Rileggere e analizzare la ‘letteratura consentita’ del periodo brežneviano

Fonte: www.culturedeldissenso.com

 

 

 

Accanto alle analisi politologiche e sociologiche, anche altri fattori hanno contribuito a costruire un’immagine negativa tout court dell’URSS come, ad esempio, il cliché del sovietico ‘cattivo’ nella cultura di massa anglo-americana del secondo Novecento, i racconti dei rifugiati politici in Occidente (che naturalmente non potevano che raccontare l’URSS in termini parzialmente falsati), la pubblicazione di riviste dai toni fortemente antisovietici come Kontinent <2 e l’attività di mass media come Radio Free Europe e Radio Svoboda (Radio Liberty), caratterizzate da una linea editoriale fortemente antisovietica.
In campo culturale, l’impostazione di molti studi sull’URSS presentava vistose analogie con quella adottata da storici e politologi. Infatti, molti autori hanno studiato lo sviluppo dell’arte sovietica interpretandolo come uno scontro fra lo Stato, dogmatico e tirannico, e l’artista, libero pensatore e detentore della ‘verità’, impegnato in una lotta impari ed eroica contro il sistema. Lo Stato, in questo confronto, poteva contare sull’‘artista di regime’, un mestierante grigio e privo di talento che realizzava, spesso a comando, opere del tutto insignificanti. Ad esempio, Marc Slomin (1977: 404), parlando della letteratura tardo-sovietica, affermava: “Il quadro generale della letteratura sovietica fra il 1965 e 1975 si presenta piuttosto desolato […] Sarebbe impossibile per un osservatore trovare opere degne di nota nella poesia e nella prosa degli anni Settanta, a parte i lavori di Solženicyn”.
Il problema è che protagonisti della prosa di allora come Jurij Trifonov, Vasilij Šukšin o Cingiz Ajtmatov vengono menzionati solo di sfuggita e non approfonditi. Nelle stesse pagine, Slomin dipingeva la maggior parte degli scrittori sovietici come un’accolita di individui servili col potere, incline al compromesso morale e all’ipocrisia, pur di conservare i vantaggi materiali che l’Unione degli Scrittori concedeva ai suoi membri (Ivi: 404-406).
Suscita non pochi dubbi anche determinata terminologia utilizzata per classificare la letteratura sovietica. Andrzej Drawicz (1991: 757) parlava di “letteratura ufficiale” e di “libera letteratura” del samizdat e del tamizdat, definendo quest’ultima una letteratura che rifiutava “in modo cosciente e libero” quella ufficiale (Ivi: 770).
È evidente che utilizzare la categoria della libertà per caratterizzare la letteratura del samizdat e del tamizdat, con tutte le opposizioni inconciliabili fra ‘bene’ e ‘male’ che questa può evocare (libertà/oppressione, giustizia/ingiustizia, verità/menzogna), può sviare il lettore, inducendolo ad assumere un atteggiamento preconcetto verso gli autori ‘ufficiali’, che verranno immediatamente percepiti come poco interessanti, se non addirittura falsi e servili. Eppure, è sufficiente scorrere le migliori opere degli anni Settanta, per rendersi conto che anche la cosiddetta ‘letteratura ufficiale’ non si esimeva dal trattare argomenti scomodi come, ad esempio, la crisi di civiltà che negli anni Settanta avviluppava il Paese, o la distruzione della natura in nome del progresso, assumendo non di rado posizioni distanti dall’ufficialità. Inoltre, come dimostra l’affaire dell’almanacco Metropol’, cultura ufficiale e ufficiosa erano ben lungi dall’essere due mondi paralleli e privi di contatti <3.
Sebbene largamente utilizzato dalla critica, l’aggettivo ‘ufficiale’ spesso non è stato opportunamente definito, trasformandosi in un’etichetta che accomuna tipi di letteratura piuttosto diversi fra loro. Infatti, la letteratura ‘ufficiale’ della Stagnazione può essere ulteriormente suddivisa in “ideologizirovannaja literatura” (letteratura ideologica) e “razreščennaja literatura” (letteratura consentita) (Kuzin 2004: 94).
A tal proposito, Oleg Lejbovič <4 propone di utilizzare le espressioni “pervaja oficial’naja literatura” (letteratura ufficiale primaria o prima letteratura) e “vtoraja oficial’naja literatura” <5 (letteratura ufficiale secondaria o seconda letteratura).
La ‘letteratura ideologica’ è assimilabile alla cosiddetta ‘sekretarnaja literatura’ (letteratura di segreteria): creata prevalentemente dai dirigenti dell’Unione degli Scrittori, può essere considerata l’emanazione diretta della linea politica del Partito in letteratura. Il suo valore artistico è alquanto trascurabile e, oggi, costituisce soprattutto una testimonianza storica dell’ideologia sovietica degli anni Settanta. Facevano parte della ‘letteratura ideologica’ scrittori quali Georgij Markov, presidente dell’Unione degli Scrittori, Aleksandr Čakovskij, storico direttore della Literaturnaja gazeta, e l’usbeco Ramz Babadžan (al secolo Ramz Babadžanov). Le loro opere venivano attivamente promosse e tirate in milioni di copie, mentre gli autori venivano spesso insigniti di premi prestigiosi come il premio di Stato dell’URSS oppure il premio Lenin.
La ‘letteratura consentita’, a cui facevano capo scrittori del calibro di Fedor Abramov, Viktor Astaf’ev, Vladimir Makanin, Valentin Rasputin, i fratelli Arkadij e Boris Strugackij, e i già menzionati, Ajtamtov, Šukšin e Trifonov, sovente presentava un valore artistico indiscutibilmente superiore rispetto a quella ‘ideologica’. Sebbene pubblicata senza eccessivi tagli, spesso veniva considerata politicamente ambigua e di conseguenza tollerata dalle autorità che, alle volte, la ostacolavano con basse tirature o con una cattiva distribuzione dei titoli più scomodi. Ciononostante, nessuno di questi scrittori fu mai apertamente perseguitato, anzi alcuni vennero insigniti di prestigiosi premi letterari e alte onorificenze, al fine di inglobare nel sistema le critiche contenute nelle loro opere, smorzandone la forza.
Come ha affermato Lejbovič, “era letteratura che, seppur non completamente allineata, non ‘passava il segno’, restando sostanzialmente nell’ambito dell’ideologicamente e del politicamente accettabile” <6.
D’altronde, il sentimento di autocensura era ormai profondamente radicato nella coscienza di molti scrittori; Azer Mustafa-zade, allora rappresentante dell’Unione degli Scrittori dell’Azerbaigian presso l’Unione degli Scrittori Sovietici, ha dichiarato in una conversazione privata: “Si sapeva di cosa non si poteva scrivere e, di conseguenza, certi argomenti venivano evitati” <7: le critiche e i temi scomodi erano quasi sempre sviluppati implicitamente e lasciati all’interpretazione del lettore. Questo modus operandi adottato dagli autori ‘consentiti’ conferma tutta l’ambiguità della politica culturale della Stagnazione, in una buona dose di conformismo, repressioni mirate e una certa soglia di sorvegliata tolleranza coesistettero, spesso in modo piuttosto contradittorio (cfr. Zalambani 2009a: 43-45).
A proposito del processo letterario dell’epoca brežneviana, Aleksandr Solženicyn (2000: 186) osservava: “A partire dalla fine degli anni Sessanta e lungo gli anni Settanta, nella letteratura sovietica si verificò una rivoluzione silenziosa, pacifica, inizialmente invisibile, al di fuori dell’ombra della sfida lanciata dalla dissidenza. Evitando gesti eclatanti o dichiarazioni solenni, un folto gruppo di scrittori iniziò a scrivere come se il ‘realismo socialista’ non fosse mai stato proclamato e imposto, neutralizzandolo silenziosamente. Scrivevano con semplicità, senza compiacere o incensare il regime sovietico, quasi se ne fossero dimenticati”.
La rivoluzione silenziosa menzionata da Solženicyn fu, innanzitutto, l’ingresso della letteratura sovietica in una fase post-utopica che, nella produzione ufficiosa, eterno podpol’ russo colmo di sommovimenti e inquietudini, si sarebbe tradotto in un “avvicinamento accelerato di tante esperienze letterarie diverse, linguaggi e stili apparentemente inconciliabili”, che giungevano “a convivere in una stessa dimensione spaziale e cronologica” (Possamai 2018: 15).
Si trattava di un fenomeno sarebbe esploso definitivamente negli anni Novanta e che sarebbe stato etichettato come “postmodernismo” (Ibid.). Tuttavia, ed è questo uno degli aspetti più interessanti della letteratura degli anni Settanta, la convivenza di manifestazioni artistiche a prima vista antitetiche non fu solamente appannaggio degli artisti dell’underground: Ajtmatov, scrittore affermato e verosimilmente fra i più ortodossi della ‘seconda letteratura’, già nei primi anni Settanta, aveva dimostrato come la combinazione fra canone del realismo socialista decostruito e cultura tradizionale kirghisa poteva essere sfruttata per ribaltare completamente l’ortodossia. Nemmeno la teoria del tardo realismo socialista sarebbe rimasta insensibile alla convivenza di fenomeni artistici apparentemente inconciliabili: l’accademico Dmitrij Markov, verosimilmente il teorico più autorevole e colto della Stagnazione, avrebbe cercato di far rientrare nel socrealizm ‘procedimenti’ e ‘metodi’ provenienti da altre correnti, circollocuzione politicamente corretta per affermare che era giunto il momento che la letteratura sovietica si aprisse alle ‘influenze moderniste’, come si diceva allora, che in teoria restava il ‘nemico giurato’ del realismo socialista. D’altronde, in Russia c’è “uno sfasamento temporale fra postmodernità e postmodernismo” (Ivi: 17): la letteratura ‘consentita’ degli anni Settanta è ‘post-’, anche se non può dichiararlo apertamente.
Una cosa era ben chiara a tutti: il radioso non sarebbe mai giunto, pertanto era necessario trarre delle conclusioni circa l’esprienza sovietica. Ognuno, però, a questa consapevolezza, reagì a modo suo. Se gli scrittori dell’underground, come mostrano opere quali Moskva-Petuški (Mosca-Petuški, 1973) di Venedikt Erofeev, oppure Puškinskij dom (La casa di Puškin, 1964-71) di Andrej Bitov, decostruivano e ricombinavano spesso ribaltandoli gli stilemi della cultura sovietica, la ‘seconda letteratura’ scelse, invece, di affrontare e problematizzare il passato più recente del Paese (lo stalinismo e la Grande Guerra Patriottica), e di esprimere le proprie inquietudini riguardo al futuro dell’umanità, recuperando al contempo autori che erano stati spinti alla periferia del sistema letterario, in primis Dostoevskij. D’altronde per l’affannosa ricerca di risposte spirituali e morali che caratterizzò la prosa della Stagnazione, Fedor Michajlovič, per la sua capacità di indagare la natura umana, di descrivere i nostri tormenti interiori, di porre grandi interrogativi etico-morali ed esistenziali, non poteva che diventare un punto di riferimento. Infatti, nonostante la crescente intolleranza culturale e ideologica che l’Unione Sovietica avrebbe conosciuto a partire dalla metà degli anni Sessanta, gli scrittori, malgrado la cautela, gli eufemismi e le circonlocuzioni con cui spesso si esprimevano nel dibatto pubblico sulla letteratura, mostrarono di non essere più disposti a farsi assoggettare totalmente alle esigenze della contingenza politica e della propaganda. Significativo, in tal senso, è l’intervento di Konstantin Simonov (1968: 160) al IV Congresso degli Scrittori Sovietici (22-27 maggio 1967), tenutosi a distanza di un anno dalla condanna di Julij Daniel’ e Andrej Sinjavskij e parallelamente al ‘caso Solženicyn’: “Fino a quando continueranno a cancellare o a stampare una cosa piuttosto che un’altra a seconda della ‘direzione in cui soffia il vento’? Nelle vele della Storia soffia un solo vento, quello della verità, e la Storia non ne conosce e non ne conoscerà mai altri. Tutto il resto non è vento della Storia, ma vento della congiuntura politica. Noi scrittori siamo ben lontani dal pretendere che i nostri libri sulla guerra rappresentino la Verità storica in ultima istanza. Le critiche, in alcuni casi, possono essere pienamente fondate, ma a una sola condizione, che siano esse stesse basate su un atteggiamento serio nei confronti della Storia. Solamente se verrà creata un’atmosfera di rigoroso rispetto della verità storica in tutta la sua complessità, alla quale tutti dovranno attenersi, sarà possibile rendersi davvero conto degli errori, più o meno gravi, commessi dagli scrittori nel rappresentare un’epoca [la disfatta del 1941 DF]”.
Quest’esigenza impellente e irrinunciabile di sincerità, di rifiuto per le falsificazioni ideologiche, in favore di una letteratura al servizio del lettore e non esclusivamente della politica, venne ben riflessa nello speciale Polveka sovetskoj literatury (Mezzo secolo di letteratura sovietica) uscito su Novyj mir nel novembre del 1967, in occasione del cinquantenario dell’Ottobre. Oltre la soddisfazione di circostanza e l’orgoglio di maniera, gli autori ponevano questioni fondamentali per la letteratura sovietica, tracciando un bilancio del suo sviluppo durante quel mezzo secolo di vita e interrogandosi sugli sviluppi futuri. Uno degli interventi più interessanti e più coraggiosi era quello del vecchio Konstantin Paustovskij (1967: 228), il quale non si limitava a denunciare l’atteggiamento notarile di una parte dei suoi colleghi, che sembravano “sedere più volentieri nei vari presidium, piuttosto che alla scrivania”, ma sollevava la necessità di una rilettura di parte della storia della letteratura sovietica: “Mi sorge un interrogativo: com’è stato possibile che, in passato, libri assolutamente effimeri, il cui valore artistico è pari a zero e che dimostrano solamente la furbizia e l’abilità dei loro autori, siano stati considerati fenomeni di capitale importanza della nostra letteratura, mentre opere meravigliose, nelle quali si rispecchiano un’epoca e i suoi uomini, per molti anni siano state tenute in un cassetto e solamente venticinque anni dopo essere state scritte abbiano finalmente visto la luce, diventando patrimonio della nostra letteratura? Tutto ciò ha arrecato danni irreparabili. Se, ad esempio, le opere di Andrej Platonov e Michail Bulgakov fossero apparse quando erano state scritte, i nostri contemporanei, da un punto di vista spirituale, sarebbero di gran lunga più ricchi (Ibid.)”.
Paustovskij si riferiva alla cosiddetta ‘zaderžannaja literatura’ (letteratura trattenuta) ossia quella che, in precedenza, era stata proibita e che, fra la metà degli anni Sessanta e lungo gli anni Settanta, sebbene a volte parzialmente mutilata dalla censura, avrebbe iniziato a essere pubblicata. Infatti, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, vennero recuperate opere un tempo proibite sia di autori e critici russi, come Michail Bulgakov, Andrej Platonov, Anna Achmatova, Marina Cvetaeva, Osip Mandel’štam e Michail Bachtin, sia stranieri, come James Joyce e Charles Baudelaire.
L’esigenza di continuare sulla linea di una nuova ‘sincerità’ in letteratura era uno dei fili conduttori degli interventi contenuti in Mezzo secolo di letteratura sovietica. Sebbene continuassero a indicare una concezione fondamentalmente pedagogica di letteratura, gli autori non si esimevano dall’evidenziare la necessità di una maggiore problematizzazione delle vicende narrate, approccio che accantonava la componente teleologica tipica del realismo socialista più tradizionale. Ad esempio, Vitalij Semin (1967: 222-223), commentando il saggio di Vasilij Grossman Treblinskij ad (L’inferno di Treblinka, 1944), non si limitò a lodare la descrizione del funzionamento del lager o l’abilità con erano stati tratteggiati i prigionieri, ma poneva l’accento su un’altra caratteristica di Grossman, la capacità di mostrare le illimitate possibilità nascoste dentro gli oggetti e la loro dualità: “Una delle peculiarità più straordinarie di Grossman consiste nel fatto che, di qualsiasi cosa scriva, non si limita a menzionare il traguardo raggiungo dall’uomo utilizzando un determinato oggetto, ma ne evidenzia la struttura iniziale, le numerose possibilità, l’intero percorso di quest’oggeto fino al momento in cui, fra tutte le possibilità, ne viene scelta una […] Chi ha inventato il motore a scoppio non immaginava che questo potesse muovere anche un carro armato. Colui che ha messo il motore dentro il carro armato non arrivò a pensare di collegare il tubo di scappamento con una camera a gas. Tuttavia, tutti coloro i quali compiono un’azione innescano una catena di reazioni. Si costruisce una sequenza logica, si dà inizio a una reazione che, alla fine, può diventare incontrollata”.
La fede cieca e il giudizio aprioristicamente positivo nei confronti del progresso tecnologico, tratti che avevano sempre rivestito una grande importanza all’interno del discorso propagandistico sovietico, alla metà degli anni Sessanta, iniziarono a incrinarsi, e la riflessione circa i pericoli connessi a una proliferazione incontrollata della tecnologia iniziò a farsi strada. D’altra parte le bestialità commesse dai nazisti in URSS e l’orrore dei campi di sterminio, non potevano non portare gli scrittori sovietici a interrogarsi sui lati più deteriori dell’impego della tecnologia. Poche righe oltre infatti Semin esortava i suoi colleghi ad “amare l’uomo, non le costruzioni logiche, non la potenza produttiva, che dovrebbero essere al servizio dell’uomo” (Ivi: 223).
[…] Il presente lavoro, coerentemente alle osservazioni di Vitale, si pone l’obbiettivo di rileggere e analizzare la ‘letteratura consentita’ del periodo brežneviano che, in molti casi, non aveva nulla da invidiare a quella dell’underground o della dissidenza. Tuttavia, non trattandosi di un lavoro propriamente storico-letterario, quanto piuttosto di una riflessione storico-culturale sulla letteratura sovietica, si è preferito selezionare alcuni scrittori particolarmente significativi, al fine di illustrare temi, stili e convenzioni che dominavano nella prosa di quel tempo. Infatti, si sono confrontate le posizioni degli autori considerati con quelle della politica culturale di allora, soprattutto coi dettami del realismo socialista, a cui è dedicata la prima parte di questo lavoro. Questa scelta ha posto il problema di stabilire chi fosse un autore ‘consentito’ e ‘significativo’. A tal fine, viene considerato ogni scrittore che fosse riconosciuto dalla critica sovietica e le cui opere fossero legalmente distribuite in URSS. Inoltre, si è deciso di prendere in considerazione prevalentemente opere che non fossero state significativamente alterate dalla censura, al fine di restituire un quadro auspicabilmente preciso di ciò che la ‘seconda letteratura’ produceva e pubblicava. Trattandosi di un lavoro dedicato alla ‘letteratura consentita’, le opere del samizdat, del tamizdat, dell’underground e della dissidenza vengono menzionate solo in termini contrastivi.

Fonte: www.culturedeldissenso.com

[NOTE]
2 La rivista Kontinent venne fondata nel 1974 come “organo del pensiero russo libero e del movimento paneuropeo anticomunista di liberazione” dallo storico dissidente Vladimir Maksimov (Žurnal 2007).
3 L’almanacco Metropol’ nacque nel 1978 da un’idea di Vasilij Aksenov e Viktor Erofeev (allora già profondamente ostracizzati dalle istituzioni letterarie e sostanzialmente ridotti al silenzio) con l’obbiettivo di creare uno spazio per gli autori e le opere “difficilmente collocabili sulla stampa dell’epoca brežneviana” (Zalambani 2009a: 193). Alla realizzazione della miscellanea presero parte non solo protagonisti dell’underground come Evgenij Popov, Juz Aležkovskij, Genirch Sapgir e Inna Lisnjanskaja, ma anche autori ufficialmente riconosciuti come Andrej Voznesenskij, Bella Achmadulina e Fazil’ Iskander.
Il primo numero di Metropol’ venne lanciato nel 1979 durante un vernissage a cui vennero addirittura invitati i corrispondenti stranieri, senza il benestare del Glavlit e dell’Unione degli Scrittori. Questo comportamento è sintomatico del rilassamento della censura che l’Unione Sovietica conobbe nella seconda metà degli anni Settanta (Ivi: 194). Ciononostante la reazione del sistema non si fece attendere: la diffusione di Metropol’ venne prontamente bloccata e Popov ed Erofeev vennero espulsi dall’Unione degli Scrittori. Aksenov, recatosi in America, nel 1980, per tenere un ciclo di lezioni, fu privato della cittadinanza sovietica. Per una trattazione approfondita del caso Metropol’ cfr. Zalambani 2009a: 193-210.
4 Oleg Leonidovič Lejbovič attualmente dirige il dipartimento di culturologia e filosofia dell’Istituto Statale di Cultura di Perm’. In tempo sovietico, era docente di ‘comunismo scientifico’.
5 Conversazione orale, Perm’, ottobre del 2018
6 Ibid.
7 Conversazione orale, Baku, novembre 2015.
Daniele Franzoni, La prosa sovietica nel contesto socio-culturale dell’epoca brežneviana, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Genova, 2019