Per Fortini il lavoro è infatti un momento fondamentale nel processo di formazione identitaria individuale e collettiva

La riflessione sui giovani come questione politica è una costante nella produzione saggistica di Fortini, in particolar modo dalla metà degli anni Sessanta. I giovani, studenti e no, saranno fino alla fine i suoi interlocutori privilegiati, il destinatario cui idealmente rivolge le sue parole e il suo invito all’azione «in quanto possibili eredi di un futuro diverso». <61 Non si può infatti analizzare il tema dell’educazione in Fortini senza affrontare una delle questioni più ricorrenti nei suoi scritti legata al rapporto tra padri e figli (e tra nonni e nipoti, per gli ultimi decenni) e al problema dell’eredità sociale e culturale da tramandare alle giovani generazioni, nuovamente sulla scia di un discorso a cavallo tra pedagogia e politica già rintracciabile in Gramsci:
“Ma il rapporto pedagogico non può essere limitato ai rapporti specificatamente “scolastici”, per i quali le nuove generazioni entrano in contatto con le anziane e ne assorbono le esperienze e i valori storicamente necessari “maturando” e sviluppando una propria personalità storicamente e culturalmente superiore. Questo rapporto esiste in tutta la società nel suo complesso e per ogni individuo rispetto ad altri individui, tra ceti intellettuali e non intellettuali, tra governanti e governati, tra élites e seguaci, tra dirigenti e diretti, tra avanguardie e corpi di esercito”. (Quaderni, p. 1331)
Occuparsi di cultura per il poeta fiorentino significa riconoscere che l’intellettuale si deve impegnare innanzitutto per migliorare le istituzioni in cui essa viene trasmessa (scuola e università, editoria e televisione). La realtà attorno si riflette direttamente sulle istituzioni letterarie e scolastiche che possono cambiare davvero solo se cambia la società. Non va mai dimenticato che la propria funzione sociale e civile è il perno attorno al quale Fortini costruisce anche la sua figura di docente. Le grandi questioni pedagogiche vanno quindi, per lui come per Gramsci, considerate nel loro rapporto dialettico con gli elementi socio-economici e culturali, allargando cioè la prospettiva dalla scuola all’intera società.
Si tratta di argomenti su cui molte volte Fortini è tornato ad esprimersi nella sua opera saggistica e nei suoi interventi giornalistici, benché a lungo meno affrontati rispetto alle questioni più esplicitamente politiche o di più immediata attualità. Il rapporto tra eredità, culturale e generazionale, e tradizione, la riflessione sul senso della storia e la battaglia per la memoria sono invece temi fondamentali nel pensiero di Fortini intellettuale-insegnante, in particolar modo negli interventi raccolti in ‘Insistenze’, come numerosi studi hanno giustamente riconosciuto. <62 Se il dramma delle adolescenze prolungate e del rifiuto della maturità viene affrontato inizialmente a colloquio con la figura e gli scritti di Pasolini, la riflessione fortiniana sui giovani e sul ruolo di padri e figli prosegue dalla metà degli anni Settanta in dialogo con Italo Calvino. Sono gli anni della “mutazione antropologica”, del terrorismo, della questione giovanile come problema sociale (dal diffondersi di droghe e suicidi al delitto del Circeo): sulle pagine delle più importanti testate nazionali gli intellettuali si interrogano, scrivono, offrono risposte (e domande) a una società ancora disposta ad ascoltarli. È il canto del cigno di una stagione intellettuale prossima alla fine. <63
Il primo degli scritti fondamentali per ricostruire il pensiero di Fortini sul ruolo di padri e figli è appunto ‘I giovani secondo Calvino’, un articolo del 1975 in risposta a un intervento dello scrittore sanremese (Il fischio del merlo), cui seguiranno nel 1982 due saggi con cui si chiarisce meglio la sua opinione sul ruolo di memoria e tradizione nel fondamentale processo di difesa del senso della storia: ‘I giovani e lo scherno’ e ‘Il controllo dell’oblio’. Una questione di carattere socio-culturale diventa così per Fortini anche un modo per riflettere, a livello teorico-filosofico potremmo dire, sui “destini generali” e sulle necessarie azioni di resistenza contro la situazione di crisi sociogenerazionale – al tempo e ancor più oggi – della società italiana.
Prima di ricostruire nel dettaglio il contenuto e il significato dei tre interventi citati – e non pochi collegamenti si riscontrano anche con numerosi altri scritti, dalla produzione saggistica più matura alle interviste – va ribadito che la posizione di Fortini rimase sostanzialmente immutata col passare dei decenni. In polemica con Pasolini e Calvino, e poi con la moda ideologica del pensiero debole, lo scrittore fiorentino mai mise in discussione la possibilità di un dialogo tra generazioni e la speranza rivoluzionaria di poter modificare lo stato di cose esistente. <64
Si può leggere a conferma un bellissimo passaggio-testamento da un articolo pubblicato su «L’Espresso» il 31 agosto 1986 (poi in Non solo oggi, pp. 135-44) in cui Fortini immagina un ipotetico dialogo con un giovane, curioso a tale altezza cronologica di sapere cosa avesse trovato in Mao, e più in generale nella rivoluzione culturale cinese, un intellettuale come lui:
“Gli risponderei, invece, come l’antico greco: «Sei sicuro di capire, se ti rispondo?». Per capire questa risposta bisogna credere qualcosa che nell’educazione dei ventenni è stato per dieci anni revocato in dubbio […] che le società umane possono intervenire nel proprio destino; costituire movimenti ed armare lotte di ogni ordine e qualità che rovesciano quel che sembra per sempre immutabile e che gli interessati assimilano ad un fato naturale; che l’utopia e la speranza sono forze “materiali” che spostano le montagne e possono rendere meno ingiusta l’esistenza e meno insensata la morte”. (ivi, pp. 141-2)
Nell’articolo del 1975 Fortini attacca le posizioni di Calvino, a livello di contenuti e di impostazione ideologica. Il razionalismo calviniano infatti pecca sotto un duplice punto di vista, innanzitutto a livello linguistico perché, come abbiamo visto e come Fortini mai mancò di ripetere, «l’indice di chiarezza è spesso anche indice di accettazione silenziosa della cosiddetta realtà. Essere facilmente comprensibili agli altri significa farsi come gli altri» (Insistenze, p. 121). Con frasi dalla sintassi e dal lessico perfetti il signor Palomar contribuisce inoltre ad affermare l’idea che nulla sia ormai possibile, invita passivamente ad accettare l’esistente. <65 Come Pasolini, benché vi arrivi da un percorso ben diverso, anche Calvino è colpevole di aver rinunciato al fondamentale compito dei padri e dei maestri, un compito cui mai Fortini vuole rinunciare nel costante tentativo di proporre una sistematica alternativa alla realtà circostante; come già precisato da Luperini:
“se il razionalismo di Calvino rischiava la complicità nel nome del buon senso riformistico, la visceralità pasoliniana, apparentemente così radicale, la rischia proprio nel rifiuto della educazione e della maturità. La lotta di Fortini è sempre su due fronti. La sua astuzia dialettica consiste nel mostrarne la convergenza al di là dell’opposizione che li separa”. <66
L’articolo ‘I giovani secondo Calvino’ sembra voler puntualizzare proprio questo aspetto, e cioè la necessità per i padri di assumersi le proprie responsabilità generazionali, in particolar modo in epoche di grandi cambiamenti, adempiendo alla fondamentale opera di interpretazione e trasmissione alle giovani generazioni del proprio bagaglio storico-sociale. Una differenza centrale tra i due scrittori è appunto nel modo di guardare al mondo che li circonda: Calvino ne discute in una prospettiva cosmica e universale, mentre Fortini guarda sempre all’aspetto storico sociale degli eventi e delle relazioni umane. Per meglio comprendere la risposta di Fortini è necessario ricapitolare il contenuto dell’intervento calviniano. In ‘Il fischio del merlo’ il signor Palomar è descritto intento ad ascoltare i versi degli uccelli che affollano il suo giardino: vano però è ogni tentativo di distinguerli perché egli «non è di coloro che sanno, ascoltando un verso, riconoscere a che uccello appartiene» (CALVINO RR, p. 892). La natura rimane incomprensibile: i versi degli uccelli rappresentano un sistema di segni impossibile da decifrare e, ancor più, da comunicare. Lo dimostra nell’apologo calviniano il fischio di due merli, così simile al parlare umano nel suo intrecciarsi di suoni e pause di silenzio. Anche in questo caso però la comunicazione tra i due, proprio come quella tra gli esseri umani, rimane un mistero che un angosciato signor Palomar non riesce a penetrare, né tanto meno a condividere con la moglie, e che lo lascia pieno di dubbi:
“Ma è un dialogo, oppure ogni merlo fischia per sé e non per l’altro? E, in un caso o nell’altro, si tratta di domande e risposte (all’altro o a se stesso) o di confermare qualcosa che è sempre la stessa cosa (la propria presenza, l’appartenenza alla specie, al sesso, al territorio)? […] Oppure tutto il dialogo consiste nel dire all’altro “io sto qui”, e la lunghezza delle pause aggiunge alla frase il significato di un “ancora”, come a dire: “io sto ancora qui, sono sempre io”. E se fosse nella pausa e non nel fischio il significato del messaggio? Se fosse nel silenzio che i merli si parlano? […] Oppure nessuno può capire nessuno: ogni merlo crede d’aver messo nel fischio un significato fondamentale per lui, ma che solo lui intende; l’altro gli ribatte qualcosa che non ha nessuna relazione con quello che lui ha detto; è un dialogo tra sordi, una conversazione senza capo né coda. Ma i dialoghi umani sono forse qualcosa di diverso? Il fischio uguale dell’uomo e del merlo ecco gli appare come un ponte gettato sull’abisso. […] Se l’uomo investisse nel fischio tutto ciò che normalmente affida alla parola, e se il merlo modulasse nel fischio tutto il non detto della sua condizione d’essere naturale, ecco che sarebbe compiuto il primo passo per colmare la separazione tra… tra che cosa e che cosa? Natura e cultura? Silenzio e parola?” (ivi, pp. 893-95)
Per Calvino ci troviamo di fronte a un’impasse insuperabile che coinvolge uomini e merli: all’incomunicabilità delle esperienze naturali, di ciò che ci rende biologicamente – padri e figli – uguali nel corso dei secoli, corrisponde la possibilità di trasmettere unicamente il dato storico-sociale, ciò che caratterizza però ogni generazione in modo unico e diverso. Natura e cultura sono infatti separate da un abisso incolmabile: «quel che si può dire (la storia) ci rivela diversi; quel che ci unirebbe (la natura) non può venir comunicato» (Insistenze, pp. 121-22), come riassume Fortini nel suo articolo di risposta alla scettica soluzione calviniana. Si tratta per lui, infatti, di una posizione impossibile da sostenere a causa di un errore di fondo che rende fallace tutto il ragionamento calviniano: è impossibile separare il dato biologico dal dato storico-culturale nel processo di formazione umana. Ogni esperienza individuale è tanto scritta nel codice genetico quanto, se non soprattutto per Fortini, nel contesto storico-culturale:
“Ma quel che il giovane sperimenta in proprio, gli errori che commette, le frustrazioni che deve patire, i rapporti che deve stabilire con la propria identità fisiologica e psicologica non sono scritti nel codice genetico più che nel codice storico-sociale, anzi il riconoscimento della umana determinazione biologica, della «condizione umana» come necessità corporea e processo materiale di sviluppo ed entropia, questo riconoscimento è esso stesso il risultato di uno sviluppo sociale e storico, di una cultura e di una classe”. (ivi, p. 122)
Natura e cultura sono sì due elementi da non confondere, ma la prima è necessariamente determinata dal suo essere anch’essa parte di uno specifico ambiente storico-sociale e può perciò, recuperando l’ipotesi di Calvino, essere interpretata e comunicata di generazione in generazione. Le esperienze di vita, che pur si ripetono uguali a se stesse nel corso dei secoli secondo uno schema, potremmo dire, spesso comune a uomini e merli, «assumono valori e forme e significati diversissimi proprio a seconda del contesto culturale e dell’apparato di interpretazione che le accompagna e circonda» (ibidem). Per comunicare con i giovani i padri non possono ovviamente fare riferimento al solo ricordo delle proprie esperienze passate, ma devono impegnarsi in un’opera di «interpretazione […] del contesto culturale in cui le avevano vissute e proporlo ad essi perché lo confrontino al proprio» (ibidem). Questo è il compito educativo più difficile loro affidato <67 – trasmettere l’indicibile, il dato naturale, in chiave storica – in cui si cela il rischio della «vera incomunicabilità», quella che «ha le sue radici proprio nel sistema di cultura e quindi di valori entro il quale i giovani agiscono e col quale interpretano la loro esperienza» (ivi, pp. 122-23). Ma, come sappiamo, davanti al muro del rischio (ovvio il riferimento all’articolo in apertura di Insistenze) ognuno deve assumersi le proprie responsabilità – padri e figli, «che ognuno faccia la sua parte» (ivi, p. 123) – tenendo sempre a mente non tanto il presente quanto il futuro delle nostre azioni: <68
“Quel che cerco insomma di far intendere ai giovani è proprio che quanto essi ritengono naturale non lo è, che ogni segno è umano-storico e che quindi può-deve essere mutato. È un vecchio sapere, è quello della tradizione socialista. […] Lavoriamo (continuerò a dire ai giovani, davanti ai quali Calvino finge di ammutolire e di passare, come Parisfal, al «latino degli uccelli»), lavoriamo a mutare i rapporti di produzione; e così facendo anche l’indicibile delle esperienze vitali verrà circuito, ridotto, ritualizzato, grammaticalizzato. La “civiltà” potrebbe non essere altro che questo: il discorso ininterrotto sull’indicibile e la sua trasmissione”. (ivi, pp. 122-23)
Le vere rivoluzioni avvengono infatti quando «padri e figli combattono fianco a fianco» (ivi, p. 132), <69 quando ognuno accetta i propri diversi ma fondamentali doveri generazionali in vista di una battaglia di resistenza verso i nemici comuni. <70
Non dimentichiamo che la riflessione fortiniana su scuola, educazione, tradizione e memoria va intesa come parte fondamentale del suo invito all’azione, a fare del sapere comune e dell’eredità storica strumenti di lotta contro le diseguaglianze sociali ed economiche. <71 È infatti il mercato ad approfittarsi dell’assenza di figure autoritarie – e per tutto questo discorso bisogna sempre tenere a mente la riflessione iniziata con Il dissenso e l’autorità – e del diffondersi incontrollato delle adolescenze prolungate:
“mentre […] valenti psicanalisti interpretavano le rivolte giovanili come sacrificale e inconscia volontà di restare incontaminati, cioè di non crescere, il mercato mondiale ci pensava lui a non far crescere figli e nipoti e a bloccarli in immaturità e impotenza”. (ivi, p. 127)
Questo aspetto, collegato a questioni di immediata attualità, è affrontato nello specifico nel secondo articolo dedicato alla questione giovanile, ‘I giovani e lo scherno’. <72 Dopo aver chiarito quali sono i compiti e le colpe dei padri nei confronti delle generazioni loro successive, in questo intervento il discorso è affrontato in senso opposto, andando a precisare in che modo i giovani dovrebbero confrontarsi con la storia di chi li ha preceduti: «c’è anche un compito del figlio, non bisogna dimenticarlo, perché ogni educazione è autoeducazione. E alla giusta e aperta iniziativa del padre deve corrispondere un’iniziativa aperta e appassionata del figlio». <73
Anche negli anni delle proteste sessantottesche, Fortini ha invitato i giovani a non rifiutare mai il fondamentale patto pedagogico che li lega ai padri, senza il quale non potranno superare la fase adolescenziale – intesa come «età mentale e morale, non di condizione biologica» (Insistenze, p. 125) – e diventare adulti. Come abbiamo già ricostruito nel caso delle proteste studentesche a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, anche negli anni Ottanta Fortini mette in guardia quei giovani che tendono a rifiutare il passato dei padri e un costruttivo confronto con esso:
“All’adolescente il mondo adulto prima d’ogni altra cosa appare come insegnamento. L’insegnamento implica modello e imitazione. Ogni modello strappa a se stessi. La passione di invarianza e permanenza, il desiderio di non entrare nel futuro e semmai di retrocedere possono essere violenti quanto quello di anticipare e mutare. Così il modello insegnato si propone a un tempo come desiderabile e odioso”. (ibidem)
L’ emblema di un passato subito e imposto in modo autoritario, è considerato dai giovani unicamente una minaccia all’affermazione della propria identità: di fronte ai padri e ai maestri gli adolescenti scelgono le armi dello scherno e della derisione con una patologica – Fortini parla di nevrosi <74 – negazione dell’apprendimento come fondamentale momento di crescita e prefigurazione della futura fase lavorativa. Deridendo il mondo degli adulti i giovani pensano di aver conquistato uno spazio storico-sociale indipendente, ma nessuna reale coscienza di sé può nascere dallo scherno e dal ridicolo. Devono capire invece che bisogna saper ridere «del sublime. Ma senza sconfessarlo» (ivi, p. 129), che deridere un’autorità non significa davvero superarla, «che il rovesciamento della norma indica la norma e può farla brillare di luce più forte; che ogni carnevale annuncia una quaresima e inversamente» (ibidem). <75
Si tratta di uno degli insegnamenti più cari a Fortini, ricordato ancora nella sua ultima raccolta di scritti:
“Contro ogni estasi, contro ogni gesto di sparatoria agli orologi (per ricordare una delle meno felici metafore di Benjamin) si aggiunga subito che l’azione, se indirizzata al successo e non alla catastrofe, deve sapere che immediatamente dopo l’attimo del rivolgimento gli orologi riprendono il loro moto e la fatica politica il suo cammino”. (Extrema, p. 98)
Come già anticipato negli interventi dedicati alle rivolte studentesche (oltre a ‘Il dissenso e l’autorità’, ricordo ancora quanto scritto a margine del caso disciplinare avvenuto nel 1971), la formazione di una coscienza individuale o di classe non può che passare attraverso la conoscenza profonda dell’altro, inaccessibile con le sole armi dello scherno e del riso canzonatorio di marca surrealista. Anche in questo caso l’analisi fortiniana va collegata infatti alla sua interpretazione delle avanguardie: «derisione e scherno, cultura di sconfitti. […] La derisione per le istituzioni adulte – beffa al professore, baffi alla Gioconda, organi genitali disegnati sulla lavagna – è ormai coperta dalla polvere delle tesi di laurea in avanguardie storiche» (Insistenze, p. 127). Queste trovate sono ormai totalmente inutili e prive di reale mordente sulla società, che anzi ha imparato a sottomettere alle logiche del mercato i troppi giovani vecchi – si parla di «fanciulli invecchiati» – che si aggirano per le strade. Credendo di difendere se stessi e di conquistare una qualche indipendenza dai padri, i giovani finiscono per condannarsi a una vita da sottomessi: le conseguenze della diffusione incontrollata di forme di antropologia infantile sono sotto gli occhi di tutti «con i suoi milioni di disoccupati, l’inflazione, i drogati stecchiti nei cessi» (ivi, p. 126). Il rifiuto dei padri simboleggia la tendenza più generale di tanti adolescenti a evitare il necessario confronto con gli ostacoli che naturalmente si incontrano nella strada verso la maturità. I giovani si dimostrano sempre più incapaci di assumersi le proprie responsabilità (il diffondersi di droga e suicidi <76 sono il riflesso più evidente e terribile di questa loro fuga dal reale), non capiscono che il muro del rischio non si può abbattere a suon di risate, solo in apparenza liberatrici e rivoluzionarie, <77 ma richiede sforzo a livello individuale e di classe. Si legga per intero quanto scritto in un bellissimo brano dell’’Ospite ingrato’:
“Gli imbecilli dissacrino, è il loro mestiere. Capire che il riso comporta un grado elevato di complicità con il potere e l’ideologia dominanti, non è facile da concedere, ne convengo. Che il riso non castighi i costumi ma li confermi, è duro da ammettere. Ma è così. Il riso vale come critica solo se si aggiunge a una critica che non ride. Non può sostituirla. Debbo sapere che la tirannide è tragica. Solo quando ciò è ben chiaro, come in Shakespeare o in Beckett, allora posso permettermi di fare entrare i clowns”. (Saggi, p. 1105)
Rifugiandosi nel riso e rifiutandosi di adempiere i propri doveri i giovani contribuiscono al perpetuarsi di una situazione tanto tragica per loro quanto appetibile per le logiche del mercato, in particolare lavorativo. Come dirà in un’intervista del 1983, «la vendita della disperazione va benissimo oggi in Italia, soprattutto se corredata di drogati e di suicidi; questo è il concime perfetto per la Tecnocrazia» (Il dolore, p. 53). Come accennato, la questione delle adolescenze prolungate è affrontata infatti, nello specifico di questo articolo, in riferimento alla più generale crisi del lavoro giovanile, ancora oggi una situazione tanto grave quanto irrisolta. Fortini dedica uno dei paragrafi centrali di ‘I giovani e lo scherno’ alla questione del moratorium (il periodo di prova, di svezzamento, potremmo dire, dalla vita in famiglia al posto di lavoro) <78 e del precariato, forme lavorative la cui diffusione è causa e conseguenza delle tante «adolescenze appassite» (Insistenze, p. 127) che affollano la società italiana.
La flessibilità coatta e il carattere instabile della forza-lavoro sono tanto utili alle leggi della produzione economica tipica del capitalismo avanzato quanto contrarie al naturale processo di maturazione individuale e sociale. Non solo il mercato privilegia i lavoratori adolescenti, ma costringe anche i lavoratori adulti verso forme di impiego sempre più saltuarie e aprofessionali. Giovani e adulti sono spinti così a guardare al lavoro con odio, scherno e aperto disprezzo – il lavoro è il grande nemico dei movimenti giovanili del ’77 <79 – dimenticando però che «sforzo, ostacolo, necessità non sono solo nel lavoro mercificato» (ivi, p. 126). Per Fortini il lavoro è infatti un momento fondamentale nel processo di formazione identitaria individuale e collettiva e richiede ostacoli veri da superare nell’assumersi le proprie responsabilità personali e di classe (passaggi fondamentali in qualsiasi processo educativo), <80 in quanto come già scriveva in un saggio-conferenza del 1987 intitolato non a ‘Opus servile’:
“il lavoro – e anche il lavoro “artistico”, dal bricolage dei cosiddetti primitivi all’artigianato medievale e rinascimentale fino al moderno scrittore seduto al suo personal – è una sequenza di operazioni mediante le quali il Servo si difende dalla morte e, in prospettiva, si emancipa”. (Saggi, p. 1645) <81
Il lavoro dovrebbe essere allora un’arma contro le logiche del mercato, nemico comune delle generazioni dei padri e dei figli. Anche in questo caso Fortini non si abbandona infatti a uno sterile lamento, alla tragica descrizione di una situazione irreversibile, ma propone un’alternativa, guarda avanti alle generazioni più giovani, quella dei nipoti ormai, <82 in cui riconosce la possibilità sempre rivoluzionaria della speranza:
“Penso ora ai tanti giovani che compiono le fatiche dell’apprendimento e cercano con la mente gli ostacoli da combattere. Non con le parole di un vecchio potranno aprirsi una via nel bosco del passato. Come sempre accade dopo una grande mutazione, dico quella degli ultimi anni, non possono sapere di avere diritto a un passato. Né tantomeno che la via ad esso è la medesima che può portare a un futuro. Li aspetta, se sapranno resistere alla cultura dello scherno, la capacità di commozione per la grandezza, <83 di stupore, di ammirazione, di giudizio. E invece della violenza della risata falsamente liberatrice, potranno incontrare l’ironia che si accosta alla verità senza fare rumore”. (Insistenze, pp. 129-30)
[NOTE]
61 LENZINI 1999, p. 188. Cfr. DALMAS 2006b, p. 434: «la scelta di rivolgersi in modo particolare alle nuove generazioni, che non conoscono gli eventi e le riflessioni che hanno riempito i decenni attraversati da Fortini, ma proprio per questo possono essere veicoli di nuova speranza, come l’ignara leggera rondine della nota poesia La gronda». E si legga anche la bellissima poesia Editto contro i cantastorie, in cui Fortini ricorda: «Non è assolutamente necessario | qualsiasi sentimento di pietà. Molto meglio essere travolti | da una speranza come una cupola» (Poesie, p. 412).
62 Su questi temi ricordo almeno CORLITO 1996; CAROSSO 2004, pp. 45-49; DALMAS 2006b; LUPERINI 2007, pp. 29-37 (L’“eredità” di Pasolini e quella di Fortini); pp. 77-88 (Fra Calvino e Pasolini. I giovani, la memoria, l’oblio); RAPPAZZO 2007c; CORDISCO 2015.
63 Per un’analisi d’insieme cfr. CONTU 2015. Cfr. LUPERINI 2007, p. 79: «Era un tempo, quello, in cui scrittori come Calvino, Pasolini, Fortini, Sciascia avevano ancora una funzione pubblica, e la esercitavano sugli organi di stampa più diffusi e importanti. Erano loro, e non i sociologi o gli psicanalisti, a commentare i fatti di cronaca più clamorosi ed emblematici».
64 E si legga PAGNANELLI 1988, p. 123, che ricorda la presa di posizione di Fortini contro «chi [Vattimo, Cacciari, ndr] voleva affittare una camera nel Negativo e conviverci felicemente, godendosi in pace un postmoderno senza responsabilità. Con la sparizione della metafisica, cioè di un’opzione totale, il mondo sembra andare nella frammentazione del contingente, in un eterno presente spersonalizzato, in un universo senza memoria e senza futuro».
65 In questo Calvino è accostato a Umberto Eco (cfr. «E subito spariscono» I e II, nell’Ospite ingrato; cfr. Saggi, pp. 1097-100). Si veda anche quanto discusso da LUPERINI 2007, pp. 78-79, in riferimento ad un altro intervento di Calvino sul delitto del Circeo, articolo criticato da Fortini in una lettera privata (ora in «L’ospite ingrato», I, 1998, p. 115).
66 LUPERINI 2007, p. 81. Ricordo qui che questo saggio, ancora oggi molto utile per affrontare questi temi fortiniani, si chiude con l’analisi di due poesie («E questo è il sonno…»; Reversibilità) a dimostrazione di come la questione delle adolescenze prolungate, dell’educazione come lotta e della battaglia per la memoria sia presente e centrale anche nella produzione poetica.
67 Luperini sembra ricordarsi di queste pagine fortiniane nello scrivere: «Dirò di più: l’educazione si propone anche un’altra reversibilità: quella fra natura e civiltà, fra il biologico e il sociale. L’educazione infatti grammaticalizza anche l’altro biologico, la morte, la malattia, gli istinti; lo traduce nei segni della civiltà» (2013, p. 39).
68 Cfr. Insistenze, p. 22-23: «semplice e dura verità: che il passato dei padri e dei fratelli maggiori o di noi stessi è ancora nostro, non è ancora morto, non lo si riduce a pagina chiusa, non lo si esorcizza né lo si pone fra parentesi ma lo si affronta, quando se ne abbiano le forze, a partire da un futuro prossimo o, se così vogliamo, da una meta».
69 E insiste ancora su questo tema anche nell’ultima raccolta saggistica, per cui cfr. Extrema, p. 98: «La maledizione della rivolta verticale, da padre a figlio, si supera solo trasformando la maledizione di Caino in congiura orizzontale, di solidarietà, tra fratelli».
70 Nell’articolo seguente, I giovani e lo scherno, si legge: «Invece di individuare che cosa e chi ci è vero antagonista, invece di scegliere il conflitto, si è finito con accettare l’esistenza di un’area di antagonismo assoluto e isolato da tutto il resto della società» (ivi, p. 127).
71 Cfr. SUSI 2012, p. 205: «L’eclissi della coscienza storica produce soggetti che non sono più padroni del loro tempo. Sgravati da ogni responsabilità sociale nei riguardi di un mondo proposto e percepito come immutabile, per sentirsi a proprio agio essi devono unicamente disporre del denaro per comperare le merci che regalano una salvezza istantanea, privata, a portata di tasca. […] Persuadere i più giovani dell’ineluttabilità di un tale modo di esistere attraverso l’eclisse della prospettiva storica».
72 Vale la pena di notare che l’ultima lettera di Calvino a Fortini fu proprio un «conciso biglietto d’assenso» su questo articolo pubblicato sul «Corriere della Sera» il 17 gennaio 1982 (cfr. NAVA 1998, p. 119).
73 Questa citazione è tratta da Gli Argomenti Umani (p. 750), nella sezione in cui sono antologizzati brani di Kafka, scrittore che ha affrontato «il problema centrale della formazione di un giovane: guidarne lo sviluppo senza violentarlo, orientarne e favorirne la crescita in funzione dell’autonomia» (ibidem).
74 E si legga anche quanto già Fortini scriveva nel saggio del 1967 ‘Difesa del cretino’: «Avere un rapporto non nevrotico con i padri è probabilmente molto difficile; ma esso implica, o simboleggia, il rapporto con la classe, con la realtà. Chi vuol parlare agli altri o in nome degli altri […] dev’essere già stato “parlato” dagli altri, dev’essere il supporto vivente della comunicazione, la prova del suo paradosso. Comunicare, in questo senso, è scegliersi dei compagni e disporsi con essi nell’ordine temporale. Dunque riconoscere o eleggere dei “padri” unica via per aver diritto a dei “figli”» (Saggi, p. 193).
75 Simile anche quanto si legge in Le memorie di Leonid Pljušč: «Molti di noi, e soprattutto i più giovani, hanno avuto la tentazione di tradurre la loro esperienza nel titolo di queste memorie: Nel carnevale della storia. Hanno interpretato “carnevale” come “buffonata”, come insensatezza. Come non-storia e impossibilità di un senso. Ne sono seguiti suicidi, fisici o morali, autodistruzioni rapide o lente, ritorno alla obbedienza, cinismo» (Insistenze, p. 233).
76 Dura la polemica di Fortini contro entrambi questi fenomeni; moltissimi i riferimenti critici alle droghe e Contro la retorica del suicidio (così un articolo raccolto in Insistenze, pp. 158-61), di cui vale sempre la pena di rileggere almeno l’invito finale: «Abbiamo “riguardo”, non usciamo a lasciarci tentare dal suicidio e dall’omicidio. Dobbiamo esserci tutti» (ivi, p. 161).
77 La loro arma dovrebbe infatti essere «l’ironia che si accosta alla verità senza fare rumore» (Insistenze, p. 130).
78 Oggi reinterpretato nelle forme di tirocini, generalmente non pagati, che i giovani sono costretti ad accumulare nella speranza di ottenere un contratto con maggiori tutele lavorative. Un’interessante inchiesta sulla situazione del lavoro attuale, soprattutto giovanile, è il libro di FANA 2017.
79 La polemica di Fortini è palese in questo passaggio: «Uno degli slogan della protesta anche recente rivendicava il diritto di rispondere a pessimo salario con pessimo lavoro: ecco una risposta che lasciava indifferente il capitale, se può abolire lavoro e salario e attingere alla ricchezza comune, degradando la società a colpi di cassa integrazione e col generale consenso» (Insistenze, p. 128). Contro questa tendenza, ad esempio, Primo Levi scrisse il bellissimo ‘La chiave a stella’ (Torino, Einaudi, 1978).
80 Su questo aspetto insiste in particolare l’analisi di CORDISCO 2015.
81 Cfr. ZINATO 2015, che collega questa riflessione fortiniana al pensiero di Lukács: «Il lavoro come categoria-chiave dell’antropogenesi e come risposta dell’uomo alla morte è, infatti, il centro di Ontologia dell’essere sociale» (p. 63). Tutto il saggio di Zinato è particolarmente interessante nel suo raccogliere e proseguire la riflessione fortiniana su questi temi.
82 Si tratta di un riferimento variamente esplicitato per cui cfr. ‘Dialogo ininterrotto’, p. 350: «Sto bene con quelli che potrebbero essere miei nipoti. Non hanno niente di sessantottesco»; ivi, p. 281; l’avvertenza del 1985 di ‘L’ospite ‘(ora in Saggi, p. 859) e il finale dell’articolo I padri «pentiti» e la libertà di alcuni nipotini in ‘Disobbedienze II’, p. 60. Per la più acuta descrizione della generazione dei “figli” cfr. ‘I Fratelli amorevoli’, apparso sul «Corriere della Sera» nell’ottobre 1983, e poi in ‘Insistenze’, pp. 270-78.
83 E si ricordi quanto scritto in ‘Attraverso Pasolini’ (p. X) sulla sua generazione in grado di commuoversi ‘Roma città aperta’.
Chiara Trebaiocchi, Re-schooling Society. Pedagogia come forma di lotta nella vita e nell’opera di Franco Fortini, Tesi di Dottorato, Harvard University, Cambridge, Massachusetts, 2018

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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