Noventa fa sicuramente suo, riscrivendolo, un ideale ridimensionato di poeta

Giacomo Noventa: attualità di un inattuale? <1
In tempi di appiattimento linguistico – figlio della comunicazione – di corsa a pubblicare, di toni parossistici, di compartimenti stagni, l’opera poetica di Noventa, così densa pur se così smilza, può rimettere in auge una riflessione sul linguaggio e sull’espressione verbale che si dirama verso una riproposta più impegnativa della figura di poeta. La sua reticenza a scrivere, come se il verso sbocciato dall’oralità ne patisse; la sua distanza dagli idoli letterari, il suo poliedrico rappresentarsi come Io poetico, ne fanno una figura inedita anche nel panorama dei poeti dialettali. La sua impresa maggiore – anche questa una forma di antagonismo – è stata la ricerca della propria lingua, la reinvenzione di un codice poetico globale, ma sempre provvisorio, in cui calare di volta in volta il suo pensiero. E di una poesia che serve il pensiero e non si appaga solo di sé perché Noventa non smette di declinare il suo Io nelle forme multiple dell’essere uomo. <2
La sua enorme escursione linguistica, non solo di forme e ritmi, proviene tutta da quell’idioletto inventato («’na lengua mia») e rivendicato anche per i suoi precedenti illustri («Dante, Petrarca e quel dai Diese Giorni | Gà pur scrito in toscan»), <3 ma che resta un impasto fluido che sfida e incorpora la lingua alta per dire in modi non solo linguisticamente diversi.
Una lingua non regressiva, malgrado l’asserita discendenza del «dialeto» dall’alveo materno, e il nesso che lega originario e autentico, <4 perché capace di sbilanciarsi – come non fa la lingua alta – fra istanze affettivoumorali, distillati di pensiero, realtà e vissuti scarsamente omogenei. A riprova, per ovviare al rischio di finzione, non c’è nemmeno il dispiegarsi di uno scenario natural-campestre quale corollario del parlato popolare, perciò le scarse evocazioni della natura («il monte», «el prà», «el mar», ecc.) valgono piuttosto come prototipi atemporali per suggerire condizioni esistenziali.
Con il dialetto si può più facilmente infrangere i codici, animare il linguaggio di affetti generali, fare agire un egualitarismo che abbassa l’intellettuale e innalza il popolare e, nella sua qualità di lingua-corpo, far sì che la poesia sia soprattutto dialogica, in una socievolezza che convoca gli assenti per farli dire oltre che per essere detti. Come se questa creazione inedita mettesse a nudo la non definitività del genere poesia, che ambisce invece ad essere cristallizzandosi in una forma definitiva. Ne è un esempio quel rifacimento di motivi di Heine dove, per confortare il «putel», un dialetto italianizzato lo sollecita prima come essere pensante «No’ angossarte, putèl, spera, | e razona el dolor», per sostenerlo infine con la formula più triviale: «No’ ‘ver paura».
L’ordinamento dei testi che compongono la raccolta “Versi e Poesie” <5 – la sola opera completa, licenziata dall’autore – è già tutto un programma: sostituiti i titoli con i versi iniziali di ogni singolo testo, è l’ordine alfabetico a fondare l’idea della compiutezza, pur nell’arbitrarietà del carico portato da ogni singola lettera, e tuttavia nello spirito ludico di un procedere preletterario.
Del resto, il punto fermo dell’alfabeto (la sua fittizia irreversibilità) viene compromesso dall’andamento circolare testimoniato dalle due poesie liminari. Analitica e tormentata la prima, che si apre sull’appello accorato: «… Ah, déme, alora, de novo i tempi!», come una mitica età dell’oro personale da ripristinare per corpo, mente e valori obnubilati dalla condotta errata del richiudersi in sé, del rispecchiarsi del «mi» in «mi», anziché fare agire il socievole noi misurato sull’altro. Quintessenziale l’ultima, scritta alle soglie della morte, che nel vagheggiare un fiabesco moto circolare, deplora la velocità del tempo «ch’ el ne lassa | Veci | Su la porta de casa!», ma che tuttavia «gira in tondo» e può operare il miracolo del ritorno alla gioventù.
Questa formula globalizzante ribadisce iconicamente lo spirito inclusivo e non esclusivo della poesia di Noventa che nega al poetare quell’autosufficienza che gli viene dalla tradizione alta. <6
Al contrario, è una poesia animata da una volontà di sperimentazione che si misura, e misura il suo strumento linguistico inedito, su un’ampia gamma di sollecitazioni emotive e sulle funzioni plurime dell’Io: amico, amante, «omo», poeta, «vecio», partner editoriale, soldato, cittadino partecipe, al punto da includere una lapide commemorativa fra le poesie, ecc.
Noventa fa sicuramente suo, riscrivendolo, un ideale ridimensionato di poeta, attinto da un testo di Goethe (Einschränkung), per quel suo ritrovarsi simile fra i simili, <7 per quel commisurare la grandezza su un perimetro ridotto, lasciando a macerare nell’intimo il turgore che lo divora: «Fùssela questa la me ambiz?on? | Picolo farme co’ tuti i picoli, | E morir de pass?on… ». Dal «picolo» al «gnente» di una più radicale messa in questione di ambizioni, condizioni, posizioni, persino in amore: «Saver de no’ esser gnente | Xé scominziar a amar».
Una parola-chiave che ritorna anche per denunciare il peccato d’artificio («’Ste parole preparàe») rispetto a «Quante àneme danàe, | Che ne parla umanamente», sicché la «zente» del comune sentire e del comune dolore, può attrarre in rima l’Io con il suo «gnente» di persona e opera. Da cui l’aspetto comunicativo più che intertestuale delle sue «imitazioni », o traduzioni che dir si voglia. Tradurre non più come relazione di dipendenza, poiché l’alterità è risolta nella libertà anziché nella fedeltà.
Con le sue versioni in dialetto da testi poetici consacrati, Noventa riconosce una dialettica fra sé e modello capace di restituire al donatore un nuovo vigore per la sua opera.
Grazie al dialetto, il testo alto si abbassa a comprensione più ampia, mentre la familiarità che il traduttore si prende con il predecessore illustre fa capire che la poesia non è esperienza isolabile, preclusa ai tanti; che il suo messaggio è riproducibile, e non si cura del concetto di separazione degli stili. <8
Basti vedere la riscrittura delle due strofe di Hölderlin dedicate a Socrate e Alcibiade: se l’inizio riprende letteralmente l’interrogazione a Socrate sul perché dell’adorazione che egli destina a quel giovane, <9 nella seconda, la risposta di Socrate, intrisa di profondità filosofica nel primo caso («Chi pensa il più profondo, ama il più vivo, | Sublime gioventù intende, chi ha guardato nel mondo»), si trasforma, con Noventa, in un’ammiccante proposta a indagare anche le ragioni del corpo oltre a quelle dello spirito:
Trova Alcibiade;
E domàndighe pur cô farè el bagno:
Alcibiade,
No’ conóssistu gnente de più belo
Che el marìo de Santippe?
Poeta libero da vincoli di casta e poesia come libertà nel farsi lingua francaperché appartiene a un mondo che sfida le leggi e si dispiega senza limiti. Eppure questo oltranzismo si ferma per certi versi al codice:
Mi me son fato ‘na lengua mia
Del venezian, de l’italian:
Gà sti diritti la poesia,
Che vien dai lioghi che regna Pan;
come se una riserva, linguistica ed etica, vietasse di dire tutto, («No’ tuto quelo che penso e vedo | Vol i me versi spiegar e dir…») lasciando al lettore il compito di procedere nell’inesplorato: «Ma la parola che pur me resta | Xé sugerirve: çerché più in là», anche perché il mitico Pan, benché nume tutelare del fare poetico, nel suo sinonimo «Pìe-de càvara», è latore – degradato – di una poesia solo all’insegna della sregolatezza («El Pìe-de càvara, in vogia o in festa, | Oltre i so limiti no’ ‘l xé rivà»).
Detrattore della funzione letteraria e cultore a suo modo di quella poetica, Noventa riesce a calibrare, grazie alla sordina del dialetto, le fughe verso la magniloquenza e la presunzione del ruolo, salvaguardando il mistero di una qualità differenziale mai inscrivibile in un concetto definito.
Omologazione fra il poetare dei grandi, chiamati cameratescamente con il loro nome di battesimo (Giacomo, Francesco e Dante) e l’affabulazione concessa a tutti, purché sostanziata di esperienza. Così, “Co se gera soldai”, dai «compagni più veci» ai «coscriti» il sapere degli uni incontra il non ancora vissuto degli altri, ed è la scoperta di quell’ignoto che assomiglia alla poesia. Ma è anche la dizione aulica adoperata per definire la natura più drammatica dell’arte, non solo diversa dalla vita, ma scaturita da quanto la vita possiede d’impervio: «L’arte nasce da delusi sfoggi», dopo un travaglio che le fa abbandonare l’orizzonte della soave meraviglia: «Come la Musa crudelmente acquista | Altri miraggi dai miraggi lieti, | Svolgendo il bianco della prima pista!».
Quando dalla nozione astratta passa al personaggio poeta, Noventa dispiega il contravveleno dell’ironia se non basta la schiettezza dell’uomo rustico, o il ridimensionamento a funzione limitata, per definirsi poeta in modo nuovo […]
[NOTE]
1 «Forse allora, invece di ingiuriarmi, qualche giovane rivoluzionario ricanterà i miei versi. Riconoscerà cioè non soltanto il valore rivoluzionario di una dottrina politica, e di una critica letteraria; ma l’accento rivoluzionario di una poesia, e la profonda coerenza di tutta una vita» (SE, p. 63). Per questa sintetica rilettura, che cerca di sistematizzare un pensiero poetico così eterodosso, si lascerà spazio in nota soprattutto all’autocommento in prosa dell’autore. Per tutto l’apparato critico, accademicamente inteso, si rinvia alla poderosa edizione delle OC. Anche se non esplicitamente citati nelle note, questo intervento ha presente e utilizza i contributi in Baldan 1990; Carlino 1993; Cecchetti 2012; Daniele 2008; Manfriani 2008; Marcheschi 2011; Monti 1985; Urgnani 1988.
2 In quella serie di interventi polemico-critici, rivolti a destinatari precisi, ed espressi in forma di lettera, a Giovanni Giudici Noventa spiega che «il poeta e l’artista sono un modo di essere, non un modo di fare» (SE, p. 151).
3 «la lingua poetica di una nazione può essere, in determinati momenti storici, concepita in una qualunque delle sue piccole patrie dialettali» (PL, p. 505).
4 Sulla natura non regressiva di questo estremo «putel», cfr. le precisazioni di Zanzotto 1991: «Ed è questo putèl che può ripetere, riprendere anche in un ottenebramento, qualche cosa di simile a una convenzione-canto ritmata in giuste alternanze fra versi tronchi (“singhiozzo”) e svolgimenti piani, secondo un modulo che per essere così fuso alla natura-putèl non può esplicitarsi fino alla rottura, deve conservare un suo corpo armonico o aureola armonica, e continuare come un’eco, in un filtrazione incoercibile di vitalità. Non si ha nulla di dissolto, di deturpato, non c’è nemmeno l’indizio di uno scatto ossessivo. La poesia continua a venire “filata” in una convergenza appunto di estremo coraggio e di estrema innocenza».
5 Tutte le citazioni poetiche sono tratte da VP. Nel tracciare la storia della sua vita, Noventa riconosce che la poesia è stata solo un episodio della sua intensissima, e successiva, attività di critico e filosofo, al punto da dare al suo Io poetico un’identità fittizia, quella di tale Emilio Sarpi, nato a Lampol, Venezia, il 31 marzo 1898 (lo stesso giorno della sua nascita) e morto a Londra il 19 ottobre 1933.
6 Nella «lettera» a Walter Binni: «Il significato della parola “poeta” dovrebbe essere quasi identico a quello delle parole “filosofo”, “politico”, “religioso”» (SE, p. 214).
7 «Il vero muro del silenzio è quello che ci separa dagli esseri più vicini a noi. Il grande muro del silenzio fra noi e gli esseri più lontani da noi, fra noi e l’Universo, fra noi e Dio, non crolla se non crolla quel piccolo muro» (SE, p. 126).
8 Commentando le traduzioni in dialetto di Heine, ad opera di Mario Andreis, Noventa sottolinea la legittimità di tale operazione: «Non è un caso che Heine sia stato tradotto in dialetto: nella repubblica letteraria infatti avviene spesso qualche cosa di simile a quel che avviene nel regno dell’economia: come in questo può diventare necessario di ritirare le classi privilegiate alle loro origini di rimescolarle e riconfonderle alle classi degli operai e dei contadini così in quella è necessario rinunciare al linguaggio disordinato dai retori per rituffarsi in quelli in cui le parole amore cuore dio giustizia e simili conservano il loro valore». («A proposito d’un traduttore di Heine» [1934], in OC, II, pp. 7-8).
9 «Perché stai sempre adorando, Socrate santo, | Questo giovane? Nulla sai di più grande, | Che con occhio d’amore, Come gli dèi, lo contempli?» (F. Hölderlin, Poesie, a cura di G. Vigolo. Milano: Mondadori, 1976) che Noventa riprende così: «Parché vàrdistu mai, Socrate santo, | A ‘sto zóvene sempre? | No’ conossistu gnente | De più grando? | Sluse amor nei to oci, vardando | A lù, cofà a un Dio».
Loredana Bolzan (Università Ca’ Foscari, Venezia), «Esser a se stessi la so libertà». Sulla poesia di Giacomo Noventa, Quaderni Veneti, Vol. 4 – Num. 1 – Giugno 2015

Sebbene Letteratura si defili rispetto sia alla linea ufficiale, sia a quella della cultura di fronda e giovanile del regime, ne sposa comunque le basi programmatiche sul dibattito sul realismo, sulla metodologia critica, e sulla letteratura straniera. Per quanto concerne le sinergie intellettuali in questi tre campi: si allinea implicitamente con Solaria (1926-1936) di Alberto Carocci sulla questione letteratura straniera e del lavoro di gruppo, meno con la Riforma letteraria (1936-1939) di Giacomo Noventa e Carocci, per la sua maggiore attenzione verso il dibattito metodologico, e con il multimediale Convegno di Enzo Ferrieri a Milano per la scarsa attenzione alle altre manifestazioni artistiche (almeno nella prima serie). <32 Resta altresì distante dal cattolico spiritualismo di Frontespizio e dal lirismo sperimentale di Campo di Marte (1938-1939) di Alfonso Gatto e Vasco Pratolini a Firenze. <33 Il coraggio della concordia unito ad una indifferenza engagée è stata dunque la cifra che le riviste letterarie hanno adottato per sopravvivere al regime senza arrivare allo scontro diretto.
[…] Nota è la definizione di Noventa dei collaboratori di Letteratura come di un ‘convegno di naufraghi’ che, dopo il naufragio di Solaria, avevano trovato un porto sicuro nella Repubblica delle lettere amministrata da Bonsanti e dai suoi. <36 Proprio per la pacatezza e l’understatement bonsantiano, o proprio per la sua indifferenza engagée, non è in nessun modo un’esagerazione affermare che dalle pagine di Letteratura sia passato tutto il mondo letterario italiano dei tardi anni Trenta. La sua redazione è composta da nomi che andranno a popolare il panorama della cultura italiana: critici giovani e di punta, Luciano Anceschi, Carlo Bo, Vittorio Bodini, Gianfranco Contini, Giuseppe De Robertis, Giacomo Devoto, Giansiro Ferrata, Franco Fortini, Alfredo Gargiulo, Oreste Macrì, Mario Praz; scrittori promettenti e affermati, Giorgio Bassani, Romano Bilenchi, Carlo Cassola, Enrico Emanuelli, Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi, Gianna Manzini, Enrico Pea, Vasco Pratolini, Bonaventura Tecchi, Elio Vittorini; figure poetiche cardinali, Bernardo Bertolucci, Piero Bigongiari, Mario Luzi, Eugenio Montale, Sandro Penna, Vittorio Sereni, Salvatore Quasimodo, e molti altri di chiara provenienza solariana, per un totale di più di duecento collaboratori. Tra queste presenze stride l’assenza di Ungaretti, e la presenza molto limitata del rondista Cardarelli.
[NOTE]
32 Su questi punti, si rimanda al saggio di Daniela La Penna nel presente volume.
33 Ruggero Jacobbi, ‘Letteratura e Campo di Marte’ in Letteratura Italiana del Novecento, a cura di Gianni Grana, (Milano: Marzorati, 1982), VI, pp. 53-58.
36 ‘I calzoni di Beethoven’, Riforma letteraria, I.10-12 (settembre-dicembre 1937), citato in Langella, Le riviste di metà Novecento, pp. 68-74.
Francesca Billiani (The University of Manchester), Firenze 1937-1947: Letteratura e l’indifferenza engagée, Italian Studies, 73 (2), 2018

Nel numero 6-7 del 1937 della «Riforma Letteraria», Noventa spiegava le ragioni del sodalizio con Carocci a partire dall’ultima stagione di «Solaria», fino alla fondazione della nuova rivista <418. L’articolo dimostra la convinzione di Noventa di essere al centro di un «processo di trasformazione che riguarda una intera generazione» <419. Noventa, come ha sottolineato anche Geno Pampaloni, con la definizione di «educatore inascoltato» <420, ha contribuito, nelle pagine saggistiche offerte alle riviste cui ha collaborato, a promuovere un invito alla grandezza, intesa come invito universale ad operare nella storia e nel destino degli uomini. Luti rileva tuttavia che, tra il 1934 e il 1936, anni che intercorrono tra la pubblicazione del saggio su Heinrich Heine e i primi capitoli del Principio di una scienza nuova <421, i rapporti tra Carocci e Noventa diventano piuttosto burrascosi, a seguito del rifiuto da parte di Noventa di ripubblicare il suo primo saggio apparso su «Solaria» all’interno della progettata antologia della rivista <422, e della constatazione da parte dello stesso Carocci di non poter sfruttare a suo favore la forza del polemista Noventa nella rivista per i suoi fini editoriali. Dallo studio di Luti appare quindi chiaro che, esaurita la stagione solariana, Carocci e Noventa elaborano in tempi molto brevi il nuovo progetto di rivista e le sue linee guida <423, il cui primo numero uscì nel novembre 1936 e vide la partecipazione di amici e giovani ammiratori di Noventa: Franco Fortini, Enrico Morovich <424, Alceste Nomellini, Geno Pampaloni, Raffaello Ramat, Mario Soldati <425, Giorgio Spini <426. Luti è convinto che sia Noventa ad avere il controllo, rispetto a Carocci, della «Riforma Letteraria», in un’inversione di rotta rispetto a quanto era accaduto con «Solaria», suscitando attraverso le sue pagine violente reazioni da parte dei vecchi collaboratori di «Solaria» come Giansiro Ferrata <427. Luti è inoltre sicuro che chi aveva reagito in maniera negativa alla nuova proposta poetica della «Riforma Letteraria», non aveva capito che Emilio Sarpi alias Giacomo Noventa stava divenendo il fondatore di un nuovo linguaggio poetico in grado di imporsi come esperienza innovativa all’interno della poesia contemporanea, grazie al recupero del dialetto. Come è stato in seguito dimostrato da Giuliano Manacorda nel volume Lettere a «Solaria» <428 e da Riccardo Monti in Solaria ed oltre. La cultura delle riviste nelle lettere di Alessandro Bonsanti, Alberto Carocci, Gino Ca’Zorzi (Giacomo Noventa), Giansiro Ferrata, Raffaello Ramat <429, Carocci risulta essere un punto di riferimento centrale nel rinnovamento culturale di quegli anni in termini di progettualità e ipotesi di lavoro, «una vigile presenza nella cultura italiana proprio negli anni difficili che dall’assestamento del fascismo conducono agli esiti della seconda guerra mondiale» <430.
[NOTE]
418 «Ma se gli idealisti (o i preidealisti) alla Croce, alla Gentile e alla Pareto avessero costituito (come costituivano infatti) tutta la letteratura italiana conosciuta? A quale letteratura italiana potevamo credere di appartenere? Da quale società crederci oppressi? Sorgeva così in noi, necessariamente, la convinzione di essere la prima voce di una letteratura nuova e cioè di una letteratura di giovani e di sconosciuti. Di qui il nostro incontro con Alberto Carocci, il quale aveva sempre dimostrato di avere, nella sua qualità di direttore di ‘Solaria’, una straordinaria fiducia appunto nei giovani e negli sconosciuti. Ma molti di costoro si dileguarono presto. Bisognava dunque distinguere fra i giovani che credono di essere qualche cosa nella letteratura italiana semplicemente perché nati ultimi, e i giovani che sanno di essere qualche cosa di nuovo precisamente perché sanno di non poter continuare la grande tradizione letteraria se non continuando la nostra grande letteratura moderna: che è una letteratura di economisti, di giuristi, di scienziati, di storici, e di filosofi propriamente detti. Ma questa distinzione non poteva essere fatta che da uomini. Di qui la ‘Riforma Letteraria’. Di qui il programma della ‘Riforma Letteraria’ che non tutti gli intelligenti hanno avuto torto di giudicare troppo crudele» (GIACOMO NOVENTA, Secondo manifesto di una filosofia classica, «La Riforma Letteraria», II, 6-7, aprile-maggio 1937, pp. 1-2).
419 GIORGIO LUTI, Giacomo Noventa da «Solaria» a «La riforma Letteraria», cit., p. 142.
420 GENO PAMPALONI, Giacomo Noventa in Letteratura italiana. I Contemporanei, III, Milano, Marzorati, 1973, p. 286.
421 GIACOMO NOVENTA, Principio di una scienza nuova, «Solaria», IX, 4, luglio-agosto 1934, pp. 45-68 e «Solaria», IX, 5-6, settembre-dicembre 1934, pp. 17-51. I saggi vennero riuniti da Noventa nel 1960 in Nulla di nuovo (Milano, Il Saggiatore, 1960, pp. 63-278).
422 «Riflession fatta, è meglio che ti dica subito che ho perduto le bozze heineniane nel mio trasloco. Se no, te le avrei mandate di qui, come d’accordo. Ma ti prego di non rimandarmele. Lascerò a te giudicare e decidere se qualche cosa di mio debba essere inserito nell’antologia. Io ne dubito. Ma non voglio ripubblicare Heine» (Lettera di Giacomo Ca’ Zorzi a Alberto Carocci del 19 giugno 1936 in GIORGIO LUTI, Giacomo Noventa da «Solaria» a «La riforma Letteraria», cit., p. 148). A questa lettera seguirà il 27 giugno 1936 la risposta insistente di Carocci: «Tornando al tuo scritto per l’Antologia è indispensabile che tu non manchi, Perdio, tutta ‘Solaria’ è stata fatta durante dieci anni per giungere a pubblicare e rivelare Noventa!» (Ivi, p. 149).
423 «Ho sperato per un momento di poter fare la nostra rivista coll’aiuto di Furst perché il suo romanzo mi è molto piaciuto e continua a piacermi. Ne sono anzi quasi sicuro. Le sue teoriche strane c’impedirebbero quell’accordo ideale che mi pare necessario per una imparziale e nuova rivista di letteratura quale vuol essere la nostra. Tanto egli è “vero” come romanziere, quanto svagato come uomo giusto e di giudizio. Almeno mi pare, ed è giusto che io ti dica mi pare, perché il suo romanzo è molto bello. Bisognerà dunque che io mi rassegni a chiedere i denari a mio padre ma non so se mi saranno dati […]. Se mio padre mi risponde di sì e mi dà i denari ti scriverò subito: sarà molto difficile. Io sono sempre più convinto che il Primato morale e civile degli italiani, nell’universo e per l’universo, è in atto e che noi assisteremo e stiamo già assistendo alla nascita di una grande letteratura italiana» (Lettera di Giacomo Ca’ Zorzi a Alberto Carocci del 19 giugno 1936, Ivi, p. 156).
424 (Pecine, 20 novembre 1906 – Lavagna, 29 ottobre 1994), conosciuto Alberto Carocci nel 1929, divenne collaboratore di «Solaria» e «La Fiera Letteraria». Nel 1946 venne inserito da Gianfranco Contini nell’antologia Italie magique. Contes surréeles modernes (Paris, Editions des Portes de France). Nel 1958 si trasferì a Genova riprendendo l’attività di scrittore di romanzi e racconti e iniziando a collaborare a «Il Mondo».
425 Mario Soldati (Torino, 17 novembre 1906 – Tellaro, 19 giugno 1999), laureatosi in storia dell’arte nel 1927, ottenne, grazie al maestro Leonello Venturi, una borsa di tre anni presso l’Istituto d’Arte di Roma, al termine della quale ricevette un incarico alla Columbia University di New York. Tornato in Italia nel 1931, iniziò a lavorare alla casa di produzione cinematografica Cines-Pittaluga, da cui venne licenziato nel 1934 a causa dell’insuccesso del film Acciaio. Durante la Seconda Guerra Mondiale divenne corrispondente di guerra per «Avanti» e «l’Unità».
426 Giorgio Spini (Firenze, 23 settembre 1916 – 14 gennaio 2006), laureatosi in storia a Firenze nel 1940, ricevette un incarico di docente all’Università di Harward e in altri atenei statunitensi, prima di tornare a Firenze dove divenne professore emerito.
427 «Diavolo, sono meno convinto che mai del perché tu abbia fatto questa rivista. Noventa sgrida Gobineau e Marx per il sol dell’avvenire e il sole del passato e intanto gridate tutt’e due il vostro sole del passato (De Sanctis?) e sol dell’avvenire (Noventa?), anche qui di congiunzione dell’anima col corpo. ‘Casta’ o non casta – non capisco come faccia tu, che non ti sei fermato a Heine, a concepire una letteratura se non come presente. Non è sciocco inventare un nuovo letterato? A parte i mezzi. È strano sostituire a Montale e a Saba traduzioni del Romancero e a Pea e a Comisso le novelle della signora Jahier. Qui tutti hanno giudicato la cosa un po’ sul ridere, un po’ sul prosaico pensiero dell’ ‘inserimento’. Ma a me e a quelli che volevano bene alla onesta ‘Solaria’ questi discorsi dispiacciono. Così mi dispiace che lo stesso Noventa che avrebbe potuto vedersela con successo con Natalino Sapegno, si butti alla ‘’riforma’ in un modo di cui non capisce un accidente. può discutere Croce e basta. Non è così? La rivista insomma al primo numero fa una pessima impressione. Ma spero che avrete in serbo altre carte: tu sei sempre stato bravo nel capire quel che si può fare. Solaria era la piccola eroina di quel che si può fare» (Lettera di Giansiro Ferrata a Alberto Carocci del 21 novembre 1936 in GIORGIO LUTI, Giacomo Noventa da «Solaria» a «La riforma Letteraria», cit., pp. 157-158).
428 Lettere a «Solaria», a cura di Giuliano Manacorda, Roma, Editori Riuniti, 1979.
429 Solaria ed oltre. La cultura delle riviste nelle lettere di Alessandro Bonsanti, Alberto Carocci, Gino Ca’Zorzi (Giacomo Noventa), Giansiro Ferrata, Raffaello Ramat, a cura di Riccardo Monti, prefazione di Giorgio Luti, Firenze, Passigli Editori, 1985.
430 (GIORGIO LUTI, Prefazione in Solaria ed oltre. La cultura delle riviste nelle lettere di Alessandro Bonsanti, Alberto Carocci, Gino Ca’Zorzi (Giacomo Noventa), Giansiro Ferrata, Raffaello Ramat, cit., p. 9).
Erika Bertelli, Giorgio Luti. Studi e ricerche. La tradizione del moderno nell’Università di Firenze, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze, 2018

[…] T: Le modalità con le quali si è proposto e affermato il fascismo italiano ti danno certamente ragione. Il fascismo viene preparato da una serie di fenomeni novisti che riguardano anche il linguaggio. Si esprimono nel lessico fascista nascente, talvolta anche in forme francamente ridicole, e s’installano nell’arte e nella letteratura. L’arte e la letteratura italiana, diversamente dall’accademia, non diverrà tutta “fascista”, ma moltissimi saranno i punti di contatto e snodo. Si pensi al futurismo, tanto per citare un caso di rilievo. I partiti tradizionali, compreso quello socialista, sono presi in contropiede, incapaci di innovare e corrispondere alla sfida, tanto più che Mussolini è un eccellente comunicatore e inventore di parole. Cosa accade alla letteratura che noi chiamiamo d’ispirazione socialista tra prima e seconda grande guerra?
P: Non sono molti i grandi narratori all’opposizione durante il fascismo, ma ci sono stati. Era antifascista ma non fu mai socialista Palazzeschi, che come ho detto tendeva all’anarchia. Era vicino ai socialisti il valdese Piero Jahier, che ha raccontato “dalla parte dei contadini in trincea” in un’opera di marcato e risentito espressionismo come Con me e con gli alpini, oltre che nelle poesie. Forse l’opposizione al fascismo trova la più vigorosa e indignata espressione in due poeti dialettali socialisti senza tessera, il milanese Delio Tessa, la cui raccolta di più violento impatto emotivo si intitola con macabra ironia L’è il dì di Mort, allegher e il veneto Giacomo Noventa, che manifestò in Versi e poesie l’alternativa al regime di Mussolini linguisticamente (il dialetto contro l’italiano) e socialmente (i valori morali contadini contro la corruzione della “fabbrica” fascista). […]
Luigi Troiani (Pontificia Università San Tommaso d’Aquino), Sulla letteratura italiana di ispirazione socialista: Conversazione con Walter Pedullà (Università La Sapienza), Forum Italicum 2020, Vol. 54(1)