Il gran fiorentino e i piccoli dantisti

C’è un brav’uomo, nel web, che promette di spiegare Dante “facile facile”. Dice tante cose, in parte anche inventate e insensate: ad esempio, che la bandiera italiana sia nata da Purg., XXX, 31-33 (e questo, aggiunge, ci rivela – e chissà perché, poi – la grandezza di Dante) oppure che Guido da Montefeltro racconti la sua vicenda spinto dal fatto che il poeta potrà così riportarla nel mondo dei vivi (ed invece le cose stanno tutte al contrario: Guido parla perché, se ha udito il vero, nessuno è mai uscito dall’Inferno, e Dante quindi non potrà riferire nulla: e questo particolare subito ci rivela che la grande astuzia del condottiero soffre talvolta di tracolli improvvisi).
E c’è il Benigni che ci spiega Dante, poi. Edoardo Sanguineti con lui è abbastanza sbrigativo: “l’ho trovato eccessivamente serioso e scarsamente popolaresco, cosa che invece avrei gradito”, dice in un’intervista a Roberta Ronconi, su “Liberazione”, 1 dicembre 2007, parlando della lettura benignesca di Inf., V. Che è stata, “la lettura vera e propria, continuamente interrotta da spiegazioni del testo a volte sinceramente discutibili”, una “lettura dantesca eccessivamente carica di pathos e di continua commozione. Se dovessi definirla, direi una lettura deamicisiana, piccolo-borghese. Un po’ patetica, insomma, costruita più per commuovere che per rapire nel verso e nella sua ritmicità”.
Massimo Fini, recensendo un libro di cazzullaggini, A riveder le stelle, su “Il Fatto Quotidiano” (Il Sommo Alighieri e il piccolo Dante, 3 novembre 2020) riesce persino ad affermare che, a differenza “del pur ottimo Sermonti che si fissa molto sui simbolismi della Divina, che pur ci sono ma che per noi hanno ormai uno scarso significato”, Cazzullo “ci restituisce un Dante in carne e ossa”. E lì giù a dire che “Dante è un uomo vendicativo”, “irriconoscente anche verso chi negli anni bui gli diede generosamente una mano, come i conti Guidi”, “un legalista, un pio devoto all’ordine supe-riore“, “un moralista insopportabile a un occhio moderno”. E, scoprendosi un seguace del politically correct, Fini stronca la tenzone con Forese Donati: “In un colpo solo son sistemati i brutti, i grassoni, le persone che non corrispondono a un canone di bellezza standard, le donne, gli omosessuali”. E aggiunge: “In Dante ci devono essere delle gravi turbe psichiche”, “ha una personalità sadomaso-chistica”. Ad esempio, in un “passaggio dedicato a due ladri Buoso Donati e Francesco Cavalcanti (padre del delicato poeta, suo amico) li accoppia fondendo così l’uno nell’altro”.
Ma qui, come si suol dire, casca l’asino. Perché, come tutti sappiamo (a parte il Fini che ci fa l’elogio del Cazzullo, e speriamo pochissimi altri) il padre del delicato poeta è Cavalcante Cavalcanti, e si trova in tutt’altra zona dell’Inferno. E anche in questo caso – come nel caso della premessa che Guido da Montefeltro fa a Dante e presto travisata nella spiegazione web ad uso degli scolari pigri – l’errore è marchiano. Giacché la scena di Cavalcante è una delle pagine più note della cantica infernale: teatrale, drammatica, melodrammatica: mio figlio, ov’è? perché non è con teco? hai detto “egli ebbe”…, è forse morto? Stiamo citando a memoria, è una pagina notissima e da sempre dibattuta. Ma dov’era, il Fini, in tutto questo tempo?
Per fortuna ci viene in soccorso Giuseppe Conte che, in Dante mi è apparso (capitolo 2: Guido, i’ vorrei), pubblicato in appendice al suo Dante in love, rievoca l’entrata in scena di Cavalcante: Mentre Dante dibatte fieramente di Guelfi e Ghibellini con Farinata degli Uberti, ritto e sdegnoso fuori dall’arca dove sconta la sua pena, un’ombra si affianca a quest’ultimo, emergendo soltanto sino al mento, e si guarda intorno come sperando di vedere qualcuno vicino al poeta. Quando la speranza è spenta, piangendo l’ombra chiede perché suo figlio non è lì.
La cerchia degli amici Fedeli d’Amore era stata così stretta che nel pensiero e nella speranza di Cavalcante Cavalcanti – questo il nome dell’ombra – il figlio Guido, certo non inferiore a Dante “per altezza d’ingegno”, avrebbe dovuto essere vicino all’amico, avrebbe dovuto avere anche lui il privilegio di percorrere da vivente il “cieco / carcere” dell’Inferno.

Si direbbe che qui Conte, per Fedeli d’Amore, intenda il gruppo informale di coloro che sarebbero poi stati chiamati stilnovisti. E secondo lo scrittore ligure la loro concezione dell’amore non era certo quella di un sentimento asessuale: Lasciamo cadere una volta per tutte le memorie scolastiche di Dante e Guido cantori di donne “angelicate”. Chissà quante generazioni di studenti adolescenti e canaglie hanno ridacchiato e sgranato oscenità sentendo i loro professori parlare di teneri amori platonici di poeti che vedevano angeli nelle ragazze del loro tempo.
Una rilettura di Dante, discutibile quanto si voglia e quanto possano esserlo tutte le cose di questo mondo, ma per lo meno priva di forzate attualizzazioni. E senza facili riferimenti all’oggi, ma anzi con vero piglio di storico, finalmente agisce Franco Cardini, che, a proposito dei Fedeli d’Amore, fa presto a chiudere la questione: “Una strana storia, un equivoco nato fra Otto e Novecento e in seguito bizzarramente trascinatosi” (Dante e i Fedeli d’Amore: soltanto fake news, su “Avvenire” del 1 dicembre 2020).
E la nostra polemichetta contro lo sciapo dilettantismo e a favore delle vere follie creative e delle autentiche indagini storico-critiche potrebbe finire qui. Precisando che, comunque, un’attualità di Dante – come per tutti, d’altronde, da Platone a Perec – esiste, ma non è certo quella cazzullosa da cui siamo partiti. Un altro esegeta e lodatore del Cazzullo, l’arguto Massimo Gramellini (Dante, il viaggio dall’Inferno all’Italia, “Corriere della Sera” del 19 settembre 2020) così icasticamente definisce il nostro autore (il Cazzullo, intendiamo): “gli basta un verso di Dante sul golfo del Carnaro per apparecchiare un excursus sull’irredentismo, Alcide De Gasperi e Nazario Sauro”. Quando sono proprio queste le cose da evitare.
Poi, vabbè, c’è Rossano Sasso, il sottosegretario all’Istruzione del governo Draghi, che crede di citare Dante e invece cita Guido Martina (e come non ricordare qui, a proposito di riferimenti disneyani, che nella prima edizione dell’Enciclopedia Garzanti della Letteratura, il sunto del canto VII dell’Inferno si apriva così: “Custode del quarto cerchio, dove sono puniti gli avari e i prodighi, è il cane a tre teste Pluto”). Ma a noi non ci preoccupa tanto l’attribuzione sbagliata (a queste cose siamo avvezzi, ormai) quanto la replica del Sasso, almeno stando a quanto riportato dai mass media: “Faccio ammenda, per penitenza rileggerò tutti i canti dell’Inferno”. Se crede nelle punizioni basate su letture (o assistenza sanitarie o mansioni cosiddette umili, ec.) obbligate, ci viene da pensare che il Sasso di pedagogia non abbia capito proprio niente. Prima di Dante, forse è bene che si vada a leggere un po’ di Rodari. E lo diciamo senza nessun intento punitivo.
Ma dai, qualche baggianata sulla Commedia (e in quest’anno dantesco, poi, in cui siamo da poco entrati) la si dovrà pur ascoltare, no? Vogliamo mica essere troppo seriosi? Su, su, facciamoci delle belle e approssimate lecturae dantis, che tanti riferimenti al mondo odierno acchiappati qui e là, e che siano facili facili.
Marco Innocenti [redattore de IL REGESTO <Bollettino bibliografico dell’Accademia della Pigna – Piccola Biblioteca di Piazza del Capitolo, Sanremo (IM)> ed autore di diversi libri, tra i quali: Verdi prati erbosi, lepómene editore, 2021; Libro degli Haikai inadeguati, lepómene editore, 2020; Elogio del Sgt. Tibbs, Edizioni del Rondolino, 2020; Flugblätter (#3. 54 pezzi dispersi e dispersivi), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2019; articoli in Sanremo e l’Europa. L’immagine della città tra Otto e Novecento. Catalogo della mostra (Sanremo, 19 luglio-9 settembre 2018), Scalpendi, 2018; Flugblätter (#2. 39 pezzi più o meno d’occasione), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2018; Sanguineti didatta e conversatore, Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2016; Enzo Maiolino, Non sono un pittore che urla. Conversazioni con Marco Innocenti, Ventimiglia, Philobiblon, 2014; Sull’arte retorica di Silvio Berlusconi (con uno scritto di Sandro Bajini), Editore Casabianca, Sanremo (IM), 2010]

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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