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Queste altre tre storie del Corvo

Italo Calvino ed i compagni di Liceo sulla passeggiata Imperatrice di Sanremo. Da sinistra: Eugenio Scalfari, Percivalle Roero, Gianni Pigati, Pietro Dentone, il futuro scrittore e Agostino Donzella – Fonte: Annalisa Piubello, Op. cit. infra

[…]
Testimonianze d’epoca – La stessa cosa del sangue – Attesa della morte in un albergo – Angoscia in caserma.
Queste altre tre storie del Corvo sono interessanti, dalla prospettiva che abbiamo scelto, per più di un motivo.
Innanzi tutto sono tra le prime scritte, tutte nel ’45, e sono tutte di argomento memoriale.
È importante sottolineare che questi racconti di guerra, anche se vennero pubblicati nel 1949 in Ultimo viene il corvo, costituiscono la base di partenza del Sentiero dei nidi di ragno in quanto antecedenti ad esso, ma non solo per questo. Andra Dini commenta: «Il Sentiero, in un certo senso, nasce dai racconti come l’araba fenice dalle sue ceneri. La consonanza tematica e temporale di alcuni di essi ne ha di fatto incoraggiato il recupero per parti». (DINI, A. 2007: 249)
Delle riprese, delle corrispondenze e delle consonanze tra questi racconti e il Sentiero parleremo nel capitolo dedicato a questo romanzo.
[…] È interessante osservare che vennero pubblicati nel Corvo, ma tagliati nell’edizione del ’58 dei Racconti e anche dalla riedizione del Corvo del ’69.
Nella nota alla nuova edizione del Corvo, datata ottobre ’69, Calvino scriveva: «Sono stati eliminati tre testi del ‘45 […] cioè le prime cose che scrissi dopo la fine della guerra, tentativi di dar forma narrativa alle esperienze recenti, dove l’evocazione è ancora troppo legata ad un appello emotivo». (CALVINO, 1991: 1262)
Verranno ripristinati nuovamente nell’edizione del ’76 come «testimonianza d’epoca».
Queste continue oscillazioni suggeriscono un’idea di ambivalenza, di attitudine contradditoria rispetto alla propria autobiografia.
Le vicende che hanno svolgimento nei tre racconti, hanno una loro realtà storica e sono state ricostruite mediante interviste con i protagonisti e ricerche documentarie da Pietro Ferrua che le sintetizza così: “Nel 1944 il Professore 54 viene arrestato e ne viene simulata la fucilazione per far confessare alla moglie dove fossero nascosti i figli, gli altri partigiani, le armi. Poi viene arrestata anche la moglie e, infine, in un rastrellamento, anche Italo. Che però qualche giorno dopo, durante una traduzione, riesce a fuggire e a raggiungere di nuovo i partigiani”. (FERRUA, P.,1991:18)
“La stessa cosa del sangue”, il primo di questi tre racconti, costituisce un primo tempo, per così dire, degli accadimenti sintetizzati sopra; narra infatti la vicenda di due fratelli nascosti nei boschi dell’entroterra ligure per sottrarsi alla leva obbligatoria della Repubblica di Salò.
Essi vengono a sapere che la loro madre è stata presa dai tedeschi perché riveli dove i figli sono nascosti.
L’arco temporale coperto dal racconto è brevissimo: 24 ore. Quanto basta per render conto di un momento decisivo dell’esistenza dei due giovani protagonisti, di un cambio radicale di prospettiva sul mondo e sulla vita, di una presa in carico di responsabilità: “Al ritorno parlando col fratello disse:- Questa vita di ribelli di lusso non ho più testa a farla. O facciamo il partigiano o non lo facciamo. Uno di questi giorni sarà bene che pigliamo la via dei monti e saliamo con la brigata-. Il fratello minore disse che ci aveva già pensato”. (Ibid., 227)
L’episodio che viene narrato, come abbiamo detto, è autobiografico e si riferisce all’arresto della madre dei giovani fratelli Calvino che si stavano nascondendo in una «grotta» fatta costruire dal padre per poter sottrarsi alla chiamata alle armi dell’esercito repubblichino.
Ne dà testimonianza Pietro Sughi, nome di battaglia Pier delle Vigne, noto antifascista e partigiano, intervistato da Ferrua:”Io avevo organizzato questo distaccamento. Dato che lui stava lì di casa allora ha fatto parte anche lui di questo distaccamento e il primo incontro si può dire che è avvenuto in questa grotta che aveva fabbricato suo padre appunto per i figli, a San Giovanni, sotto la vicina di casa, dietro la casa”. 55 (FERRUA, cit.: 92)
I due fratelli nel racconto non vengono nominati se non con l’espediente della loro relazione d’età: fratello maggiore e fratello minore. 56
Noi scorgiamo sottotraccia l’autoritratto dell’autore: «Il fratello maggiore era un tipo più trasognato, come ospite di un altro pianeta, forse nemmeno capace a armare una pistola».
(CALVINO, 1991: 221-222), e anche il ritratto del fratello Floriano nel più estroverso e spensierato ragazzo che segue la pastorella: “Tornando per il bosco avevano incontrato una ragazzotta che conduceva delle capre e il fratello minore che ci s’era fermato insieme. Per tutto il bosco continuarono a sentirlo cantare assieme a lei, saltando per le rive dei pini con le capre”. (Ibid.,221)
Il duplice ritratto è confermato da Libereso Guglielmi nell’intervista di Pizzetti: ” [Italo] è sempre stato un ragazzo quasi scorbutico […] Un giorno eravamo alle feste di San Romolo, Floriano era lì che cercava di pizzicare una cameriera. Quando lo vedevano tutte le cameriere se ne andavano perché cercava di pizzicarle, Italo invece faceva il bravo ragazzo […] Floriano non era come Italo, lui se ne fregava, molestava tutti…” (PIZZETTI, I. 1993: 80)
Nel corso della narrazione ci imbattiamo anche nella nonna di Calvino, l’anziana madre di Eva Mameli, che viveva a Villa Meridiana con i Calvino e con un’altra figlia: “Nella grande casa tra gli olivi dove erano sfollati, la nonna novantenne semicieca era una grande domanda nera in attesa. C’era una lunga storia di guerre in lei, nella memoria spietatamente lucida: c’era Custoza, c’era Mentana, guerre con trombe, guerre con tamburi”. (CALVINO, 1991: 222)
[…] In questa situazione drammatica i genitori vengono descritti come persone coraggiose che sanno affrontare la situazione: “Arrivò il fratello con notizie migliori: il padre faceva il malato per non essere preso e voleva farsi piantonare in ospedale perché lasciassero la madre; la madre era ostaggio e mandava a dire di stare attenti e non in pensiero per lei”. (Ibid., 226)
Il racconto dunque narra fatti realmente accaduti, e i protagonisti delle vicende sono i componenti della famiglia Calvino, fedelmente ritratti in situazione. 57
Il tono emotivo che aveva disturbato Calvino consiste presumibilmente nel richiamo al legame viscerale con la madre che motiva la scelta della guerra partigiana: “La lotta, l’odio per i fascisti non erano più come prima, per il maggiore una cosa imparata sui libri, ritrovata come par caso nella vita, per il minore una bravata, un girare per le mulattiere carico di bombe a spaventare le ragazze, erano ormai la stessa cosa del sangue, una cosa profonda in loro come il senso della madre, 58 una cosa decisa una volta per tutte, che li avrebbe accompagnati per la vita”. (Ibid., 225)
[…] Il secondo racconto del trittico, Attesa della morte in un albergo, costituisce a sua volta il secondo tempo della vicenda storica sintetizzata da Ferrua.
Il protagonista, un giovane partigiano di nome Diego, insieme al compagno Michele viene catturato dai tedeschi in una operazione di rastrellamento e portato in un albergo per essere o fucilato o lasciato libero. In queste ore di attesa si viene apparentemente a sapere che Michele sarà giustiziato, mentre invece più tardi entrambi i compagni saranno trasferiti a Marassi, il carcere di Genova.
Le poche ore di «attesa della morte in un albergo» danno occasione a Diego per una serie di riflessioni e fantasie.
Il riscontro storico-biografico lo troviamo ancora una volta in Ferrua: “[…] una spiata dirige i nazifascisti a San Giovanni nel corso di un rastrellamento in tutta la vallata che continua fino a San Romolo il 25 novembre 1944. Riescono a fuggire Pier delle Vigne e Flori, mentre vengono arrestati Santiago 60, Leone e Ghepeú […] Italo Calvino trascorre circa tre notti fra Villa Giulia o Villa Auberg e il carcere di Santa Tecla paventando una fucilazione che lo risparmierà ma mieterà altre vittime. Durante questa breve detenzione si imbatte in Sergio Grignolio […], in Flavio Gioffredi, e in Fulvio Goya, il quale rievoca l’angoscia di una notte insonne e di un appello all’alba di fronte al plotone di esecuzione”. (FERRUA, cit.: 94)
Dai manoscritti finora venuti alla luce 61 risulta che non tutti i racconti del Corvo subirono grandi rimaneggiamenti, mentre Attesa della morte in un albergo fu espunto in diversi luoghi. Innanzitutto il titolo. Inizialmente il racconto si intitolava Lamento per un compagno morto. Il nuovo titolo appare meno emotivamente enfatico e, come giustamente nota Falcetto, oltre a cancellare il riferimento ai personaggi, «sembra marcare l’affinità con il titolo del racconto successivo, Angoscia in caserma», costruito sull’indicazione di uno stato emotivo e localizzazione in uno spazio chiuso». (FALCETTO, B., 2005: 107)
In secondo luogo Calvino scarta otto passi abbastanza ampi in funzione di una maggiore compattezza e agilità del testo. 62
Quello che colpisce in questo testo è il suo andamento irregolare, il continuo spostarsi della narrazione avanti e indietro nel tempo con un uso reiterato del flashback, riproducendo nella scrittura la tensione angosciosa che domina l’animo del protagonista.
Riferendosi a questi tre racconti Claudio Milanini commenta: “C’è anche in questo primo “tentativo di dar forma alle esperienze recenti”, un ricorso del tutto anomalo all’analessi, una focalizzazione variabile che spezza ogni linearità, un gioco fitto di esitazioni, indugi e riprese che si ripercuote dall’una all’altra sequenza, un affollarsi di personaggi ora fortemente tipizzati ora psicologicamente sfaccettati, sottoposti a una prolungata introspezione. Al centro, un autoritratto appena velato dall’uso della terza persona”. (MILANINI, C., 1997: 180)
Compare non solo un autoritratto ma anche un ritratto – il primo in ordine di tempo – del padre: «Un vecchio con la barba bianca, vestito da cacciatore, padre di uno di loro, s’alzava ogni tanto nella notte scavalcando i loro corpi e andava a orinare in un angolo, con sforzo». (CALVINO, 1991: 229)
Addentrandoci nell’analisi del Corvo ritroveremo ripetutamente la figura del padre arricchita di ulteriori dettagli.
È da sottolineare che a Calvino sempre il padre sembrò vecchio data la differenza grande di età tra i due, 48 anni; ricorderemo anche che il padre era un cacciatore e che era la norma vederlo vestito a quel modo.
Altro elemento interessante perché non frequente nella narrativa Calviniana è il tono apocalittico che assume la visione notturna del protagonista prima che l’attesa della morte si risolva in un trasferimento al carcere di Genova.
In questa fantasia prossima all’incubo, dai colori quasi dostoevskijani, non solo il compagno condannato presumibilmente a morte diventa «una forza minacciosa della natura» che impersonifica l’idea stessa della colpa, per tutti e per sempre, ma anche il «vecchio padre» diventa una sorta di «angelo sterminatore» o di divinità maligna e vendicativa: “Il vecchio padre vestito da cacciatore s’alzava nella notte e cominciava a orinare gemendo, enorme sopra tutti loro. I fiumi straripavano, tutti gli uomini cattivi e buoni venivano sommersi. Gli organi del vecchio, stanchi per aver generato tutti gli uomini, ora annegavano l’universo”. (Ibid., 234)
Qui ritroviamo molto marcato e, in certo senso, poco calviniano quell’«appello emotivo» che aveva indotto l’autore ad espungere questo racconto dalla edizione del ’58 e del ’69.
Un’ultima annotazione: questo testo costituisce per la sua data di composizione la prima occasione per Calvino di consegnare alla scrittura alcune riflessioni sulla morte. È interessante, a nostro avviso, che in questo racconto giovanile si esprima sull’argomento quasi con le stesse parole del signor Palomar, alter ego dello scrittore, sua ultima creatura.
La riflessione che chiude Palomar ha per argomento Come imparare ad essere morto, mentre Michele, il compagno che attende con Diego «la morte in un albergo», «Forse pensava al vuoto, come per abituarsi a non esistere». 63 (Ibid., 233)
Il terzo tempo di questo trittico di guerra, Angoscia in caserma, fu in realtà il primo che Calvino scrisse nell’autunno del ‘45. Era inizialmente intitolato Angoscia e fu pubblicato in ritardo sulla rivista «Aretusa» nel dicembre del ’46 64: “Da [l’esperienza partigiana.] nacquero, qualche mese dopo, nell’autunno del ’45, i miei primi racconti. Il primo fu mandato ad un amico, che in quei giorni era a Roma; Pavese lo trovò buono e lo passò a Muscetta, che dirigeva la rivista «Aretusa». Il numero di «Aretusa» uscì con molto ritardo, l’anno dopo”. (CALVINO, 1995: 2715)
In Angoscia in caserma protagonista della vicenda è un giovane partigiano catturato dai «repubblichini» 65 e imprigionato in una caserma fascista; negli oggetti che lo circondano, il ragazzo crede di vedere «un significato minaccioso e allusivo al suo avvenire», cosicché il mondo si trasforma in un immenso meccanismo messo in moto contro di lui: «Il male, a rifletterci, gli era cominciato in prigione, la notte dopo esser stato preso: «Da allora in poi le cose e gli uomini non furono più loro stessi ma simboli». (CALVINO, 1991: 237)
La follia è a un passo, ma il racconto è a lieto fine: durante il trasferimento a un altro carcere il protagonista, che è “figura” dell’autore, riesce a saltar giù dal camion e a fuggire insieme a un altro ragazzo.
Tra l’incipit di tono “paranoide” e il finale liberatorio della fuga tutto lo spazio della narrazione è occupato dal racconto delle riflessioni angosciose del ragazzo, delle sue incertezze su qual partito prendere, se restar fedele alla scelta di non combattere con i repubblichini e, magari, tentare la fuga per unirsi definitivamente ai partigiani, con i quali già aveva rapporti, o arrendersi a collaborarare perché: «[…] finché il governo paga, è meglio esser dalla parte del governo ed evitare fastidi alla famiglia». (Ibid., 242)
Nel corso del racconto, oltre al vissuto individuale angoscioso, troviamo ancora una volta accenni alla famiglia e segnatamente al padre: «Non c’era motivo d’angosciarsi tanto, bastava attendere con pazienza che l’affare dei suoi si risolvesse, che suo padre fosse liberato». (Ibid., 237)
E ancora: «[…] suo padre che forse sarebbe stato liberato e avrebbe potuto mettersi al sicuro dalle rappresaglie con tutti i suoi». (Ibid.,243)
Come vediamo, si ritorna al contenuto biografico dell’arresto dei genitori, ma per brevi cenni, senza insistenza né compiacimento, perché, come Calvino spiega a Marcello Venturi lamentando che i pezzi dell’amico sono troppo melodrammatici: “Non si può scrivere tutto quello che si sente, a mia madre pure è successa una cosa simile, solo che al muro non hanno messo una sedia, ma mio padre, tutto tal quale, tranne l’uccisione, ma io non potrò mai raccontare una cosa simile”. (CALVINO, 2000: 149)
Questo racconto costituisce la fase finale dell’elaborazione soggettiva della scelta partigiana: dal rifiuto ad arruolarsi nella Repubblica Sociale, al nascondersi nella «grotta» di San Giovanni, al partecipare attivamente alla guerriglia.
La fuga spericolata dal camion che doveva portarli al Marassi 66 segna la fine di una condizione adolescenziale di incertezza e l’assunzione di una scelta di vita che, prima di ogni altra cosa, come bene suggerisce Andrea Dini, è «una scelta privata di moralità». (DINI, A., 2007: 17).
Calvino stesso commenta: “Ero stato prima d’andare coi partigiani, un giovane borghese sempre vissuto in famiglia; il mio tranquillo antifascismo era prima di tutto opposizione al culto della forza guerresca, una questione di stile […] e tutt’a un tratto la coerenza con le mie opinioni mi portava in mezzo alla violenza partigiana, a misurarmi su quel metro. Fu un trauma, il primo… Per molti dei miei coetanei era stato solo il caso a decidere da che parte dovessero combattere; per molti le parti ad un tratto si invertivano, da repubblichini partigiani o viceversa; […] solo la morte dava alle loro scelte un segno irrevocabile”. (CALVINO, 1991: 1198)
Dobbiamo precisare che in realtà la partecipazione di Calvino alla Resistenza ha un andamento meno lineare di quanto appaia nei tre racconti e di come lo stesso Calvino l’abbia con essi sintetizzata. Il succedersi degli eventi viene ricostruito nei dettagli, nelle lacune e nei dati contraddittori da Pietro Ferrua e sintetizzato da Claudio Milanini nei rispettivi testi già citati. Quello che a noi qui interessava non era tanto la ricostruzione puntuale e fedele di tutti i movimenti di Calvino in quei fatidici mesi, quanto piuttosto dimostrare la stretta connessione tra la costruzione letteraria e il dato biografico […]
Annalisa Piubello, Calvino racconta Calvino: l’autobiografismo nella narrativa realistica del primo periodo, Tesi di Laurea, Università Complutense di Madrid, Facoltà di Filologia, Dipartimento di Filologia Italiana, 2016, pp. 67-77
54 Così veniva chiamato a Sanremo Mario Calvino, o, per meglio dire, «U professú» in dialetto ligure.
55 Ferrua precisa: “Non si tratta di un anfratto naturale, bensì di un appartamentino dietro una «fascia» del terreno di loro proprietà, con entrata cubicolare dissimulata sotto mucchi di letame (per confondere i cani dei tedeschi che non potevano più fiutare le orme dei «banditi») nel quale stavano comodamente parecchie persone”. (FERRUA, cit.: 95)
56 Solo nell’incipit vengono designati come «ragazzi» e in un altro punto come «uomini» per mettere in rilievo, in questo caso, il contrasto con la sensazione di smarrimento che nasce dalla nuova situazione che devono fronteggiare, l’arresto della madre. Nella sua disamina filologica dei manoscritti, Falcetto sottolinea come significativa la correzione di una prima stesura che sceglieva il termine generico di «fratelli» in luogo di quello di «ragazzi»: “La riscrittura tocca dunque un punto nevralgico del testo. E lo illimpidisce. La stessa cosa del sangue, infatti, è un racconto su come diventar adulti voglia dire anche ritrovarsi d’improvviso bambini e accorgersi che, per quanto già si fosse in mezzo alle cose dei grandi (bombe, ragazze, libri), non si era ancora grandi davvero: non si era ancora «uomini»[…]”
57 È forse il caso di citare quanto più tardi, nella Prefazione del 1964 al Sentiero, l’autore ebbe a scrivere sul comportamento della madre nel corso degli avvenimenti narrati in questo racconto: “Non posso tralasciare di ricordare […] il posto che nell’esperienza di quei mesi ebbe mia madre, come esempio di tenacia e di coraggio in una Resistenza intesa come giustizia naturale e virtù familiare, quando esortava i due figli a partecipare alla lotta armata, e nel suo comportarsi con dignità e fermezza di fronte alle SS e ai militi, e nella lunga detenzione come ostaggio, e quando la brigata nera per tre volte finse di fucilare mio padre davanti ai suoi occhi. I fatti storici a cui partecipano le madri acquistano la grandezza e l’invincibilità dei fenomeni naturali”. (CALVINO, 1995: 2746)
58 Il corsivo è nostro.
59 Martin McLaughlin sostiene che:«It was presumably because the story offered a portrait of the whole Calvino family and the traumatic experiences they had undergone in the war that the author felt uneasy about it». (McLAUGHLIN, M., 2007: 150)
60 «Pier delle Vigne» è Pietro Sughi, «Flori» è il diminutivo di Floriano Calvino, il fratello, all’epoca sedicenne, di Italo, mentre, come già detto, «Santiago » è il nome di battaglia scelto dallo scrittore.
61 Oltre a Pranzo con un pastore e Ultimo viene il corvo, si hanno ora altri 15 manoscritti. Sono stati rinvenuti con la data del 1945 i manoscritti di: Angoscia in caserma, La stessa cosa del sangue; con la data del 1946: Lamento per il compagno vivo (che assumerà poi il titolo Attesa della morte in un albergo), Paura sul sentiero, Alba sui rami nudi, Il toro rosso (che nel ’49 diventerà Di padre in figlio), Uomo dei gerbidi, Dopo un po’ si riparte, (che cambierà nel ’58 in I fratelli Bagnasco), Campo di mine, Visti ieri alla mensa, Furto alla pasticceria, Ultimo viene il corvo; un manoscritto del 1947 di La casa degli alveari; i manoscritti datati 1948 di Il bosco degli animali, Pranzo con un pastore, Desiderio in novembre; e un ultimo del 1949 di L’avventura di un soldato. L’elenco manoscritto di questi racconti con la data di composizione e i manoscritti stessi sono stati oggetto dello studio filologico di Bruno Falcetto che ne ha reso conto nel saggio citato per «Chroniques Italiennes». Cfr. FALCETTO, B., (2005):«Io ai racconti tengo più che a qualsiasi romanzo possa scrivere». Sull’elaborazione di “Ultimo viene il corvo”, Paris, «Chroniques Italiennes», n.75/76, pp. 97-131.
62 Non ci addentreremo nell’analisi filologica del manoscritto, per la quale rimandiamo al saggio di Falcetto già citato.
63 Il corsivo è nostro.
64 Cfr. CALVINO, I.: (dicembre 1945, ma pubblicato nel 1946), Angoscia, «Aretusa», a.II, n.16, pp. 58-65.
65 «Repubblichini», invece di «repubblicani», era il termine dispregiativo usato per indicare gli aderenti alla Repubblica Sociale Italiana nel nord del paese, succeduta al Regno d’Italia dopo il crollo del fascismo e l’armistizio dell’8 settembre del ’43.
66 Marassi, lo ripetiamo, è il carcere di Genova dove Calvino non è mai arrivato.

Stando alla domanda all’ANPI (che per mancanza di righe costringeva a risposte ultra-sintetiche), Italo trascorse tre giorni nella fortezza-carcere di Santa Tecla (sul Porto Vecchio di Sanremo); secondo altre testimonianze venne recluso a Santa Tecla per un giorno e poi per altri due a Villa Giulia o a Villa Auberg (ovvero Villa Ober; Grignolio [Ghepeu], con cui ho avuto l’onore di parlare di recente, propende per Villa Giulia). Fulvio Goya, in un’intervista rilasciata dopo più di quarant’anni, ha offerto un ricordo assai vivido della notte insonne trascorsa insieme con Italo e Mario Calvino a Santa Tecla tra il 15 e il 16 novembre, e dell’appello tenuto all’alba del 16: «Eravamo nell’anti-cella del carcere di Santa Tecla, c’era una finestra con le grate da dove si vedeva il cortile. Siamo stati lì senza bere e senza mangiare e ci lasciavano uscire da una porticina laterale per andare ai gabinetti pubblici. Vi fu un bombardamento. Sul tetto della prigione avevano installato una batteria contraerea. Noi eravamo lì ma non potevamo scappare, c’erano sentinelle armate. Chiesi a Italo – non appena vidi, ad altezza dei nostri occhi, gli stivali dei componenti del plotone di esecuzione – se i tedeschi ci avrebbero fatto agonizzare a lungo. Mi rispose di no: “I tedeschi ti stecchiscono e ti lasciano lì”. Letto l’elenco dei nominativi ci fecero uscire e ci portarono oltre il portone di Santa Tecla dove c’era un camion che ci aspettava … avevano invece fucilato gli altri, quelli che non avevano chiamato, poi li han buttati in mare». Attesa della morte in un albergo include la rievocazione retrospettiva di «un giorno e una notte» passati nella fortezza sul porto, entro una stretta cella che era servita in precedenza «da prigione di rigore per i soldati tedeschi» e nella quale ora erano state rinchiuse una ventina di persone, costrette a dormire per terra l’una al fianco dell’altra. Ma la scena principale del racconto coincide appunto con l’ultimo piano di «un grande albergo da poco degradato a  caserma e a prigione», dove alcuni rastrellati sono appena stati trasferiti da Santa Tecla per essere passati in rivista da un partigiano rinnegato, un ragazzo esaltato e bizzoso […] Ecco la presenza a Santa Tecla di un vecchio padre con la barba bianca «vestito da cacciatore» (Mario Calvino aveva l’abitudine di indossare anche in città una cacciatora di fustagno); ecco il tema dei falsi documenti […] Insomma Italo, non riconosciuto o per lo meno non denunciato come partigiano, fu considerato uno dei tanti renitenti alla leva. E mentre Juarès Sughi e Fulvio Goya e altri suoi compagni di prigionia a Santa Tecla vennero condotti nel carcere genovese di Marassi, egli fu arruolato d’ufficio nella Repubblica Sociale e relegato per qualche tempo nel Deposito Provinciale di Imperia. Nessun documento attesta per quanti giorni sia rimasto a Imperia, né quando sia riuscito a scappare. Su tutte le vicende calviniane comprese fra il 19 novembre 1944 e il 1° febbraio 1945 anche le testimonianze offerte da quanti vissero quel difficile periodo sono manchevoli o troppo vaghe o contraddittorie.
Claudio Milanini, Appunti sulla vita di Italo Calvino, 1943-1945, «Belfagor», LXI, 1, 2006

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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