L’epistola in versi si configura quindi come un’ulteriore testimonianza dell’intimità tra i due scrittori

Il carteggio tra Giovanni Verga e Luigi Capuana è stato edito da Gino Raya nel 1984, per le Edizioni dell’Ateneo di Roma. Dalla morte di Verga, diverse lettere o anche semplici brani di esse erano state pubblicate dagli studiosi dello scrittore in riviste, in contributi di varia natura, scientifica e divulgativa (soprattutto da Lina e Vito Perroni) e nelle biografie dei due maestri del verismo che Nino Cappellani e Corrado Di Blasi avevano tentato di ricostruire.
La raccolta completa dei testimoni autografi e a stampa della corrispondenza tra i due siciliani è comunque solo opera di Raya, a cui è da ascrivere il merito di aver proceduto alla trascrizione dei numerosissimi inediti e di averne tentato un riordinamento sulla base del criterio cronologico. Sebbene queste operazioni non siano state condotte nel segno del maggior rigore filologico possibile e non siano rari gli errori – anche clamorosi – di trascrizione o di confusione nella successione dei testimoni, tuttavia il lavoro di Raya risulta ad oggi la più affidabile e sistematica edizione del carteggio tra Verga e Capuana. A giustificare le imprecisioni concorre certo in parte la grafia dei corrispondenti, di difficile decifrazione perché piuttosto uniforme e corsiva; la frequente disposizione, soprattutto da parte di Verga, del testo ‘a gabbia’, con il riutilizzo del foglio ruotato di novanta gradi; i frequenti errori di datazione da parte di entrambi gli scrittori, i quali soprattutto nei primi mesi fanno confusione tra gli anni.
Nel 1975 il corposo carteggio – 529 lettere tra Verga e Capuana, più 10 scambiate tra Verga e Adelaide Bernardini – aveva conosciuto una prima edizione, sempre a cura di Raya, in forma di epistolario, con la selezione delle sole lettere di Verga, e certamente negli stessi anni era oggetto di studio da parte di Giovanna Finocchiaro Chimirri, studiosa catanese che ha giocato un ruolo fondamentale nel rinvenimento e nella divulgazione di molti materiali verghiani e capuaniani, curando negli anni Settanta e Ottanta, per alcuni di questi, edizioni che si presentano ancora oggi come strumenti essenziali per gli studiosi del verismo <1. Venuta a conoscenza del lavoro di Raya, in stato evidentemente più avanzato del suo, Chimirri decise di interrompere la curatela del carteggio <2.
Un importante contributo all’arricchimento del corpus epistolare oggetto di questo lavoro è stato costituito dal rinvenimento da parte di Antonio Di Silvestro di dieci epistole di Verga a Capuana e una di Capuana a Verga, per un totale di undici testimoni. Si tratta di missive inedite, delle quali non è stato rinvenuto l’autografo, ma di cui si conserva la riproduzione in microfilm nel Fondo Mondadori <3. Molte di queste si riferiscono agli anni 1882-83, al periodo di pubblicazione delle “Rusticane” e ai primi tentativi teatrali di Verga, impegnato con la messa in scena di Cavalleria Rusticana. Preziosissimo risulta inoltre il rinvenimento di una epistola in versi composta da Giovanni Verga, rara testimonianza delle capacità poetiche dello scrittore <4. Si tratta di una richiesta di raccomandazione per la commedia di un tale Del Vecchio resa in endecasillabi sciolti e giocata sulla demistificazione parodica del linguaggio poetico tradizionale.
Scrive Di Silvestro: “Tale linguaggio è anche il riflesso di una profonda complicità intellettuale, mossa da un atteggiamento di rispetto ma al contempo di gioco demistificante sulla tradizione. Chi abbia letto integralmente il carteggio Verga-Capuana non dovrebbe rimanere stupito di fronte a simili divertissements, risvolti ludici di quell’attitudine fantasticante che non contraddice la serietà di una comune battaglia per il “vero” e contro l’ingessato accademismo di certi arcadi contemporanei” <5.
L’epistola in versi si configura quindi come un’ulteriore testimonianza dell’intimità tra i due scrittori, nonché del loro temperamento volitivo sì, ma anche brillante e a volte esuberante.
L’aspetto umano del rapporto tra Verga e Capuana è stato spesso messo in rilievo, soprattutto nel primo Novecento da quegli scrittori che avevano avuto modo di conoscere i due maestri, come Roberto Sacchetti, ma anche dai biografi <6. Lo stesso Raya, nell’introduzione al carteggio, si sofferma lungamente sull’indole dei due interlocutori e sui vari aspetti della loro amicizia, dedicando uno spazio fin troppo esiguo all’analisi del circuito intellettuale nel quale i due operavano, nonché al confronto sui temi letterari, ai giudizi reciproci sulle opere, all’osmosi di pensieri e teorie <7.
Allo scopo di valorizzare «le implicazioni storico-letterarie di questa relazione […] per una conoscenza ‘diversa’ del secondo Ottocento italiano», Antonio Di Silvestro ha dedicato un capitolo della sua monografia sulla scrittura epistolare di Verga al carteggio Verga-Capuana <8.
In questo lavoro, lo studioso ha proceduto al riconoscimento di tutti i passi nei quali l’arte viene rappresentata come una fede, un credo da diffondere e proteggere dagli attacchi degli ‘altri’, i critici vecchia maniera, gli «arcadi scoglionati» <9. Ma soprattutto Di Silvestro è stato il primo ad occuparsi in maniera sistematica delle intersezioni che occorrono tra le opere di Verga e quelle di Capuana, rilevando per il carteggio il carattere di vera e propria officina letteraria. Però, poiché il soggetto principale del volume di Di Silvestro erano le lettere familiari, lo studio delle epistole tra Verga-Capuana si presenta comunque in forma parziale e tocca, seppur analiticamente, solo alcuni passaggi delle stesse.
Un secondo sistematico contributo all’indagine sul carteggio viene da Elisabetta Bacchereti, la quale ha messo a confronto la corrispondenza tra Verga e Capuana con quella tra Manzoni e Fauriel, rintracciando e commentando in entrambi i casi le «lettere di letteratura» <10. E ovviamente le missive nelle quali si affrontano questioni di poetica, in particolar modo quelle nelle quali viene toccato il tema dell’impersonalità, sono state utilizzate da moltissimi studiosi di Verga – più raramente da quelli di Capuana – al fine di ricostruire la teoria del romanzo dello scrittore <11. Infatti, come spesso accade per la corrispondenza privata di autori celebri, anche nel caso di Verga questa è stata smembrata per servire da materiale biografico, per ricostruire le concezioni poetiche, le idee, cedendo alla tentazione di attribuire all’epistolario una funzione ausiliaria rispetto al resto della produzione letteraria <12.
È vero che la lettura di un epistolario ha anche questa funzione: infatti la disposizione cronologica e la molteplicità dei destinatari permettono di avere una visione sfaccettata del pensiero di un autore su un determinato tema, su una questione. Tuttavia, la forma epistolario permette di gettare luce solo sul mittente, lasciando completamente in ombra i destinatari, rischiando di far perdere nel tempo il meccanismo di alcune collaborazioni <13.
Nel caso di Verga e Capuana è proprio la complicità resa evidente dalla loro corrispondenza a fornirci delle importanti notizie non solo sulle dinamiche dell’ambiente intellettuale italiano, ma soprattutto sulla genesi delle opere e sulla maturazione del pensiero poetico ed etico dei due scrittori. Si rende necessario quindi uno studio dettagliato del carteggio, che ne illumini le questioni più rilevanti in maniera analitica e sistematica; nonché un’edizione dei testimoni finora rinvenuti, condotta con criteri filologicamente più rigorosi di quelli utilizzati da Raya.
Il presente lavoro si propone pertanto di offrire una prima risposta a queste esigenze, riproponendo la trascrizione degli autografi ad oggi consultabili sulla base dei criteri filologici ed editoriali adottati per la curatela dei carteggi verghiani pubblicati dalla Biblioteca della Fondazione Verga <14.
L’edizione viene inoltre corredata da un apparato di commento, al fine di chiarire quei passaggi del testo che possano risultare oscuri, presentare figure meno note anche a un lettore colto ma non specialista, integrare le informazioni sulle quali i corrispondenti sono reticenti perché oggetto di un precedente confronto verbale, o di epistole andate smarrite o perché riferite ad altre pubblicazioni (articoli su rivista, romanzi, o anche opere teatrali, etc.). Il commento si concentra soprattutto sull’aspetto letterario della corrispondenza, limitandosi alle informazioni essenziali per quanto riguarda le questioni private (nascite, morti, matrimoni, etc.).
Poiché molte sono le questioni di poetica dibattute tra i due scrittori, al fine di non appesantire il commento, ma anche di organizzare il discorso in maniera più struttura, si è scelto di affrontare alcune tematiche – tra le più ricorrenti, ma anche tra le meno compulsate dalla critica – in alcuni capitoli introduttivi.
Lo studio è relativo agli anni che vanno dal 1872, anno di inizio del carteggio tra Verga e Capuana, al 1890, poiché a partire da questa data la corrispondenza tra i due scrittori si dirada in maniera progressiva e si fa sempre più occasionale. Entrambi, infatti, ormai risiedono più o meno stabilmente in Sicilia. E soprattutto Verga si dimostra sempre meno interessato alle vicissitudini letterarie del continente e Capuana impegna le proprie energie nel tentativo di trovare una collocazione lavorativa che gli permetta di sopravvivere senza preoccupazioni. La grande stagione del dibattito letterario e dell’officina verista tra Verga e Capuana ha certamente termine con la pubblicazione del Il lavoro si articola quindi in due parti: una prima è suddivisa in quattro capitoli, preceduti da una breve introduzione. Nei primi tre capitoli si tenta di mettere a fuoco tre dei temi principalmente dibattuti nel carteggio: la moralità dell’arte, la lontananza dalla Sicilia, il rapporto con la critica e il pubblico. Il quarto capitolo si propone di contribuire alla ricostruzione della biblioteca reale e fruita di Giovanni Verga, grazie anche all’esperienza diretta, condotta da chi scrive, della ricatalogazione del patrimonio librario, oggi conservato presso la biblioteca della Casa Museo Giovanni Verga di Catania. Nel quinto capitolo si illustrano i procedimenti dell’officina degli scrittori in relazione alla composizione di alcune opere. Questo capitolo si configura come una diretta integrazione del lavoro avviato da Di Silvestro al quale si è precedentemente accennato <15.
La seconda parte è costituita dall’edizione degli autografi relativi alla corrispondenza tra Verga e Capuana. Dopo una breve nota al testo e l’esposizione dei criteri d’edizione adottati, si trova l’edizione delle lettere accompagnata, ove necessario, dall’apparato filologico, posto alla fine di ogni lettera, e dalle note di commento, disposte a piè di pagina.
[NOTE]
1 Ad esempio l’edizione delle Lettere sparse (G. Verga, Lettere sparse, a cura di G. Finocchiaro Chimirri, Bulzoni, Roma 1979) raccoglie una serie di missive di Verga a corrispondenti vari, molte delle quali non sono state ripubblicate in raccolte organiche.
2 Nel volume delle Postille a Verga Giovanna Chimirri dedica un capitoletto al carteggio Verga-Capuana, dichiarando esplicitamente che si trattava di uno studio preparatorio all’edizione del carteggio, interrotta alla notizia della prossima pubblicazione dell’edizione di Raya (cfr. G. Verga, Postille a Verga. Lettere e documenti inediti, a cura di G. Finocchiaro Chimirri, Bulzoni, Roma 1977, pp. 44-50).
3 Bob. XV. Cfr. A. Di Silvestro, Verga ‘poeta’ e 10 lettere inedite al Capuana (+ 1), in «Otto/Novecento», 2, 2012, pp. 53-68.
4 Unica testimonianza, fatta eccezione per due quartine di settenari indirizzate a Giacosa (cfr. lettera di G. Verga a G. Giacosa da Milano, 25 dicembre 1891, in Carteggio Verga-Giacosa, Introduzione e note di O. Palmiero, Catania, Fondazione Verga, Euno, 2016, p. 166).
5 A. Di Silvestro, Verga poeta…, cit., p. 55.
6 Immancabile nelle biografie di Cappellani, Di Blasi e Raya il riferimento a Cicco e Cola, locuzione siciliana utilizzata da Verga in una lettera del 20 aprile 1879 per riferirsi al sodalizio umano con Capuana (cfr. N. Cappellani, Vita di Giovanni Verga, Firenze, Le Monnier, 1940, p. 67, C. Di Blasi Luigi Capuana: Vita amicizie relazioni letterarie, Mineo, Biblioteca Capuana, 1954, p. 32 e G. Raya, Vita di Giovanni Verga, Roma, Herder, 1990, p. 56).
7 L’introduzione al carteggio consta solo di 16 pagine, 3 delle quali dedicate allo stato del carteggio. Segue un paragrafo riassuntivo dei temi, nel quale Raya ripercorre rapidamente il carteggio, mettendo in risalto alcuni episodi specifici: come il richiamo alla pubblicazione di Lu Cumpari, bozzetto di Capuana che Verga rivela essere stato la prima ispirazione alla maniera siciliana della sua produzione; l’articolo sui Malavoglia di Capuana; il presunto plagio di Cavalleria Rusticana da parte di Capuana in Malìa. Nel terzo paragrafo, intitolato ‘Interlocutori’, Raya traccia un profilo dei due scrittori attraverso la citazione di alcune epistole.
8 A. Di Silvestro, In forma di lettera. La scrittura epistolare di Verga tra filologia e critica, Bonanno, Acireale 2012, pp. 211-240.
9 Cfr. lettera di G. Verga a L. Capuana da Milano, 22 gennaio 1875.
10 E. Bacchereti, “Ciarle letterarie”: Manzoni a Fauriel, Verga a Capuana, in Scrivere lettere. Tipologie epistolari nell’Ottocento italiano, a cura di G. Tellini, Roma, Bulzoni, 2002, pp. 209-237: 211.
11 Cfr. Introduzione, infra, p. 15.
12 A. Fochi Caturegli, L’epistolario e il lettore, in «Italianistica», XVII (1988), n.2, pp. 299-311: 299.
13 Secondo Alberto Vecchi: «la convenienza di pubblicare i carteggi completi di due corrispondenti, spezzando in tal modo la continuità cronologico-biografica dell’epistolario completo d’autore, la si incontra in casi evidenti: innanzitutto quando il carteggio risulta di pari importanza sia da una parte sia dall’altra, sì che monca risulterebbe la corrispondenza di uno solo dei due corrispondenti». Inoltre, rinunciare alla monumentalità dell’epistolario non sarebbe negativo soprattutto «laddove la pubblicazione di singoli carteggi implica la restituzione alla storia di figure altrimenti smarrite, e di colloqui e di collaborazioni altrimenti sbiaditisi o dimenticati» (cfr. A. Vecchi, Motivi per una ecdotica degli epistolari e dei carteggi, in Metodologia ecdotica dei carteggi, Atti del convegno internazionale di studi (Roma 23-25 ottobre 1980), a cura di E. D’Auria, Le Monnier, Firenze 1989, pp. 25-30).
14 In particolare cfr. Carteggio Verga-Rod, a cura di G. Longo, S. Squeglia, Fondazione Verga, Catania 2004, Carteggio Verga-Giacosa, cit., e G. Verga, Lettere ai fratelli (1883-1920), a cura di G. Savoca e A. Di Silvestro, Catania, Fondazione Verga, Euno, 2016. I criteri filologici verranno illustrati in maniera analitica in un paragrafo dedicato che precede l’edizione (cfr. pp. 87-93).
Milena Giuffrida, Per una nuova edizione commentata del carteggio Verga-Capuana, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Palermo, 2019

Amalia non si scompone

Amalia Guglielminetti – Fonte: Wikipedia

Amalia Guglielminetti amava definirsi ‹‹colei che va sola››, facendo della propria solitudine una bandiera. Solitudine che significa unicità e originalità, tanto nell’arte quanto nella vita. Da una parte, infatti, Giuseppe Antonio Borgese, affermando che la Guglielminetti ‹‹è un’artista di tale strepitosa forza che bisogna lasciarla sola›› <225, testimonia della resistenza di Amalia a essere ricondotta a una precisa scuola poetica e della sua insofferenza alle etichette, sebbene da Le seduzioni in poi divengano palesi la predilezione per D’Annunzio e l’inclinazione a lasciarsi ‹‹tentare dal Simbolismo›› <226. Dall’altra, quell’irriducibile sentimento di non appartenenza, che caratterizza la figura di Amalia, si misura nella sua attitudine a non mescolarsi a congreghe omogenee: non solo, infatti, la poetessa evita i salotti letterari e artistici della sua città, ma anche l’esperienza al Congresso Nazionale Femminile del 1908 non le lascerà nient’altro che una sensazione di insofferenza e disprezzo.
La propensione alla solitudine, tuttavia, non impedisce ad Amalia di coltivare relazioni di amicizia con intellettuali e artisti della sua epoca: la sua, infatti, non è misantropia, ma resistenza contro ogni cedimento all’omologazione, che l’appartenenza a ogni grande gruppo comporta, a scapito della propria personale e preziosa unicità. Per questo motivo, la poetessa rifuggirà sempre da etichette di ogni sorta, miranti ad annullare le differenze individuali nell’esaltazione delle caratteristiche comuni.
Nelle relazioni private ed esclusive con piccoli gruppi di letterati, critici e artisti non omogenei, però, non esistono simili rischi: Amalia tiene sì un salotto in casa propria a partire dal 1906, ma vi partecipano intellettuali e artisti non ascrivibili a una precisa scuola di poetica.
Il carteggio tra la Guglielminetti e Gozzano registra molto spesso cenni alle frequentazioni della poetessa, alle sue relazioni epistolari e agli incontri con gli intellettuali dell’epoca. Attraverso di essi, è possibile valutare il peso della figura di Amalia nel panorama culturale contemporaneo, non soltanto torinese ma anche italiano.
Da una parte, infatti, la corrispondenza documenta il progressivo radicamento della poetessa nell’ambiente intellettuale della sua città, all’interno del quale seppe costruire relazioni di amicizia e stima; dall’altra, è possibile delineare, negli anni del successo poetico, un allargamento dell’orizzonte culturale di Amalia a tutta Italia.
Come sappiamo, fin dal 1906 aveva iniziato a frequentare la Società di Cultura, luogo di ritrovo dell’intellighenzia torinese, dove ebbe modo di conoscere letterati a lei coetanei, ricavandone un’impressione tutt’altro che positiva. All’inizio del rapporto epistolare con Gozzano, dopo aver definito lui e i suoi amici ‹‹coltivatori di chiacchiere››, in virtù dei pettegolezzi che essi amavano scambiarsi sul suo conto, Amalia offre al poeta una breve rassegna dei comportamenti dei suoi compari: “C’è uno dei vostri amici che – non so per quale irritazione nervosa – è messo in ilarità dalla mia presenza, un altro invece in vena declamatoria. Molti avranno fatto degli studi sulla mia persona, ma io pure, sotto la mia apparente indifferenza, so dire a un dipresso ciò che vale ognuno di loro. Parecchi – più zelanti di Voi – hanno spinto le loro ricerche psicologiche fino a seguirmi per via, passo passo, con una buona volontà ammirevole”. [16 giugno 1907] <227
[…] Tuttavia, nel corso del tempo, la situazione cambia notevolmente. Amalia inizia a frequentare gli amici di Guido, invitandoli spesso a casa sua, e ne dà notizia al poeta, che si trova, come sappiamo, in Liguria per curare la sua malattia: ‹‹Poco fa è uscito da casa mia Mario Bassi che avevo invitato a prendere il thè. C’era pure Gariazzo e aspettavo anche Vallini ma mi scrisse dal Mauriziano dove si trova ammalato, scusandosi›› <229.
Era stato Gozzano stesso a chiedere all’amica di scrivergli solo per ‹‹comunicargli le materialità circostanti›› <230: il poeta, infatti, spaventato dalla piega sentimentale che stava prendendo il loro rapporto, aveva cercato di smarcarsi imponendo ad Amalia una corrispondenza più blanda e con fini esclusivamente mondano-letterari e mettendo al bando qualsiasi confidenza che spostasse la relazione su un piano più intimo e più profondo. Tuttavia, non appena Amalia, adeguandosi ai desideri di Guido, gli invia un breve biglietto dal tono distaccato in cui gli comunica, come richiesto dal poeta, novità circa il proprio lavoro letterario e i propri incontri sociali, Gozzano reagisce con un malcelato moto di gelosia: ‹‹Ho saputo (non da Bassi e non da Vallini) che Bassi e Vallini furono da Voi… Forse non avete nemmeno fatto il nome dell’esule: come si fa presto a dimenticare i morti e i lontani!›› <231. Emergono qui la difficoltà di Guido ad accettare il proprio esilio, il timore di essere rimpiazzato da qualcun altro nelle grazie della poetessa e, infine, forse, il fastidio a condividere le sue amicizie con Amalia, la cui facilità nello stringere relazioni è probabilmente motivo di invidia da parte del poeta.
D’altronde, gli amici di Guido, che sospettano un legame amoroso tra i due poeti – e, con ogni probabilità, ne provano una certa stizza – si avvicinano ad Amalia allo scopo di saggiarne le reazioni in merito ad alcune insinuazioni circa le conquiste di Gozzano in Liguria: ‹‹È Vallini che mi ha svelato l’esistenza dell’Incognita forse con qualche intenzione scrutatrice nello sguardo che ho sostenuto bene›› <232.
Amalia non si scompone, né nutre alcun rancore nei confronti della malalingua; anzi, la circostanza diventa un’occasione per intraprendere un rapporto più stretto e diretto con Carlo Vallini, uno degli amici più cari di Gozzano: “Gli ho donato il domani una copia delle V.F. per la «Cultura» ed una per lui con un ritrattino mio, l’ultimo che v’ho mandato. Poco dopo ricevetti «Un giorno», il suo poemetto. Ve ne parlo con tristezza, Amico mio, perché v’ho avuto dinanzi, ho avuto dinanzi a me la vostra anima, non quella del vostro amico. Ho veduto una intelligenza bella, che potrebbe essere bella per sé e di sé con la sua propria luce e con la sua propria forza truccarsi malinconicamente per somigliare ad un’altra, adoperare il rossetto dell’ironia, il cold-creame [sic] del sogno, il bistro della negazione dell’essere per uscire e farsi applaudire alla ribalta falsa della letteratura. Buon Dio! come esclamate Voi così spesso, vi confesso che gli avrei battuto volentieri le mani. Invece gli ho scritto, dicendogli, in termini meno crudi, quello che ho detto a Voi, parlandogli francamente dell’«amico pensoso che scrive a lettere piccole il nome suo grande», rimproverandogli di aver guardato troppo il vostro sogghigno di aver troppo assaporato il vostro veleno. Può darsi ch’io l’abbia offeso, e me ne dorrebbe, ma non ho saputo mentirgli. Dopo ho riletto, indagatrice, i miei versi e ho messo al bando tutti quelli che mi parevano peccare anche venialmente di lontana o vicina rassomiglianza con qualcuno dei vostri. Qualche bel suono s’è cambiato in brutto, ma è mio, non guidogozzaneggia più”. [19 dicembre 1907] <233
Il racconto testimonia della sete di originalità e della fedeltà a se stessa che, come dicevo poc’anzi, animano la poetessa; avremo modo di verificare più avanti, attraverso la lettura della poesia di Amalia, l’effettivo perseguimento del suo intento – qui dichiarato – di ‹‹non guidogozzaneggiare››.
[…] L’opinione espressa da Amalia sulla poesia di Carlo Vallini, confermata da simili riserve di De Paoli, sembra gettare radici in Gozzano, il quale rinuncia a recensire la raccolta dell’amico intitolata Un giorno: come mostra Marziano Guglielminetti, sono queste le prime avvisaglie della futura ‹‹crisi della solidarietà artistica tra Guido e Vallini›› <236.
A conferma di ciò, poco tempo dopo, Guido invita Amalia a tenere nascoste a Vallini, fino ad allora interlocutore privilegiato del poeta e compagno nella promozione delle sue opere, le sue intenzioni letterarie: ‹‹Tacete, però, anche di questa collaborazione, tacete con tutti finché la N. Ant.gia <237 non compaia: e con Vallini, specialmente. Quante imposizioni di segretezza! Dovete essere lusingata, mia bella fiduciaria!›› <238.
A sua volta, Carlo Vallini impone vincoli di segretezza ad Amalia, che lei disattende con Guido: “Ieri – ve lo dico in grande confidenza perché tutti e specialmente Voi lo dovete ignorare – vi fu Vallini a casa mia. Mi impose innanzi tutto il segreto su la sua visita, e fu, a tratti, mordace, ironico, di una ironia malevola anche. Sento che in fondo non mi è amico. M’è sembrato anche poco sincero, benché accusasse me di posare continuamente. Ditemi francamente: Credete che egli sospetti male di noi? Ve ne ha fatto cenno?” [11 marzo 1908, data ricostruita] <239
Il comportamento di Vallini è ambiguo: prima, accusa Amalia di non essere sincera, poi, però, cerca la sua complicità per tenere nascoste a Guido le proprie visite alla poetessa. Il poeta sembra spinto da un moto di invidia nei confronti dello speciale legame instauratosi fra la Guglielminetti e il comune amico. Tuttavia, Amalia non pare accorgersene, presa com’è da ben altre preoccupazioni.
In primo luogo, infatti, la poetessa è angosciata a causa dei pettegolezzi che, teme, circolino sulla sua relazione con Guido. Gozzano, però, la tranquillizza; non solo, ma, ormai sicuro della predilezione di Amalia nei suoi confronti, può anche permettersi di promuovere l’amico presso la poetessa, intuendo le ragioni sottese al comportamento di Vallini: ‹‹Vallini dubita di noi molto poco: forse un po’ più di una pura benevolenza: ma poco, vi dico. Rievocatelo sovente, in mio ricordo. È un caro ragazzo. E vi piacerà. Ha la faccia dura, ma guardategli la bocca, mentre parla, e il collo che è forte e bello, e vi piacerà›› <240.
In secondo luogo, Amalia teme che Guido abbia tradito la sua fiducia, riportando a terzi alcune sue confidenze letterarie e accompagnandole, tra l’altro, con commenti poco rispettosi: “Tre giorni fa alla Cultura Vugliano si lagnò con me perché non gli do in lettura il mio poemetto, – mentre – egli disse – lo diedi già a molti altri. Anzi – mi soggiunse – questi dicono che sia un «afrodisiaco». Pensate come rimasi, benché la crudezza di termini nota in Vugliano, mitigasse un poco lo strano comento. Non so a chi attribuire un simile giudizio essendo Voi il solo, dopo Mantovani che è via di Torino e Ada Negri che è a Milano, che ne possa discorrere con conoscenza”. [11 marzo 1908, data ricostruita] <241
Guido, dapprima, si schermisce: ‹‹«Le Seduzioni» non furono lette da nessuno, sulla mia parola d’onore. Il verso che vi hanno riferito <242 fu da me detto trasognatamente una sera: e se colpì e piacque non è colpa mia. Le riavrete domani: oggi voglio rileggerle›› <243. Dopo averla riletta, le restituisce la raccolta, dicendo: “Rieccovi «le Seduzioni»: molto inutilmente: sono mie ormai, le so a memoria. Ma non temete: nessuno ne udrà più una parola: vi giuro intanto che nessuno seppe che ne avessi il manoscritto; il verso che vi fu riferito è l’unico sfuggitomi distrattamente con Vallini che lo ripeté a Vugliano, ansioso della primizia. [21 marzo 1908] <244
Vallini, Vugliano, Gozzano sembrano contendersi, dunque, il privilegio di una relazione esclusiva con Amalia Guglielminetti: ambiscono a conquistare la sua predilezione e a ricevere in anteprima indiscrezioni sul suo lavoro letterario. Oggetto di questa rivalità è senz’altro la poetessa, la cui notorietà rende la sua amicizia appetibile; accanto alla poetessa, tuttavia, rimane sempre la donna, il cui fascino femminile è indiscutibile. Neppure l’altro celebre compagno di Gozzano, Mario Bassi, sembra esserne immune, secondo quanto rivela Guido stesso: ‹‹Ci siamo dati convegno a Torino senza saperlo, Amica mia, e non ci siamo incontrati; arrivavo e partivo nei due giorni vostri; ed ero alla Cultura quando vi aspettò invano Bassi molto deluso›› <245.
Sebbene Amalia non neghi ad alcuno la propria amicizia e sia gentile con tutti, nessuno, eccetto Guido Gozzano, riuscirà a conquistare un posto speciale nella sua vita.
[NOTE]
225 G. A. Borgese, Una poetessa, ‹‹La Stampa››, 17 maggio 1909: l’articolo è riportato parzialmente in M. Gastaldi, op. cit., p. 72
226 Elena Fumi, nel suo studio dedicato al Simbolismo italiano (Ead., La tentazione simbolista, Giardini editori e stampatori, Pisa, 1992), parla dell’esistenza non di una scuola, ma di ‹‹un’area fortemente tentata dal Simbolismo›› (Ivi, p. 12) attiva in Italia soprattutto alla fine del 1800. Tenendo presente le riflessioni della studiosa, Marziano Guglielminetti evidenziò a suo tempo la presenza nella poesia di Amalia di una serie di caratteri che, secondo la Fumi, ‹‹possono considerarsi tipici dell’aura simbolista›› (Ivi, p. 46). Cfr. M. Guglielminetti, Amalia: la metrica dell’io in Id., La musa subalpina…, cit., pp. 319-31. Per un approfondimento della questione, rimando al capitolo successivo.
227 Lettere d’amore…, cit., p. 43
229 Ivi, p. 85 (lettera del 28 gennaio 1908)
230 Ibidem (lettera del 26 gennaio 1908, data ricostruita)
231 Ivi, p. 86 (lettera del 17 febbraio 1908)
232 Lettere d’amore…, p. 74 (lettera del 19 dicembre 1907, data ricostruita)
233 Ibidem
236 Cfr. M. Guglielminetti, La ‹‹scuola dell’ironia››…, cit., pp. 19-26
237 L’abbreviazione sta per ‹‹Nuova Antologia››, la rivista diretta da Giovanni Cena.
238 Lettere d’amore…, cit., p. 82 (lettera del 6 gennaio 1908)
239 Ivi, p. 87
240 Ivi, p. 89 (lettera del 12 marzo 1908, data ricostruita)
241 Lettere d’amore…, cit., p. 87
242 Non è chiaro a quale verso Guido faccia riferimento: nella lettera alla quale la missiva di Gozzano risponde, la Guglielminetti alludeva soltanto al commento riportatole da Vugliano in relazione al poema de Le seduzioni, non a singoli versi citati. Si potrebbe ipotizzare che Amalia avesse riportato il verso in questione in un biglietto precedente, al quale accenna nell’epistola: ‹‹Temo pure che quel mio biglietto fulmineo di sabato sera sia stato intempestivo o inopportuno. Ma aveva un tale timore che qualche imprudenza ci tradisse che ho scritto senza quasi riflettervi›› (cfr. Lettere d’amore…, cit., p. 87).
243 Ivi, p. 89 (lettera del 12 marzo 1908, data ricostruita)
244 Ivi, p. 90
245 Lettere d’amore…, cit., p. 124 (lettera del 3 ottobre 1908)
Claudia Brunotti, Fruscìo di seta. Amalia Guglielminetti poetessa (e la corrispondenza con Gozzano), Tesi di Laurea, Università di Pisa, Anno Accademico 2012/2013