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Genova: 12.000 tedeschi si arrendono

Amleto Fiore, Insurrezione di Genova. Aprile 1945 (tempera) – Fonte: Patria Indipendente

Con il ritorno della primavera, la spallata finale: l’insurrezione nazionale.
Sulla liberazione di Genova e della Liguria, che assunse un’importanza particolare, abbiamo chiesto una dichiarazione al sen. Raimondo Ricci, presidente dell’Istituto ligure per la storia della Resistenza: «Fin dal febbraio-marzo del 1945, approssimandosi ormai nelle previsioni e nelle attese generali, sia dei combattenti, sia delle popolazioni, il momento della definitiva resa dei conti nei confronti del nazifascismo, erano stati predisposti dai comandi partigiani piani per la liberazione delle grandi città del Nord, in particolare Milano, Genova, Torino: una logica comune ispirava queste predisposizioni militari allo scopo di contrastare, e possibilmente impedire, lo stabilimento di quella linea di difesa sul Po lungo la quale, dopo il cedimento della linea Gotica, avrebbero dovuto attestarsi le truppe germaniche secondo il piano dello Stato Maggiore della Wehrmacht, a suo tempo avallato dal generale Kesselring. In effetti questo ultimo progetto era stato confermato in un rapporto a tutti i comandanti delle grandi unità, tenuto a Novi Ligure il 1° aprile 1945 dal generale Vietinghoff, successore di Kesselring. Nella riunione si era anche esaminato l’ordine di attuazione dei piani Zeta per la distruzione di centrali elettriche, acquedotti, ponti, fabbriche e porti, in particolare quello di Genova.
La prima iniziativa militare che venne presa dalla Resistenza nel quadro richiamato fu quella dell’insurrezione di Genova, rapidamente sfociata nella sua liberazione, che fu definita da Roberto Battaglia “l’insurrezione modello”, perfetta in ogni suo aspetto sia militare che politico. In effetti la sua conclusione si concretò nella resa a discrezione di un intero contingente tedesco, efficiente e perfettamente armato, forte di oltre 12.000 uomini, al Comitato di Liberazione Nazionale: un fatto unico in Italia e in Europa di cui l’intera Resistenza italiana ha motivo di essere orgogliosa.
La sequenza di quei cruciali avvenimenti è consegnata oltre che a opere generali sulla lotta di liberazione in Italia, come quelle di Roberto Battaglia e Guido Quazza, a più puntuali studi di carattere storico e militare, come quelli di Giorgio Gimelli (Cronache militari della Resistenza in Liguria) e di Carlo Brizzolari (Un archivio della Resistenza in Liguria), nonché a documenti e relazioni conservati nell’archivio dell’Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea e in altri archivi […]»
Ed ecco la rievocazione: «All’inizio di aprile sono stabiliti i piani insurrezionali delle singole zone operative.
Prevedono operazioni di difesa del patrimonio industriale ed infrastrutturale e di disturbo del ripiegamento, affidate a una decina di divisioni partigiane di montagna e due SAP (ognuna composta da circa un migliaio di effettivi) e 45 brigate di città, cui nei giorni della liberazione si aggregano cittadini in armi. La regione è infatti presidiata da un imponente schieramento militare che può ancora effettuare pesanti distruzioni e sostenere intensi combattimenti benché si appresti alla ritirata: dal confine occidentale verso il Piemonte attraverso il colle di Tenda e quello di Nava (la divisione tedesca 34ª Brandenburg e reparti della 5ª da montagna, più la fascista Littorio), da Savona verso Alessandria (la divisione della Rsi San Marco), da La Spezia verso la Val di Taro (148ª divisione tedesca e contingenti della 114ª Jäger e della 135ª, dove vengono insaccate), da Genova in direzione nord attraverso il passo del Turchino (42ª divisione).
Nelle due riviere la guerriglia, oltre a liberare paesi e città, impegna quindi molti uomini nel logoramento delle truppe in ritirata, distruggendo la gran parte dei ponti ed affrontando, anche con gravi perdite, i dispositivi difensivi che proteggono i convogli in ripiegamento.
Il 24 le forze partigiane si dispongono parte ad attaccare i presidi sulla costa, parte a manovrare in attacchi di disturbo alle colonne nazifasciste in movimento.
Nella quarta zona operativa (l’area dello Spezzino) i partigiani dapprima colpiscono reparti isolati e presìdi, ostacolano le operazioni alle spalle del fronte in un’area vitale per le comunicazioni e i rifornimenti, poi sottopongono a frequenti attacchi i reparti che ripiegano, agevolando l’avanzata della 92ª divisione statunitense Buffalo.
Il mattino del 25 aprile i comandi di zona possono infatti informare gli Alleati che la via Aurelia è sgombra sino a Genova.
Analogamente, nell’altra riviera, le formazioni dell’Imperiese (prima zona operativa) si schierano per contrastare la ritirata. Il rapporto di forze è tuttavia sfavorevole: è impossibile tenere a lungo i blocchi delle strade, ma si possono sottoporre a continue incursioni le colonne in transito. Gli scontri più duri avvengono nelle zone della Val Arroscia e della Val Tanaro, sulle statali 20 (tra Ventimiglia e Albenga) e 28 (tra Imperia e il colle di Nava), sull’Aurelia e sull’Albenga-Garessio, dove i reparti partigiani sono pesantemente sottoposti al tiro delle artiglierie che proteggono il ripiegamento.
Molti reparti tedeschi si sbandano, al punto che, dopo la liberazione, i comandi partigiani devono disporre rastrellamenti dei boschi dell’entroterra.
Nel capoluogo e nelle città della costa le SAP ed i reparti delle divisioni di montagna operano a difesa degli impianti, impiegando prigionieri tedeschi per rimuovere le mine che minacciano le banchine e gli accessi dei porti.
Momenti di tensione si vivono a Bordighera tra i partigiani e le truppe britanniche, con cui dai fortini di confine sono avanzati anche contingenti francesi (Chasseurs des Alpes e truppe senegalesi) che pretendono di occupare tutto il settore occidentale della Riviera dei fiori, sino a Sanremo (tensioni analoghe si innescano nello stesso periodo al confine valdostano, certo in relazione con i rancori sedimentati dall’aggressione fascista alla Francia nel giugno 1940). La mediazione statunitense consente di superare questi difficili momenti, mentre il contributo della Resistenza italiana all’abbattimento del regime e la collaborazione nell’area ligure-piemontese con il movimento clandestino francese al momento della definizione dei confini giocano un ruolo importante.
A Savona le formazioni cittadine entrano in azione nella notte tra il 24 ed il 25 aprile mettendo in atto, mentre in città sono in corso combattimenti, il piano antisabotaggio. Sono neutralizzate le mine collocate nei punti vitali delle banchine portuali, della ferrovia Savona-Santuario, della centrale elettrica, dei ponti stradale e ferroviario di Zinola, mentre operai e sappisti occupano gli impianti industriali e le infrastrutture.
Il mattino del 25 viene occupato anche il cantiere navale di Pietra Ligure e catturato il presidio tedesco.
A Cairo Montenotte viene disarmato un treno blindato dopo che nella zona si è attaccata con successo una colonna nazifascista che per proteggere il ripiegamento si faceva scudo di civili catturati a Dego.
Di fatto, tra il 24 e il 29 aprile (giorno in cui il maresciallo Rodolfo Graziani firma la resa dell’Armata Liguria, o meglio di quanto ne resta), il piano insurrezionale è condotto a termine con successo.
Genova: 12.000 tedeschi si arrendono
Il 7 aprile, in una riunione tenuta a Gorreto, il Comando della 6ª zona operativa stabilisce il Piano A per l’insurrezione di Genova. Tale piano prevede l’intervento sia delle formazioni di montagna sia delle SAP, con l’obiettivo prioritario di attuare il blocco dei movimenti delle truppe tedesche, neutralizzare determinati obiettivi militari, salvaguardare impianti industriali e strutture portuali, occupare gli edifici pubblici.
In bianco resta solo la data prevista per attuarlo: l’occasione si presenta due settimane dopo.
Il 23 aprile i reparti SS abbandonano la città per dirigersi a Milano, e lo stesso fanno alcuni tra i principali gerarchi fascisti.
Anche le SAP si muovono: in serata due distaccamenti entrano nel porto per disinnescare il minamento tedesco, e durante la notte molti punti chiave nelle comunicazioni vengono occupati.
I presìdi tedeschi e fascisti degli stabilimenti industriali del settore occidentale tra il 23 ed il 24 si arrendono ai sappisti, che dal mattino li occupano assieme agli operai e provvedono allo sminamento.
Il CLN, riunito in permanenza, dispone intanto il blocco di strade e ferrovie, nonché il sabotaggio delle comunicazioni, al fine di ostacolare in ogni modo il ripiegamento verso il Piemonte delle truppe. All’una di notte decide infine di dare il segnale d’avvio dell’insurrezione.
Il 24 mattino le carceri di Marassi, la prefettura e le case del fascio, la Casa dello studente (già sede del comando SS e luogo di segregazione e tortura per i partigiani), le tipografie e le centrali telefoniche, il municipio, vengono dunque occupati da squadre SAP e da civili aggregatisi spontaneamente.
Al contempo, gli scontri – particolarmente aspri quelli che hanno luogo nell’area del porto – si accendono in diversi punti della città, spingendo i tedeschi a concentrarsi in alcune sacche isolate di resistenza.
Ed intorno alla città, analogamente, le formazioni partigiane tentano di sbarrare il passo alle truppe in ritirata, isolandole e spingendole alla resa.
Alla sera del 24 Genova può dirsi liberata.
Tuttavia, i comandi tedeschi ancora dispongono di un rilevante dispositivo d’artiglieria (oltre 50 cannoni di medio ed una quindicina di grosso calibro) situato attorno al perimetro esterno della città, da Arenzano a Monte Moro, a Portofino. Un potenziale di fuoco posto sul tavolo delle trattative di resa con il CLN, che però conta sull’efficacia dell’operazione posta in essere dalle formazioni di montagna, mirante a bloccare ogni via di ritirata e ad accerchiare le truppe poste a ridosso della città.
Già il mattino del 24 due brigate volanti di montagna hanno raggiunto il centro cittadino, anticipando il movimento delle altre unità partigiane: le quattro divisioni di montagna distribuiscono infatti le brigate dipendenti in una manovra a tenaglia su Genova, durante la quale catturano alcuni presidi tedeschi e bloccano diversi tratti stradali.
Nella giornata del 25 – mentre ancora resistono le postazioni tedesche di Murta, Barabini, San Quirico, Forte Belvedere – le trattative tra il CLN ed il generale Günther Meinhold (comandante della piazza di Genova) giungono al termine con la resa incondizionata, annunciata da Radio Genova. Solo nel tardo pomeriggio del giorno successivo le avanguardie alleate giungono nella zona di Rapallo e sono informate della liberazione della città; il mattino del 27 si arrendono i tedeschi della Foce, e nel pomeriggio quelli attestati alla Chiappella. Il caposaldo d’artiglieria di Monte Moro si consegnerà di lì a poco agli americani.»
Speciale Liberazione, Patria Indipendente, a cura di Lucio Cecchini, 31 marzo 2002

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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