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La strega contesa di Taggia (IM)

Taggia (IM)
Taggia (IM)

Nell’ambito dei contrasti sui conflitti di competenze, sorti sul finire del XVII secolo tra Inquisizione e Serenissima Repubblica di Genova, compare anche un episodio riguardante Taggia (IM), in Valle Argentina. Nella podesteria di Taggia, infatti, nell’agosto del 1676 l’Inquisizione aveva provveduto a far incarcerare tal Pellegrina Vivalda, che era stata accusata d’essersi data a pratiche di stregoneria.
Era questa una zona a rischio, su cui si erano già contrapposti Inquisizione e Stato in merito al tardo cinquecentesco episodio delle streghe di Triora, verificatosi appunto nell’alto entroterra di Taggia.
Lo scontro in questione, per quanto ci ragguaglia il Romano Canosa, non ebbe risonanza tanto per la peculiarità dell’accusa e della relativa carcerazione quanto per le metodologie seguite: la prassi istituzionale non sarebbe stata in alcuna maniera rispettata.
Infatti l’arresto dell’accusata sarebbe stato compiuto da tali Gio. Batta e Bernardo Rolandi, parimenti abitanti a Taggia, qualificatisi alla stregua di sbirri del Sant’Ufficio.
La cosa non risultò giammai chiara, nemmeno per le autorità centrali.
Alla fine si appurò che già dall’anno 1637 l’Inquisitore in carica in Genova, il Ricciardi, aveva preso l’abitudine di valersi qual suo ufficiale di Gio. Batta Rolandi cui aveva rilasciato una specifica patente: gli Inquisitori successivi avevano quindi ripetuto la nomina e riconfermata la patente, anzi il discusso Padre Michele Pio Passi dal Bosco una analoga patente aveva rilasciato a vantaggio del figlio di Gio. Batta, appunto Benedetto Rolandi.
A riprova di queste scelte autonome e unilaterali degli Inquisitori di Genova si appurò poi che l’Inquisitore padre Tommaso Mazza aveva conferito la nomina di bargello del Santo Ufficio per il territorio del Governatorato di Sanremo ad un certo Gio. Batta Sacco: il Canosa ci ragguaglia su come il decreto di nomina venne firmato da un notaro del Santo Ufficio di Genova tal padre Tommaso Raineri da Forlì.
Erano scelte discutibili, indicazioni di una prevaricazione dell’Inquisitore genovese sui diritti istituzionali della Repubblica e verisimilmente per questa motivazione il nuovo pontefice Innocenzo XI, vagliati anche i tempi non facili per la Santa Sede, optò per la strada della conciliazione e della diplomazia.
Il 24 settembre dell’anno 1677 il plenipotenziario di Genova a Roma, il Lercaro, avvisò il proprio governo come il il papa fosse finalmente arrivato alla decisione, acclarata anche da eminenti cardinali come il Cybo, che l’Inquisitore di Genova allorquando avesse dovuto pubblicare bandi pubblici, editti o sentenze non si sarebbe potuto esimere più dai servigi di un notaro pubblico collegiato che vi apponesse la propria firma congiuntamente a quella del notaio frate.
Oltre a ciò secondo le direttive del pontefice l’Inquisitore sarebbe stato per sempre obbligato a richiedere la partecipazione degli assistenti laici alla lettura di procedimenti sia offensivi che difensivi, antecedentemente alla pubblicazione della sentenza, “senza pregiuditio del facoltativo”.
Per compensare tale concessioni la Repubblica sarebbe stata tenuta a concedere per i suoi compiti di polizia all’Inquisitore un bargello, cioé uno sgherro, in permanenza.
Nel 1677, dopo tante contese, parve risolta con siffatto concordato la querelle tra Inquisizione e Repubblica di Genova.
Ma non si era ancora giunti ad una soluzione definitiva: infatti il Protettore Gio. Batta Centurione, allorquando verso la fine del 1677 gli si presentò l’Inquisitore Mazza ad enunciare la sua interpretazione del concordato, si rese subito conto che questi non correvano sulla stessa linea valutativa del Governo.

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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