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Il romanzo che fece conoscere la Riviera dei Fiori

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Uno scorcio di Taggia (IM), borgo natio di Eleonora Curlo, madre di Giovanni Ruffini

 

Il “Dottor Antonio” fu scritto da Giovanni Ruffini in inglese sotto la guida, più o meno determinante, di due letterate anglosassoni, Cornelia Turner e Henrietta Jenkin.

Nell’esile opera, pubblicata nel 1855, gli spunti apologetici e patriottici si intersecano con il patetico idillio sbocciato tra l’esule siciliano Antonio, medico condotto a Bordighera (IM), e l’inglesina Lucy Davenne, costretta ad una lunga convalescenza nella città rivierasca in seguito alla frattura di una gamba.

Per favorirne la lenta guarigione Antonio conduce la fanciulla a Castellaro, paese del retroterra di Taggia noto per la salubrità dell’aria e nei cui pressi sorge il celebre Santuario seicentesco di Lampedusa ove si conserva una sacra miracolosa immagine della Madonna, ex voto di un antico marinaio per essersi salvato dai Turchi, che lo avevano imprigionato, affidandosi ad una zattera per tornare in patria ed usando proprio quella sacra icona, incrdibilmente ritrovata, come una sorta di vela per sfruttare il poco vento a disposizione.

Nonostante la gestazione abbastanza originale, il romanzo si colloca ai limiti di quella tipica esperienza del romanticismo italiano che, dalla coimplicazione del generico storicismo e della passione nazionalistica, inclina verso una soluzione propagandistica del fenomeno letterario.
A tale serie sono da ascrivere le opere di Berchet, D’Azeglio, Grossi e Pellico; in queste l’evento storico è infatti rivisitato con lo scopo predominante di suscitare nel lettore la passione patriottica.

La coscienza poetica del Ruffini matura nello stesso contesto storico-culturale e si concretizza in prodotti espressivi che, in linea di massima, presuppongono la mediazione dell’istituto letterario organizzato dagli intellettuali romantici di cui si è detto.

L’analisi strutturale de il “Dottor Antonio” (oltreché del forse più valido LORENZO BENONI) permette però di decifrare un effettivo scarto tematico-espressivo fra l’opera del Ruffini e i prodotti del sistema letterario cui questa, in teoria, appartiene.

La manipolazione del materiale tematico de il “Dottor Antonio”, come quella del “Marco Visconti” e dell'”Ettore Fieramosca”, sottende di certo l’esperienza carismatica del Manzoni ma al romanzo del Ruffini non sono estranee, forse per influenza della Turner o della Jenkin, convenzioni stilematiche e narrative tipiche degli scrittori inglesi, specie di Dickens e Thackeray (modulazioni in verita abbastanza inusuali per i romanzieri italiani della metà dell’800).

Lo scarto più evidente si manifesta tuttavia a livello funzionale.
Mentre gli scritti di Berchet, D’Azeglio, Grossi e Pellico presuppongono un meccanismo il cui risultato equivale ad un’attività apologetica e di parenesi nei confronti dei lettore italiano, l’operazione letteraria del Ruffini organizza invece un messaggio cui è demandata un’attività propagandistica ad uso esterno, che presuppone cioè un fruitore non italiano.

Il romanzo, in origine indirizzato ad un pubblico anglosassone, soddisfa, oitre quella descrittiva, due ulteriori esigenze: di qualificare l’ltalia vanificando alcuni vieti pregiudizi stranieri e, contestualmente, di presentare in maniera favorevole l’esperienza liberale e patriottica.

Questo motivo di fondo giustifica il taglio idilliaco della narrazione oltre che le abbondanti digressioni documentarie; la stessa descrizione della “Gita al Santuario” non prescinde da questo parametro operativo, anzi, per molti aspetti, può essere considerata emblematica.

da Cultura-Barocca

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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