Sono delle reclute, appena coscritte

George Bernard Shaw
Fonte: The Telegraph

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In una bella giornata, sul finire dello sfortunato e famigerato diciannovesimo secolo, mi ritrovai sul Lago di Como, col corpo che si crogiolava nel sole italiano e nel colore italiano, e la mente nervosamente concentrata sugli svantaggi umani di tutta quella meraviglia.
Eccola là, al suo meglio, la bellezza italiana, che riempie di passione gli uomini di ogni nazione, sia che l’Italia sia la loro terra oppure no. Vale milioni, questa bellezza, eppure si mostra per niente, ai probi e agli improbi, ai ricchi e ai poveri. Svaluta se stessa a tal punto, che, in effetti, il lavoratore italiano, mentre aspetta di afferrare la nostra gomena intanto che noi sfioriamo i pali al porto di Cadenabbia, non la guarda neppure: pensa di valere di più, anche se non di molto; per esser precisi, un penny all’ora, così che, nel tormentato campo dell’industria, un portuale di Londra ne vale sei italiani…
Sono in piedi sul ciglio di una specie di ponte degli uragani, guardando in basso, verso la folla povera o frugale sul ponte principale. Tra di loro ci sono uomini che viaggiano in terza classe perché non ce n’è una quarta. Io viaggio in prima perché non c’è una doppia prima. Accanto a me, a guardare il lago per motivi artistici (così immagino, ma è possibile che lui pensi lo stesso di me) c’è Cosmo Monkhouse, che riceverà presto i suoi annunci mortuari, come funzionario pubblico per necessità, e come appassionato amante delle arti per scelta, e anche un po’ un poeta. Mi piace molto Monkhouse, che è, per quanto mi riguarda, una persona molto più piacevole di quanto non sia io. È piuttosto anziano, Cosmo; abbastanza, in ogni caso, perché il suo stile di vita gli abbia lasciato un segno addosso. Mi perdo nell’aritmetica mentale, e alla fine me ne esco con il calcolo approssimativo che lui lavora sei ore al giorno, e guadagna sei scellini all’ora o giù di lì, domeniche e vacanze incluse. Vale, dunque, centoventi operai italiani. Rappresenta la critica di alta classe, a cui gioco anch’io di tanto in tanto… Noto in lui una caratteristica che ho notato in tutti gli uomini di una certa età di mia conoscenza che hanno amato per tutta la vita l’Arte… È un particolare sguardo infossato, come se il loro centimetro più esterno avesse perso vitalità e si fosse del tutto mummificato… Ma mentre rilevo questo aspetto in Monkhouse, noto che sta anche fumando un sigaro. Anche tutti gli altri dilettanti di mia conoscenza fumano; e il dubbio che ora inizia ad assillarmi è se sia l’abitudine al fumo, o l’abitudine a fare dell’Arte per la Vita la propria dieta mentale, a far sì che questi uomini muoiano in superficie in questo modo bizzarro. Inizio a ripensare ai miei stessi inizi, alla mia precoce determinazione a non voler diventare un uomo di lettere, ma a fare della penna il mio strumento, e non il mio idolo. A questo pensiero, divento in fretta molto arrogante, e mentre ringrazio insistentemente la Provvidenza per la grazia salvifica che mi ha impedito di diventare uno di quegli amanti dell’Arte che frequentano i circoli letterari, una canzone erompe dal basso, fragorosa e turbolenta, eppure con una nota speciale come di una gioia bloccata sul nascere.
Guardo oltre il parapetto. Là, proprio sotto di me, ci sono tre giovanotti in piedi, appena troppo grandi per poter essere chiamati ragazzi, ognuno con un documento come una dichiarazione dei redditi nella fascia del cappello, e ognuno con il braccio affettuosamente avvinto al collo del vicino, che cantano a perdifiato. Sono un po’ ubriachi, ma non così ubriachi come lo sarebbero degli inglesi nelle stesse circostanze, di liquore inglese. Sono determinati a restare di ottimo umore; e le coccarde nel cappello di uno di loro evidenziano l’occasione festosa. Cerco di capire le parole della loro canzone, e riesco solo a coglierne il senso generale, che, come capita nelle canzoni, non è affatto un senso, ma un nonsenso. Cantano le gioie della vita di un soldato, le sue avventure, le sue immoralità, i suoi amori leggeri, il suo bere e far baldoria, e la sua indifferenza a tutte le conseguenze. Improvvisamente il povero diavolo al centro, che conduceva il coro e cantava più forte di tutti, si ferma e comincia a piangere. L’uomo alla sua destra inizia anche lui, per simpatia; ma quello sulla sinistra, il più tranquillo, li riprende; e cantano più sfrontati che mai.
Una strofa o due, e la canzone va in pezzi di nuovo, per sempre. I suoi ultimi mugugni sono fugati da un nuovo la dell’uomo sulla destra, che inizia un’aria tremendamente struggente sul lasciare la casa, la madre, e così via. Questa sembra piacergli parecchio; infatti, la finiscono abbastanza bene. A nervi rinfrancati, parlano un po’, bevono un po’, poi iniziano a scherzare un po’ e fare un po’ gli spavaldi, infine sbottano nel più marziale e avventuroso dei canti, sulle conquiste che li attendono quando la spada, il rancio, e l’ammirazione delle donne saranno la loro unica occupazione. Finiscono due versi senza piangere; e poi l’uomo al centro si butta al collo del suo compagno, e singhiozza apertamente e in modo straziante.
Allora capisco il significato dei documenti nei loro cappelli. Sono delle reclute, appena coscritte, che partono per le loro destinazioni. Scendono al porto successivo. E io non ricordo più nulla di quella sera sul Lago di Como, come se il mio stesso imbarco e il mio sbarco non avessero mai avuto luogo.
George Bernard Shaw, Appunti d’amore e di guerra, Mattioli 1885, 2021 [qui ripreso da Laura Hess]