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Nervia di Ventimiglia, l’antica Albintimilium

Ventimiglia romana era punto d’incontro, sistema dove interagivano vari meccanismi commerciali.
L’incremento demografico e l’aumento di benessere sono da connettere, tra I e III secolo d.C., al suo ruolo di nodo viario commerciale.
E’ quindi evidente che, pur contro il giudizio dei benpensanti, vi si radunassero persone di dubbia reputazione, affaristi e cambiavalute, che vi soggiornassero mulattieri e sgualdrine.
L’economia della città ruotò su questo sistema di scambi e, viceversa, la città entrò in crisi nel IV secolo d.C., perchè, a parte i saccheggi veri o presunti, nell’economia generale dell’Impero, coll’arresto di molte iniziative commerciali, essa perse parecchi dei suoi ruoli antichi e non le giungeva più la linfa vitale di un discutibile brulicare di umanità impiegata nel settore economico o comunque legata, anche in modo parassitario, a tale organismo, portatore di un benessere che le era negato dalla terra, da un mare non ricchissimo, dall’assenza di grosse imprese locali: il porto e la via Julia Augusta segnarono i destini di Ventimiglia, nel bene quanto nel male (V.R.2, intr., passim e pp. 90-101).
In epoca romana i traffici erano assai più intensi, sia per l’economia aperta sia per la peculiare posizione frontaliera, sotto la veste portuale e viaria, del municipio di Albintimilium.
Il nodo principale del traffico era verisimilmente alla Mansio di Lumo o Lumone, segnata dall’Itinerario Antonino a X miglia dalla città nervina ed identificata dal Lamboglia in resti murari d’epoca romana ritrovati nella zona di Cap Martin, su una linea longitudinale dove si ebbero reiterate scoperte di monete di via d’epoca imperiale ma di tempi diversi: segni non vaghi di un lungo traffico stradale.
Era forse questo il luogo dove si pagava la dogana di passaggio dall’Italia alla Gallia, ma, a prescindere dal dettaglio, e certo che tutti questi siti furono coinvolti da un cospicuo passaggio di trasportatori ed operatori commerciali.
Nel centro urbano di Nervia il porto convogliava un ulteriore movimento di prodotti, i quali solo parzialmente si vendevano in area municipale, ma venivano variamente smistati, secondo la provenienza, verso le Gallie, l’Italia centrale o subpadana.

Un’autentica marea di commercianti, di esportatori ed importatori, soprattutto di conduttori di veicoli e di marinai, doveva necessariamente usufruire di ospizi ove fermarsi, di uffici dove contrattare e di spacci ove rifornirsi.
Secondo la Lex Iulia Municipalis (C.I.L., I, 206 = DESSAU, 6085) era vietato di giorno il traffico dei cocchi ma non quello dei carri pesanti che portassero materiale per la costruzione dei templi o di opere pubbliche; così mentre i plaustra da trasporto, carichi di sale e varia merce, si spostavano di notte, i muli carichi e i facchini, con le loro gerle pesanti, si muovevano in una frenetica attiviàa quasi diuturna.
Come scrive U. E. Paoli, nella romanità si ebbe un notevole rispetto legale del traffico pedonale ma, concentrando il grande movimento commerciale nelle ore notturne, si ottenne il risultato che i carri pesanti ingombravano di giorno le strade, mentre i conduttori trovavano precari tipi di ospitalità.
Poi, di notte, una variegata umanità, composta anche di avventurieri, si rimetteva in viaggio, con gran fretta, per arrivare presto ai porti o ai centri di smistamento delle merci, magari con una pausa brevissima in qualche pubblico locale, come quelle taverne, le popinae, che restavano aperte pure di notte.
Nella città nervina di Albintimilium si riconosce tuttora qualche traccia di tale pubblica attività, di una civiltà come quella romana che, a differenza della medievale, non conosceva le grosse pause della notte.
Verso il I secolo d.C. un Publio Nonio Primo, su un marmo cinerognolo di forma poligonale, fece incidere dal lapicida una frase emblematica: “Passaggio proibito, se non con il consenso del proprietario Publio Nonio Primo”.

Quella lapide, più tardi destinata ad essere riutilizzata, sul retro, per la citazione funebre della piccola Maia Paterna, era verisimilmente posta all’ingresso di qualche via privata, forse su una casa o su qualche struttura portante. Fu collocata quale espressione di proprietà e divieto, ma le sue caratteristiche sono importanti: si comunica per iscritto in un ambiente ad alto tasso di alfabetizzazione e si collocano divieti d’accesso, a proprietà private, quando esiste un traffico abbastanza elevato, che può non rispettare le pubbliche normative.
Tra gli amministratori del municipio di Albintimilium esistevano gli “edili” che, come forza di controllo sul traffico, sui mercati, sul pronto intervento per pubbliche calamità e incendi in particolare, si valevano, anche a proprie spese, dei “vigili”: questi erano probabilmente sempre insufficienti e così le famiglie piu agiate provvedevano a proprie spese e con propri servi alla tutela delle loro proprietà.
Il tempo ha cancellato ogni ricordo di Publio Nonio Primo, ma il personaggio doveva essere stato di rilievo sociale.
Per vaghe consonanze, può essere avvicinato a nomi celebri, di uomini che vissero in una città immensa quale Roma e che, se non lasciarono lapidi marmoree di divieto, per le loro doti artistiche seppero comunicare, poeticamente, il “dramma”, vissuto da tutti, di un traffico notturno fastidioso, di opprimenti e illeciti parcheggi diurni dei grossi veicoli, di agitati e prepotenti conduttori di carri: si tratta di Marziale (XII, 57), del più antico Orazio (Epist., II, 2, 79), di Giovenale (8, 158 sgg.).
Questi e altri poeti, a differenza di Nonio Primo e delle numerose vittime dell’incultura cittadina, ebbero pure l’arguzia di ricordare ai posteri il lato oscuro della societa del benessere: dal codazzo di accattoni, al seguito dei traffici commerciali, senza mezzi per pagarsi un moderno ricovero e capaci di ripararsi in ogni luogo, senza rispetto degli altrui diritti (GIOVENALE, 5, 8), agli angiporti che comportavano, come ora, un insieme di illegali bische e precarie taverne, le quali incentivavano al libertinaggio (CATULLO, 58, 4-5; PROPERZIO, IV, 7, 19-20), ai giovinastri che approfittavano dei fermenti notturni per concedersi ad eccessi, imperdonabili di giorno (ORAZIO, Od., I, 17, 25-28), fino all’attuale deprecabile abitudine di abbandonare sulla pubblica strada cani latranti (ORAZIO, Epist., II, 2, 75).

La città nervina di Ventimiglia romana aveva un porto di rilievo e un angiporto di cui si sono purtroppo perse le tracce: l’attività commerciale collegata allo scalo comportava la presenza di un sistema di magazzini, di aziende, sedi di corporazioni, che non poteva prescindere da tre apparati integrativi, quali la redazione di contratti, la contabilita ed un sistema postale.
Nella città nervina, a testimonianza di un elevato tenore esistenziale dei ceti abbienti, che nei momenti migliori ricalcarono i costumi stessi della nobiltà di Roma, tra il corredo funerario, che Lucius Afranius Maritimus, abitante di Ventimiglia romana (come ne attesta il lapidario)volle per il figlio Severo, si rinvenne “un calamaio, composto di tre cilindri metallici, i quali come appare dalle saldature, erano riuniti; i due più ampi, eguali fra loro e interamente aperti, pare fossero destinati a dare ricetto ai calamai, il terzo cilindro, alquanto più piccolo ma munito di coperchio a forma di cono, serba ancora i resti dell'”atramentum” (inchiostro nero) ed è perfettamente simile a quel disegno, che ne dà il Rich al vocabolo arundo o penna da scrivere”.
Afranio Severo, che morì a 14 anni, pote servirsi poco di questo oggetto prezioso, ricco anche per l’inchiostro di ottima qualità, “di fuliggine di resina o pece, feccia di vino o nero di seppia”: gli appunti e le quietanze dei funzionari commerciali e portuali erano però scritte su tavolette cerate (cerae) legate, in una sorta di archiviazione, con un cordoncino passante tra i fori praticati nell’orlo, prendendo il nome di duplices, triplices o quinquiplices, a seconda delle diverse tavole di legno utilizzate.

 

da Cultura Barocca

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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