Seborga e Biamonti a Bordighera…

Guido Seborga in Arziglia di Bordighera (IM) – Fonte: Laura Hess

Nato a Torino il 10 ottobre 1909, Guido Seborga, pseudonimo di Guido Hess, è stato, nella cultura italiana del Novecento, una singolare e poliedrica figura di militante politico, giornalista, poeta e pittore.
Il padre, Adolfo Hess, ingegnere elettrotecnico, alpinista e protagonista di diverse prime ascensioni nel gruppo del Monte Bianco, era stato il promotore in Italia dei bivacchi fissi in montagna.
La famiglia discendeva dal famoso filosofo tedesco Moses Hess, teorico del comunismo, amico di Marx e Engels e precursore del sionismo.
Sebbene orgoglioso di tali ascendenze, Guido sceglierà tuttavia per sé, come poeta, letterato e pittore, lo pseudonimo di Seborga, il piccolo comune dell’entroterra di Bordighera, la città ligure cui rimarrà sempre profondamente legato.
Allievo di Augusto Monti al Liceo D’Azeglio di Torino, dopo alcuni anni passati tra Berlino, Parigi e Roma, nel ’28 era tornato a Torino maturando presto nell’ambiente intellettuale torinese una coscienza antifascista che lo avrebbe portato a militare nella Resistenza prima fra le file del Partito d’Azione con Giorgio Agosti, Alessandro Galante Garrone e Ada Gobetti e poi come partigiano nelle Brigate Matteotti.
Collaboratore fin dagli anni ’30 di alcune fra le maggiori riviste culturali italiane (Circoli, Campo di Marte, Carte segrete, Emporium, Primato, Prospettive, La Fiera Letteraria, ecc.), con poesie, racconti, e articoli di critica artistica e letteraria, nel 1945, a poche settimane dalla Liberazione, insieme a Ada Gobetti, Franco Antonicelli, Norberto Bobbio, Cesare Pavese, Felice Casorati e Massimo Mila, fu tra i fondatori della storica “Unione Culturale”, la più vivace e importante associazione culturale del capoluogo piemontese, tuttora attiva e operante.
Nel dopoguerra si impegna attivamente nel Partito Socialista Italiano, dirigendo con Lelio Basso la rivista Socialismo e intensificando la sua attività giornalistica politica e culturale su riviste e giornali italiani e francesi.
[…]
Ma è a partire dagli anni Sessanta che Seborga si impone definitivamente sulla scena artistica italiana.
Nel 1964 esce la prima delle sue tre raccolte poetiche, Se avessi una canzone, e nel 1968 pubblica il suo diario, Occhio folle occhio lucido. Aveva intanto ripreso a disegnare e a dipingere dando vita alle sue famose Ideografie, in cui prendendo spunto dalle celebri incisioni rupestri della Valle delle Meraviglie, in territorio francese nell’entroterra di Bordighera, che sin da bambino ne avevano colpito la fantasia, faceva rivivere sulla tela quelle stilizzate figure arcaicizzanti, riducendole a nere silhouette che, su vivaci sfondi cromatici, acquisivano per contrasto un vibrante e guizzante dinamismo astratto.
Presentate alle prime mostre nel 1969, quelle Ideografie lo avrebbero reso presto popolare fra gli artisti d’avanguardia, specie dopo la personale al Castello Sforzesco di Milano nel 1973 e quella alla Galleria Narciso di Torino nel ‘74, cui avrebbero fatto seguito una lunga serie di personali e collettive in Italia e all’estero per tutto il corso degli anni Settanta e degli anni Ottanta.
Ed è alla sua attività pittorica che oggi resta soprattutto legata la sua fama.
Tutta l’attività artistica e letteraria di Seborga ha come sfondo Bordighera e l’estremo lembo di Ponente della Liguria, a partire dai suoi primi romanzi e dalle sue poesie, fino ai suoi ultimi dipinti. A Bordighera, d’altronde, nel dopoguerra Seborga aveva dedicato gran parte del suo impegno di infaticabile organizzatore culturale fondando l’Unione Culturale Democratica di Bordighera e partecipando attivamente fin dai primi anni Cinquanta alla giuria del premio di pittura e di letteratura “Cinque Bettole”, insieme a Italo Calvino, Carlo Bo, Camillo Sbarbaro, Giancarlo Vigorelli e Carlo Betocchi.
Seborga è morto a Torino nel 1990.
Fra il 2009 e il 2010, in occasione del centenario della nascita e del ventennale della morte, il Comune di Bordighera ha promosso una serie di attività commemorative, fra cui una mostra delle opere di Seborga di proprietà comunale, oggi esposte in via permanente nei locali della Biblioteca civica. Nella stessa ricorrenza, manifestazioni con conferenze, tavole rotonde e presentazioni di libri e filmati a lui dedicati sono state organizzate al Salone del Libro e all’Unione Culturale Franco Antonicelli di Torino, a Genova, a Roma e alla Zentral und Landes Bibliotek di Berlino.
Bibliografia:
Massimo Novelli, L’uomo di Bordighera. Indagine su Guido Seborga, Milano, Spoon River, 2008
Laura Hess, Massimo Novelli, Guido Seborga. Scritti, immagini, lettere, Milano, Spoon River, 2009
[…]
Guido Seborga. La Valle delle Meraviglie. Ideografie, catalogo della mostra di Milano, Castello Sforzesco, 4-25 maggio 1973, presentazione di Pier Angelo Soldini, Comune di Milano, 1973
[…]
Filmografia:
Gabriele Nugara, Guido Seborga. Ritratto d’artista, 2010 […]
Redazione, Guido Seborga, www.popsoarte.it

Un gruppo, che confluì dopo la guerra nel partito socialista ma che sorse autonomo intorno al 1939 ed ebbe come centro Bordighera, fu quello che fece capo a Guido [Hess] Seborga, un giovane il quale cominciò a osteggiare il fascismo fin dalla guerra d’Abissinia (lo disse ai compagni di scuola e fu “pestato” per tali sentimenti “anti-patriottici”). Attorno a Seborga si raccolsero numerosi giovani: Renato Brunati (poi garibaldino e trucidato dai tedeschi), Lina Mayfrett (deportata in campo di concentramento), Peppe Porcheddu (il quale si suicidò nel ’47 per la delusione che l’assetto politico scaturito dalla Resistenza provocò in lui). Questo gruppo lavorava anche in contatto con i torinesi Alba Galleano, Giorgio Diena, Vincenzo Ciaffi, Domenico Zucàro, Raffaele Vallone, Luigi Spezzapan, Umberto Mastroianni, Carlo Musso e altri. Il gruppo svolse soprattutto attività di propaganda di collegamento tra le regioni, di diffusione di libri proibiti e, quando giunse il momento della lotta aperta, i suoi principali esponenti, allora “azionisti”, militarono nelle formazioni partigiane di “Giustizia e Libertà” e della “Matteotti”.
Ruggero Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Garzanti, 1971

[…] alla guerriglia non ci siamo arrivati perchè l’amavamo ma perchè era diventata una ragione di vita contro la mostruosa violenza: appunto una ragione di vita, non di morte.
[…]
Raggiunsi più tardi Torino passando attraverso non poche insidie.
[…] La guerra civile cominciava, resa tanto peggiore dalla presenza dei repubblichini che ne furono i veri responsabili.
[…] Una mattina d’autunno già freddissimo scendo dalle valli di Lanzo per incontrare Mario Passoni del Comando delle Matteotti. Il treno si svuotava giungendo notizia di rastrellamenti tedeschi, mi metto nell’ultimo vagone, è penoso stare su di un treno che si svuota e mi lascio distrarre dai rumori di ferraglie. Arrivo alla stazione Dora, non vedo nessuno, scendo, qui nella mattina fredda e deserta comincio a camminare verso il centro della città. Ma non sono pratico di questi luoghi e mi trovo in una piazza inattesa. Tedeschi in bivacco, in mezzo alla piazza un lunghissimo cannone puntato su Torino. Mi hanno visto. Ho attimi d’indecisione – errore grave sarebbe fuggire. Cammino in avanti con le mani fuori dalle tasche affinché si veda che sono disarmato, le mie gambe pesano ma attraverso la piazza. Mi pare di sentire una raffica gelata, no, cammino, esco dalla piazza, non mi hanno sparato, non si sono mossi, non li vedo più quegli uomini grigi, le mie gambe diventano leggere, corro, dopo me ne vado a passi veloci entrando in città zona centro. Le strade sono ancora deserte, a poco a poco arrivano gli sfollati dalle circostanti colline dove non c’è pericolo di bombardamenti. I tedeschi vogliono che gl’italiani lavorino per loro. Passano prigionieri italiani, sono giovanissimi, i nazisti hanno i fucili spianati.
[…]
Se dovessi vivere «piegato» la mia infelicità sarebbe mortale. È da qui che sempre nasce il coraggio della rivolta.
[…]
Occorre denunciare sino in fondo – questo è l’antifascismo di oggi.
Guido [Hess] Seborga, Occhio folle, occhio lucido, Spoon River, 2013

È quindi da sottolineare, come si può notare da queste poche citazioni, che anche nella propria regione, tra San Biagio [della Cima (IM)], Ventimiglia e Bordighera, quello di Biamonti non fu certo un vero isolamento: anzi, fin dagli anni ’50, Bordighera era un centro culturale decisamente animato, sia per l’arte figurativa, con l’assidua frequentazione di pittori locali e non (quali Ennio Morlotti e Sergio Biancheri), sia per manifestazioni e dibattiti di letteratura, in gran parte organizzati dallo scrittore Guido Seborga.
[…] La scelta di vivere a San Biagio non sorprende, per la pace assoluta che vi si può trovare e per la cortesia degli abitanti; perché a San Biagio ci si saluta, ci si dice “Bona” come diceva Calvino di Baragallo, <15 […] e allora Biamonti passava le sue giornate a Bordighera, nei caffè, con quelli che saranno i suoi compagni di una vita: pittori, poeti, e primo fra tutti lo scrittore Guido Seborga, classe 1909, “il vecchio” organizzatore di tante manifestazioni nella regione, e scopritore lì di molti talenti della scrittura come dell’arte.
Seborga ha legato in modo indissolubile il proprio nome alla cittadina ligure, in cui s’inventò anche una nascita nel 1914, cancellando con risentimento su quasi tutte le copie della propria biblioteca la sua vera nascita a Torino, ed adottò come pseudonimo il nome di una città dell’entroterra di Bordighera, Seborga appunto, al posto dell’Hess divenuto scomodo con la guerra.
Di Bordighera si può dire che il nome deriva da Burdigheta e “forse dalla parola franco-provenzale bordigue, che identifica una pescaia, ovvero una laguna artificiale chiusa da paratie di canne”.
La città è spesso definita la perla del ponente e già prima delle attività di Seborga e del suo gruppo era luogo preferito di soggiorno di numerosi artisti
[…] vi [a Bordighera] si svolgevano un’importante torneo di tennis, il Rally delle Palme, il Salone dell’umorismo e il Festival Internazionale del Film Comico e Umoristico che durano ancora oggi, un premio di odontostomatologia, quello di Pittura città di Bordighera e quello di Pittura Americana, che si svolgeva in inverno, a differenza del “Cinque Bettole”, e portò per la prima volta in Italia, tra gli altri, i nomi e i quadri di Pollock, Rothko e Ben Shahn <18.
Nel 1911 fu aperto un grande Casinò sulla punta di Capo Sant’Ampelio, poi chiuso per rivalità con quello di San Remo. Seborga, sulla rivista “Momenti” <19, racconta come propose a Jean Cocteau di fare delle rovine del Casinò un “centro artistico-teatrale di prim’ordine”, offerta subito accolta dal poeta ma non dall’amministrazione locale bordigotta. Cocteau, che amava la cittadina per le sue mostre di pittura, dovette esercitare la propria arte a Villefranche sur mer.
Biamonti scrisse di Bordighera che “l’austerità, il fascino di Bordighera è dunque un’eredità inglese. E ora quella Bordighera non esiste più, si sta quasi sgretolando. La città sembra non resistere all’assalto del cemento” <20.
Lo scrittore è stato comunque molto legato alla città, tanto da scendervi a prendere il caffè e passeggiarvi fino agli ultimi anni della sua vita.
Nei locali ormai scomparsi del Gran Caffè della Stazione, o del Caffè Giglio sull’Aurelia, poi del bar Chez Louis di C.so Italia (davanti all’allora sede del P.S.I), si è incontrata e formata più di una generazione di artisti di tutta la regione: quella di Guido Seborga e dei pittori Balbo e Maiolino, che all’inizio degli anni ’50 fondarono i premi delle “Cinque Bettole” per la pittura e per la letteratura, passando libri e stimoli a scrittori come Sanguineti e Biamonti, e poi quella più giovane di Giorgio Loreti e Angelo Oliva, che insieme a quest’ultimo scoprirono i poeti francesi, i surrealisti e gli esistenzialisti.
[…] Il premio alle “Cinque Bettole” (1956)
Il secondo racconto pubblicato da Biamonti fu Dite a mio padre <29 del 1956, apparso il 12 agosto in “Il nuovo eco della Riviera”, grazie al successo ottenuto ai premi “Cinque Bettole”, chiamati premi perché prevedevano un premio letterario, uno giornalistico, e una mostra di pittura.
[…] Nel racconto vi sono molte scene forti, drammatiche come quella finale, con quel “a guisa” dantesco , che sembra davvero una pittura di Goya o una statua di Moore, studiato spesso da Biamonti alla Fondazione Maeght. Vi è complessivamente un’atmosfera, un tono quasi da dramma del popolo che sembrerebbe influenzato dalle opere di Guido Seborga, che elaborò per decenni questo genere nei romanzi e nel teatro popolare.
Da citare anche il periodo “solo che la vita che senti è vita tua”, dove ci piace trovare un riferimento piuttosto scoperto alla frase “è tutta nostra vita” di Amori capitali <36 di Seborga, grazie al quale il racconto ebbe successo al Premio “Cinque Bettole”.
Per ricostruire quel periodo va premesso che i primi anni cinquanta sono di ripresa, di speranza e molto lavoro per Seborga e la maggior parte degli altri intellettuali italiani e del Ponente. “Oggi forse per la prima volta gli intellettuali italiani cercano di “lavorare” con un senso collettivo” <37, scrisse Seborga ed in particolare questi e i suoi compagni sono proiettati oltralpe verso la Francia che è stata loro rifugio sia durante la dittatura sia in guerra. Nel 1951, nel resoconto del Convegno Franco-Italiano sui problemi della Pace della Cultura di Nizza <38, al quale si recò con Calvino, scrive che nasceranno “premi per la pittura, per la letteratura e l’intenzione di fare film insieme, di scambiarsi lavori per il teatro… per aiutare i giovani nelle loro ricerche” <39.
Con queste medesime intenzioni Seborga si trovò un paio d’anni dopo insieme a personaggi di rilievo, ma ancora agli esordi, quali lo stesso Calvino, il critico Giancarlo Vigorelli, lo scrittore Elio Filippo Accrocca, Carlo Betocchi, F. Giacomo Natta, e inaugurò il Premio “Cinque Bettole” per la narrativa. La manifestazione fu inventata nel 1950 (con una prima mostra di pittura nei locali del ristorante Pinin) per promuovere gli artisti del ponente e venne poi proseguita e organizzata soprattutto dal pittore Giuseppe Balbo. A partire dal 1951 le opere degli artisti partecipanti vennero esposte in alcuni locali della città alta di Bordighera (da cui il nome “Cinque Bettole”), e l’anno successivo l’iniziativa fu estesa anche alla letteratura. Con la loro terza edizione i “Cinque Bettole” divennero premi, perché nacquero il premio letterario e poi quello giornalistico, con relativi riconoscimenti. La mostra di pittura non consegnò mai premi in denaro, tranne che per la VII edizione, nel 1956, quando per la narrativa sarà premiato Biamonti con il racconto Dite a mio padre.
[…] La giuria, le cui decisioni andavano ritenute insindacabili, era composta da Carlo Betocchi, Angelo Frattini, Renzo Laurano, F. Giacomo Natta, Guido Seborga, Bonaventura Tecchi, Giancarlo Vigorelli, Giuseppe Balbo (Segretario). Si può notare come la giuria sia la stessa dell’anno precedente con l’eccezione di F. Giacomo Natta, che nel 1955 vinse il primo premio e che nel 1956 sostituì addirittura Camillo Sbarbaro.
A differenza del Premio Giornalistico, per la partecipazione al quale veniva richiesta la presentazione di un “articolo generico” riguardante la Riviera dei Fiori, il concorso letterario era quindi aperto a tutti gli scritti in
lingua italiana ma, nei fatti così come nelle intenzioni degli organizzatori, fu per oltre un decennio soprattutto una delle poche vetrine per gli esordienti del Ponente e della Liguria, oltre che un luogo d’incontro e dibattito con i critici e alcuni maestri riconosciuti sia della Letteratura che della Pittura. Per quanto riguarda il Concorso di Pittura, nel 1956 esso si svolgeva sostanzialmente in una mostra aperta al pubblico e agli eventuali acquirenti per l’intera durata della manifestazione, e potevano parteciparvi con non più di tre opere “libere nella tendenza e nella tecnica” artisti di ogni nazionalità. Anche in questo caso l’attenzione ai talenti locali era sottolineata dall’assegnazione, a fianco del primo premio, del Premio Entroterra per la raffigurazione del paesaggio regionale, che sarà poi il Luogo di tutte le opere di Biamonti, e di quello Pittori della Domenica, un incoraggiamento per giovani e meno giovani alle prime esperienze.
La seconda metà degli anni ’50 è il periodo di maggior successo della manifestazione; basti pensare che l’anno successivo, il 1957, vede il ritorno in giuria di personaggi allora ancora più affermati che nei prime edizioni del premio quali Carlo Bo, Giancarlo Vigorelli, Italo Calvino (con i “soliti” Seborga, Betocchi, Natta e Laurano) e in quello stesso anno il premio per la narrativa venne esteso anche alla poesia, intitolato a Camillo Sbarbaro, e assegnato a Lino Curci con una menzione speciale per il poeta Luciano De Giovanni.
Sempre nel 1957 è segnalata tra il pubblico la presenza di Fernanda Pivano e tra i premiati per la narrativa vi fu anche Fulvio Tomizza <42.
Nel 1956 Seborga, che già conosceva Biamonti e faceva parte della giuria, lo indusse a parteciparvi con la speranza che si mettesse in luce e infatti alla premiazione dell’11 agosto, alle ore 20.30 nella Piazza del Popolo della Città Alta di Bordighera, il premio per il miglior racconto inedito venne assegnato a Elio Filippo Accrocca e a Francesco Biamonti.
Il giorno dopo la premiazione, quindi il 12 agosto, il racconto di Biamonti viene pubblicato in “Il nuovo eco della Riviera”, presumibilmente dallo stesso Comitato che veniva indicato nella presentazione della manifestazione e che lo aveva riconosciuto meritevole.
Per quanto detto non è quindi un caso che lo stesso Biamonti ricordasse spesso non solo la propria partecipazione ma l’intero decennio di manifestazioni con precisa consapevolezza della loro importanza.
Ne è testimonianza lo scritto pubblicato nel catalogo della Mostra Premio di pittura città di Bordighera, svoltasi tra il 14 dicembre del 1996 e l’8 gennaio del 1997 al Centro Culturale Polivalente ex Chiesa Anglicana di Bordighera:
“Si torna a tentare, Bordighera tenta di ridarsi un’anima, nasce un premio per la pittura che si vuole riallacciare al “Cinque Bettole”. Da questa città si cerca di decifrare le nuove tendenze della pittura italiana. Certo i personaggi di un tempo, Calvino, Morlotti, Seborga, Balbo, non ci sono più. Spariti anche i posti più seducenti, amati da Monet e da Nestel. Il laghetto del vallone del Sasso è stato distrutto, Arziglia è stata sepolta. Ed era, secondo uno scrittore inglese, uno dei più bei posti del mondo, con i suoi scogli e la punta di palme che entrava nel mare. Ora vedremo se rinascerà qualcosa che dia a Bordighera un lustro artistico. Se ne sente il bisogno. Capire la nuova pittura, la sua tenuta poetica, non sarà facile. Sono tempi grigi di smarrimento. Ma qualche giovane che affronti ciò che vede, o ciò che sogna, ci sarà. Lo stile è garanzia di verità. Tutto è in pericolo, le coste sono rovinate, ma ci può essere qualcuno che ci riporti la grande quiete del largo” <43.
Colpo di grazia, il romanzo inedito e le sue vicende (1960)
Anche la successiva pubblicazione di Biamonti ebbe come occasione una manifestazione organizzata da Seborga. Essendo stato sospeso il Premio “Cinque Bettole”, Seborga s’inventò una Mostra d’Arte nei locali del ristorante Chez Louis, che venne inaugurata il 20 dicembre 1960 con opere degli artisti Gian Antonio, Ciacio, Enzo Maiolino, Raimondo, Truzzi.
Colpo di grazia <44, estratto di romanzo (altrimenti inedito) di Biamonti, venne pubblicato e presentato dallo stesso Seborga in “A Barcà. Notizie da Bordighera”, un numero unico che conteneva il catalogo delle opere esposte nella mostra Chez Louis e alcuni scritti inframmezzati dalle riproduzioni. Si può ancora cogliere la modernità dell’iniziativa.
[…] L’insuccesso del manoscritto di Colpo di grazia e il successivo dedicarsi ad altre attività, come la politica, sono tra le cause dell’allontanamento di Biamonti dalla scrittura di narrativa, e del suo parallelo avvicinarsi allo scrivere d’arte. Negli stessi anni Seborga si dedicherà anima e corpo ad una nuova carriera di pittore, sostenendo che l’opera d’arte garantisce una maggiore immediatezza e colluttazione con la natura, rispetto alla parola.
Da sempre amante della pittura e stimolato dalle frequentazioni con gli artisti locali, durante i premi “Cinque Bettole”, e dagli studi di filosofia rievocati poco sopra, Biamonti si interessò alla riflessione sull’arte figurativa e alla scrittura di numerosissimi scritti d’arte, che costituiranno la sua principale attività per molti anni.
[NOTE]
15 “Dopo Baragallo incontrandosi tutti si salutavano anche tra sconosciuti , con un “Bona” ad alta voce…” Da I. Calvino La strada di San Giovanni, Mondadori, Milano 1990, p. 29.
18 Le diverse edizioni della Mostra Internazionale di Pittura Americana, svoltesi a Bordighera tra il 1952 e il 1957, meriterebbero spazio ben maggiore di questo. Basti pensare che nel 1953 fu esposta una selezione di opere della collezione Guggenheim (tra cui Pollock, Rothko, Baringer, Man Ray) con in giuria la stessa Peggy Guggenheim, Jean Cocteau e il critico Marziano Bernardi.
19 G. Seborga, Notizia, in “Momenti” del maggio-giugno 1954.
20 Intervista di L. Sugliano, Dialogo d’amore tra un vecchio passeur e la sua terra, in “La Stampa” del 29 marzo 1991.
29 F. Biamonti, Dite a mio padre, in “Il nuovo eco della Riviera”, 12 agosto 1956 (Il testo è riportato in Appendice, p. 108).
36 G. Seborga Amori capitali (Morte d’Europa), Rebellato , Padova 1959.
37 G. Seborga in Terrenamente, intervento al Convegno sui rapporti tra la cultura italiana e quella sovietica svoltosi nel Palazzo Medici Riccardi a Firenze nel 1958.
38 Si veda A.Vaglio Les intellectuels italien et français in “Le Patriote de Nice” del 2/3 settembre 1951.
39 G. Seborga Due giorni a Nizza in “Avanti” del 5 settembre 1951.
42 B. Maiolino Proclamati a Bordighera i vincitori del premio Cinque Bettole in “Il lavoro Nuovo” del 30 luglio 1957.
43 F. Biamonti in Premio di pittura città di Bordighera, Bordighera 1997. Dopo alcuni decenni senza simili iniziative, tale Premio venne ripreso e assegnato con cadenza biennale. Nella seconda edizione, tenutasi alla fine del 1998, Biamonti farà parte della commissione giudicatrice
44 F. Biamonti, Colpo di grazia, in Notizia sul romanzo di Francesco Biamonti, in “A Barcà. Notizie da Bordighera”, numero unico a cura dell’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Bordighera, Bordighera, dicembre 1960 (Il testo è riportato in Appendice, p. 113).
Claudio Panella, Francesco Biamonti: la preistoria e l’esordio (1951-1983), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Torino, Anno Accademico 2001/2002

Francesco Biamonti e Guido Seborga – Fonte: Laura Hess

In un’intervista del 1999, raccontando la mancata pubblicazione di Colpo di grazia, l’autore dichiarò di non aver più scritto una riga per vent’anni. <27 È chiaramente una dichiarazione falsa. Dapprima, Biamonti si cimentò nel tentativo di stesura del cosiddetto “romanzo algerino”, il cui abbozzo è stato reso noto da Matteo Navone; <28 poi, probabilmente all’inizio degli anni Settanta, cominciò a scrivere un nuovo romanzo, che è stato di recente pubblicato a cura di Simona Morando con il titolo Romanzo di Gregorio (d’ora in avanti RG). In seguito a una profonda revisione, questo testo fu trasformato nel romanzo di esordio, L’angelo di Avrigue (d’ora in avanti AA). <29
Nella seconda metà degli anni Settanta Biamonti lavorò dunque a RG e poi ad AA, continuando a risiedere a San Biagio della Cima, dove si occupava dei mimoseti e da cui si allontanava per viaggiare nell’amato Midi francese e in Spagna. <30
[NOTE]
27 Cfr. int. 88 (1999).
28 Racc. (2014). Cfr. Navone (2014).
29 Cfr. Morando (2015: 7-8). Si rimanda a questo saggio per i rapporti tra la trama di RG e quella di AA.
30 Cfr. int. 9 (1991: 47).
Matteo Grassano, Il territorio dell’esistenza. Francesco Biamonti (1928-2001), FrancoAngeli, Milano, 2019

Negli anni Cinquanta e Sessanta, come ha sottolineato Claudio Panella nel saggio sopraccitato, la formazione di Biamonti, tanto sul versante pittorico quanto su quello filosofico-letterario, fu favorita dalla «frequentazione di numerosi altri artisti e intellettuali attivi nel Ponente e in modo particolare a Bordighera, dove si svolsero eventi notevoli quali le Mostre di pittura americana, i Premi delle “Cinque Bettole” e il “Premio Bordighera”». <21
Le mostre di pittura americana, tra il 1952 e il 1957, furono possibili innanzitutto grazie al vigore organizzativo del pittore Giuseppe Balbo, che già sul finire degli anni Quaranta aveva dato vita con i propri allievi a una serie di esposizioni, e videro coinvolti personaggi del calibro di Jean Cocteau e Peggy Guggenheim. Dalle prime esposizioni curate da Balbo nacquero anche, all’inizio degli anni Cinquanta, i Premi delle “Cinque Bettole”, inizialmente destinati ai soli pittori e poi a narratori e poeti. Nel corso del decennio l’iniziativa, cui succedette, dopo l’edizione ibrida del 1962, il “Premio Bordighera” nel 1963 e 1964, ebbe un successo sempre crescente.
Guido Seborga e Renzo Laurano, infaticabili promotori di queste manifestazioni, coinvolsero, tra gli altri, Italo Calvino e il critico Giancarlo Vigorelli. Vale la pena di notare che Biamonti, negli anni successivi, scrisse come critico d’arte su quasi tutti i pittori vincitori del premio: Enzo Maiolino, Joffré Truzzi, Mario Raimondo, Sergio Gagliolo.
Nel 1956 Biamonti stesso vinse un premio “Cinque Bettole” con il racconto inedito Dite a mio padre. <22
[…] Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta Biamonti lavorò intensamente a un romanzo, che nella primavera del 1960 lesse Guido Seborga (il quale suggerì il titolo Colpo di grazia) <31 e di cui un estratto fu pubblicato alla fine dell’anno con un’introduzione dello stesso Seborga. <32 Biamonti propose il romanzo ad almeno due editori: Einaudi, il cui archivio conserva traccia del manoscritto, e Mondadori, per tramite di Morlotti. <33
[…] Del resto, fu forse lo stesso Biamonti a rallentare l’iter che avrebbe dovuto portare alla pubblicazione. Fatto sta che, nonostante gli annunci scritti su quotidiani locali da Guido Seborga, che si protrassero fino al 1962, a proposito di un’imminente pubblicazione, il romanzo non vide mai la luce. A casa Biamonti si conservano oggi due testimoni integrali di Colpo di grazia, il cui studio potrà senza dubbio portare nuove conoscenze sulla vicenda del romanzo.
Nonostante il mancato esordio letterario, «gli anni ’60 furono un decennio importante per Biamonti, sempre più spesso chiamato a farsi conferenziere e poi scrittore d’arte. Ciò avvenne anche grazie alla frequentazione di alcuni giovani “progressisti” di Ventimiglia e Bordighera». <38 Alla fine degli anni Cinquanta era nata, infatti, l’Unione Culturale Democratica (UCD), un circolo che riuniva giovani democratici e antifascisti di varia estrazione e militanza politica. All’attività del circolo si legò una serie di iniziative, alcune delle quali videro Biamonti protagonista.
[…] Nell’inedito La vita rotta. Quaderno narrativo 1965, Guido Seborga scrive:
“Francesco Biamonti scrive romanzi, non li pubblica, va in Francia, e vuole occuparsi di coltivazioni di fiori. Francesco sei un fenomeno piuttosto incomprensibile, cos’è la tua vita? Da anni che ti conosco e ti sono vicino, questo punto non mi è ancora stato chiarito; ma penso di leggere presto un tuo libro e così sapere”. <47
In un’intervista del 1999 Biamonti dichiarò, raccontando la mancata pubblicazione di Colpo di grazia, di non aver più scritto una riga per vent’anni. <48 È naturalmente una dichiarazione falsa. Biamonti continuò a scrivere negli anni Sessanta e Settanta. Sul numero già citato 141-142 della rivista «Resine» è stato pubblicato a cura di Matteo Navone un abbozzo del cosiddetto “romanzo algerino”, che occupò Biamonti dopo Colpo di grazia. <49 «Si tratta di tre capitoli ambientati tra l’estremo Ponente ligure e Nizza all’epoca della guerra d’Algeria, composti presumibilmente nel corso degli anni Sessanta, e che presentano le vicende di alcuni giovani algerini fuorusciti e di un passeur che li aiuta; compare quindi un tema che sarà portante in Vento largo». <50
[NOTE]
21 C. Panella, Prima dell’Angelo…, cit., p. 12.
22 Bia. racc. (1956).
31 Biamonti ipotizzerà poi anche il titolo Il testimone inumano, cfr. C. Panella, Prima dell’Angelo…, cit., p. 17, n. 47.
32 Bia. racc. (1960).
33 E. Morlotti, Mistero di rocce…, cit., p. 66: «Mi disse che da tempo aveva pronto un romanzo, di cui non ricordo più il titolo, che non riusciva proprio a far pubblicare. Sicché gli dissi di darlo a me, che avrei provato io a farlo leggere a qualche mio amico letterato di Milano. Il dattiloscritto girò per un anno negli uffici di varie case editrici, ma invano […] ricordo ad esempio che Dante Isella, cui era molto piaciuto, me ne aveva assicurata la pubblicazione. Invece niente. Con mia sorpresa lui ne fu quasi contento, confessandomi che nel frattempo quel libro l’aveva completamente rivisto e modificato».
38 C. Panella, Prima dell’Angelo…, cit., p. 19.
47 S. Seborga, La vita rotta. Quaderno narrativo 1965, inedito, p. 49, cit. da C. Panella, Prima dell’Angelo…, cit., p. 26.
48 Bia. int. Marongiu (1999): «Pendant vingt ans, je n’ai pu écrire une ligne de roman. J’ai fait de la critique d’art, j’ai même fait paraître un libre, l’Existence et le temps dans la peinture informelle. Mais ma voie était d’écrire des romans, des atmosphères, des états d’âme».
49 Cfr. M. Navone, «fredde oasi» e «sporchi paradisi»: un abbozzo di romanzo inedito, in Per Francesco Biamonti, cit., pp. 29-45.
50 Ivi, p. 29.
Matteo Grassano, Il territorio dell’esistenza. Francesco Biamonti (1928-2001), Tesi di laurea, 29 gennaio 2018, Université Nice Sophia Antipolis in cotutela internazionale con Università di Pavia

Il filtro tragico di Biamonti reinventa le letture evidentemente. E si sovrappone forse alla breve annotazione letta in Binni-Sapegno che dice di Zena: «precoce sperimentatore anche nelle sue liriche, di tempi e forme attinti al repertorio della sensibilità decadente» <14.
Così deve essere successo anche per l’altra citazione presunta da Cattanei, quella sul desvivir catalano. Difficilmente Cattanei si abbandona ad annotazioni così esistenzialiste. Invece agisce qui la presenza e, direi, l’amicizia con Guido Seborga. Seborga nel 1972 pubblica con la rivista «Carte segrete» Vivere disvivere <15, volumetto assai prezioso presente nella biblioteca personale di Biamonti. Ma dei lunghi colloqui con Seborga la conferenza del 1976 tradirebbe molto di più a chi si mettesse in ascolto delle ragioni invisibili dell’amicizia:
“Claudio Panella, che ringrazio, potrebbe documentare di frequentazioni e scambi epistolari di Seborga con Cattanei e con Sapegno, probabilmente note e discusse a e con Biamonti, e tracciare una linea del “realismo” letterario, che nella conferenza di Biamonti si denota come «realismo esistenziale», concetto a cui Seborga era affezionato, che annovera Verga quanto Sbarbaro. Questo per stringere in un viluppo non solo libresco le parole pronunciate in sede amicale da Biamonti in una sera prenatalizia del 1976”.
Infatti, ecco un esempio. Se questa conferenza ha qualche rilievo, l’ha in merito alla riflessione permanente sulla letteratura ligure condotta da Biamonti. Ma per questo il libro amato e utile di Cattanei e lo scambio con Seborga pari sono. Del libro di Cattanei Biamonti segna soprattutto quei passi che definiscono le caratteristiche della poesia ligure. A p. 15 traccia in blu tutto un paragrafo in cui è riportato un passo di Giansiro Ferrata, Il ligure Ceccardo, apparso su «Corrente» nel 1939. «Scartata l’idea di una Famiglia terremo su, della poesia “ligure”, solo un carattere comune: l’esclusione da un’altezza di canto, per spiegarci alla meglio, preventiva, a cui si accompagni o si voglia accompagnare dall’inizio l’intera presenza del poeta, secondo la gerarchia tradizionale degna in alcuni d’essere chiamata classica. I poeti liguri moderni, che abbiamo accennato come nostri, si tengono invece ad una suggestione iniziale d’intimità quasi a indugio prima di risolversi (quando si risolvono) in bellezza: intimità che può farsi anche molteplicità di toni (per l’irrequietezza estetico-biografica) e per l’ardore delle transizioni) o vicinanza con speciali idea di Prosa (confessione, documento, grido puro, o ritmo sorto e ancora avvolto a fondo nel mistero)». È chiaro che si tratta di un passo ancora da meditare da parte nostra nei confronti di Biamonti, e non solo perché nella conferenza cita pedissequamente a memoria: «cioè questo senso del desvivere, che fa che non si riesca mai a giungere, in Liguria, a un canto spiegato, né nella letteratura, né nella pittura». Seborga può collaborare in questo: nel poema Vivere disvivere, di fronte al mare di Arziglia (Bordighera), pensandosi pescatore, scatta la presenza del tragico e dell’alienazione:
vano
cercare
sollievo
nella natura ostile
ma
la materia risplendeva
eternamente.
Tracce non sempre visibili. Più semplice restare sulla scia del tratto di penna che postilla il volume di Cattanei. Alle pp. 22 e 23 l’autore discute l’eredità illumistica e giansenista nel ponente ligure, passi che Biamonti segna con almeno tre V e una X. Evidentemente le riflessioni sulla laica religiosità dello sguardo sul paesaggio, presenti anche nella conferenza del ‘76, cercavano una giustificazione antica.
[NOTE]
14 Walter Binni-Natalino Sapegno, Storia letteraria delle Regioni d’Italia, Firenze, Sansoni, 1968, p. 85.
15 Guido Seborga, Vivere disvivere. Fogli demotici Realismo cosmico Ideografia, Roma, Edizioni Carte segrete, s.d. [1972]. La collana è Biblioteca Letteraria, una delle tre affiancate alla rivista, dai libri particolari rilegati in cartone ondulato (Biblioteca d’arte, Biblioteca letteraria, biblioteca teatrale). Il poema Vivere disvivere, come riporta una nota, è del 1970. Il volume contiene anche venti opere grafiche di Seborga
Simona Morando, «Una memoria affettiva»: Biamonti lettore dei poeti liguri in una conferenza del 1976 (e in alcuni postillati), Per Francesco Biamonti, Resine, n.141-142, 2015

Una ragazza in ciancia

Guido Seborga con la moglie, Alba Galleano – Fonte: Laura Hess

Guido Seborga è attualmente oggetto di una certa rivalutazione. Buona cosa, giacché togliere la polvere dai libri e far riemergere la cultura alla vita è nostra antica ambizione, e quindi non possiamo che rallegrarci quando qualche prezioso baule viene portato giù dal soffitto, e riaperto. E poi il Seborga (pseudonimo di Guido Hess, nato a Torino nel 1909 e ivi morto nel 1990) è personaggio tutt’altro che banale. Narratore, pittore, scrittore di teatro, poeta. Aveva eletto Bordighera sua patria d’elezione, e fu attivo e creativo nel Ponente ligure. Nei suoi dipinti riaffiorano segni e memorie della Valle delle Meraviglie.
A cura di Isabella e Massimo Novelli sono stati ristampati da Spoon River L’uomo di Camporosso nel 2004 e Il figlio di Caino nel 2006. Nello stesso 2006 viene ripubblicato anche Gli innocenti, a cura di Pier Luigi Ferro, presso l’editore Marco Sabatelli e per iniziativa della Società Savonese di Storia Patria. E nuovamente da Spoon River, nuovamente a cura dei Novelli, nel 2009 riappaiono, in un unico volume, Morte d’Europa ed Ergastolo.
Ma che tipo di scrittore è, Guido Seborga? Ha uno stile trasandato, anti-letterario, vivo, ma con improvvise impennate da romanziere ottocentesco, come nelle descrizioni fisiche o nelle trame incalzanti, in cui miscela eros, melodramma, passioni – e anche quei fattacci che nel giornalismo sono definiti “cronaca nera”. Ma ha un tono asciutto, uno sguardo lucido, e leggendolo pare a volte di assistere a un filmato documentario, senza la voce fuori campo. I fatti si susseguono, concitati, impetuosi, e parlano da soli. Spesso c’è un uso deciso della lingua parlata, e comunque la prosa seborghiana è sempre diretta, netta, priva di ricami e di indugi.
Con una punteggiatura inconsueta, a volte mancante, già da scrittore sperimentale. Così, ad esempio, in Morte d’Europa, capitolo V:
Venne la sera. C’era un film da vedere, un film è un film, un film è sempre un film no?
Una realtà registrata nel suo farsi e resa visibile mediante un montaggio di scene e inquadrature di derivazione cinematografica – si veda, in Ergastolo, la sequenza dello sciopero e del blocco ferroviario.
E per rendere un’idea di questo assemblage di immagini che rende vive le migliori pagine di questo autore, e per rimanere ad Ergastolo, capitolo I, ci piace citare più lungamente adesso:
Uscirono. La mattina era fredda e grigia, spirava la tramontana, alzarono i baveri delle giubbe, camminavano svelti per non farsi troppo prendere dal freddo, su Voltri c’era una strana nebbiolina trasparente e umida. Montarono su di un autobus, lì dentro si stava più caldo. Il sole sul mare si era già un poco alzato, ma era pallido, un disco bianco, un poco rosa ai bordi. A lato della strada i casoni aumentavano, Sampierdarena era già città sporca e nera, apparvero le ciminiere della Cornigliano, fumo e polvere densa, e tanti vagoni, cisterne, rotaie tra i grandi parallelepipedi dei capannoni, e sul mare un pesante apparato di pontoni giganteschi che calavano sul fondo cassoni di cemento, gli uomini volevano anche riempire il mare, trattori e bulldozer cominciavano a riempire di rumori il giorno che nasceva senza calma. Giovanni guardava e disse: «Mio padre lavora lì dentro.»
Seborga è almeno uno che la fa, la lotta di classe, ci crede sul serio, al riscatto dei subalterni che lottano per la loro vita e la loro dignità. Le ondate migratorie dal Sud, gli scioperi dei lavoratori di Savona, le lotte dei portuali a Genova, persino le vicende della Comune di Parigi del 1871.
La sua narrativa è un bell’esempio di attenzione alla realtà contemporanea, di impegno sociale (anche se Seborga sempre rifiutò l’etichetta di neorealista – guai a chiamarlo così).
Sarebbe però riduttivo presentarlo solo sotto la veste di romanziere.
Le sue poesie piacquero a Filippo De Pisis e ad Alfonso Gatto, che ne cita tre versi in un suo articolo:
Una ragazza in ciancia
allegra di promesse
ad un balcone pieno d’aria…
Il cinema era davvero un’altra sua grande passione, vissuta, come tutto in Seborga, in modo polemico, schietto, senza mezze misure.
Era capace di profferire severi giudizi ad alta voce, nei festival cinematografici, durante le proiezioni, cose del tipo “ma che roba! queste son cose scolastiche”, e a chi lo rintuzzava, cercando di farlo tacere, chiedendogli chi fosse, poteva rispondere con voce tonante: “Io sono Seborga!”. Ce ne rimane una traccia, di tutto questo, in una pagina di Ergastolo, capitolo II: «Grazie, vengo al cinema, cosa andiamo a vedere?» «Quello che preferisci.» Presero un giornale sgualcito che era sul tavolo, cercarono gli spettacoli. «Ti piace Sofia? Ti piace la B.B.?» «No! Ma mi piace ancor meno la Lollo, fanno dei film che vanno bene per gli abbelinati.»
Altrettanta vis polemica era riservata all’industria editoriale, i Vittorini e i Pavese erano qualificati come “impiegati della cultura”.
Seborga aveva idee chiare sul mondo che lo circondava, e, come si suol dire, non faceva sconti a nessuno.
Ma era invece disponibilissimo con i giovani, capace di passare intere serate bordigotte, magari illuminate da una gran luna rossa in cielo, a chiacchierare e a dare consigli, con modi auto-ironici, fingendo stupore perché i giovani preferivano stare a parlare con lui invece di andare con qualche ragazza…
L’editore Gianni Ricelli, allora ventenne, ricorda ancora un suo insegnamento: se volete scrivere dovete prima tradurre tanto, perché la traduzione è fondamentale per poter scrivere.
E poi Seborga fu un organizzatore culturale (invita Vercors a Sanremo, per una conferenza con proiezione di centotrenta foto sul suo viaggio nella Cina popolare), un giornalista (intervistatore per Tempo, critico cinematografico per l’Avanti!), un pittore (le cui ideografie, dipinte con colori acrilici, saranno apprezzate da Umberto Mastroianni, colpito da quelle saette di “colori ingemmati, arcobaleni spenti e lacrime tristi, ossidate forme misteriose”).
Intesse relazioni straordinarie. A Parigi conosce i surrealisti. Sia a Torino che a Bordighera frequenta Oscar Navarro ed Edoardo Sanguineti, e quest’ultimo rivelerà poi di essere debitore a Seborga di alcune cose, fra cui la conoscenza in lingua originale delle opere di Antonin Artaud.
Scrive ad Ezra Pound, che gli risponde nel suo fantastico italiano: quanto alla Sua (VOStra) poesia, siete capace di subire una disciplina per un anno, senza domandare perché io ho scelto questa disciplina piutosto qu’un’altra?

Pietro Nenni e Guido Seborga – Fonte: Laura Hess

Scrive a Pietro Nenni, a cui era legato da amicizia, e abbiamo due lettere del 1973 che sono veri e propri proclami politici (“l’URSS non ha una magistratura marxista, ma una dittatura che va verso il popolo invece di realizzare il socialismo con il popolo attraverso il popolo”, “i giovanissimi sono in stato di confusione e non sanno / più in cosa credere / spesso solo in azioni pragmatiste rivoltose / che spesso scambiano per rivoluzione”, “L’esperienza cinese che si accontenta per ora della più elementare tecnica per dare da mangiare agli affamati non può corrispondere all’Europa”).
Ora, per chi volesse saperne di più sulla sua multiforme attività, ancora da Spoon River, 2009, è
uscito Guido Seborga. Scritti, immagini, lettere, a cura di Laura Hess e Massimo Novelli, un’antologia degli epistolari e dei documenti (fotografie, tessere, locandine…).
Un tuffo nella vivacità di un’epoca e nel mondo di un autore che – e non è l’ultimo dei suoi meriti – accomodante con la sua epoca non lo fu mai.
GUIDO SEBORGA: Morte d’Europa / Ergastolo, a cura di Massimo e Isabella Novelli, Spoon River, Torino 2009
LAURA HESS E MASSIMO NOVELLI (a cura di): Guido Seborga. Scritti, immagini, lettere, Spoon River, Torino 2009

Marco Innocenti in IL REGESTO (Bollettino bibliografico dell’Accademia della Pigna – Piccola Biblioteca di Piazza del Capitolo), Sanremo (IM), anno II, n° 4 (8), ottobre-dicembre 2011