Il passo letterario è per noi camminare sulla corda

La scrittura di Savinio diviene materializzazione di un linguaggio “squotidianizzato” e rinfoltito da componenti descrittive e figurative che, svelando gli abissi di un inconscio depresso nelle logiche del pensiero cosciente, sbriciolano la granitica mole delle strutture linguistiche ordinarie, artificiosamente sceneggiate dalla rigida regolarità del sistema; per questo motivo, la scrittura saviniana, che si materializza attraverso il calembour, l’anfibologia, il non-sense, descrizioni e divagazioni oniriche, venendo meno alle forme simmetriche della narrazione e della comunicazione, esercita un’insistente funzione straniante, indirizzando il lettore verso ciò che sta al di là del testo stesso, verso un altrove ipertestuale che negli scritti venturi si identificherà con la condizione dello stato di morte <180.
Questa scrittura, che abbonda di lapsus e di ripetizioni, di divagazioni e di sogni, assume una forma narrativa controllata nella seconda parte dell’opera che, pur assumendo una regolarità formale, non disdegna, comunque, di offrire al lettore la visione ironica di una umanità malata alla ricerca del proprio autosuperamento; e all’interno, quest’originale organigramma compositivo, quale è l’Hermaphrodito, per la casuale e irregolare commistione di testi, assemblati secondo la successione delle pubblicazioni dei brani sulle varie riviste nel periodo che intercorre tra la permanenza a Parigi e il rientro in Italia, la fuga sonnambulica dal realismo tridimensionale verso sospensioni pregne di figure fantastiche, che tradiscono la cifra onirica di un’opera in cui convergono i diversi “sentire” artistici, come il dadaismo e il futurismo <181, genera l’emersione dell’irruente “io” giovanile dell’autore che, non rinunciando alla propria esuberanza, invita il lettore ad assumere uno sguardo “ipocrita” e ad accostarsi al libro quale luogo in cui la Storia è sospesa e le coordinate spazio – tempo vengono meno a favore della contraddizione, del doppio e dell’alterità.
La ricerca di sé, che si dispiega attraverso le cose, e la destrutturazione e ristrutturazione di queste in sé e attraverso sé, come rileva il Papini <182, si traduce in pagine plurilingue di intricato onirismo saturnino frammisto a straniante e frivola leggerezza, che frustrano l’attesa del lettore disorientato tra le disarticolate composizioni di un labirinto di specchi deformanti
[…] Bramanti, applicando i criteri junghiani della contrapposizione tra Anima e Animus, propone un interessante criterio di lettura: Ermafrodito diviene simbolo di una unità raggiunta, ma evidenti sono anche i sintomi dello stato di malattia per la quale questa unità personale non può che apparire ineluttabilmente mostruosa; la sublimazione, che scaturisce dall’incontro – conflitto, risemantizza il simbolo che è essenzialmente sintesi di conscio e inconscio sia personale che collettivo e rimanda, secondo la lettura junghiana, ad una realtà che è solo parzialmente conosciuta e che tiene nascosta alla conoscenza la parte migliore di sé in uno spazio dal quale attira irresistibilmente la conoscenza finita dell’uomo perennemente in tensione nello sforzo di superarsi <185
[…] L’androginia o la patromaternità di quell’“uomo strano”, percepita simbolicamente come condizione borderline, suggerirebbe un rimando alla forma fratta e sfuggente della scrittura saviniana o alle ardite costruzioni narrative, che pendolano fra poesia, prosa e teatro, o, ancora, alle atmosfere oniriche, quali stati di sospensione tra cosciente e inconscio, tra vita e morte, tra mito e rito, tra comico <187 e lirico; l’androgino costituisce la linea di confine, la frontiera tra l’evidenza e il mistero, fra la legge positiva e l’istinto primordiale e, in Savinio, assume anche un valore metaletterario, ovvero lo strumento retorico, oltre che simbolico, tramite cui ibridare l’atto letterario: la letteratura non è un attestato di identità nazionale o territoriale ma al contrario, essendo una produzione intellettuale e assumendo una valenza antropologica, si deve evolvere nelle forme più avanzate superando quelle stantie proprie di una retorica tradizionale, alla quale il Montale vorrà “torcere il collo”, e prevenire/accogliere l’ignoto e il brivido che l’incontro col diverso comporta.
[…] L’Ermafrodito, in virtù della sua pregnanza mitico-simbolica, rimanda ad una unità caotica e antilogica/ultralogica, amorfa e irregolare, paurosa, incomprensibile, mostruosa e, nel mare delle antilogie conflittuali (lotta tra uomo e donna, nelle varianti madre-figlio e amata-amante, lotta tra il tempo fumoso e sfuggente del sogno e quello determinato della storia), mostra tutta la sua forza generatrice nel procreare uomini che evolvono da “grappoli di carne che si ritorcono, poi si elevano e camminano, indi crescono con vigore” <190.
Una tale visione provoca la diffidenza dello scrittore – personaggio, suscitando in lui il rigurgito di certi “biblismi” e di “un greve sapore del passato”, ma assume nello stesso tempo il valore simbolico di una forma di diversità completa in se stessa e capace di assolvere alla procreazione e al conseguente parto “da sé solo” <191: quella diversità mostruosa nella quale lo scrittore rinviene “una certa comunanza con i gravi moti della natura” <192; quella forma mostruosa che, in un passato mitico, rivoltandosi contro il dio degli dei olimpici, riuscì a incutere timore e paura, ora suscita la diffidenza dell’artificioso sapere borghese e smaschera i tronfii canoni di una produzione artistica ancorata alle collaudate certezze che ottundono meschinamente l’intelletto e imbalsamano la libera creatività.
Savinio, in virtù di questa nuova dimensione, schierandosi contro opportunisti e reazionari, contro i promotori della morale ferrugineuse <193, intende scombinare il rigoroso gioco delle parti per mostrare ad ognuno se stesso <194: questo è il fine di quell’opera che Prezzolini, vice – direttore della «Voce», definì pustola indecente e bubbone malefico e che Savinio a distanza di quasi trent’anni ritiene straordinariamente feconda perché da essa derivano tutte le altre opere letterarie, musicali e pittoriche e in essa egli stesso si riconosce:
“Tutto che io sono nasce da lì. […] Non c’è nulla che non tragga da quella pustola o da quel bubbone”, egli scrive nella Piccola Guida alla mia opera prima <195 e l’Hermaphrodito, che assume il ritmo narrativo di un gioioso carosello di idee <196, prima, e della riflessione introspettiva avvolta da un’aura fantastica, dopo, assurge a valore di manifesto poetico dell’arte saviniana.
Scrive, infatti, il Nostro:
“É nel male, o in ciò che agli uomini «sembra» male, la grande e misteriosa forza generatrice. O santa ripugnanza delle generazioni! Abbandono agli imbecilli il Bene, agl’impotenti il Niente, agl’infecondi la Merda Bianca. Hermaphrodito […] nacque da quel vento di piena libertà che soffiò, quando anche l”ultimo dubbio cadde che l”antica «idea» e l”antica «immagine» dell’universo erano crollate per sempre: quella idea e quell’immagine che per tanti secoli aveva mostrato agli uomini un universo molto suadente, molto confortante, molto comodo ma falso”. <197
Hermahprodito, la prima opera letteraria in assoluto del nostro autore, costituisce “l’atto di nascita di tutta la collana di pseudonimi dietro ai quali lo scrittore verrà a celarsi” <198 e inaugura il complesso viaggio attraverso il caleidoscopio di identità che, da un libro ad un altro, il Nostro scomporrà in sempre più diverse combinazioni provocando il lettore a raccogliere il guanto della sfida della decodificazione e della ricerca di senso del testo letterario offerto.
Il criterio che Savinio utilizza nell’esporre e sviluppare tali tematiche, afferma Marcello Carlino, è quello dello sguardo ipocrita <199, dello sguardo che va oltre l’apparente e che, penetrando la realtà, ne scopre la dimensione lirica per la quale è necessario quella che, in Maupassant e “L’Altro”, il nostro definisce “indipendenza di sguardo tra occhio e occhio” <200, grazie alla quale l’artista, che penetra i reconditi meandri della coscienza dell’universo, si distingue dall’uomo compromesso col sistema.
Tale strabismo esegetico diviene il criterio di lettura in virtù del quale tutto l’universo è compreso e illustrato sulla pagina letteraria; il lettore, a sua volta, chiamato ad assumere questo sguardo decodificante, diviene nello stesso tempo artista e complice dello scrittore: anche il lettore, quindi, con la sua creatività ricomprende e riattraversa i millenni durante i quali l’universo si è evoluto; acquista lo sguardo poliprospettico per intendere le postazioni plurifocali del giudizio dello scrittore contribuendo a sua volta alla stesura di un “nuovo romanzo” con prospettive critico-affabulatorie tendenti all’infinito come l’universo.
Il lettore, disorientato dal panlinguismo su cui si evolve una scrittura “impalpabilmente burlevole” <201, polimorfica e dagli incerti contorni, è seriamente tentato di richiudere il libro per dedicarsi a letture più “coerenti”, ossia alla lettura di testi dalla scrittura meno ostica e più convenzionale; ma un suggerimento circa la metodologia e la natura della scrittura saviniana giunge dallo scrittore medesimo:
“Qualche lettore tenuto a guinzaglio dall’abitudine domanderà: «Ma questo che c’entra?». Il nostro procedimento letterario, antimichelangiolesco per eccellenza, cerca di circondare ogni oggetto dell’ambiente più ricco, più completo, più «inaspettato». Si tratta, per mezzo di altre cose e di cose diverse, di far conoscere la cosa meglio che si può, illuminarla con la luce più intensa, penetrarla più profondamente. Il passo letterario è per noi camminare sulla corda. Questi riferimenti, questi equivalenze, queste analogie che noi poniamo ora a destra ora a sinistra della nostra via, hanno la funzione di metterci in equilibrio: hanno la funzione per noi che il bilanciere e le braccia tese lateralmente hanno per l’equilibrista che cammina sulla corda” <202.
Il surplus di analogie e di equivalenze, che al lettore “non creativo” appare dissonante col contesto e, quindi, incoerente all’interno della trama narrativa, costituisce per Savinio un insieme sostanziale di una realtà poliedrica e poliembrionica: il lettore è pro – vocato ed esortato a rendersi libero dalle prestabilite e collaudate forme di lettura per “navigare” <203 alla volta di una ricerca di senso del vissuto proprio e dell’universo intero.
In questo percorso funambolico lo scrittore e il lettore, rispettivamente estensore e fruitore del medesimo testo, volgono i loro passi alla volta non di una ricomposizione, ma di una “coscientizzazione” della complessità frantumata del cosmo e, sensibile alle nuove teorizzazioni scientifiche il narratore rompe il gioco del racconto consequenziale a favore di un modello narrativo frantumato e frammentario e, a scapito di una costruzione centripeta, preferisce forme libere di narratologia in cui la coscienza dell’autore, personaggio e protagonista, si sbriciola in varie identità, quasi anticipando la polipseudonimia, a cui ricorrerà nei romanzi e nei racconti che in seguito scriverà, e tramite i quali non celerà ma ostenterà l’inquietudine di una ricerca non sempre appagata.
[NOTE]
180 Riferendosi ai protagonisti dei racconti di Narrate, uomini, la vostra storia, scriverà nella prefazione di Casa «la Vita»: “Nella vita di «quegli» uomini la cosa più importante è la morte” E continua ancora asserendo: “Amplifichiamo: nella vita «degli uomini» la cosa più importante è la morte”. ID., Casa «la Vita», in Id. Casa «la Vita» e altri racconti, cit., p. 201.
181 Cfr. VANNI BRAMANTI, op. cit., p. 21-22; STEFANO LANUZZA, op. cit., p. 14-15; SILVANA CIRILLO, Alberto Savinio, Humour, Sensi e Nonsense. Itinerario guidato nel mondo letterario di Savinio e delle avanguardie, cit., p. 192.
182 “Egli scopre se stesso attraverso le cose e le cose attraverso se stesso e in questo flusso e riflusso di luci e di parole sa traslatare in parole ricche, in parole nuove, in parole variopinte e risuscitate, quel tanto che la materia letteraria consente, in questa lingua che per i veri ricchi è sempre povera”. GIOVANNI PAPINI, op. cit., p. 954.
185 Cfr. FREUD, ADLER, JUNG, Psicanalisi e filosofia, ANGELO CRESTINI (a cura di), Editrice La Scuola, 1986, pp. 145 – 156.
187 “Il comico nasce dalla „smontatura delle cose‟ serie e gravi, ed è per questo che nel comico anche più innocente c’è sempre un che di nocente, un che di maligno e di corrosivo, e piace soprattutto alla plebe. Nel riso c’è sempre qualcosa di basso (di „mortale‟) e per questo il riso è considerato „volgare‟ (così nobile, invece, così distante la gravità1!). […] Nel comico non c‟è posto per l‟eternità”. ID., Comico, in ID., Nuova Enciclopedia, Adelphi, Milano 1977, p. 98. Tra ironia e caricatura, il comico in Savinio suscita un riso amaro e inquieto per via della natura caricaturale, maligna e pungente delle sue rappresentazioni: non si tratta di un comico licenzioso, sebbene attinga anche dal repertorio lessicale e immaginifico della letteratura comico – rinascimentale né di un comico gratuitamente burlesco o buffonesco, sebbene non venga meno la parodia di se stesso (Il rocchetto di Venere) e di alcuni personaggi storici (v. Mazzini; l’ebreo burlone; il manichino che rimanda all’uomo automa dei tempi moderni). La comicità saviniana si materializza attraverso il gioco linguistico che la psicanalisi vaglia e scandaglia per i molti punti di contatto che una certa costruzione illocutoria condivide con il sogno rilevando la polisemia della parole tra condensazione delle immagini e disseminazione dei significati; né esistono corrispondenze univoche o significati fissi, ma solo la pluridimensionalità del discorso fantastico che si evolve per i sentieri non convenzionali del sogno. Silvana Cirillo parla di ornamento figurale della scrittura saviniana teso a irretire il lettore per provocare il cambiamento in questo e, per suo tramite, anche nella comunità: “Il cosiddetto ornamento figurale serve anche a conquistare il lettore e a procurargli piacere, ad avvincerlo e sedurlo, così nel witz la tendenziosità ammicca al lettore, lo conquista e coinvolge nella sua “intenzionalità”. «Essa» afferma Freud «può essere ostile o oscena a seconda se libera l’aggressività o la sessualità» (nel caso dei testi saviniani sono presenti ambedue le linee tendenziose). […] Questo lavorio continuo di scrittura, dunque finisce necessariamente per aggiungere significati a significati. […] E lo abbiamo visto per Savinio in tante circostanze letterarie: non solo nell‟esibizione vistosa degli organi, degli oggetti, degli strumenti, delle funzioni sessuali (là il discorso è anche troppo esplicito), ma in tutto un materiale linguistico involuto, più contorto, più figurato, che trasmette un‟inquietudine e un piacere della scoperta ancora maggiori: perché il piacere della scoperta nasce da un fondo sotterraneo di rimozione, che qui invece si svela e ci consente di partecipare e capire”. SILVANA CIRILLO, Alberto Savinio, Le molte facce di un artista di genio, cit., p. 247-248. Insomma, la
pagina saviniana sembra essere attraversata dalla suggestioni teorico-analitiche che Freud formula ne Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, del 1905: il riso e il comico, come l‟ironia, l’umorismo e l’arguzia, che dallo studioso viennese sono ricompresi all‟interno di una rete di rapporti intriseci con il linguaggio del sogno, costituirebbero il segmento creativo, per quanto momentaneo, della singolarità del soggetto motteggiatore o arguto o ironico o umorista che neutralizza per un momento i divieti che derivano dal principio di realtà. Lo studioso viennese, pur chiarendo la natura dissimile, nonché i meccanismi attraverso cui si strutturano le varie categorie, che suscitano il riso, riconosce in esse “le stesse leggi che governano il mondo del sogno.” NADIA FUSINI, Senso e non – senso tra psicanalisi e letteratura, in SIGMUND FREUD, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, NELLY CAPPELLI (a cura di), con un saggio introduttivo di FAUSTO PETRELLA [Freud, il riso e il motto di spirito], BUR Rizzoli, Milano 2010, p. III – IV.
190 ALBERTO SAVINIO, Hermaphrodito, in ID., Hermaphrodito e altri romanzi, cit., p. 190
191 Ibidem.
192 Ibidem.
193 È un sintagma utilizzato da Savinio nel Prélude Tete – antichambre de ministre e semanticamente contiguo a morale rigide, indica lo stato di obsolescenza di un sistema di valori incompatibile col “gioioso carosello di divine frivolezze”. Cfr. SAVINIO, Hermaphrodito [Prelude Tête – Antichambre de ministre], in Hermaphrodito e altri romanzi, cit., pp.5 -7; SILVANA CIRILLO, Alberto Savinio, Humour, Sensi e Nonsense. Itinerario guidato nel mondo letterario di Savinio e delle avanguardie, cit., p. 191.
194 Cfr. UGO PISCOPO, op. cit., p. 85.
195 ALBERTO SAVINIO, Piccola Guida alla mia opera prima, in ID., Hermaphrodito e altri romanzi, cit., p. 927.
196 “Dans ma tête transparente il se passe un charmant va – et – vient de jolies choses… Joyeux carruosel: mes idées courent au galop, et font du steeple – chase” ALBERTO SAVINIO, Hermaphrodito [Prelude Tête – Antichambre de ministre], op. cit., p. 5.
197 ID., Piccola guida alla mia opera prima, in ID., Hermaphrodito e altri romanzi, cit., p. 927.
198 VANNI BRAMANTI, op. cit., p. 21.
199 “Indubbiamente io sono un ipocrita: mi fregio cioè di un difetto il di cui possesso rimane tuttora vanto di pochissimi”. ALBERTO SAVINIO, Hermaphrodito [Epilogo], in ID., Hermaphrodito e altri romanzi, cit., p. 167; Cfr. MARCELLO CARLINO, op. cit., p. 3.
200 “L‟indipendenza di sguardo tra occhio e occhio noi l’abbiamo portata alle sue estreme conseguenze, quella indipendenza di sguardo che determina la profonda differenza tra lo sguardo del pittore e lo sguardo della macchina fotografica, che ha un occhio solo, fisso e duro”. ALBERTO SAVINIO, Maupassant e “L’Altro”, cit.,p. 114.
201 ALFREDO GIULIANI, op. cit., p. IX.
202 ALBERTO SAVINIO, Maupassant e “L’Altro”, cit., p. 111.
Lillo Capobianco, Hermaphrodito di Alberto Savinio tra modernità e tradizione del mito, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Palermo, 2013

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