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Irochesi significa Vipere

Sul numero 136 di “Resine” (II trimestre del 2013) appaiono alcune pagine inusuali per la rivista ligure (e infatti già nell’editoriale, firmato da Silvio Riolfo Marengo, si parla di “un insolito contributo”).
Si tratta infatti di una storia a fumetti, scritta e disegnata da Roberto Albertini, che colloca una sorta di introduzione, intitolata Letteratura disegnata, al suo racconto visivo.
È una dichiarazione d’autore, e inizia indicando, come esempio di protofumetto, il telo di lino (erroneamente definito arazzo), lungo circa settanta metri, esposto pare nel 1077 nella cattedrale di Bayeux, che rappresenta tramite disegni e scritte la campagna d’Inghilterra – cioè l’invasione da parte dei Normanni – guidata da Guglielmo il Conquistatore.
E ha ragione Albertini a prendere, in questo modo, le cose un po’ alla lontana. Anzi, poteva tranquillamente retrocedere a taluni graffiti preistorici o alla Colonna Traiana.
Ma la tela di Bayeux ci può bastare.
Perché il fumetto (cioè il narrare per immagini disegnate o fotografate) ha effettivamente i suoi antecedenti in antiche opere, e oggi non lo si può certo circoscrivere alle storie con i balloons.
Sono fumetti – se vogliamo usare questo termine – non solo le strisce e le tavole nate sui quotidiani o le storie per gli album (i “giornaletti”).
Lo sono le strisce mute, prive di nuvolette.
Lo sono le vignette accompagnate da filastrocche in versi, come nelle tavole di Sergio Tofano e di Antonio Rubino.
Lo sono le narrazioni suddivise in vari riquadri (che potevano essere disegnati da Grazia Nidasio, Sergio Toppi, Hugo Pratt), e con il testo posto come didascalia, che apparivano sul “Corriere dei Piccoli” negli anni ’60, e che trovano il loro primo e illustre predecessore in Rodolphe Töpffer.
Lo sono i graphic novels, i disegni umoristici di Searle, le pagine di Copi. Eccetera.
Bene sarà evidenziare altresì un altro punto della nota di Albertini, ed è proprio quel passo ove si dice che “manca una ricerca che valorizzi le realtà locali nel corso dei secoli attraverso eventi circoscritti – che comunque alla “Grande Storia” conosciuta sui banchi di scuola hanno contribuito – e che rappresentano un patrimonio altrettanto importante che rischia di essere dimenticato negli archivi”.
Ecco allora la proposta: “Storie ambientate in Piemonte e che sconfinano in Liguria, affidate alla narrazione disincantata di protagonisti involontari: un omaggio alla figura dell’antieroe – i vinti di sempre-”, a cui segue la presentazione dell’episodio pubblicato su “Resine”, una sorta di diario-memoriale di un soldato inviato nella Nuova Francia, “un moschettiere dei Carignano-Salières, reggimento di piemontesi e liguri prestato dal principe Emanuele Filiberto al cugino Luigi XIV, il Re Sole, per combattere gli Irochesi”.
Sin qui le dichiarazioni teoriche.
Poi comincia la storia, Irochesi significa Vipere…, e cominciano le sorprese.
Giacché Albertini riesce a raccontare una vicenda collocata agli albori dell’epica western lasciando come promesso e premesso la parola al protagonista, che fra l’altro resta senza nome, e del cui passato poco si sa. La narrazione dell’anonimo soldato è condotta sul filo di un linguaggio alto, colto, letterario: “Io pensavo che ci avessero mandati lì per contendere a olandesi e inglesi lo sterminato mercato delle pelli”, “Parimenti io non sapevo che aspetto avesse un alce” (con la bella simmetria dello stupore degli Indiani, che non hanno mai visto un cavallo e lo credono un alce senza le corna), “In un crocevia di spiritualità in conflitto”.
Una lingua incredibile e raffinata (persino con una nota al testo nel primo quadro, e appena intinta qui e là con qualche termine più crudo e un “boia fauss”, tanto per marcare l’appartenenza etnica del protagonista) con cui si traccia l’esile trama della vicenda: una disfatta militare e poi, fatto tesoro dei propri errori, una campagna vittoriosa.
E l’effetto straniante è che a questo linguaggio da antropologo, distaccato, quasi asettico, corrisponde una storia lacerata dalle crudeltà che son proprie di tutte le guerre e che attraversano la pagina come fossero normalità (ché così sono viste da chi è in guerra, e alla guerra si abitua, almeno sino ad un certo punto, salvo poi sparare dalla disperazione un colpo di archibugio per scacciare i corvi che stanno spolpando le teste dei compagni d’arme, teste conficcate dagli Irochesi su alti pali, come trofei).
In questa storia si confondono tanti elementi, così che nella scena della tormenta di neve si possono cogliere gli echi di diversi episodi storici, dai Sioux uccisi a Wounded Knee ai soldati italiani in Russia, durante il secondo conflitto mondiale.
È il modo di costruire i quadri, cioè le singole tavole attraverso le quali si dipana la storia, quello che ci interessa maggiormente.
Ci sono ieratiche immagini di Indiani che ci fanno pensare che dall’autore l’iconografia sull’argomento, da George Catlin a Karl Bodmer, sia stata attraversata tutta.
Il profilo del guerriero della quarta vignetta è desunto da una foto (la si può trovare in Ombre rosse di Daniel Georgakas, pubblicato in Italia dalla Eri nel 1968).
Albertini opera attraverso montaggi di immagini collocate su diversi piani. Potremmo dire che fa dei collages disegnati, spesso copiando o imitando precedenti raffigurazioni, ed escogitando le mille trovate.
Tanto per fare qualche esempio: nel primo quadro cita le antiche leggende sugli sciapodi attraverso una piccola illustrazione che potrebbe essere una vera e propria figurina, proprio come quelle che i ragazzi comprano nelle bustine all’edicola.
Nel secondo c’è un effetto di profondità di campo, con una scena che si svolge (il passare dei soldati su un pontile) in lontananza.
Nel terzo ci sono addirittura tre elementi diversi: gli Indiani, il cavallo, gli alci, questi raffigurati solo in quanto evocati dal dialogo.
Nel quarto c’è una natura morta “fuori quadro”, e persino il fucile sembra un’illustrazione a sé.
E così via.
Albertini guarda, nella preparazione sia della trama che di ogni singola inquadratura (all’interno della quale c’è comunque una successione temporale), proprio ai film d’avventura, alle figurine (la compresenza di diverse raffigurazioni nello stesso riquadro è tipica di molte raccolte, dalle Liebig agli Uomini illustri della Panini), ai soldatini di carta di Sergio Toppi (il celebre Tutto sul West).
Recupera tutte queste tecniche, questi modi, questi stilemi, e ne fa una cosa sua, riorganizzandoli in un sistema coerente, compatto, che provoca nel lettore effetti di visione, per così dire, sia pittorica che cinematografica.
E il risultato è una sorta di nuovo romanzo storico, un modo di raccontare che potremmo definire didascalico.
Un bell’esempio di riproposta del vecchio fumetto western italiano, riscritto come in una sorta di d’après, colto e citazionista.
Ma avvincente come sempre.
Marco Innocenti, Irochesi significa Vipere. I liguri-piemontesi nelle guerre indiane, IL REGESTO (Bollettino bibliografico dell’Accademia della Pigna – Piccola Biblioteca di Piazza del Capitolo), Sanremo (IM), anno V, n° 2 (18), aprile-giugno 2014

[Marco Innocenti è autore di diverse opere, tra le quali: Verdi prati erbosi, lepómene editore, 2021; Libro degli Haikai inadeguati, lepómene editore, 2020; Flugblätter (#3. 54 pezzi dispersi e dispersivi), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2019; articoli in Sanremo e l’Europa. L’immagine della città tra Otto e Novecento. Catalogo della mostra (Sanremo, 19 luglio-9 settembre 2018), Scalpendi, 2018; Flugblätter (#2. 39 pezzi più o meno d’occasione), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2018; Sanguineti didatta e conversatore, Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2016; Enzo Maiolino, Non sono un pittore che urla. Conversazioni con Marco Innocenti, Ventimiglia, Philobiblon, 2014; Sull’arte retorica di Silvio Berlusconi (con uno scritto di Sandro Bajini), Editore Casabianca, Sanremo (IM), 2010]

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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