Sono proprio la presunta frammentarietà della scrittura e la centralità del vissuto a rendere le scritture autobiografiche femminili particolarmente stimolanti da analizzare

Contrariamente a ciò che ipotizzava Virginia Woolf in “A Room of One’s Own”, dunque, l’impulso delle donne verso l’autobiografia non accenna a esaurirsi <27. Di conseguenza, gli studi specifici sull’argomento, seguendo una tendenza che si sviluppa a partire dagli anni Ottanta del Novecento, continuano ad aumentare, tanto che il settore delle ricerche e delle teorizzazioni femministe in ambito autobiografico risulta «così ampio da costituire ormai un campo autonomo e ben configurato» <28. Basti pensare, tra gli altri, al fondamentale lavoro di Domna Stanton sopracitato, in cui la studiosa, interrogandosi sulle specificità delle scritture autobiografiche femminili (ma allo stesso tempo evitando di cadere nei tranelli dell’essenzialismo di genere) ha coniato il termine “autogynography” <29.
Prima di tale riscoperta da parte della critica femminista, le autobiografie delle donne venivano considerate di scarso interesse, da un lato poiché più legate (per ovvie ragioni) al quotidiano e all’esperienza personale, dall’altro in quanto «troppo frammentarie e discontinue per corrispondere a quell’immagine “unitaria” e inviolabile che viene trasmessa solitamente dalle memorie maschili» <30. D’altra parte l’autobiografia, nata come genere prettamente androcentrico, richiedeva la narrazione pubblica di una vita pubblica <31. Ciò era ovviamente non praticabile, poiché una donna che scriveva di sé doveva fare i conti con l’invisibilità della propria scrittura, data appunto dalla mancanza di una tradizione e dalla marginalità dovuta a una cultura plasmata interamente al maschile: alle donne che si avvicinavano all’impresa autobiografica è mancato quel senso di individualità radicale che ha permesso a molti autori di magnificare le loro vite, considerate come rappresentative <32. Lo stesso utilizzo del termine ‘autobiografico’ assumeva connotazioni positive se applicato a scrittori come Agostino, Montaigne, Rousseau, Goethe, Henry Adams e Henry Miller e, al contrario, negative quando ci si riferiva a opere di scrittrici <33.
Allo stesso modo, «i resoconti autobiografici maschili di esperienze intense non sono screditati con la definizione di “confessionali”» <34, mentre «l’arte femminile così etichettata è chiamata “confessionale” per via della natura dell’esperienza» <35, soprattutto se legata ai tabù della sessualità e della rabbia <36.
In realtà, sono proprio la presunta frammentarietà della scrittura e la centralità del vissuto a rendere le scritture autobiografiche femminili particolarmente stimolanti da analizzare e, soprattutto, meritevoli di essere attentamente indagate <37. E ciò perché, nello scrivere di sé, portando alla superficie la loro esperienza fino ad allora inespressa, le donne hanno certamente rivoluzionato il contenuto e gli scopi dell’autobiografia attraverso la creazione di storie alternative <38.
Come si è visto nel capitolo precedente, il narrarsi autobiografico può essere definito come un atto di decostruzione/ricostruzione della propria identità, in cui il soggetto, attraverso il racconto retrospettivo, seleziona, modifica, omette, reinterpreta gli avvenimenti di un’intera esistenza. E in questo senso le autobiografie femminili si rivelano paradigmatiche a partire dalla vicinanza, già approfondita in ambito scientifico, tra i meccanismi della scrittura di sé e la pratica femminista dell’autocoscienza. Pratica che, appunto, può essere descritta come «un lavoro di decostruzione/ricostruzione della propria identità che si realizza nella catartica fatica e penosa impresa della retrospezione» <39.
Le riflessioni femministe hanno quindi riconosciuto proprio nella dimensione soggettiva «l’originalità del pensiero femminile [che] è individuabile nel partire da sé, dai propri vissuti e desideri» <40. Si tratta “senz’altro della categoria più innovativa prodotta dal pensiero femminista: mentre il metodo scientifico tradizionale cerca di superare i limiti del soggetto della conoscenza postulando un intelletto che si pone fuori e al di sopra delle proprie esperienze particolari, il metodo femminista pone il personale, il quotidiano, come oggetto privilegiato di indagine”. <41
Tale rivalutazione, quindi, assegna all’esperienza una validità scientifica e, di conseguenza, pone le storie di vita al centro della ricerca, trasformandole in «modelli di microstoria» <42 che oscillano «tra il pubblico e il privato, ma che proprio per questo ci parlano dei soggetti e della loro condizione locale di esistenza e di presenza storica» <43. In questo modo vengono messi in discussione gli stessi «concetti di obiettività e distacco presupposti dai paradigmi tradizionali» <44 infatti «nella logica della ricerca femminista il distacco dell’osservatore oltre ad essere considerato impraticabile, viene visto come un limite al processo di conoscenza» <45. Ciò, a mio avviso, si adatta all’impostazione di ricerca di cui si è parlato nel primo capitolo, ovvero quella in cui ogni autobiografia viene studiata come caso a sé piuttosto che come esempio concreto di un genere canonizzato.
Nell’ambito delle autobiografie femminili, inoltre, il sense-making narrativo che caratterizza questo tipo di scritture si carica di ulteriori significati. Se infatti per le donne, «le assenti» dalla Storia e dalla cultura ufficiale <46, l’autobiografia appare come un’opportuna via di accesso alla parola scritta, la possibilità di dirsi e di prendersi cura di un io rimasto sempre inespresso <47 (perché raccontato dalla parola altrui) allora è in questo senso che entra in gioco il bisogno di riappropriarsi di sé. Lo scrivere di sé altro non è che un tentativo di riacquistare la voce, di trovare un proprio modo per auto-rappresentarsi <48, che si distacchi da un simbolico edificato da altri.
L’autobiografia, dunque, si presenta «come un passaggio necessario, anche se arduo, la condizione per ricostituirsi nella figurazione complessa, molteplice di quello che è una donna, non più detta, ma che si appropria della parola su di sé» <49. Quando nella scrittura si manifesta una «ricerca di significato nel percorso esistenziale» <50, allora essa viene a coincidere con un «forte momento identitario» <51, poiché «nel raccontare di noi e degli altri prendiamo parte ad un processo di creazione del nostro e dell’altrui senso del sé» <52.
[NOTE]
27 V. Woolf, Una stanza tutta per sé, cit., p. 170.
28 B. Anglani, Teorie moderne dell’autobiografia, cit., p. XVI.
29 Domna Stanton, Autogynography: Is the Subject Different?, in Ibidem (a cura di), The Female Autograph, Chicago-London, The University of Chicago Press, 1984.
30 L. Mattesini, Scrivere di sé: una rassegna critica sull’autobiografia femminile, cit., p. 31.
31 S. Smith, A Poetics of Women’s Autobiography, cit., p. 52.
32 B. Brodzki, C. Schenck (a cura di), Life/Lines: Theorizing Women’s Autobiograph, cit., p. I.
33 D. Stanton, Autogynography: Is the Subject Different?, cit., p. 4.
34 J. Russ, Vietato scrivere, cit., p. 60.
35 Ibidem.
36 Ibidem.
37 La stessa Stanton afferma come la discontinuità e la frammentazione costituiscano mezzi particolarmente adatti per contraddistinguere un qualsiasi soggetto scisso, nonché per creare l’impressione retorica di spontaneità e verità (D. Stanton, Autogynography: Is the Subject Different?, cit., p. 11).
38 Sidonie Smith, Julia Watson, Introduction: Situating Subjectivity in Women’s Autobiographical Practices, in Ibidem (a cura di), Women, Autobiography, Theory. A Reader, Madison, The University of Wisconsin Press, 1998, pp. 5-6.
39 Simonetta Ulivieri, Donne, autocoscienza e scritture di sé, in S. Ulivieri, I. Biemmi (a cura di), Storie di donne. Autobiografie al femminile e narrazione identitaria, cit., p. 37.
40 S. Ulivieri, Donne, narrazione di sé e autoriconoscimento, cit., p. 24.
41 S. Ulivieri, Metodo narrativo e ricerca di genere, cit., p. 186.
42 F. Cambi, L’autobiografia come metodo formativo, Roma-Bari, Laterza, 2002, cit., p. 29.
43 Ibidem.
44 S. Ulivieri, Metodo narrativo e ricerca di genere, cit., p. 186.
45 Ibidem.
46 Barbara Mapelli, Memoria e scrittura come cura di sé, in S. Ulivieri, Ulivieri, I. Biemmi (a cura di), Storie di donne. Autobiografie al femminile e narrazione identitaria, cit.
47 Ivi, p. 65.
48 S. Ulivieri, Donne, narrazione di sé e autoriconoscimento, cit., p. 33.
49 B. Mapelli, Soggetti di storie. Donne, uomini e scritture di sé, cit., p. 98.
50 S. Ulivieri, Donne, narrazione di sé e autoriconoscimento, cit., pp. 27-28.
51 Ibidem.
52 S. Ulivieri, Metodo narrativo e ricerca di genere, cit., p. 184.
Maria Federica Piana, Vite di carta e pellicola. Uno studio sulla produzione autobiografica delle attrici italiane, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Sassari, Anno Accademico 2020-2021

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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