L’intricatissimo nodo si risolve in una scena di folle parossismo

C’è, in quest’ultimo libro di Delfino Cinelli, – vorremmo che le parole non avessero questo senso assoluto e definitivo – quasi simbolicamente impressa la storia della sua ricerca letteraria la quale, partita da una narrativa fresca, immediata e quasi naturalistica, ritorna a questa felice temperie dopo tentativi, assaggi, esperienze e avventure intellettuali giustificate sì da profonde esigenze spirituali ma estranee, in certo senso, al suo proprio mondo fantastico.
Per far rientrare il protagonista di Ardenza (Mondadori, Milano, 1942) in questo mondo fantastico e spiegarcelo psicologicamente e come motivo poetico, al di fuori della parossistica e spesso gratuita furia gesticolante, bisogna arrivare all’idillio finale del romanzo che forma, più che un capitolo conclusivo, ben definito e staccato, quasi un racconto a sé, cuore del romanzo e movente fantastico. È alla fine del racconto che il protagonista si placa e chiarisce anche criticamente dopo il gran tumulto della passione amorosa e del fantastico sogno d’arte che lo avevano staccato al suo piccolo mondo – piccolo e modesto come i quadretti di paese che dipingeva non senza una certa bravura e vendeva non senza un certo vantaggio.
Lo ritroviamo dunque, alla fine del romanzo, ritirato a vivere in una casetta di contadini con la moglie e i suoi due ragazzi e intento a dipingere non più la giovane donna che per un momento gli ha sconvolto la vita, ma la sua buona moglie, modella consueta, la quale posando fa la calza e si riposa dalle faccende.
Questa è la conclusione e la morale del libro. E può darsi benissimo – ci dice pacatamente l’autore parlandoci del suo personaggio come di una persona reale – può darsi benissimo che la sua pittura non abbia alcuna importanza, non dica nessuna parola nuova. Infatti anche davanti a se stesso egli è un vinto, ma nella sconfitta delle sue aspirazioni egli ha ritrovato la sua via naturale, quella che aveva fatto di tutto per smarrire. Per questo forse a chi lo ha conosciuto dopo la burrasca che poco mancò non lo spazzasse via per sempre «nell’alto mare della pazzia, egli appare come un uomo semplice e modesto preso dal suo lavoro, senza grandi aspirazioni, senza chiacchiere, senza boria. D’arte non parla mai…».
La giovinezza di Francesco Sgombri si è spenta in ritardo, con uno scoppio fragoroso nel pieno della quieta maturità, si è bruciata definitivamente. Il racconto di queste mattie giovanili fuori stagione sono l’argomento del racconto e rimangono un po’ fuori del personaggio come vere e proprie mattie, fuori, diciamo, dall’ordine psicologico della sua vita. Ne rimane un’eco lontano un ricordo.
Nel ritratto che dipinge – il ritratto della moglie – «oltre la nobile purezza con cui è dipinta la figura seduta, quello che commuove nel quadro è una linea, appena una linea ma così vana di mare da parere più un sogno o un ricordo che una realtà».
Una certa gratuità psicologica che riscontriamo nel romanzo ci fa pensare che da quella traccia azzurra possa nella vita del protagonista scatenarsi ancora la folle passione, come avviene di certi accessi periodici di pazzia e per questo poniamo idealmente il capitolo conclusivo, sul quale finora ci siamo esclusivamente fermati, come movente ispiratore della vicenda. E vorremmo dire di più: vorremmo dire che la misura e il tono di questa conclusione (che sono la misura e il tono consueti di Cinelli) gli permettono di abbandonarsi per tante pagine al pericoloso giuoco; glielo permettono in quanto gli rimane sempre quel punto di riferimento sicuro, quell’agevole approdo.
È il mare che ha teso l’insidia crudele al modesto pittore. Già prima che si insinuasse in lui la passione senile per la giovane Olga, era tutto preso dal desiderio, dal bisogno prepotente di dipingere marine: il mare in bonaccia, il mare nei suoi mille mutevoli aspetti, ma soprattutto il mare in tempesta, ironia del simbolo. In questo desiderio, delirio per sua natura destinato a traboccare nella contemplazione pacata dell’artista e a influire direttamente sulla sua vita pratica, c’è il riaccendersi di tutte le aspirazioni irrealizzabili della giovinezza. Gli oggetti della sconvolgente passione sono due: uno apparente, cioè a dire la ricerca di un nuovo stile; e uno reale, la bella, florida provocante ragazza in costume da bagno parte integrante, insieme con il bel marinaio della barca a vela, che il pittore ha comprato, dell’ideale paesaggio marino. Accanto alla fanciulla si muove con meno grazia del giovane marinaio, ma con autorità e gravità che gli viene dai suoi milioni, un Commendatore, cavaliere di industria e, a tempo perso, amatore d’arte. La donna fa la sua parte consueta, ovvia, banale, quasi anonima: leggera, innocente e sciocca accetta la corte del Commendatore, diventa la confidente del marinaio, col quale fa lunghe gite in barca e passeggiate notturne, eccita la passione del pittore. In questo fermento di sensi e di fantasia quest’ultimo finisce per perdere ogni contatto con la realtà: tanto che, pur essendo convinto che la pittura moderna – o la sua pittura – non possa affrontare le grandi composizioni, accetta l’ordinazione di una vasta tela destinata ad ornare una grande sala di ritrovo attigua al campo di un «nobile edificio per il giuoco del pallone, antica passione dei livornesi» a cui il livornese commendator Mori aveva destinato una parte degli utili della sua fortunata speculazione. Concepisce un soggetto di mare, la battaglia di Lepanto: al centro del quadro l’Olga e il marinaio della gozzetta.
Ma la vera e terribile battaglia si scatena in realtà nell’animo del pittore quando si accorge che la fanciulla, oltre ad accettare la corte del Commendatore, ha una simpatia e un interesse un po’ troppo spinti per il rude giovanotto della barca. E con la gelosia prende coscienza la passione ancora inconfessata che ormai egli non tenta più di nascondere neppure all’umile moglie preoccupata apparentemente solo dei conti della spesa ma in realtà fedele custode del focolare domestico e dei santi affetti.
L’intricatissimo nodo si risolve in una scena di folle parossismo in cui il pittore brandendo pugnali, scimitarre, barbaresche e vecchie pistole che dovevano servirgli da modello per il quadro sfonda la tela appena abbozzata, minaccia il Commendatore, spara all’impazzata contro le pareti dello studio e va a finire tra le braccia degli infermieri che gli mettono la camicia di forza e lo portano all’ospedale dei pazzi.
«Pazzo io, capisci?» dice alla moglie che va a trovarlo dopo qualche giorno.
E come Pinocchio su punto di rinsavire, scoppia in pianto.
È la vera conclusione della vicenda e il primo annuncio di umanità del personaggio.
I fatti che emergono poi a chiarire e a giustificare tutto come in una vecchia commedia sono del tutto superflui a meno che non si voglia vederli e ridurli a elemento dell’idillio finale di cui si è già parlato e dal quale si passa agevolmente ai due racconti che arricchiscono il volume, Donne e cavalli e Purgatorio, e specialmente a quest’ultimo che è uno dei migliori che il Cinelli ci abbia dato, già noto ai lettori de «La nuova Antologia», uno dei suoi più genuini racconti, dei più suoi, ironico e sereno commiato della sua arte.
Giuseppe Dessí, Ardenza di Delfino Cinelli in Francesca Bartolini (a cura di), Giuseppe Dessí. Per le riviste di Vecchietti negli anni ’30-’40: raccolta di racconti e scritti dispersi, Firenze University Press, 2016

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