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Il tufo è ancora base ai grattacieli?

Giancarlo Majorino – Fonte: Il Manifesto, articolo cit. infra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se, come dicevo poco fa, molti poeti dialettali sono oggi più aristocratici, più “petrarcheschi”, dei poeti in lingua, ci sono per converso alcuni poeti che usano l’italiano in modo volontariamente e suggestivamente “dialettale”, sottolineando le componenti gergali, incorporando le sprezzature del parlato e, in generale, puntando su audaci ibridazioni timbriche. Fra questi, un posto di grande rilievo occupa da anni Giancarlo Majorino, milanese (ma anche per nascita, lui) come Loi, e autore di alcuni dei libri di poesia più significativi degli ultimi decenni (ricordo, per tutti, Lotte secondarie del ’67). La raccolta che ora ci propone, Ricerche erotiche, comprende testi risalenti alla seconda metà degli Anni Sessanta e finora pubblicati solo in rivista. Sono, come dice il titolo, “ricerche”, al tempo stesso di stile e di senso, calate nella realtà sfacciatamente tumultuosa e contraddittoria di quegli anni e al tempo stesso capaci di collocarla in una prospettiva già storica o, almeno, lucidamente distanziata grazie alla continua, sottile sorveglianza dell’intelligenza e dell’ironia.
Complementare alle raccolte maggiori di Majorino, e tuttavia provvisto di una sua nitida autonomia, il libro si raccomanda, oltre che per le pungenti e tutt’altro che datate attrattive della sua scrittura, anche come memoria critica di un periodo cruciale, nel peggio e nel meglio, del nostro recente passato.
Giovanni Raboni, Loi e Majorino: scambi fra lingua e dialetto, Tuttolibri, 7 novembre 1986

“ma, era, ora, così bella così…”
Giancarlo Majorino, Prossimamente, Mondadori, 2004
Questo sogno di un’immagine dolcissima può evocare varie figurazioni, una specie di idealizzazione, qui realizzata però, forse solo parzialmente. E insieme ha in sé qualcosa di assurdo che sta proprio nell’esternare tali aspetti interiori. In una poesia di un po’ di tempo fa mi autoammonivo: “non dovevo scriverti, ma portarti, come un tatuaggio o come una ruga”.
E poi l’idea che continua ad essere così per tanti, per tutti, tanti corpi, tanti letti e sono lì, pensano di rivedersi la mattina dopo e magari non è vero.
Giancarlo Majorino

o mia città vedo le porte gli archi
che un tempo limitavano il tuo cauto
intrecciarsi di case strade parchi
oggi spezzarti come una frontiera
o come una catena di pontili
congiungere le tue zone più vili
ai box del centro dove grandi banche
rivali o consociate in busta chiusa
dan vita o .morte in crediti d’usura
legate col cordone ombelicale
del capitale. e in loro trasformate
e quelle in queste ritmica simbiosi
le sedi razionali dell’industria
con l’asino alla mola e i nuovi impianti
la rapida salita – la .. discesa
più rapida – la sedia dei trent’anni
intorno curve, schiene di negozi
la Galleria col tronco fatto a croce
in fondo oltre la Scala la gran piazza
Cavour congestionata la questura .
la pietra dall’Angelicum trapassi
violenti e luminosi in via Manzoni
il tufo è ancora base ai grattacieli?
Giancarlo Majorino, La capitale del nord, Schwarz, 1959 – Edizioni dell’Arco, 1994

È morto giovedì mattina il poeta Giancarlo Majorino. Aveva 93 anni ed è stato esponente di spicco della poesia italiana del Novecento. Era lo zio dell’ex assessore ed ora eurodeputato del Pd Pierfrancesco Majorino. Lo rende noto la Casa della Poesia di Milano, di cui era presidente: «Un amico, un grande poeta, un maestro per molti. Da alcuni mesi viveva più appartato ma che continuava, in mezzo alle sue carte, a immaginare nuovi libri e nuovi progetti, si è spento questa mattina».
«La sua – prosegue la nota – è stata una vita intensa e piena, i cui aneddoti rimarranno patrimonio prezioso per gli amici, e di vite ne ha vissute probabilmente molte più di una, nella moltiplicazione delle letture e delle scritture. Lascia tuttavia un vuoto, anche come simbolo di una poesia che fino all’ultimo verso non ha smesso di sperimentare e di misurarsi con il mondo, immersa nelle cose e nella vita».
Nato a Milano il 7 aprile 1928, dopo la laurea in giurisprudenza Majorino si dedica subito alla poesia. E’ del 1959 la prima opera ‘La capitale del Nord’, seguita, nel 1963, da un gruppo di poesie uscite sulla rivista ‘Il Menabò’. Nello stesso anno vince il concorso di filosofia e lascia il posto in banca per insegnare nei licei e lasciando. Dopo un anno a Crema, insegna prima al Liceo Einstein e poi all’Ottavo Liceo Scientifico.
Nel 1990 diventa docente presso la Naba (Nuova Accademia di Belle Arti) di Milano e successivamente pubblica vari libri di poesia, partecipando a numerosi incontri in Italia e all’estero. Tra i suoi versi più importanti, il poema iniziato nel 1969 e pubblicato nel 2008 ‘Viaggio nella presenza del tempo’. Le sue opere sono state tradotte in diverse lingue e apparse su riviste italiane e internazionali […]
Redazione, Morto a 93 anni il poeta Giancarlo Majorino, Milanotoday, 20 maggio 2021

<Pubblichiamo stralci da una intervista uscita su queste pagine il 17/07/1999, in occasione di una lettura pubblica che Giancarlo Majorino, scomparso a 93 anni, fece ad Ancona; era allora in uscita per Garzanti (collana «Gli Elefanti») il suo volume antologico che raccoglieva i quarant’anni di attività poetica>.
L’originalità inquieta della forma e la forte consapevolezza etico-politica caratterizzano la produzione di Giancarlo Majorino che ama definirsi un poeta picassiano.
Si ha l’impressione che dopo la mareggiata degli anni Settanta la poesia sia tornata ad assetti chiusi, tutto sommato tradizionali. È così?
Si è formata una forte corporazione poetica, con aspetti di conservazione legati al ruolo. I poeti più importanti sono quasi sempre degli isolati che non godono di attenzione. Peraltro io mi ostino a pensare che la poesia abbia valore non solo in sé ma anche in rapporto all’altro da sé: questo però esige un continuo rinnovo di strumentazione teorica. Tutti, superficialmente, leggono tutti e ciò produce una mancanza di originalità, perché oggi l’originalità vera implica un coraggio tremendo, per esempio stare molti anni senza essere seguiti.
Anche a livello della scrittura, vi sono grandi spinte interne, ma dentro un conformismo sostanziale. Vi è da tempo una spinta al nuovo ma occorre subito distinguere tra l’ignoto del noto e l’ignoto vero e proprio: il primo (ad esempio nella pubblicità) continua a variare su modelli consolidati, l’altro comporta invece tragitti davvero nuovi, non immediatamente tonalizzati al presente. E non abbiamo nemmeno il linguaggio critico per dire cose nuove.
Io, sulla mia rivista appena conclusa, Manocomete, ho teorizzato uno spostamento, la necessità di togliersi e cercare di guardare le cose da un punto di vista più magnanimo, compresa la propria scrittura. Altrimenti ogni no diviene il no di un sì, e quindi ne dipende.
Che bilancio fa della sua generazione specie in riferimento alla eredità lasciata ai poeti più giovani?
Abbiamo una serie di poeti che continuano una loro scrittura seria, dignitosa, diciamo di stile, ma pochi sono all’interno di una rottura ricca. Anche lì c’è una specie di divisione delle parti: la neoavanguardia, venendo allo scoperto con tutta la sua forza organizzativa, fin dagli anni Sessanta, ha operato una sorta di rivolta ma, in realtà, la rivolta era complementare alla tradizione che diceva di voler combattere. Lavori più potenti sono rimasti del tutto isolati, fuori dal discorso. Quindi abbiamo avuto una finta continuità e un finto no alla continuità.
I poeti della mia generazione si leggono con interesse però non hai quasi mai il senso di una poesia che si rapporti anche alle catastrofi che stanno accadendo e da cui non siamo esenti, come poeti. Se magari uno ci prova, rischia di essere accusato di ri-realismo, un termine che ho usato di recente per presentare alcuni poeti in cui c’è una specie di vendetta del quotidiano, o meglio una vendetta del contenuto che, in qualche modo, cerca di farsi valere.
Del resto il problema di una stilistica riconoscibile colpisce tutte le arti e sono rari i poeti in grado di modificare il loro stile, perché sanno che di solito la critica preferisce seguire variazioni solo all’interno di qualcosa che già si conosce. Una volta mi è capitato di distinguere fra poeti morandiani e poeti picassiani: io faccio sicuramente parte dei secondi perché, fra libro e libro, considero necessari dei mutamenti, che possono essere anche significativi.
A proposito di letture: la sua poesia è comunque legata ad una dimensione orale, fisica, teatrale, della parola…
Fin da quando ho fatto, con Fachinelli e altri, la rivista Il corpo, negli anni Sessanta, ho sempre dato importanza alla corporeità (anche allora che non era di moda) e a quella che chiamo l’unica vita, al fatto che ognuno di noi si forma attraverso gli altri. Penso che ognuno di noi sia un singolo di molti, cosa praticamente ignorata dalla filosofia, in genere, mentre è una cosa fondamentale.
Quando siamo con gli altri, in mezzo agli altri, qualcosa passa, la voce, un gesto, un pensiero: il fatto che la filosofia lo ignori fa parte dell’attuale disastro della cultura.
Le persone, per me, sono come dei tunnel fantastici, con il loro corpo e la loro mente, ed è quello che ho cercato di dire insieme con il musicista Bruno de Franceschi in una partitura teatrale, Viali con le ali, messa in scena a Castiglioncello da un gruppo di giovani bravissimi (Teatro della Riviera/Paint Factory/Tacitevoci Ensemble).
Due sono da sempre i termini-chiave della sua poetica: la complessità formale e l’antagonismo ideologico. Vi si riconosce tuttora?
Sono ancora miei con una doppia correzione parziale: una è l’entrata massiccia degli altri, che in quei due termini è ancora implicita, l’altra, invece di una antagonismo che dica sempre no, è lo spostamento nel senso della magnanimità.
La complessità del nostro mondo è senza fine e dobbiamo fare i conti con l’incredibile, ininterrotto, proliferare di ignoto e di dominio che ci circonda. E va aggiunto che, per un poeta, la magnanimità dovrebbe essere il minimo, di fronte alla meschinità dei modelli di vita vigenti; anzi, le approssimazioni di felicità, oggi, per chiunque, sono legate alla distruzione degli stereotipi e dei modelli di successo: senza questo preliminare per così dire «baconiano» nessuna costruzione funziona, nessuna intensità di vita è davvero possibile.
Massimo Raffaeli , Giancarlo Majorino, versi picassiani raccontano solitudini, Il Manifesto, 22 maggio 2021

andavamo tutti come fosse un’emigrazione
chi per acqua chi per terra, allarmati
notammo che un leone ci oltrepassava
ma era come quando nella tundra incendiata
fuggivamo insieme felini e prede uccelli e serpi
cos’era cosa poteva esser stato nulla ricordo
non fatti precisi non odor di bruciato migravamo
in ratti gusci motorizzati e caschi a piedi scalzi
da chi sa che mossi transitavamo nel piano sembrante discesa
così potevamo saremmo riusciti a scampare a arrivare ansando entro
quando? in tempo e non contavano orario e luogo transitare
occorreva, altro corpo! snello basso e tozzo su quattro sciolte zampe
quasi una lotta di molte zampe gambe
una testa bianca tra colli di giraffe
sandali orme zoccoli nella sabbia
nel suo trotto a zig zag cinghiale irsuto
con famiglia a fianco bimbo su bici
gara di motocicli chiatte e scafi accanto
una universale processione forte respirante
sbandata ma diretta senza macchine da presa
o per quegli apparecchi occhialuti ritrasmessa
eravamo dentro pure per noi scorreva noi fissi davanti
cosa preoccupava il rinoceronte con intorno il vuoto?
la mandria pelosa che panicata quasi s’ingoiava?
la coppia remante arti e respiro sotto forte ipnosi?
il caduto rischiava tutto ma
capitava e dopo un grido d’aiuto
quasi tranquillizzato si chetava
trafitto schiacciato
trafitto schiacciato, per le mosche
i fastidiosi insetti non v’era tempo
di notarli, né i canterini uccelli
dardeggianti vi saranno stati
non era il momento di ricercarli non era il momento
andava come l’acqua un’acqua umana
e animale a non si sa che pozzo tentando
abbandonando non si sa che male
Giancarlo Majorino, Gli alleati viaggiatori, Mondadori, 2001

E, tuttavia, nonostante le suggestioni invocate, sulla scena di un improbabile campo di battaglia, si possono riconoscere i luoghi (ideologici o reali) intorno a cui la nuova poesia gravita: due luoghi che si accentrano nelle antologie de I novissimi (prima edizione: Rusconi e Paolazzi 1961) e in quella “linea lombarda” già individuata da Anceschi (Linea lombarda: sei poeti, Magenta 1952), e poi esemplata da Giovanni Raboni nella sua Poesia degli anni Sessanta (Editori riuniti 1976). Così, dopo un funambolico, ma necessario, preambolo, il discorso della Lorenzini entra «dentro la poesia» con la seconda parte della sua rassegna e i nomi degli autori antologizzati, relativamente ancora agli anni Sessanta, sono quelli di: Giorgio Orelli, Edoardo Sanguineti, Mario Luzi, Giorgio Caproni, Franco Fortini, Nelo Risi, Giancarlo Majorino, Elio Pagliarani, Antonio Porta, Giovanni Raboni, Pier Paolo Pasolini, Giovanni Giudici <29. Poeti dei quali appunto si coglie il profondo rapporto con la storia e la cultura, nel dialogo diretto e più o meno aperto con la società, nel conflitto con e dei linguaggi, e nella consapevolezza di un andamento costante della poesia teso a livello sperimentale, benché si guardi assieme a forme di poesia neo-tradizinali (Orelli, Luzi, Caproni, Fortini, Risi, Pasolini, Raboni, Giudici) e a ipotesi di ricerca segnatamente avanguardistiche (Sanguineti, Majorino, Pagliarani,
Porta). Uno specchio largo quello individuato, ma ancora insufficiente a riflettere un periodo così convulso: Lorenzini propone, nella terza parte del suo studio, un discrimine ulteriore, coincidente sul piano diacronico con una data simbolica come il 1968.
Dopo il tramonto – se così si può dire – dell’ideologia e dei linguaggi nel postmoderno, Lorenzini individua quindi una conflittualità nuova, che non deriva dalla realtà della storia intesa nel suo divenire complessivo, ma che si configura invece nella autodeterminazione del singolo e della sua scrittura. Autodeterminazione che passa attraverso il vincolo ineludibile delle scienze umane quale appunto la psicanalisi, oppure attraverso il prospettivismo fenomenologico, le diverse eredità esistenzialistiche di Blanchot, Marcuse e Sartre, e, nondimeno, la cultura “bassa” della musica, della pop art o dei percorsi underground. La scrittura, allora, sembra tornare a se stessa, ampliando il suo ‘senso dialogico’ attraverso molteplici ‘possibilità di dire’, che variano dai toni misticheggianti, a quelli più strettamente lirico-discorsivi o narrativi. Sulla base di tali considerazioni Lorenzini indica una mappa aperta, giustamente inconclusa nonostante i più congrui propositi, all’interno della quale, con un certo assillo, muove alla ricerca di una via, partendo da tre testi di riferimento: Il pubblico della poesia (Lerici 1975) di Franco Cordelli e Alfonso Berardinelli, Poesia e realtà ’45-’75 (Savelli 1977) di Giancarlo Majorino e La parola innamorata (Feltrinelli 1978) a cura di Giancarlo Pontiggia e Enzo Di Mauro.
[…] Giancarlo Majorino, invece, era animatore in quegli anni della rivista «Manocomete» (1994-1995), ma già aveva segnato una strada di ricerca sul terreno della poesia con «Incognita», trimestrale di poesia fondato e diretto assieme a Rina Li Vigni Galli per i tipi della Società Editrice Napoletana (1982-1984).
29 Cfr. N. Lorenzini, La poesia italiana degli ultimi trent’anni. Anni Sessanta: dentro la poesia, «Poesia», n. 6, giugno 1989, pp. 13-20.
Marco Corsi, Dieci anni di «Poesia» come paradigma. 1988-1998 in Canone e Anticanone. Per la poesia negli anni Novanta, Tesi di dottorato di ricerca, Università degli Studi di Firenze, anni 2010/2012

Le parole di Marcheschi a loro modo trovano conferma in quanto sostiene un altro poeta (qui in veste di critico) come Giancarlo Majorino, nel corsivo posto in limine alla sua esperienza di direzione della rivista «Incognita»: “La cultura, si sa, procede per accumuli e ripartizioni; attribuendo valore e disvalore; consentendo e no. Una via perseguibile consiste nell’incorporarne il doppio aspetto: arricchisce e subordina; determina e trascura; produce, davvero. Diviene, allora, semplicistico e pericoloso frequentarne uno degli aspetti come il tutto; cioè: agire, scrivere, lèggere, come se ciò implicasse un progredire oppure un dipendere, un incremento del piacere o un’amministrazione di condizionamenti. Lo scorrere, superficialmente visibile, semicelato ancora nel suo fluire formativo, dei mass media, sembra lavorare costitutivamente contro la speranza. Erigendo un muro di attimi automatici, collabora a togliere memoria e a dare confusione. Magari seducendo: da cui, una vibrante e spesso buffa volontà d’imitare e competere; oppure, di scampare nella nostalgia dei ripari, tra le pie canne”. <9
Se l’esperienza di «Incognita» <10 ci porta indietro, al biennio 1982-1983, è possibile notare in che modo, soprattutto negli anni Ottanta, si sia creato una sorta di cortocircuito informativo, per cui tutto appare degno di nota, proprio nel momento in cui si sono irrimediabilmente consumate quelle matrici politiche e culturali che sembravano aver prolificato a partire dagli anni Sessanta. Le parole di Majorino, corrusche nella loro concreta vaghezza, non apportano che un’ulteriore convalida a quanto constatato attraverso le parole di Marisa Di Iorio e Daniela Marcheschi, puntando semmai l’indice contro l’indiscriminata e affollata di autori e promotori culturali il cui presenzialismo compromette, per primi, quei presupposti vari di matrice storica che dovrebbero guidare l’analisi della contemporaneità. Il valore della rivista, infatti, non coincide con il profilo di una tendenza, né dipende esclusivamente dalle intenzioni preordinata di chi ne compone i motivi, quanto piuttosto si esplica nell’attuazione di un metodo coerente e obiettivo di selezione dei testi. Basti pensare alla distanza che intercorre tra la tensione fortemente sperimentale interna alla poesia di Majorino, e la ben più forte liricità che invece permea i versi (pur sempre “slogati” sul piano sintattico-testuale) della cofondatrice di «Incognita» Rina Li Vigni Galli, che convivono nella medesima esperienza della rivista: due approcci distanti al trattamento della materia verbale, sulla cui validità si fonda il dialogo, ad esempio, con l’espressionismo concreto di Gregorio Scalise <11, con il mistilinguismo (poi si acceso dei toni reviviscenti del latino) di Michele Sovente <12, con l’effusività tutta sereniana di Remo Pagnanelli (introdotto da Vigni Galli sull’ultimo numero della rivista) e, addirittura, con i tratti “niebeschi” della poesia di Emi Rabuffetti (presentata sul n. 5-6 del 1983, nella stessa occasione in cui vengono anticipati alcuni componimenti inediti da Terra del viso di Milo De Angelis, pubblicato da Mondadori nel 1985).
9 G. Majorino, corsivo, «Incognita», n. 1, marzo 1982, p. 3.
10 «Incognita» è il titolo del trimestrale fondato da Giancarlo Majorino, assieme alla poetessa calabrese Rina Li Vigni, e che ebbe sede tra Milano e Catanzaro, mentre fu stampata dalla Società Editrice Napoletana. «Incognita», che consta di soli 5 numeri, pubblicati tra il marzo 1982 e il 1984, aveva tra i suoi collaboratori i poeti Nanni Cagnone, Angelo Lumelli e Giancarlo Pontiggia. Il significato di tale iniziative, che si esplicita fin dal titolo, viene chiarito da subito nell’editoriale redatto da Majorino sul primo numero, relativamente a quello che è il valore fondamentale di “ricerca” in senso lato applicato alla rivista, laddove quello proposto non risulta essere un modello stabilito, quanto invece una campionatura di quegli epifenomeni che (secondo gli auspici dei curatori) potrebbero aprire alla poesia del tempo a venire: «Il nuovo, l’ancora sconosciuto che il titolo della rivista, interrogandone il senso plurale, manifesta, non ha a che fare con le smanie del marcato, né desidera reagire puramente ad esse. Alimentato dall’insofferenza per lo stato delle cose e dalla perplessità per il comportamento culturale, vuole muoversi con un doppio riguardo, alla complessità e al mutamento. Di qui, la necessità di abbandonare il consentito, quelle prospettive circolari dove la letteratura spesso dorme. Dorme ma è un sonno agitato, perché non sentire urla è faticoso e che il linguaggio sia il mondo non è vero. […] Quello che la gestione burocratica, possente ma timorosa, contrasta alternando misure di allontanamento e alonature del ripetuto. Sembrano tardare, o presentarsi nella penombra quasi irriconoscibili, quegli avvii misteriosi di risposta o indirette domande sprofondanti che la letteratura, la poesia in primissimo luogo, hanno spesso originato. E che soltanto una bellezza indipendente, davvero tale, che attraversi gravandosi di ogni dipendenza e di ogni obbligo i vissuti e le esperienze nostre e d’altri, sembra poter portare… Ma lo può davvero? lo può ancora? Se l’interrogazione rimane nello specifico quale ora si configura, la risposta è meccanica: un sì che significa no. ma se, sin dall’inizio, la frase, e il pensiero che l’alimenta, e il sogno che le sventola accanto, battono il cammino incrociato della complessità e del mutamento, non sappiamo… non si sa… Il titolo della rivista può essere, per il momento, contento di sé» (G. Majorino, corsivo, «Incognita», n. 1, marzo 1982, pp. 2-4). Un monito, dunque, o forse più propriamente un hasard contro l’aporia semantica e strutturale che domina il presente della cultura poetica.
11 In concomitanza con l’uscita di La resistenza dell’aria (Mondadori), sul n. 3-4 (settembre-dicembre 1982) viene proposto dal comitato redazionale di «Incognita» il componimento intitolato Ciò che comprese Prufrock di Gregorio Scalise, autore certo noto per la costante attenzione alla società e al clima politico-culturale entro cui si colloca la sua poesia.
12 Sul n. 2 (giugno 1982) di «Incognita» si leggono alcune Poesie dell’allora poco più che trentenne Michele Sovente, il quale, lo ricordiamo, nel 1998 ha ricevuto il Premio Viareggio-Rèpaci – sezione poesia, per la raccolta Cumae (Marsilio).
Marco Corsi, Sul senso della poesia in rivista. Appunti e repertori in Canone e Anticanone. Per la poesia negli anni Novanta, Tesi di dottorato di ricerca, Università degli Studi di Firenze, anni 2010/2012

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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