Sul teatro di Edoardo Sanguineti

L’avanguardia in Liguria vanta un vero archimandrita nella persona di Edoardo Sanguineti, nato a Genova nel 1930 e qui residente ormai da qualche decennio.
Lungo gli anni il suo impegno nel teatro, inizialmente marginale rispetto al ruolo di spicco esercitato nella poesia e nella critica letteraria a una latitudine internazionale, si è fatto sempre più marcato. Lo testimonia anche il fitto catalogo di traduzioni per la scena, soprattutto di classici, cui ha prestato il proprio ingegno. Gli esordi sono contigui alla letteratura che pratica con il “gruppo ’63”.
K., del 1959, è un dialogo tra due personaggi, Kafka e Janouch, un tentativo di calarsi nell’inconscio, denudandolo per ritrovare nei sedimenti della memoria l’io rimosso e per riconquistarlo, sia pure in modo deflagrante, al conscio. Ma lo sforzo per dare una spiegazione agli aspetti intenzionali di tutta una vita è destinato all’insuccesso. Dall’analisi, condotta attraverso l’itinerario dell’inconscio, non emergono fatti salienti o spiegazioni convincenti, per giustificare il presente. L’azione, tutta mentale o interiore, è situata in uno spazio fisico che coincide con una sala di caffè, dove si avverte un costante rinvio all’esterno, anche se questo luogo lascia supporre la solitudine dei due personaggi e nel contempo il loro bisogno di intimità.
La forma quasi oratoriale di Traumdeutung, del 1964, conferma l’opzione di un teatro di parola, che l’autore tuttavia tiene a non definire letterario.
L’allusione a Freud, palese nel titolo, si riverbera nella sequenza di sogni che costituiscono la pièce. Ad agire sono quattro personaggi, anzi voci-personaggi, che ragguagliano sulle loro avventure oniriche.
Nel 1968, con il radiodramma Protocolli, Sanguineti si congeda dal teatro più affine alla prima fase della sua poesia, connotato dal tema della nientificazione e dall’attraversamento della palus putredinis ovvero del caos.
Nello stesso torno di tempo lavora alla riduzione dell’Orlando Furioso per l’allestimento di Luca Ronconi, approntando un testo che punta sullo svelamento della struttura del poema ariostesco, caratterizzata dalla simultaneità dei molteplici episodi raccontati.
Del 1971 è Storie naturali, che costituisce un singolare esperimento per dare peso corporeo alla parola, strumento essenziale per un’azione sviluppata totalmente al buio.
Il comico, come sublime rovesciato, diventa l’asse portante della scrittura per la scena di Sanguineti, quando, dopo una lunga pausa, torna a scrivere opere autonome per il teatro. Convinto della impraticabilità odierna del tragico puro, predilige una ibridazione che elabora moduli grotteschi e parodici. Faust. Un travestimento (1986), esempio brillante di intertestualità, attraverso il collaudato procedimento plurilinguistico caro all’autore, abbassa il modello originario per investire satiricamente molti aspetti della realtà contemporanea. E la stessa commistione di un registro alto e di uno basso viene applicata in Commedia dell’Inferno (1989), montaggio di brani danteschi su cui vengono innestati passi di vari autori, da Chrétien de Troyes a Pound.
Molti testi di Sanguineti comportano un trattamento musicale delle voci, ma una attività di librettista in senso più proprio, tenuta tuttavia su un elevato e programmatico livello autoriale, viene svolta specificamente in lavori come Passaggio (1963), Laborintus II (1970) e A-Ronne (1970) tutti e tre composti per la musica di Luciano Berio, il quale, va ricordato, ha ottenuto anche la collaborazione di un altro grande scrittore ligure, Italo Calvino che gli ha affidato Allez-hop (1959), La vera storia (1982) e Un re in ascolto (1984).
In anni più recenti, dopo un lavoro d’occasione per la televisione tedesca come Dialogo (1988), va registrato il sodalizio con il musicista e regista Andrea Liberovici, che produce esiti assai vitali, dal confronto con un ‘genere’ di moda in Rap (1996) e da una serie di variazioni shakespeariane in Sonetto (1997) e Macbeth Remix (1998) fino al ‘travestimento’ del capolavoro pirandelliano Sei personaggi. Com. (2001), da cui Sanguineti, sbarazzandosi del logoro espediente del metateatro e facendo emergere un incesto non più solo sfiorato, ricava gustosi momenti di critica alla ideologia totalizzante della società di massa. Il « chierico organico » – come si è autodefinito – sembra avviato ad alimentare questa sua nuova stagione teatrale particolarmente felice e intensa, pur se innescata sempre da una precisa committenza, che ne stimola la creatività anziché inibirla, come dimostra, ancora nel 2001, la riscrittura, intessuta di perfidi cenni all’attualità politica e televisiva italiana, de L’amore delle tre melarance di Carlo Gozzi per lo Stabile di Genova e la regia di Benno Besson.
Eugenio Buonaccorsi, L’avanguardia esiste, in Dalla scena della borghesia allo spettacolo della postmodernità, II. Novecento fra tradizione e innovazione – Storia della cultura ligure (a cura di Dino Puncuh), Società Ligure di Storia Patria – biblioteca digitale – 2016, pp. 557-559

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