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Il romanzo-paesaggio di Francesco Biamonti

Veronica Leffe, Francesco Biamonti – Fonte: Terra Nullius

 

 

 

 

 

 

 

Di una generazione precedente, ma, con i tempi riflessivi e lenti di una maturità lungamente coltivata, giunto anch’egli all’esordio letterario nei primi anni Ottanta, era Francesco Biamonti (1928-2001). Iniziata, consumata e conclusa nel piccolo paese di San Biagio della Cima, nell’immediato retroterra bordigotto, la biografia di Biamonti descrive un uomo schivo e appartato, ligure per una reticenza vicina al silenzio e per misura e discrezione; ma dischiude, al contempo, nelle letture, nei viaggi e negli incontri degli anni che separano la giovinezza dal tardivo affacciarsi sulla scena editoriale, il retroterra di un autore della cui opera e poetica sempre più si chiariscono in sede critica le sorprendenti e feconde intersezioni con le esperienze di pensiero (l’esistenzialismo di Camus e Sartre, la fenomenologia di Husserl e Merleau-Ponty) e letteratura (in particolare quella della contigua Francia di Char e Bonnefoy, dove i suoi romanzi sono stati presto apprezzati e tradotti, ma anche quella italiana di metà Novecento, di Pavese, Fenoglio e D’Arzo sopra tutti), di arte (Cézanne, De Staël e Morlotti) e musica (Oliver Messiaen e il suo senso religioso dell’esistenza e della natura come fonte primigenia del suono) che incardinano rivoluzioni e trasformazioni del secolo trascorso.
Gli esili intrecci che sostengono i quattro romanzi editi in vita – nel 2003 Einaudi, la “sua” casa editrice, ha licenziato postumo l’abbozzo di un racconto lungo apponendovi un titolo, Il silenzio, che può essere assunto a sigla di una ricerca di stile e temi strenuamente affacciata sulla soglia del vuoto, della parola, del sacro minacciato dalla sua stessa assenza, della contraddizione insanabile e della perseguita terza dimensione del reale – si dispiegano in un continuum di personaggi (passeurs e clandestini, ieratici pastori e stanchi coltivatori di olivi e mimose, naviganti pensosi ed enigmatiche figure femminili), situazioni e immagini di paesaggio su uno spartiacque occitanico, un territorio di transito che conferisce spicco al sentimento della frontiera, fra realtà e simbolo, sofferta umanità e vertigine esistenziale e metafisica. Un’idea di confine che, precisava Biamonti, «coinvolge tutto il Mediterraneo» e i suoi golfi geografici e letterari (Genova, Marsiglia, Orano), i cui «paesi diventano aspri e emblematici di una civiltà umana legata a una sorta di corrosione dell’esistenza» e alimentata «dalla luce e dal sapere, dalla lucidità e dalla corrosione».
Fra le rovine di una remota società rurale Biamonti insinua le inquietudini e le deviazioni della contemporaneità, con una partecipazione alla concretezza storica che la seduzione lirica, malinconica e dolce, del paesaggio e della lingua non svapora. Il senso tragico della decadenza dell’umanità e della natura raccorda L’angelo di Avrigue (1983) a Vento largo (1991), Attesa sul mare (1994) a Le parole la notte (1997), trasfondendo, secondo il suggerimento di Coletti (2005), i miti di «un Novecento originario, centrale, da decadentismo europeo» nelle acquisizioni «di un Novecento consunto, declinante, da postmodernismo». Su questo sottile discrimine il male si accampa come «la cifra ontologica dell’esistenza e il segno ineludibile del secolo» e non ammette lenimenti o consolazioni ma solo la lucida dichiarazione e l’accettazione stoica come destino o colpa, richiamando nel suo cono d’ombra tanto la costante paesaggistica quanto le soluzioni stilistico-formali dell’opera biamontiana.
Orchestrata tutta “in levare”, la scrittura, con la sua prosodia e la tensione lirica, l’impasto linguistico, le spezzature sintattiche e la paragrafazione marcata diventa, come evidenzia ancora Coletti, vero e proprio «meccanismo narrativo» conteso fra le leggi del romanzo e le ragioni della poesia; non meno, tuttavia, delle plurime e rilevate tessere paesistiche, dal naturale e interno risalto romanzesco: proprio e «a causa» e non «a dispetto» di queste, giusto un sapiente ricorso alla tecnica del «montaggio», il mosaico di pensieri, dialoghi e azioni dei personaggi non appare mutilo e indecifrabile, ora perfino insignificante ora fastidiosamente sentenzioso. Al punto che la definizione di «romanzo-paesaggio» coniata nel risvolto di copertina scritto per l’Angelo da Italo Calvino – mentore e in qualche misura anche ispiratore di un’idea del narrare che «è, più che eventi e contenuto, forma e ritmo, movimento più che materia», sebbene poi tanta distanza intercorra fra l’identità stilistica, scolpita e uniforme, dell’uno e l’esplorazione a più direzioni delle forme dello scrivere dell’altro –, opportunamente sciolta e riscontrata, è in grado di ricondurre al cuore della poetica di Biamonti prospettive critiche anche divergenti. Lo ha magistralmente dimostrato, nell’intervento al convegno del 2003 e nel contributo preparato per gli atti, Franco Croce, in quello che resta forse l’ultimo atto della sua acuta e sensibile convivenza di lettore e interprete con i più importanti autori che la Liguria abbia offerto alle lettere.
Federica Merlanti, L’altra storia: la Liguria e i suoi narratori, in La letteratura in Liguria fra Ottocento e Novecento – Storia della cultura ligure (a cura di Dino Puncuh), Società Ligure di Storia Patria – biblioteca digitale – 2016

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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