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Quando non sapevo ancora leggere, mia madre leggeva per me

Lalla Romano, Autoritratto con la veletta, 1938 – Fonte: Storie Milanesi

È stato come se una vita sola non ti bastasse. E infatti ne hai vissute due, Lalla. Ricche entrambe.
Eri occitana, venivi da Demonte. Tuo padre era un geometra comunale con l’animo d’artista. Fu pittore e fotografo provetto. Tuo zio materno era Giuseppe Peano, il grande logico matematico.
La vita, fin dall’infanzia, ti ha messo a disposizione tutte quelle persone che negli anni hanno sempre saputo indirizzare le tue passioni.
Ma incontrare le persone giuste, non basta. Il tuo talento stava nel saperle riconoscere.
Lionello Venturi ti fu maestro di gusto negli anni dell’Università, a Torino.
Fu lui ad indirizzarti da Felice Casorati, maestro d’arte. Diventasti una pittrice consapevole sotto il suo magistero.
Fu questa la tua prima vita, fatta d’arte, pittura, mostre, esposizioni.
E viaggi a Parigi, per aggiornare il tuo linguaggio pittorico, dove incontravi Venturi, transfuga dal regime, uno dei dodici dell’intero mondo accademico nazionale (che ne contava mille e duecento) che rifiutò di giurare fedeltà al Partito Fascista, preferendo l’esilio.
Con questi esempi di dignità quanto ti fu naturale, anni dopo, entrare nella Resistenza, nelle fila di Giustizia e Libertà?
Sapevi riconoscere le qualità umane di chi incrociavi sulla tua strada. Amasti Innocenzo Monti, un semplice impiegato di banca, lo hai sposato nel 1932. In quegli anni Raffaele Mattioli, “il banchiere umanista”, decise di coltivare la sua intelligenza e le sue capacità. Cenzo, così lo chiamavi, fece carriera, fino a concluderla da Presidente della Banca Commerciale Italiana
[…] Scrivere per te era ancora una attività privata, segreta quasi. Ardengo Soffici ti invitava a Forte dei Marmi, dove andavi per dipingere. Fu lì che, ai tavolini di un bar, incontrasti Eugenio Montale. Lo incuriosì il fatto d’essere stato riconosciuto. Non si sentiva di certo una celebrità. Finì che ti chiese di leggere i tuoi versi. Glieli portasti vergati in bella copia dentro una busta d’occasione, ma ad aprire la porta della stanza d’albergo fu Alberto Moravia. Il ricordo, negli anni, ti ha sempre divertito molto.
Montale annotò a matita i tuoi fogli, apprezzò tuoi versi. Fu forse il tuo primo lettore ufficiale. Ti rimase affezionato per tutta la vita. Fu così che iniziasti a scrivere per lui di mostre d’arte a Torino. Da pittrice, ma forse già da scrittrice. Poeta, per la precisione. Ché nel 1941 pubblicasti la tua prima silloge, “Fiore”, con Frassinelli. Ne regalasti una copia a Giulio Einaudi, con una dedica puntuta: “a chi non ha voluto stampare questo libro”. Nacque così la vostra amicizia, Lalla. Einaudi fu il tuo editore per tutta la vita.
[…] Ma avevi amici scrittori come Cesare Pavese, tuo compagno di studi a Torino, che ti chiese nel 1944 di tradurre per Einaudi i Trois contes di Gustave Flaubert.
Anche così si diventa scrittori. Per caso. Fu il lavoro di traduttrice che fece crollare i tuoi ultimi dubbi nei confronti della forma romanzesca, considerata da te un intrattenimento per signorine borghesi. Così diverse da te che eri un’artista. “Dovevo a Flaubert – hai dichiarato anni dopo – il mio passaggio dalla pittura alla narrativa. Un cuore semplice per me era stato decisivo, la fine del pregiudizio che nutrivo verso il romanzo”.
Fu Flaubert e fu la guerra. Bombardarono la vostra casa torinese. Riparaste a Cuneo. La tua prima vita venne rinchiusa in decine e decine di bauli. Li riapristi a Milano, nel 1947, quando con Piero raggiungesti Cenzo. L’anno appresso arriverà in città anche Montale che andrà a vivere in via Bigli. Non abbandonerete mai più Milano.
Iniziò così la tua seconda vita. Cenzo trovò la casa che meglio vi somigliava: nel cuore di Milano, nel quartiere degli artisti, ma appartata. Era Brera e non lo era. Sulla strada neppure si vedeva l’edificio nascosto nel cortile, costruito sulle macerie dei bombardamenti, nuovo, come nuovo era il vostro rapporto con la città. Foste milanesi a modo vostro. Da sabaudi.
Ci pensò Elio Vittorini a fare da ponte con Torino e la tua nuova città. Aveva appena inaugurato una collana, I gettoni, per Einaudi. Il primo volume fu di Franco Lucentini. Il secondo le tue Metamorfosi.
Iniziasti a intessere un nuovo mondo di relazioni. Ma niente vita mondana. Solo luoghi della città dove incrociarsi, dove scambiare idee e passioni.
[…] Hai sempre avuto un rapporto fisico con la scrittura. Retaggio del tuo passato di pittrice. Hai sempre scritto a mano ogni prima stesura: la penna era il pennello, il foglio la tela. Il tavolo del soggiorno rimase ingombro di carte fino all’ultimo tuo giorno di vita. Ed era un continuo spostare e rispostare carte,
quando pranzavate a casa.
La pazienza di Cenzo era il suo modo di amarti. Casa tua non fu mai scenario di cene di rappresentanza, come il suo ruolo di dirigente prevedeva. Tu stessa, per le colazioni di lavoro, preferivi incontrare editori e colleghi al Rigolo, in Largo Treves. Apparivi al ristorante sempre con la tua peculiare, raccolta, eleganza.
Unico vezzo il cappello in testa. Avevi una vera e propria collezione di cappellini. All’apparenza quasi un vezzo d’artista, anche se per te erano semplici oggetti pratici, dato che soffrivi di mal di testa già alla prima bava di vento.
Lo Strega nel 1969 per Le parole tra noi leggere (verso rubato al tuo Montale) portò gioia e tristezza.
Piero non amò essere al centro della tua narrazione. Eppure quante donne, quante lettrici, vennero a trovarti a casa per un consiglio. Tu, che ti sentivi una madre fallita, non capivi come poter aiutare quelle amiche sconosciute. Eppure non hai mai rifiutato un incontro, un appuntamento, da pari a pari.
Ti sentisti sola, scomparso Cenzo e con Piero ormai lontano, nella tua “tana” di via Brera. In quegli anni hai conosciuto Antonio Ria. Il vostro fu un incontro di solitudini. Una nuova vita, possiamo dirlo, Lalla?
La terza. L’ultima. Fu la sua devozione e la sua curiosità che ci fece riscoprire il tuo passato. Fu lui che trovò accatastata sotto il letto, o chiusa in antichi bauli polverosi, tutta la tua opera pittorica. Rinascesti di nuovo come pittrice. Le pareti di casa tua conobbero i tuoi dipinti giovanili. Gli studenti dell’Accademia, ai quali bastava attraversare la strada, iniziarono a farti visita. Magari fermandosi per una sigaretta davanti al cancello di casa tua, nei pressi di quel fazzoletto di giardino che tu amavi, per i suoi ciliegi in fiore, e che il Comune di Milano volle dedicarti dopo la tua scomparsa.
Gianni Biondillo, Lalla Romano, Storie Milanesi

Il breve brano che presentiamo è tratto dal romanzo “Una giovinezza inventata” di Lalla Romano, scrittrice originaria di Demonte dove era nata l’11 novembre 1906. Scrittrice prolifica, aveva cominciato la sua carriera a Torino come pittrice, formatasi alla scuola di Felice Casorati, per poi passare alla letteratura nel secondo dopoguerra, con una serie di romanzi che le conferiscono una fama internazionale. In uno dei primi romanzi Lalla Romano descrive un avventuroso viaggio da Cuneo al mare che, in compagnia del prozio Giuseppe Peano (famoso matematico), intraprende nel 1917, all’età di undici anni, attraverso i monti liguri. Alla frontiera francese il comodo viaggio in treno si interrompe e la compagnia prosegue a piedi nel territorio alpino. Il brano ci restituisce un fuggevole ma intenso ricordo dei boschi e dei villaggi brigaschi attraverso gli occhi incantati di Lalla bambina, attratta dall’improvvisa avventura e dai luoghi selvaggi in cui si addentrano. Nel brano sono inseriti passi del resoconto del viaggio, redatto da Giuseppe Peano in latino, e inviato alla nipote per esercitarla nella lingua classica al tempo del suo ginnasio. Il legame di Lalla Romano con la terra ligure si rinsalda successivamente attraverso i contatti con il mondo letterario ligure (Eugenio Montale, Francesco Biamonti) e attraverso i suoi lunghi soggiorni a Bordighera, di cui amava il paesaggio con i suoi tramonti rosso fuoco e le antiche atmosfere della città vecchia.
Loretta Marchi, A Vastera
A 11 anni, nel 1917, lo zio Giuseppe Peano, il noto illustre matematico, le fa da guida in un suo indimenticabile viaggio da Cuneo verso il mare, passando da Briga, da Collardente e da Realdo
Lo zio scrisse per me in latino il resoconto di un piccolo viaggio che avevo fatto con lui. Era a Cuneo, ospite del mio nonno materno ( suo fratello); mi disse:- Andiamo a vedere il mare-: Avevo inteso dire che lo zio soleva partire all’improvviso. Proprio in questo viaggio imparai a conoscerlo. Già il “partire improvvisamente” che sconcertava i familiari era una rivelazione: un’idea eccitante, liberatoria ( sapevo anche che partiva per l’estero senza valigie: si può comprare dovunque quello che occorre) Ed ero orgogliosa del suo pensiero per me: farmi vedere il mare( l’avevo visto quando avevo quattro anni, a Montecarlo) Voleva anche, disse , vedere le condizioni del paese in guerra. La mia impressione fu poi che questi motivi ci fossero, ma che il vero scopo fosse il viaggio stesso. Al confine, a San Dalmazzo di Tenda, “cupiebamus ire ad urbem Intemeliorum, vulgo Ventimiglia; sed quoniam transire Galliam non licet, nos pedibus calcantibus imus ad Brigam…” La ferrovia attraversava un tratto di Francia e occorreva un lasciapassare. C’erano delle contadine, desolate perché non l’avevano, e lo zio diede loro il nostro: noi avremmo fatto la traversata a piedi. Le ziette (Rina e Maria) dovettero farsi aggiustare i tacchi delle leggere scarpe bianche di tela, la zia Nina era preoccupata, però rideva: anche lei amava le avventure. Lo zio fu avvertito che la strada era lunga, e non c’erano alberghi per via; infatti a notte eravamo sulle montagne. “ Pervenimus ad casas vocata ab fraxino. Ibi nos edimus coffeam cum lacte e dormimus in foeno” Nel fieno c’erano cardi pungenti , il fienile era inclinato sul vuoto, nella baita semidiroccata . “ Primo mane surgimus et proficisciamur ad Collee Ardentem ( il nome m’incantò). Descendimus, vidimus longe Verdeggiam, et pervenimus ad Realdum”. A Realdo nella trattoria non avevano altro che una frittata; lo zio andò anche al Comune a vedere “come funzionavano gli approvvigionamenti”. “Continuamus descensium, per viam stratam ex marmore, inter rupes altissimas, quas fluvius Argentina rapidus lambis” Lungo la mulattiera, sui prati aridi c’erano distese di susine gialle cadute: lo zio non mi permise di raccoglierne nemmeno una. Invece a Sanremo, la sera – sul tram le tendine erano abbassate” per il pericolo dei sottomarini” – lo zio commise tranquillamente un’infrazione: scostò la tendina. Alle rimostranze della tranviera ripose:- la mia nipotina deve vedere il mare- . All’Hotel Splendid eravamo i soli ospiti, le immense specchiere erano coperte di teli scuri, e la padrona troneggiante alla cassa – vestita di seta nera con le maniche gonfie – ci avvertì che non aveva altro che uova. Al ritorno sentii poi lo zio riferire che “ il paese era allo stremo”. Era il 1917.
Lalla Romano, Una giovinezza inventata, cit., pp 12-14

Nel 1997, quattro anni prima di morire, Lalla Romano pubblica il “romanzo non-romanzo” In vacanza col buon samaritano, riedito nel suo ventennale da Einaudi e frutto di quello che Giulio Ferroni chiama lo “stile tardo” dell’autrice, uno stile dominato dal vuoto, dall’assenza, in cui il linguaggio viene privato di ogni orpello per recuperare la propria essenzialità.
Il “buon samaritano” del titolo è l’immagine da cui scaturisce il libro e che diventa il suo centro gravitazionale; si tratta, certamente, di una figura cristiana, ma filtrata attraverso le opere di Rembrandt: «Quando dicevo “buon samaritano” […] rivedevo […] due o più incisioni di Rembrandt. Un uomo, un orientale, visto di spalle, sta caricando sulla sua cavalcatura un uomo inerte, svenuto», scrive l’autrice.
Come emerge dalla lettura dei brevissimi capitoli, raccolti in sezioni, il “buon samaritano” è sintesi di umiltà, umanità, compassione, pazienza, è colui che «ama l’uomo sofferente, e ne ha cura: signorilmente»: è Antonio, che si prende cura di Lalla; è Luciana, che la aiuta nella sua ricerca angosciosa; è anche Frieda, la moglie di Alessio; ed è soprattutto quest’ultimo, lo zio Alessio, un prete che si sveste dell’abito ecclesiastico per potersi sposare e il cui ricordo attrae misteriosamente la voce narrante e protagonista.
La vacanza è proprio un’incursione nella vita dello zio, morto di una malattia indicibile contratta al fronte; Lalla ne ricostruisce l’esistenza ripercorrendo i suoi luoghi – primo su tutti Bordighera –, conoscendo le persone che gli sono state accanto, ma anche osservando le fotografie e le cartoline offertegli da Luciana.
Uno dei traits d’union del libro è costituito dalla presenza ricorsiva della pittura, altra grande vocazione della scrittrice: non c’è solo Rembrandt, ma anche Friedrich von Kleudgen, e molti altri quadri senza nome, pregni di significato per chi scrive. Il vero e proprio collante che conferisce uniformità all’opera è, però, il suo carattere meditativo: la narratrice riflette, spesso laconicamente, sui vari aspetti dell’esistenza e sui propri affetti, durante quella pausa dalla consuetudine che è la vacanza.
In vacanza col buon samaritano è dunque un diario diseguale, reticente, pieno di buchi narrativi, privo di unità temporale (la “vacanza” è, infatti, la somma di più vacanze, di diversi intervalli di tempo, anche distanti tra loro) in cui vengono isolati e offerti al lettore soltanto i momenti di scavo interiore, per ritrovare ciò che è perduto.
Nadia Lazzaroni, Verso l’essenziale, 1000 miglia, 5 gennaio 2018

[…] Si è trasferita a Milano nel 1947 dopo aver vissuto alcuni anni a Torino. Fin da giovane si è dedicata alla pittura; allieva di Lionello Venturi, nel 1928, dopo aver conseguito la laurea in Lettere all’Università di Torino, entra nella scuola di Felice Casorati e inizia a esporre in mostre collettive. All’inizio degli anni Trenta scrive racconti, poi pubblicati nel 1975 nella raccolta La villeggiante. Il suo esordio letterario avviene nel 1941 con la raccolta di poesie Fiore. Durante la guerra traduce, su richiesta di Cesare Pavese e per conto di Einaudi, i Trois contes di Flaubert: grazie a questa esperienza inizia a dedicarsi alla narrativa. Nel 1951 pubblica, nella collana “I Gettoni”, curata da Elio Vittorini per Einaudi, il suo primo libro di narrativa, Le metamorfosi. Tra i libri successivi, per la maggior parte pubblicati da Einaudi, si segnalano: Maria (1953), Tetto Murato (1957), Diario di Grecia (1960; 1974), L’uomo che parlava solo (1961; 1995), La penombra che abbiamo attraversato (1964), Le parole tra noi leggere (1969, Premio Strega), L’ospite (1973), Una giovinezza inventata (1979), Inseparabile (1981), Nei mari estremi (1987; 1996), Un sogno del Nord (1989), Le lune di Hvar (1991), In vacanza col buon samaritano (1997), Dall’ombra (1999). Dopo Fiore, Lalla Romano ha pubblicato altre raccolte di poesie, fra cui Giovane è il tempo (1974), fino a Poesie (2001).
Un aspetto significativo della sua produzione letteraria sono i cosiddetti “romanzi per immagini”, racconti fotografici nei quali i commenti rafforzano il valore assoluto dell’immagine. Si ricordano in particolare Lettura di un’immagine (1975), Romanzo di figure (1986), Nuovo romanzo di figure (1997). I critici, tra cui Montale, Carlo Bo, Pasolini, Ferroni, Segre – che ne ha curato la pubblicazione delle opere in due volumi (1991-92) nei Meridiani Mondadori – hanno indicato le linee interpretative dei suoi scritti nella paziente investigazione dell’esistenza, nella ricerca della verità e nell’accostamento articolato fra scrittura e pittura. È stata messa in luce inoltre la “classicità” della sua lingua; Calvino ne sottolineò l’«aerea semplicità di stile» […]
Giulia Ceccutti, Lalla Romano, Enciclopedia delle Donne

[…] In Una giovinezza inventata (Einaudi, Torino 1979) si legge: «Nell’estate arrivarono a Boves cartoline da posti di villeggiatura che supponevo elegantissimi e mondani, specie uno: Lido di Camaiore, per il bel suono del nome». È in questo stesso romanzo che Romano racconta la prima lettura di Combray: «A me sarebbe piaciuto scrivere soltanto storie della mia famiglia. Nulla mi avrebbe mai interessato quanto il “mio” mondo. Divorai Combray con la sensazione che il mio libro l’avesse già scritto Proust».
[…] E di nuovo alcune parole di Lalla Romano, parole che sembrano confermare la lettura che si è data: «[…] cosa vuol dire per me memoria: vuol dire sogno. Come il sogno della realtà, la cosiddetta realtà delle nostre
esperienze, essa configura delle immagini che si connettono in qualche modo in un mito. Questa è la vera lettura della realtà e del sogno che per me sono la stessa cosa» 90. Era maggio, c’era il sole e il cielo sereno. Era vera la Svezia? 91
[…] Scritti inediti
[…] I libri dell’83
Per primo voglio ricordare L’angelo di Avrigue di Francesco Biamonti (Einaudi). Singolare romanzo, che ha una luce e un odore: quelli delle montagne e del mare, il mare di Liguria. Lo sentivo fraterno, leggendolo, e ignoravo che anche i miei scritti erano fraterni all’autore, come poi lui stesso mi rivelò.
Drammi (e tragedia) vi sono non analizzati e nemmeno descritti, ma soltanto intravisti, con pudore: la vita è troppo intensa.
[…] Revelli
L’anello forte
Mi sono sentita molto coinvolta dal libro di Nuto Revelli L’anello forte. La donna: storie di vita contadina, per molti aspetti. É il mondo in cui sono nata; è il mondo in cui sono vissuta bambina, poi giovane e poi sono tornata infinite volte. Il libro mi ha appassionato anche per altri motivi. É un libro composto di autobiografie femminili. Questo è gia interessante; ma quello che mi ha più presa e mi ha affascinata realmente è stato il tono di assoluta sincerità di questi brevi o lunghi racconti. Quelli più lunghi – di cinque-sei fitte pagine – potrebbero alimentare interi romanzi.
I temi trattati sono sempre gli stessi. L’autore chiedeva a queste donne quanti erano in famiglia, dove erano vissute; come era stata la loro adolescenza, il loro matrimonio, i figli, i parti, le malattie ecc. Le narrazioni di vita intrecciata con la morte – molto con la morte date le condizioni di povertà, fino ai limiti della sopravvivenza, di questa gente – sono già una testimonianza fortissima.
Ma quello che mi ha affascinata è la bellezza del libro. É una grande opera di poesia.
[…] Cassola 1989
Carlo Cassola
La prima tentazione sarebbe di continuare il discorso già avviato e magari discutere le proposte e le tesi di Cesare Garboli; ma vorrei dire anzitutto che non so bene perché sono stata invitata a questo convegno.
Dicevo scherzando poco fa col poeta Luzi, non so come mai io, piemontese, a parlare di un toscano. Il fatto è che piemontese e toscano sono delimitazioni concretissime e importanti anche filologicamente, però per me non significano nulla, se non quello che riguarda me stessa: cioè cosa hanno contato per me gli scrittori dell’Italia centrale. Sono stata recentemente definita una il cui destino letterario non facile è legato al fatto di essere nata a Demonte, in provincia di Cuneo, e questo è vero: infatti quello che è vero nella nostra esistenza pesa anche sul nostro lavoro. Pavese diceva che gli scrittori piemontesi studiano l’italiano come il latino, cioè per i piemontesi l’italiano è una lingua morta; ai tempi della nostra infanzia – eravamo quasi coetanei – si parlava il dialetto anche nelle famiglie colte. Io ho sempre gustato l’arguzia e la pregnanza di certe parole del dialetto, ma sapevo che non era la mia lingua. Per me l’italiano non era una lingua straniera, tant’è vero che non ho mai pensato in dialetto. Quando non sapevo ancora leggere, mia madre leggeva per me. Ho fatto il ginnasio e liceo a Cuneo. Oltre alla poesia si leggeva anche molta prosa, sia latina che italiana. I professori che ho avuto io, particolarmente uno, ci invitavano a questo: imparare a memoria anche la prosa, non solo i versi. Ho poi continuato per conto mio, e questa disciplina mi ha nutrita […].
90 ROMANO, Un sogno del Nord, cit., p. 182.
91 Ivi, p. 6.

Paolo Di Paolo, La scrittura critica di Lalla Romano, Dottorato di Ricerca in Studi di Storia Linguistica e Letteraria Italiana, XXIV Ciclo, Università degli Studi Roma Tre, 2012
Il lavoro di ricerca [quello di Paolo Di Paolo] nell’archivio di Lalla Romano (Milano, Via Brera) ha consentito di ricostruire una bibliografia complessiva dei suoi scritti di carattere critico (compresi fra il 1947 e il 2001): accanto all’attività di poetessa e pittrice prima e di narratrice poi, Romano ha costantemente collaborato con riviste e periodici. Per lunghi periodi è stata titolare di rubriche di recensioni e ha avuto quindi modo di analizzare un vasto numero di opere di autori suoi contemporanei. Dall’analisi dei testi pubblicati e dei rispettivi appunti preparatori, minute ecc., è possibile verificare come gli aspetti più peculiari – su un piano perfino di struttura sintattica – della sua scrittura “creativa” siano fondanti anche della sua scrittura critica. La recensione diventa, per Romano, un “diario di lettura” che risponde agli stessi criteri di un qualunque altro suo testo in prosa e che soprattutto non si piega alle esigenze giornalistiche (interessanti sono gli scambi epistolari con capiredattori e direttori di testata), rivendicando un assoluto stilistico senza deroghe. Gli scritti critici di Lalla Romano consentono di tratteggiare una sorta di “biografia intellettuale” della scrittrice piemontese, che evidenzia – accanto alle relazioni con i protagonisti della cultura italiana di oltre mezzo secolo – la vastità dei suoi interessi, il gusto severo e l’anticonformismo con cui affrontava le scritture altrui. Nel laboratorio di lettrice e critica entrano in gioco anche i numerosi testi – pubblicati o inediti – attraverso i quali Lalla Romano si confrontava con sé stessa e con la propria scrittura nel corso degli anni: prefazioni, note, conferenze che la portano a ripensare i propri stessi libri, a precisarne anno per anno gli intenti e il senso, a definire con consapevolezza un itinerario di coerenza estrema. L’intento dello studio – articolato in due parti (la prima che consiste nella trattazione e la seconda che offre i materiali ricostruiti, laddove possibile, in tutte le fasi di redazione d’autore) – si conferma quello di mettere meglio a fuoco la personalità di un’autrice che – come ha scritto Giulio Ferroni – “con la sua vita, con la sua scrittura […] ha riscattato tutto ciò che di prezioso ha trovato nel mondo e nel secolo che ha attraversato”. Ne risulta anche l’opportunità di un’ulteriore discussione del rapporto problematico tra scrittura e vissuto, centrale nell’opera di Lalla Romano e rispetto alle odierne tendenze delle letterature internazionali. Arcadia UniRoma.

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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