti altri.
Nel corso delle mie ricerche ho scoperto che la prima esposizione dell’opera pittorica di Enrico “Nani” Filippini risale agli anni Cinquanta quando ha partecipato al Premio di Pittura Isole di Brissago del 1951 presentando un olio su tela dal titolo “Geometria serale del silos di Locarno”.
Tornando alla scoperta dei disegni in Casa Schmidhauser, concordai con Ruth di metterne alcuni in mostra negli spazi espositivi delle mie Edizioni ELR al Rivellino LDV di Locarno […]
Jean Olaniszyn, Enrico “Nani” Filippini, artista figurativo: una scoperta, Ticinolive, 2 luglio 2019

[…] Filippini aveva iniziato a collaborare saltuariamente, ancora studente, con la Feltrinelli intorno al 1957, svolgendo dapprima lavori molto umili. A Milano si era stabilito ormai da tre anni, quando nel 1954 spinto dalla «grande attrazione filosofica» per Antonio Banfi e dall’«esistenza del partito comunista» era emigrato dal Ticino dove aveva insegnato per due anni alle scuole elementari di Ascona. In Ticino aveva lasciato la moglie Ruth, dalla quale si sarebbe separato pochi anni dopo, e una figlia, Concita. Era nato a Cevio, sui monti della Valle Maggia, nel 1932 e in quel paese aveva trascorso l’infanzia fino all’età di undici anni, quando si trasferì al convitto della vicina Locarno dove studiò fino al conseguimento del diploma magistrale nel luglio del 1951 (cfr. Bosco 2015). A Milano Filippini sbarcò quindi poco più che ventenne, ma con un bagaglio culturale di stampo mitteleuropeo abbastanza inusuale per l’Italia di quel tempo. A Losone, infatti, nella biblioteca del suocero Julius Schmidhauser,
“un “filosofo” goethiano-georghiano-nietzscheano, ex bolscevico pencolante fortemente verso destra, privo di un soldo ma proprietario di un magnifico giardino di bambù, avevo fatto – ricordava Filippini – incontri prodigiosi, in particolare coi mistici tedeschi, con Goethe, con Schelling, con Nietzsche e con la poesia di Rilke. Alle Eranos-Tagungen, che si svolgevano ogni anno in una villa in riva al Lago Maggiore presso Ascona, avevo visto e ascoltato Carl Gustav Jung e Karl Kerenyi…” (Filippini 1986, 114-15).
Forse anche per questo motivo i primi contatti con la cultura comunista a Milano furono per il giovane Filippini «del tutto sconcertanti». Essi si condensano in particolare nel ricordo di un dibattito tenutosi nel marzo del 1955 alla Casa della Cultura, «dove si trattava di stabilire se il Metello di Vasco Pratolini facesse o no passare il Neorealismo nella fase piena del Realismo. […] Quel dibattito rimane nella mia memoria come un momento forte di imbecillità» (Filippini 1986, 115). In mezzo a questo sconcerto, acuito dalla deprimente polarità che alla Statale caratterizzava il rapporto tra Banfi da un lato e Giovanni Emanuele Barié dall’altro, affiorò la figura di Enzo Paci, che per Filippini rappresentò «una speranza». Paci aveva iniziato a insegnare alla Statale nell’autunno del 1957, dopo l’improvvisa morte che nello stesso anno aveva colto prima Banfi e poi Barié. «È quasi impossibile esprimere la misura in cui il suo arrivo fu per noi un sollievo, una liberazione, una possibilità di respirare», avrebbe scritto anni dopo Filippini, ricordando che «il tema del suo corso fu, fin dall’inizio, la fenomenologia husserliana, a cui da qualche tempo si era accostato» (Filippini 1986, 117). Ma la vita di Filippini nella Milano di quegli anni era caratterizzata anche da un altro punto fermo, ossia la comune studentesca di viale Maino in «un appartamento molto malridotto al […] primo piano». Ebbene, a viale Maino «vennero “tutti”: vennero gli architetti di Casabella (è lì che conobbi il mio amico Vittorio Gregotti), vennero i pittori (è lì che conobbi Arturo Carmassi), vennero gli psicoanalisti (è lì che conobbi il povero Franco Fornari)», e veniva regolarmente anche Paci:
“Andavamo a cena in una latteria di via Nino Bixio, che ora è diventata un ristorante di lusso, e poi andavamo su. Lì cominciavano interminabili discussioni, che potevano partire anche da una cicca spenta ma finivano sempre nell’essenza dell’essenza: la «fenomenologia dello spirito», che Banfi mi aveva insegnato a leggere (e che è stato il libro più importante della mia prima vita), si rifaceva lì” (Filippini 1986, 118).
[…] L’esperienza parigina fu decisiva per le idee che Filippini vi avrebbe maturato e per i contatti che vi avrebbe stabilito (in particolare con gli ambienti strutturalisti da Barthes a Derrida e col gruppo di «Tel Quel»), ma coincise anche con il suo esordio narrativo. Il racconto Settembre, infatti, pubblicato sul «Menabò» 5 di Vittorini e Calvino nel luglio del 1962, reca in calce la data «Parigi, marzo 1961» (che in realtà è relativa al primo abbozzo autografo e non tiene quindi conto delle successive e decisive fasi di elaborazione, per cui cfr. la nota in Filippini 2013a, 192) e fu scritto proprio in quella misera stanzetta situata al numero 36 di Rue du Dragon. Filippini ne parla in una lettera a Paci non datata ma scritta a Parigi, di ritorno da un viaggio in Ungheria per incontrare sia Lukàcs sia lo scrittore Tibor Déry, tra la fine di febbraio e i primi di marzo del 1962: «ho fatto un errore: ho messo in giro un mio racconto (una cosa molto marginale, un esperimento di punteggiatura) e adesso tutti mi chiedono racconti, romanzi, gli editori mi telefonano, come se avessi scritto chissà che» (AF 2.2/36/109). Di fatto Settembre rivelò al pubblico italiano un sicuro talento narrativo, ma pose allo stesso tempo le basi del complicato rapporto di Filippini con la scrittura letteraria, che per certi versi è riassumibile in quel paradossale inciso che si legge proprio nel racconto d’esordio e secondo cui «il vero fare giusto è la voglia di non dire» (Filippini 2013a, 83).
Ma non si tratta qui di entrare nell’intricato groviglio poetico della scrittura filippiniana, quanto piuttosto di contestualizzare la poliedrica attività di Filippini all’interno delle dinamiche culturali in atto nel panorama letterario italiano a cavallo tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio dei sessanta. Settembre offre in questo senso più di uno spunto di riflessione, a cominciare dalla sua sede di pubblicazione. Com’è noto, infatti, sul «Menabò» 4, uscito nel settembre del 1961 e dedicato al tema Industria e letteratura, Vittorini aveva dichiarato inadeguati a cogliere la complessità del mondo industrializzato quei procedimenti «naturalistici» riscontrabili nei modelli letterari ispirati al neorealismo. Rispetto alla cultura “ufficiale” del Pci, la presa di posizione di Vittorini, tuttavia, fu ben più decisa, segnando una vera e propria apertura alle avanguardie e a quei «prodotti […] il cui contenuto sembra ignorare che esistano delle fabbriche, dei tecnici e degli operai», ma che «sono in effetti molto più a livello industriale, per il nuovo rapporto con la realtà che si configura nel loro linguaggio, di tutta la letteratura cosiddetta d’industria che prende le fabbriche per argomento» (Vittorini 1961, 18-19).
È il preludio a quell’apertura «a sinistra» (ma che per certi versi fu invece, come ebbe a dire anni dopo lo stesso Filippini, «un’apertura a destra») che Barilli avrebbe salutato entusiasticamente dalle colonne del «Verri» recensendo, nell’agosto del 1962, il «Menabò» 5. In quel numero della rivista, assieme al già ricordato racconto di Filippini, figuravano, tra gli altri, prose di Edoardo Sanguineti e Furio Colombo nonché un lungo saggio di Umberto Eco che tentava di inquadrare l’operazione letteraria della neoavanguardia dal punto di vista teorico. Ma c’è di più. A completare il quadro discorsivo della sua breve nota introduttiva al volume, infatti, Vittorini aveva pensato bene di far seguire in appendice la riproduzione della sua Comunicazione a Formentor, ossia il testo letto in occasione del conferimento del premio internazionale della critica a Uwe Johnson nello stesso 1962. Il discorso di Vittorini prende in esame Mutmassungen über Jakob (1959), di cui in Italia era uscita la traduzione per Feltrinelli (Congetture su Jakob), nell’ottobre del 1961, riconoscendovi «un’indicazione culturale nuova», ossia una scrittura finalmente affrancata dai canoni della «bella letteratura» e proiettata invece sul piano «opposto delle verifiche, delle approssimazioni determinanti, delle contestazioni feconde, delle illuminazioni operative, e insomma della scienza». In questo senso il romanzo di Johnson apriva, agli occhi di Vittorini, «una nuova possibilità nella conquista letteraria dei nuovi rapporti che si vanno stabilendo tra coscienza umana e realtà nel mondo moderno» (Vittorini 1962, 4-5).
Quest’insistenza sul «valore conoscitivo» della ricerca letteraria in rapporto con il vertiginoso sviluppo della realtà industriale, era anche il motivo per cui Vittorini guardava con interesse al fenomeno della neoavanguardia, che non a caso stava all’origine della ricezione italiana di Johnson. A importare e tradurre le Congetture, infatti, era stato proprio Filippini, secondo una logica che Michele Sisto ha giustamente definito «militante», nel senso che mirava «a promuovere una determinata visione della letteratura» (cfr. Sisto 2009). Ciò per un verso accadeva entro una serrata lotta editoriale che opponeva da un lato linea editoriale di Einaudi (fortemente, anche se non esclusivamente, incentrata sulla problematica del “realismo” e dell’“impegno”) e dall’altro la Feltrinelli, che tramite il reclutamento di un gruppo di giovani redattori tutti riconducibili all’area neoavanguardistica (da Riva a Balestrini, oltre a Filippini, ovviamente) si era ritagliata uno spazio importante all’interno del panorama editoriale italiano, contribuendo non poco al rinnovamento culturale di quegli anni. Per un altro verso, invece, la ricezione italiana di Johnson avveniva quasi in antitesi con la ricezione che l’opera godeva nel proprio paese d’origine, nel senso che la lettura neoavanguardistica rilevava – come, facendo leva sul concetto di «campo letterario» di Bourdieu, ha messo in luce ancora Sisto – un’ «asincronia tra il campo letterario tedesco-federale e quello italiano: proprio nel momento in cui in Germania i nuovi entranti aderiscono alla nozione sartriana dell’engagement, promuovendo la politicizzazione del Gruppo 47 (Grass, Walser, in parte Johnson) e liquidando ogni riproposta di una concezione avanguardistica della letteratura (Enzensberger), i nuovi entranti italiani contestano la nozione dominante di “impegno” e ne propongono una riformulazione proprio all’insegna della tradizione dell’avanguardia: la politica si fa non nei contenuti, ma con la lingua, lo stile» (Sisto 2013, 90).
Insomma, per limitarci al caso delle Congetture, si assiste ad una sorta di appropriazione dell’opera tradotta, che viene inserita nel dibattito tutto italiano che all’epoca oppone “neorealismo” e “neoavanguardia”, quando è chiaro che, come nota sempre Sisto, «opere prodotte all’interno della problematica specifica del campo letterario tedesco come Congetture su Jakob, Il tamburo di latta o Il trentesimo anno non possono essere ascritte né al “neorealismo” né alla “neoavanguardia”» (Sisto 2013, 91).
Questo quadro di riferimento generale è essenziale per contestualizzare e capire il senso della frenetica attività di traduzione di un non professionista della traduzione quale era Filippini. Alla fine del 1961, mentre in ottobre uscivano le Congetture su Jakob e mentre proseguiva il lavoro al monumentale Ideen di Husserl, Filippini aveva iniziato a tradurre, per limitarci alle cose letterarie, anche il secondo romanzo di Johnson, ossia Das dritte Buch über Achim, che sarebbe uscito sempre per Feltrinelli, come Il terzo libro su Achim nel 1963. Contemporaneamente lavorava alla traduzione del Teatro di Max Frisch (Feltrinelli 1962), alla revisione della traduzione di Angelica Comello ed Eugenio Bernardi (ma alcune parti sono opera sua) del Tagebuch 1946-1949 (Diario d’antepace 1946-1949) dello stesso Frisch (Feltrinelli 1962), nonché alla traduzione di Katz und Maus (Gatto e topo) di Günter Grass (Feltrinelli 1964). In gioco vi è un vero e proprio progetto culturale in cui, dice bene Sisto, il «tradurre il testo è solo una delle molte operazioni editoriali necessarie per introdurre un’opera, un autore, una nuova idea della letteratura in un campo: che va preparato ad accoglierla» (Sisto 2009, 39).
[…] Nell’estate del 1975, dopo l’ennesimo cambiamento societario nella casa editrice, Filippini venne licenziato dalla Bompiani. Fu allora che, abbandonando definitivamente il mondo dell’editoria, telefonò a Eugenio Scalfari, il quale stava per fondare il quotidiano «la Repubblica», e il 20 gennaio del 1976 il giornale ospitò il primo di oltre 500 articoli che Filippini avrebbe scritto fino al 1988, anno della sua prematura scomparsa. Nell’autunno del 1977, dopo oltre vent’anni di vita a Milano, si trasferì a Roma in un appartamento di Piazza Rondanini, nei pressi del Pantheon. Iniziò allora un nuovo capitolo nella vita professionale di Filippini, che ben presto divenne una delle firme più autorevoli e apprezzate della pagina culturale di «Repubblica», grazie soprattutto alla sua capacità di muoversi entro diversi spartiti disciplinari (dalla filosofia, alla politica, alla letteratura, alla psicanalisi, alle arti visive) con straordinaria disinvoltura e competenza. A ciò si aggiunga da un lato il fascino di un linguaggio spregiudicato (che spesso e volentieri trasgredisce le più elementari regole del manuale giornalistico) e, dall’altro, la peculiarità del suo stile, di cui Fabrizio Desideri ha fornito forse la definizione più calzante, parlando di uno «stile nient’affatto artificiosamente ricercato, in alcun modo manieristico e, proprio per questo motivo, partecipe sia della grande “maniera” neoplatonica che impronta il saggismo di Walter Benjamin sia di quel consistere in nient’altro che di “osservazioni”, in cui si risolve l’opera del secondo Wittgenstein» (Desideri 2009, 59). Di Benjamin in particolare, prosegue Desideri, «Filippini condivide la tensione a cogliere nell’attualità, in quanto vi è di transitorio e impermanente, il rovescio dell’eterno nella storia. Il giornalismo di Filippini può così essere inteso anche come l’inesausta passione di afferrare il nocciolo temporale della verità, senza avere la pretesa di mirare con intenzione a qualcosa di essenziale». Traspare da queste osservazioni sullo stile anche il modo di pensare di Filippini che, per restare sulla scia di Desideri, ricorda quel paragone che in un noto saggio (Die Aufgabe des Übersetzers, tradotto in italiano da Renato Solmi come Il compito del traduttore nella già ricordata raccolta Angelus novus) Benjamin istituisce tra il compito del filosofo e il compito del traduttore, ossia il muoversi nello spazio della differenza tra le lingue. Per chi, come Filippini, era nato e cresciuto in una terra di confine come il Ticino in un contesto linguistico ibrido tra dialetto ticinese, italiano e Schwytzerdütsch, questa condizione di sradicamento era più che una questione prettamente filosofica. Ma, come mi pare abbia colto bene Anna Ruchat, proprio «da questo stare a cavallo tra le culture, le lingue, senza possederne fino in fondo nessuna» derivava, come per antitesi, «la straordinaria apertura, disponibilità verso il nuovo, il diverso, che caratterizza tutta l’attività di Filippini» (Ruchat 2009, 48). E quindi anche il suo modo di vivere la cultura al di là di ogni settarismo, partito preso o pregiudizio ideologico.
Molte delle sue anche veementi, per quanto a volte discutibili, prese di posizione su «Repubblica», muovono precisamente da questa premessa. Si prenda ad esempio la polemica sul «caso Jünger», scoppiato in Germania in occasione del conferimento del premio Goethe allo scrittore tedesco dai trascorsi nazisti nel 1982. «Che cos’è il caso Jünger?» esordiva Filippini in un articolo del 29 agosto dello stesso anno:
«È una di quelle enormi «cazzate», come pure si usa dire, che ogni tanto vengono inventate da quella che chiamerei, come invece non si usa, l’idiozia di sinistra. Per dire quella mistura di ignoranza, di faziosità, di angustia ideologica e di arroganza che, ben agitata negli appositi flaconcini, nelle sedi più improprie e nei momenti meno opportuni, costituisce la ricetta più infallibile per non capire nulla e per molestare persone intente a tutt’altre cose. […] Con questo non intendo dire che bisognava evitare di porsi la questione di certe scelte politiche dei grandi intellettuali tedeschi, anzi europei, di questo secolo. Quest’inverno si è parlato molto di Céline. Si sarebbe potuto parlare di Pound, di Eliot, anche di Joyce. E mi pare di ricordare che più di un anno fa, parlando di Carl Schmitt (di cui basta aver letto una riga per capire che è il più chiaroveggente politologo del secolo) e della sua temporanea adesione al nazismo, e della adesione al nazismo di altri grandi «spiriti del secolo», come Heidegger o come Gottfried Benn, ricordavo che Jürgen Habermas (che continua a considerarsi marxista) abbastanza di recente meditava proprio su questo: che a un certo momento la grande cultura tedesca si trovò lì, e scelse quella parte. L’idiozia di sinistra consiste nel pensare che Hitler fosse un imbianchino brutto e cattivo finanziato dagli industriali e che quelli che gli andavano dietro fossero dei mascalzoni profittatori. Come ogni altra idiozia consiste nel nascondersi dietro un dito. A me parrebbe più onesto, e più corretto, e soprattutto più utile pensare che forse il nazismo è uscito per una qualche terrificante necessità dalle pieghe più intime e feroci della nostra storia, da zone dove non poteva non essere «la cultura», se il suo senso non è quello di produrre elevati poemetti sull’onore delle fanciulle, bensì, tra l’altro, di decifrare i moti più segreti e più pericolosi e più inevitabili del tempo» (Filippini 1982d).
[…] Tra i mille esempi del vastissimo corpus degli articoli scritti su «Repubblica» scegliamo un brano relativo a Simone Weil (sull’interesse di Filippini per gli intellettuali ebrei, soprattutto nel loro rapporto col nazismo, occorrerebbe un discorso a parte), di cui Filippini recensì estesamente il primo volume dei Quaderni uscito per Adelphi nel 1982:
«L’essenziale è che nel vortice frammentato e vertiginoso dei Quaderni c’è una deflagrazione, dentro cui va in pezzi ogni possibilità di pensiero sistematico, unitario e finalizzato. Va in pezzi, anzi, il fondamento, la forma e la tendenziale cristallizzazione della cultura europea: tutto è rimesso in questione, anzi in sospensione nello spazio vuoto. La mia idea è, dunque, che, proprio per questa ragione il testo della Weil sia, oltre che un libro d’uso, uno dei massimi libri della filosofia (e della critica culturale e della sociologia e della psicologia) contemporanea. […] Ora che ridiventa attuale, dopo che un’altra volta sono deflagrati i sistemi di pensiero lineari e conchiusi che ripresero corpo dopo la sua morte, la mia idea è che la sua “attualità” stia nella sua perfetta inutilizzabilità in direzione di ciò che si è perduto» (Filippini 1982c).
Inutile sottolineare come risuonino qui gli echi di alcune questioni fondamentali dell’epoca contemporanea, e insieme l’atteggiamento di Filippini nei suoi confronti che, riprendendo una formula di Giacomo Marramao in polemica con l’idea di una ripresa del Projekt der Moderne di Jürgen Habermas, si potrebbe definire come «una sistematica vocazione al naufragio» (Marramao 2013).
[…] Poco dopo, nei primi mesi del 1988, si ammalò gravemente. Aveva finito di tradurre la Penthesilea di Kleist, che uscì per Einaudi nel 1989, mentre resterà incompiuta la traduzione di Amerika di Franz Kafka, un altro scrittore molto amato. In maggio Filippini scrisse una lettera di commiato alla figlia:
«Carissima Conci, vedi, per me è già arrivata l’ora di andare. Me ne dispiace profondamente: mi piaceva la vita; avevo la sensazione di avere ancora tante cose da fare; speravo di poter passare un po’ di tempo con te e con i tuoi figli. Non sono stato un buon padre per te, perché la vita è stata troppo complicata. Ma ti ho voluto bene, e nel mio esilio, perché di un lungo esilio si è trattato, ho pensato spesso a te: più spesso di quanto tu possa immaginare. L’altro giorno ho rivisto una fotografia di quando eri bambina, e tu e io siamo in costume da bagno; io ti guardo in un occhio. Ho provato un infinito rimpianto. Ma adesso non ho voglia di piangere: bisogna andare».
Enrico Filippini morì a Roma il 22 luglio del 1988. Le sue ceneri sono sepolte nel Cimitero Acattolico.
Alessandro Bosco, Enrico Filippini: dalla Feltrinelli a «la Repubblica», Tradurre, Studi e ricerche, Numero 8 (primavera 2015)

Sembra uscito da un’era remota il carteggio tra Edoardo Sanguineti ed Enrico Filippini (Cosa capita nel mondo, Mimesis, a cura di Marino Fuchs), eppure si tratta di lettere scritte tra il 1963 e il 1977. Sanguineti e Filippini si conobbero, più o meno trentenni, nell’ottobre 1963 al convegno di Palermo per costituire il Gruppo 63. Il primo è già padre di tre figli, ha ottenuto la libera docenza universitaria dopo essere stato a Torino assistente di Getto, ha pubblicato in volume la tesi su Dante; è autore di una raccolta di poesie intitolata Laborintus; è collaboratore della rivista «Il Verri» diretta da Luciano Anceschi; è in amicizia con poeti, artisti e musicisti (tra questi Enrico Baj, Luciano Berio, Luigi Nono) e nel 1961 ha partecipato con suoi testi all’antologia dei Novissimi con prefazione di Alfredo Giuliani. Lo svizzero Filippini ha studiato a Milano, Berlino e Monaco, con Enzo Paci è uno dei protagonisti della riscoperta della fenomenologia, frequenta le avanguardie tedesche, dal 1959 è consulente letterario della Feltrinelli, per cui ha già tradotto opere di Husserl, Dürrenmatt, Frisch, Uwe Johnson. Le strade di Sanguineti e Filippini, per la verità, si erano incrociate nel 1962 sul «Menabò», la rivista di Vittorini e Calvino, che nel numero 5 aveva ospitato testi della neoavanguardia, tra cui i loro. Sanguineti aveva particolarmente apprezzato il racconto Settembre, sentendolo in qualche modo affine al suo primo romanzo, Capriccio italiano, che metteva in gioco la capacità, o meglio l’incapacità, dello scrittore di portare a termine la propria opera e il valore ideologico insito nel linguaggio.
[…]
Con qualche sorpresa. Vediamo l’insofferente Filippini affaccendato, nell’estate 1965, a intrallazzare in «robacce sotto-segretariali, menate» come la campagna per il premio Strega. Lo vediamo precisare a Scalfari, direttore dell’«Espresso», di non aver mai detto che la prosa di Don Backy (autore di un romanzo feltrinelliano) gli ricorda quella di Sanguineti: «La mia opinione è che, se Sanguineti cantasse, canterebbe bene, perlomeno come Don Backy». Nel ’66 lo troviamo malato («la mente si è spenta, lesa di irrealtà, la voglia è morta, inerte, stemperata, l’elettro-shock intellettuale non viene più»), mentre l’amico si lamenta di lavorare come una bestia da soma. Preferisce ritrarsi quando Edoardo gli chiede un saggio per la rivista «Marcatrè»: «Omettiamo di arricchire il mondo di un’ulteriore superflua farneticazione». Preferisce dedicarsi pigramente a «cose immani»: «Ciao, e su il gomito», saluta.
«Oh malvagio Sanguinaccio / ma che c… ma che straccio / che mi fai / che non mi scrivi mai?», si lamenta Filippini. Dal canto suo l’amico minaccia scherzosamente il «latitante, semidefunto, promettitore fedifrago», mandandogli un disegnino con bara e altri segni di presagio di morte e di malaugurio: una pistola, il vizio del bere, la provvidenza, un teschio, una svastica eccetera. L’esorcismo dell’amico è a stretto giro di posta.
Un po’ di divertita goliardia, un po’ di amarezza: soprattutto per Filippini che nel 1970 concorre per la cattedra di italianistica al Politecnico di Zurigo ma viene escluso per ragioni politiche; diventa un grande giornalista, ma resta uno scrittore senza libro, pur avendo alle spalle racconti pregevolissimi come L’ultimo viaggio, scritto negli ultimi mesi di vita. Ancora un anno prima di andarsene, nell’87, Enrico detto Nani dichiarava la sua nostalgia per quella funzione di verità della letteratura in cui lui, come Edoardo, aveva creduto: avvertendo però che «la nostalgia non è un sentimento crepuscolare o malinconioso, ma un sentimento felice, vitale, positivo».
Il volume e il convegno
Il carteggio tra Edoardo Sanguineti ed Enrico Filippini, curato da Marino Fuchs (autore anche di Enrico Filippini editore e scrittore, Carocci, 2017), è pubblicato da Mimesis con il titolo Cosa capita nel mondo (pagine 244, e 22). Poeta e critico, Edoardo Sanguineti (Genova, 1930–2010) è stato uno degli esponenti di punta della neoavanguardia e tra i fondatori del Gruppo 63. Tra le sue opere, le raccolte di versi Segnalibro, (1982), Il Gatto lupesco (2002), Mikrokosmos (2004), Varie ed eventuali (2010) e i romanzi Capriccio italiano (1963) e Il giuoco dell’oca (1967). Cofondatore del Gruppo 63, Enrico Filippini (Cevio, Svizzera 1932 – Roma, 1988) ha lavorato tra editoria e giornalismo, guidando le pagine culturali di «Repubblica» per 12 anni, dal 1976. Il 19 e il 20 ottobre, in occasione dei 30 anni dalla sua morte, la Biblioteca cantonale di Locarno, in Svizzera, ospita un convegno dedicato a Filippini.
Redazione, Il carteggio tra Sanguineti e Filippini. Lettere dalla neoavanguardia, Corriere della Sera, 18 ottobre 2018

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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