Mancata fioritura di un agronomo

Italo Calvino e la madre Eva Mameli – Fonte: Accademia dei Georgofili

[…] Premessa
Mancata fioritura di un agronomo
Volutamente minimalista, il titolo che ho scelto per questo mio intervento risponde al desiderio di ricondurre “Italo” al ruolo anagrafico di uno dei vari componenti della famiglia Calvino. Farlo tornare, insomma, a essere il figlio di due scienziati che, per una parte non breve della sua vita, furono certamente più noti di lui.
Tuttavia, questo particolare componente della famiglia – al cui nome da più di mezzo secolo s’accompagna una fama letteraria internazionale – rappresenta un formidabile traino per la memoria di tutti gli altri. Al di là degli oggettivi meriti scientifici dei genitori di Calvino, è infatti probabile che se il loro figlio maggiore non fosse diventato uno scrittore celebre, oggi non saremmo qui a parlare dell’intera famiglia. Se non fosse diventato «la pecora nera» della famiglia, come lui stesso si definisce in una delle rare dichiarazioni autobiografiche: «unico letterato» in mezzo a una selva di famigliari per i quali «solo gli studi scientifici erano in onore» 1.
Il solo libro che Calvino abbia esplicitamente dedicato «Ai miei genitori» è la raccolta dei Racconti pubblicata da Einaudi nel 1958. Un libro importante, che aveva il difficile compito di riepilogare un intero decennio di attività letteraria.
Da questo libro vorrei dunque partire, non per l’impossibile missione di raccontarvi Italo Calvino in mezz’ora, ma più modestamente per aggiungere una piccola appendice a un volume che vi consiglio di leggere: da poco ristampato dall’editore Donzelli, si tratta dei 250 quesiti di giardinaggio risolti 2, che portano la firma congiunta dei due coniugi Calvino, Eva e Mario.
Ai 250 quesiti risolti dalla madre e dal padre di Calvino vorrei aggiungerne un duecentocinquantunesimo, che propongo di denominare: “mancata fioritura di un agronomo”.
1. uscire dal giardino
Un pomeriggio, Adamo
La casa editrice torinese Paravia pubblicò il libro di Eva Mameli Calvino e Mario Calvino nel 1940: il loro figlio primogenito Italo aveva allora 17 anni.
Nei 250 quesiti di giardinaggio risolti venivano raccolte altrettante risposte a interrogativi pratici di floricoltura, che i lettori usavano inviare alla rivista «Il giardino fiorito», diretta dai due coniugi. La collana nella quale il libro usciva s’intitolava «Biblioteca agricola». Pubblicò una ventina di titoli: il primo, del 1925, era dedicato alla coltivazione del pomodoro; l’ultimo, del 1941, alla coltura e manifattura del tè 3. Nell’ottobre 1941 Italo Calvino compiva 18 anni e si iscriveva alla Facoltà di Agraria dell’Università di Torino, dove il padre era incaricato di Agricoltura tropicale.
Date tali premesse, che parevano garantire una naturale fioritura del bocciolo di casa Calvino, niente nella crescita del figlio agronomo andò come previsto. Nel 1945 Calvino aveva già cambiato radicalmente strada: si era iscritto alla Facoltà di Lettere, abbandonando per sempre ogni progetto di carriera scientifica. La pecora nera era uscita dal giardino fiorito e aveva scelto la strada della città, dell’impegno politico ma anche della vanità, dei fantasmi letterari. Una strana e lugubre aiutante era arrivata al momento giusto per spingerlo a ribaltare il suo destino: qualcosa di così drammaticamente irresistibile da vincere ogni dubbio, insieme a ogni possibile riserva familiare.
Stiamo parlando della seconda guerra mondiale.
Tra l’uscita dal giardino dell’infanzia e l’entrata nella città, dobbiamo quindi figurarci l’attraversamento di un bosco. Anzi, dei boschi dell’entroterra ligure che Calvino frequentò come partigiano e di cui scrisse in molti dei suoi primi racconti di guerra.
Il libro dei Racconti del 1958 ne assorbiva un altro, uscito nove anni prima, che s’intitolava Ultimo viene il corvo. Il racconto che dà il titolo alla raccolta si svolge per l’appunto in un bosco; ma anche uno dei più antichi dell’intera produzione letteraria calviniana, Andato al comando, comincia e finisce in un bosco (cito solo il finale: «Così rimase, cadavere nel fondo del bosco, con la bocca piena d’aghi di pino. Due ore dopo era già pieno di formiche») 4.
Il racconto che apre la raccolta del 1949 s’intitola invece Un pomeriggio, Adamo.
Nel volume dei Racconti del 1958 scivolerà in seconda posizione, ma la sua rilevanza come soglia quasi rituale per entrare nel mondo narrativo di Calvino credo che rimanga pressoché intatta.
Certamente rimane intatta, in entrambi i volumi, l’idea di un’antecedenza assoluta da riservare ai cosiddetti racconti di Riviera, ai quali seguono quelli di guerra. La natura e La guerra sono infatti i due primi sottogruppi con cui Calvino sceglie di dare il tono all’intera raccolta, dominata a suo dire dal senso di «impossibilità dell’armonia naturale, con le cose e con gli uomini» 5. Un’altra denominazione che potrebbe ben attagliarsi ai due gruppi alternati di racconti, sarebbe di tipo più precisamente botanico: Il giardino da una parte e Il bosco dall’altra.
Il bosco è il luogo dell’azione veloce, dinamica, avventurosa e spesso mortale.
Non a caso è anche il luogo di quell’enorme scoperta narrativa che fu la guerra per Calvino ventenne: l’inseguimento o lo sperdimento nel bosco come serbatoio infinito di storie; uno dei più antichi motori letterari, da Dante e Ariosto alle fiabe. Il giardino invece rappresenta qualcos’altro. Di più fermo, incantatorio e remotamente infantile.
Torniamo a Un pomeriggio, Adamo per rendercene conto.
La spina dorsale del racconto è una lista, come spesso avviene in Calvino: una sequenza di fatti, cose o persone. In questo caso, la lista che si snocciola progressivamente tenendo in piedi il racconto è la seguente: nasturzi, dalie, calle, piante grasse, foglie di ninfea, una siepe di bambù, delle petunie, il tronco di un vecchio pesco.
Siamo, evidentemente, nel mondo della madre. E del padre: protagonista del racconto è infatti quel Libereso Guglielmi che fu adottato come giardiniere nella Villa Meridiana [a Sanremo (IM)] da Mario Calvino, quasi fosse un sostituto del figlio mancato. Della mancata fioritura dell’agronomo Italo. A un certo punto del racconto, Libereso, di fronte a «una cascata di piante grasse, tutta stellata di fiori rossi», dice alla bambina che lo segue di aiuola in aiuola: «Si chiama Mesembrianthemum, questa pianta, in latino. Tutte le piante si chiamano in latino» 6.
Nella prefazione al suo notevole dizionario etimologico delle Piante da fiori e ornamentali, pubblicato nel 1972, Eva Mameli Calvino scrive che i «nomi latini e greci di numerose piante sono ritenuti da molti terribilmente difficili da pronunciare e da ricordare. Ma le difficoltà si attenuano o dissolvono quando se ne conosce l’etimologia. Conosciuto il significato delle parole costituenti il nome del genere e quello della specie, il mistero è svelato, perché viene in aiuto alla memoria, a seconda dei casi, o un carattere morfologico o un cognome di persona a cui la pianta fu dedicata, o un dato geografico che la distingue o la individua». Questo il motivo che spinge la scienziata a comporre un glossario «che aiuti a superare queste difficoltà».
Se cerchiamo nel dizionario della madre di Calvino il termine Mesembryanthemum non rimaniamo delusi: troviamo che esso deriva «dal greco mesembría = mezzodì e anthéo = fiorisco, perché l’antesi fiorale avviene spesso a 12» 7.
Ecco il mistero svelato. Il quesito risolto.
Libereso Guglielmi ricorda quando «con il professor Calvino salivamo su verso San Giovanni. Italo non saliva però mai con noi: qualche volta è venuto, e poi più» 8. Eppure, nonostante o forse a causa di tale latitanza, il racconto intitolato La strada di San Giovanni rimane uno dei più intensi che Italo Calvino ci abbia lasciato: anche qui ritorna il problema dei nomi latini, ma sentite con quale drammatica coscienza dell’impossibile scioglimento di ogni quesito e di ogni mistero: «Io non riconoscevo né una pianta né un uccello. Per me le cose erano mute. Le parole fluivano fluivano nella mia testa non ancorate a oggetti, ma ad emozioni fantasie presagi. E bastava un brandello di giornale calpestato che mi finiva tra i piedi ed ero assorto a bere la scrittura che ne sortiva mozza e inconfessabile – nomi di teatri, attrici, vanità – e già la mia mente aveva preso il galoppo, la catena delle immagini non si sarebbe fermata per ore e ore mentre continuavo a seguire in silenzio mio padre, che additava certe foglie di là da un muro e diceva: “Ypotoglaxia jasminifolia” (ora invento dei nomi; quelli veri non li ho mai imparati), “Photophila wolfoides” diceva, (sto inventando; erano nomi di questo genere), oppure “Crotodendron indica” (certo adesso avrei potuto pure cercare dei nomi veri, invece di inventarli, magari riscoprire quali erano in realtà le piante che mio padre andava nominandomi; ma sarebbe stato barare al gioco, non accettare la perdita che mi sono io stesso inflitto, le mille perdite che ci infliggiamo e per cui non c’è rivincita)» 9.
L’uscita di Italo-Adamo dal giardino dell’Eden e la sua entrata in guerra – o se volete in letteratura: abbiamo infatti visto come per lo scrittore le due cose vengano a coincidere – non poteva essere indolore. Perché era l’inizio di ogni “disarmonia”: parola chiave non solo dei racconti ma dell’intera opera di Calvino.
2. raccontare il giardino
Il prato infinito
All’origine dell’etimologia, secondo la monumentale opera di Isidoro da Siviglia intitolata Etymologiae, ci sarebbe Adamo. Adamo è colui che viene chiamato da Dio ad attribuire un nome adatto e non casuale ai vari elementi della natura. Anche le parole e il linguaggio rientrano, grazie a tale gesto, in un generale ordine conoscibile, in quanto dotato di motivazione.
Ricordiamo quanto dice Eva Mameli a proposito della difficile memorizzazione della terminologia scientifica delle piante: difficoltà che scompare, o comunque risulta notevolmente attenuata, una volta scoperta la motivazione che lega quella parola a quella cosa. La pianta grassa dotata di fiori rossi che il piccolo Libereso-Adamo mostra alla bambina, nel racconto a lui dedicato, si chiama Mesembrianthemum per il semplice motivo che fiorisce a mezzogiorno.
L’etimologia materna, in fondo, è un giardino incantato dove tutti i quesiti e i misteri possono essere risolti. Al di fuori di questo giardino perfettamente decifrabile, vince al contrario la babele e la confusione dei linguaggi: quando il linguaggio perde la motivazione, ossia il filo che lo lega alle cose che nomina, si entra nel territorio dell’incerto e dell’ignoto.
Quarant’anni dopo la mancata fioritura dell’agronomo in erba, il territorio dell’incerto e dell’ignoto prende la forma di un prato. Si tratta del racconto Il prato infinito raccolto nel libro di Calvino che s’intitola Palomar, l’ultimo propriamente narrativo dello scrittore, pubblicato nel 1983 […]
Francesca Serra, Università di Firenze, Italo, Accademia dei Georgofili, Convegno dedicato alla Famiglia Calvino, martedì 17 aprile 2012
1 I. Calvino, Questionario 1956, in Saggi 1945-1985, a cura di M. Barenghi, vol. II, Mondadori, Milano, 1995, p. 2714.
2 E. Mameli Calvino, M. Calvino, 250 quesiti di giardinaggio risolti, introduzione di T. Schiva, Donzelli, Roma, 2011.
3 E. Bassi, La coltivazione del pomodoro, Paravia, Torino, 1925; A. Manzato, Il tè: norme pratiche per la sua coltura e manifattura, ivi, 1941.
4 I. Calvino, Andato al comando, in Romanzi e racconti, edizione diretta da C. Milanini, a cura di M. Barenghi e B. Falcetto, vol. I, Mondadori, Milano, 1991, p. 265.
5 Lettera a Pietro Citati del 2 settembre 1958, in I. Calvino, I libri degli altri. Lettere 1947-1981, a cura di G. Tesio, con una nota di C. Fruttero, Einaudi, Torino, 1991, p. 262.
6 I. Calvino, Un pomeriggio, Adamo, in Romanzi e racconti, cit., vol. I, 1991, p. 157.
7 E. Mameli Calvino, Piante da fiori e ornamentali. Etimologia, caratteristiche, curiosità, Giorgio Mondadori, Milano, 1992, p. 177.
8 L. Guglielmi, Libereso, il giardiniere di Calvino [1993], Muzzio, Bologna, 2010, p. 72.
9 I. Calvino, La strada di san Giovanni, in Romanzi e racconti, cit., vol. III, 1994, p. 12.

[…] Libereso del ’25, Italo del ’23, insieme trascorsero i dieci anni più belli, quelli dell’adolescenza. Uno era per l’altro il proprio alter-ego: Libereso era il fratello acquisito che aveva scelto la strada dell’entroterra, quella del padre, rinnegata da Italo. “Mario Calvino passava sempre davanti al nostro giardino, sulla strada che portava a San Giovanni e fu lui ad offrirmi la borsa di studio”. A quattordici anni Libereso iniziò a lavorare alla Stazione sperimentale per la floricoltura di Sanremo con il professore, che ne era alla direzione, e a curare il giardino di casa Calvino a Villa Meridiana.
Era esigente, ti guardava con quegli occhiali…”. Nel ricordo di Libereso c’era l’immagine di un uomo dedito al lavoro, ruvido ma generoso. “Io ero ragazzino e poco alla volta ho imparato la genetica. Ero uno dei suoi allievi preferiti perché qualunque cosa mi chiedesse io la facevo. I suoi figli no, se ne fregavano… invece a me diceva di dare l’acqua sporca, voleva che io scendessi alla terra con le mani. L’osservazione in botanica è tutto – spiegava Libereso – Non bisogna mai pensare che una cosa è così punto e basta, perché la natura insegna sempre il contrario”.
Il resto del tempo il giovane aiutante lo trascorreva nelle campagne calviniane a San Giovanni, la famosa strada di cui scrisse Italo: una proprietà a ridosso dei boschi, sopra Sanremo. Là c’erano i frutteti, il “giardino segreto” del professore. “A volte andavamo nei boschi a cercare le piante, a prendere la legna, delle sfacchinate incredibili, e Italo protestava: «Io voglio fare il giornalista», poi spariva e lo trovavi a casa a dormire.
Ne La strada di San Giovanni lo scrittore affermava di non saper riconoscere né piante, né uccelli. “Si rifiutava. Italo pensava solo ai suoi romanzi. Era un tipo introverso, quasi inaccessibile, a volte non ti rispondeva. Eravamo amici ma eravamo diversi. Non era il tipo di bambino che seguiva l’amico”. Un ragazzo troppo adulto, secondo Libereso, e che di lì a qualche anno sarebbe diventato il più grande narratore italiano del ‘900. “Era sempre in un angolo a leggere un libro. A volte si innervosiva se lo disturbavi. Quelli che non gli andavano a genio non li considerava ma noi eravamo bambini e giocavamo”.
Barbara Leoni, Libereso, il giardiniere di Calvino, Erodoto108, 27 luglio 2020

Avevo conosciuto Libereso 15 anni fa, me lo aveva presentato a Sanremo Loretta Marchi, bibliotecaria e studiosa della cultura litoranea. Da subito mi sembrò un giovane travestito da vecchio, con quel cespuglio di barba e capelli bianchi che testimoniava questa sua passione per il mondo vegetale, ma, soprattutto, per le arguzie e la velocità del ragionamento, per la provocazione della sua stessa esistenza. Ma, poco a poco, si rileva un profondo intellettuale-giardiniere, un teorico della convivenza e un esteta della vita e della natura. Lo scritto che segue era stato pubblicato diversi anni fa dal quotidiano Liberazione.
[…]
Mario Calvino, sanremese nato da una famiglia di tradizione repubblicana e massonica, diventa Direttore della Cattedra Ambulante di Agricoltura agli inizi del Novecento, ed è l’inizio di un impegno mai rallentato di studi agronomici di grande valore scientifico ma costantemente legati all’applicazione pratica. Tutto il suo lavoro è basato sulla convinzione che il miglioramento dell’agricoltura avrebbe contribuito al progresso delle condizioni sociali delle popolazioni rurali. Scienziato, agronomo tropicalista, giornalista divulgatore, agricoltore, esploratore, Mario Calvino è stato un uomo che ha girato tra i contadini spingendo il carretto della sua biblioteca di agricoltura ambulante, nello sforzo di diffondere le tecniche di coltivazione razionale che aveva imparato in giro per il mondo o aveva sviluppato nella stazione sperimentale di Villa Meridiana. Libereso parla velocemente mentre separa le parti di un fiore e me le porge. Cautamente inizio a masticare la passiflora, il tulipano e il gladiolo. Un sapore strano si espande nel palato mentre Libereso parla della sua famiglia. Il padre era un anarchico tolstoiano, assolutamente non violento, che aveva conosciuto Errico Malatesta ed era diventato amico di Petr Kropotkin. I figli li chiama Germinal, Libereso, Omnia e Fulcro, tutti non battezzati e nati da libera unione con la donna che condividerà la sua vita per cinquant’anni. Si trattava di gente semplice ma con una grande cultura, parlavano inglese e francese, leggevano ed erano in contatto con la comunità sanremese degli esuli socialisti e anarchici, con i viaggiatori inglesi, con gli artisti. In quella comunità intellettuale e cosmopolita nascono esperienze vegetariane naturiste che tentano di sviluppare un modo di vivere razionale e armonico. Tutta la famiglia Guglielmi ha frequentato la colonia di Fortunato Peitavino, una comune naturista in cui si usano solo concimi naturali, si facevano bagni d’aria e di sole. Era il 1911 e queste comunità vegetariane praticavano l’osservazione dell’iride per la diagnosi delle malattie e sperimentavano teorie alimentari basate sulla combinazione dei cibi. Non era quella una deriva irrazionalista, ma un ideale laico di ricerca di un equilibrio tra uomo e natura.
[…]
“Sai a chi si è ispirato per scrivere il Barone Rampante?”
Libereso attende qualche secondo prima di continuare. “Il Barone rampante ero io!” Mi racconta allegro che in un bosco dove i pini erano molto fitti, lui e altri ragazzi si arrampicavano su un tronco per prendere le pigne, poi si spostavano di ramo in ramo senza scendere a terra. Italo Calvino non saliva con loro, ma li guardava guizzare tra le fronde. Così, da un gioco di ragazzi, è nata una delle più belle figure della letteratura italiana, Cosimo Piovasco di Rondò che non volle mangiare le lumache e si arrampicò su per l’elce. Cosimo iniziò a guardare il mondo dall’albero e fu l’inizio di quelle prospettive rovesciate e insolite che si ritrovano nelle Cosmicomiche e che ricordano certe intuizioni di Quenau e Perec. “Il Visconte Dimezzato, invece, era un suo zio mezzo matto. Prima ci diceva ‘ragazzi, perché non andate a mangiare i fichi?’ e poi, dopo gli avevamo mangiati, ci gridava di tutto. Così Italo diceva che era mezzo buono e mezzo cattivo, era a metà, come il visconte del romanzo.” Anche il racconto “La formica argentina” trova la sua origine nell’osservazione del padre e Libereso in lotta contro l’invasione degli insetti. Il racconto di Libereso continua inarrestabile, ormai i petali sono finiti da un pezzo e abbiamo davanti dei crostoni spalmati di crema di fave e aglio. […]
Domenico Gallo, Libereso Guglielmi, giardiniere e pianta, Carmilla, 25 settembre 2016

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