Pianissimo inaugura la forma del diario lirico

 

Camillo Sbarbaro viene di solito inserito nelle storie della letteratura tra gli autori cosiddetti vociani come Giovanni Papini, Carlo Linati, Ardengo Soffici, Renato Serra e Giuseppe Prezzolini, molti dei quali, collaboratori della rivista «La Voce». Alcune caratteristiche comuni sono la presenza dell’autobiografia oppure la scrittura frammentata. Ma in Sbarbaro manca, a livello stilistico, la violenza linguistica tipica di questo gruppo.
La sua scrittura è una perfetta espressione dell’arte del frammento. Nelle sue opere rompe con la forma chiusa e strutturale di comporre una raccolta e riduce le parole all’essenziale. La forma frammentata è legata al contenuto e al senso, rappresentare un’opera mosaico è uno strumento comunicativo per rappresentare una vita non compatta, senza unità e confusa. Il frammentarismo è una tendenza che si sviluppa nei primi anni del Novecento ma che continua la sua evoluzione con autori come Eugenio Montale.
L’autobiografia sarà la base per le sue opere. Sbarbaro scrive quello che sente basandosi sulla sua esperienza e dando un grande rilievo alla sua famiglia. La sorella, il padre e la zia saranno protagonisti e dedicatari di molti dei suoi scritti.
La poetica del Nostro può considerarsi espressionista ma di un espressionismo sui generis. Tutto ripiegato sulla propria interiorità lo scrittore dialoga con la propria anima descritta come stanca, tacita, insensibile, incapace di provare né dolore né gioia. Il poeta esprime la sua stanchezza di vivere, e si descrive quale sonnambulo, immobile. Il timbro è fortemente pessimista. La morte, il non senso della vita, il dolore, la consuetudine e l’alienazione sono temi presenti nelle sue opere. Il poeta e critico Franco Fortini ha rivelato opportunamente:
“La particolare tensione, anzi [la] contraddizione stridula e dolorosa, fra gli intenti proposti dalla voce autobiografica, con le sue dichiarazioni di accidia, di rassegnata sconfitta (e di colpevolezza), e il personaggio che emerge invece dalla volontà di umiliazione, recitante, spettatore di sé, tanto più bisognoso di autenticità morale quanto più si raffigura protagonista tragico in un mondo mutato in un deserto. L’intenzione di rivolversi entro una forma dimessa ci racconta di un adolescente invecchiato che passa attraverso la vita nella certezza della vanità del tutto, cercando incontri fraterni solo nelle esistenze alienate o nelle cose inanimate” <9 .
L’autore è testimonianza di un percorso attraverso la vita ma dal lato della freddezza, della passività. Esprime i suoi sentimenti ma allo stesso tempo l’assenza di questi in una scrittura piena di contrasti e di profondità. È un autore notevole per la sua sperimentazione e novità formale ma basandosi sulle idee decadenti della vita senza senso, il vuoto dell’anima e dell’uomo, tra i suoi maestri ci sono Leopardi e Baudelaire.
III. Pianissimo: analisi dell’opera
Il capolavoro di Sbarbaro è la raccolta poetica di Pianissimo che ha una posizione eminente tra gli altri scritti dell’autore, è il suo libro maggiore. «Ciò che indiscutibilmente conferisce priorità a Pianissimo, e ne fa un’opera di capitale significato nel panorama della nostra poesia novecentesca, è la sua importanza storica. La crisi dei valori fatta esplodere dalla guerra incipiente sembra emblematicamente annunciata in questo libro, molto prima di quei classici che la interpreteranno negli anni Venti» <10.
È un’opera che fin dall’inizio è stata ammirata dalla critica e che continua a essere un’importante prova dell’eccellenza dell’autore. Stando a Paolo Zoboli, «Sbarbaro occupa, soprattutto con Pianissimo, un posto di assoluto rilievo nella poesia italiana ed europea del primo Novecento» <11. «Così, se il primo volumetto [Resine] riceve soltanto l’affettuosa recensione dell’amico Angelo Barile su un quotidiano savonese, su Pianissimo si soffermeranno, fra gli altri, Pietro Pancrazi, Emilio Cecchi e Giovanni Boine […]. E a Pianissimo ritornerà non casualmente anche il ventiquattrenne Montale» <12.
Sbarbaro scriverà soltanto altri due libri di poesia, Rimanenze (Milano, Scheiwiller, 1955) e Primizie (Milano, Scheiwiller, 1958), forse di inferiore valore poetico, per questo Pianissimo sarà l’unico suo libro secondo lo stesso autore («Pianissimo è, in realtà, l’unico libro che ho fatto e al quale, senza propormelo, ho lavorato mentalmente sino alla fine» <13).
La genesi dell’opera risale al biennio 1911-1913, anni di lavoro nella Siderurgica. Con l’inaspettata morte del padre nel 1912 Sbarbaro scrive, durante il lutto, dei versi dedicati a lui che verranno pubblicati nel settembre dello stesso anno su «Riviera Ligure» e poi faranno parte di Pianissimo. Continua a lavorare fino al primo marzo del 1913, data della redazione manoscritta del libro approntato per un numero ridotto di amici.
La raccolta esce quando l’autore aveva soltanto ventisei anni, nel 1914, pubblicata per l’edizione della «Voce» a spese della sorella Clelia. Nel 1954 verrà alla luce una nuova edizione di Pianissimo a Venezia presso l’editore Neri Pozza che aveva l’intenzione di celebrare i quarant’anni dell’opera. In questo caso, i componimenti che in partenza erano ventinove si riducono a diciannove e sono in parte corretti e modificati ma il volume include nella seconda parte anche la prima edizione del 1914. Pianissimo verrà riedito in Poesie a Milano, dall’editore e amico Scheiwiller, nel 1961.
Si considerano vere e proprie edizioni a sé di Pianissimo quella del 1914, la prima e più pura, e quella del 1954, così diversa da essere definita dalla critica secondo Pianissimo. Sbarbaro non smette mai di cambiare e correggere il suo capolavoro ma la maggior parte degli esegeti continua a preferire la prima edizione. Per Barberi Squarotti, ad esempio, «le varianti 1954 e 1961 conducono il testo di Pianissimo a una dizione più sicura ed efficace: ma vanno in ogni caso perdute la forte realtà storica e la concretezza convergente di linguaggio e di intenzione gnoseologica che il testo 1914 ha come interna e necessaria struttura» <14. I cambiamenti dell’edizione del 1914 e quella del 1954 vengono così riassunti da Lorenzo Polato:
“Volendo sintetizzare rapidamente l’opera di revisione di Sbarbaro, si può dire che egli sia intervenuto sul testo del ’14 su tre livelli. Il primo riguarda l’eliminazione di interi componimenti: il poeta sopprime ben nove liriche della prima parte del libro che ne contava diciannove (si tratta della 6, 8, 9, 12, 13, 14, 15, 16, 18) nella seconda parte procede a sostanziosa riduzione della 5, mentre fonde insieme la 3 e la 7. Un secondo livello di intervento riguarda il taglio di gruppi di versi all’interno del singolo componimento, e un terzo il lessico […]. In effetti, a parte l’eliminazione di liriche di sicuro e alto livello espressivo […], a parte l’incrinarsi, a seguito di questi tagli, della compattezza e organicità del libro […] resta comunque il fatto che lo stesso intervento all’interno dei componimenti conservati è spesso di natura tale da sacrificare elementi strutturalmente significativi e dunque necessari. In conclusione, la nuova redazione va letta appunto come a sé stante, diversa e minore non sostitutiva di quella del ’14” <15.
Il primo titolo pensato dall’autore era Sottovoce, eloquente e allusivo al tono di voce basso, con il quale l’autore ha l’intenzione di trasmettere le poesie, in un sussurro. Però, a questo titolo, viene preferito quello suggerito dall’amico Papini di Pianissimo.
La dedicatoria «A mio padre morto» offre un indizio sulla tematica familiare e traumatica che sarà presente durante tutta l’opera. Lo stato di salute del padre peggiora negli anni ’10 e la scrittura della raccolta occupa il momento di lutto che si dà durante la malattia e la morte del padre.
La raccolta (Firenze, La Voce, 1914) è composta da ventinove liriche di cui quattordici erano state già pubblicate in diverse riviste come «La Voce» (Taci anima mia. Son questi i tristi, il 16 gennaio del 1913), «La Riviera Ligure» (Padre, se anche tu non fossi, nel settembre del 1912) «Quartiere Latino» (Quando traverso la città la notte, il primo dicembre del 1913) o «Lacerba» (Nel mio povero sangue, il 15 giugno del 1913) e le altre quindici liriche erano inedite. Possiamo parlare di una sorta di canzoniere il cui filo conduttore è l’autobiografia. La struttura è articolata in due parti, secondo la data di creazione dei componimenti. Una prima parte formata da diciannove testi scritti nell’inverno del 1912 e una seconda parte di dieci componimenti scritti nel maggio del 1913. Le liriche non possiedono dei titoli e l’indice riporta, di fatto, i primi versi di ognuno di esse.
L’omogeneità tematica è una caratteristica fondamentale di questa racccolta, i luoghi sono ridotti (la strada, la città), i personaggi fanno parte della sua famiglia (il padre, la sorella, l’io) o fanno parte del luogo (le donne di strada) e i momenti cruciali sono sempre gli stessi (la notte, il sonno, il risveglio). La situazione costante è quella di un monologo interiore dell’io che tenta di trovare la verità attraverso la solitudine. Lungo l’opera si ripetono temi come l’autoanalisi, il vuoto dell’anima, la lussuria, la deambulazione, la morte e la notte e il sonno. L’ambientazione notturna, il sonno, il dormire e il risveglio sarà la costellazione tematica da sviluppare in questo lavoro nei prossimi capitoli.
Dal punto di vista metrico, Sbarbaro abbandona le forme sperimentali presenti in Resine, come il sonetto e la rima, e con Pianissimo adotta la forma dell’endecasillabo sciolto, come nelle canzoni di Leopardi, alternandolo con alcuni settenari e anche alcuni versi più corti che, se si uniscono, formano degli endecasillabi. «La severissima disciplina che Sbarbaro impose a sé stesso, soprattutto in questioni di versi, lo tenne fermo a una misura rigorosamente leopardiana del suo corpus poetico» <16. «Quello di Sbarbaro è stato definito un “endecasillabo sordo”, anche se […] non è mai completamente rasoterra, atono» <17.
L’assenza di rima è una caratteristica presente in tutta l’opera che si può interpretare come il tono di “sottovoce”, il modo più naturale per esprimere il dolore per Sbarbaro. Per compensare l’assenza di rime, la ripetitività dell’endecasillabo ci offre il ritmo costante e, allo stesso tempo, sono abbondanti le inarcature e i versi brevi. Tuttavia, esistono parole-rima, vocaboli che tornano all’interno dello stesso componimento, interi versi che si ripetono, nella stessa poesia o in un’altra e anche delle rime interne in versi consecutivi.
Il lessico usato da Sbarbaro non si allontana dalla quotidianità. Il suo è un linguaggio semplice e comune. I vocaboli sono limitati e molto ripetuti e si crea un tono medio-basso. «L’adozione di un lessico medio e il sostanziale rifiuto dell’aulicità coincidono con la tendenza poetica d’inizio secolo che rompe con la tradizione precedente <18».
La sintassi è più elevata del lessico. I componimenti sono fitti di subordinazione con proposizioni causali, ipotetiche, concessive e temporali. La sintassi è spesso argomentativa. Nell’ordine delle parole si trova un indizio di tono elevato con l’anteposizione dell’aggettivo al nome.
L’influsso più vicino a Sbarbaro è quello dei poeti crepuscolari che all’inizio del Novecento esprimono il vuoto esistenziale e che adottano un atteggiamento d’abbandono e fatica di fronte alla vita. Il nostro autore segue questa linea tematica, la stanchezza e la non vita sono temi comuni ad entrambi.
Sbarbaro prende come modello metrico Leopardi e la sua canzone, segue il suo schema ma non in un modo rigido. E anche se pensiamo alla struttura dell’opera, il canzoniere, viene subito in mente Petrarca, modello di tutta la letteratura italiana.
Baudelaire è il modello tematico per Sbarbaro, il tema della vita arida, il sonnambulo, flâneur, l’aspetta della rivelazione e la vita moderna della città. Il grigio è il colore dell’anonimato, un’atmosfera già presente in Baudelaire. Lo studioso Walter Benjamin trova una grande similitudine tra Pianissimo (1914) «perduta ha la sua voce / la sirena del mondo, e il mondo è un grande / deserto» e il celebre verso di Baudelaire «Le Printemps adorable a perdu son odeur!».
Anche Rimbaud fa parte delle letture che hanno influenzato Sbarbaro. Rimbaud passa la sua vita tra l’alcool e la droga e trascorre l’esistenza come un sonnambulo, estraneo alla vita.
A sua volta Sbarbaro sarà modello per altri autori tra i quali Eugenio Montale, amico e ammiratore, che erediterà la tematica della pietrificazione interiore, l’individuo sonnambulo o lo spettatore inerte della vita.
Pianissimo inaugura la forma del diario lirico, prima per esempio di Porto sepolto di Ungaretti e apre così una nuova forma di fare poesia. In questo diario lirico l’autore scava nell’interiorità, nell’aridità e nell’alienazione dell’uomo. Si produce una discesa verso gli inferi, l’uomo diventa sempre più oggetto. Sbarbaro si afferma con questo capolavoro come poeta della modernità e come poeta innovatore del primo Novecento.
In Spagna, il Nostro, pochissimo conosciuto, è stato apprezzato e tradotto, puntualmente, da Gerardo Diego e da Ángel Crespo <19 ma soltanto nel 2017 è stato versato in spagnolo il capolavoro Pianissimo <20.
[NOTE]
9 FRANCO CONTINI, I poeti del Novecento, Roma, Laterza, 1980, p.16.
10 LORENZO POLATO, Introduzione a CAMILLO SBARBARO, Pianissimo, Venezia, Marsilio, 2001, p. 12.
11 PAOLO ZOBOLI, Pianissimo dopo (quasi) un secolo, cit, pp. 9-10.
12 Ivi, p. 7.
13 La citazione è messa da una lettera di Sbarbaro a Vanni Scheiwiller (Sportorno, 17-IX-1967) raccolta da PAOLO ZOBOLI, Linea ligure: Sbarbaro, Montale, Caproni, Novara, Interlinea, 2006, p. 226.
14 GIORGIO BARBERI SQUAROTTI, Camillo Sbarbaro. Antilirismo ligure e realismo poetico: solitudine e alienazione dell’uomo nella città desolata cit., p. 3376.
15 LORENZO POLATO, Introduzione a CAMILLO SBARBARO, Pianissimo, cit., pp. 28-29.
16 STEFANO VERDINO, Sbarbaro in antologia, in La dorata parmelia, cit., p. 23.
17 LUCIA CASSINELLI, Soluzioni metriche e scelte linguistiche in “Pianissimo”, «Resine», n. 96, 2003, p. 11.
18 LUCIA CASSINELLI, Soluzioni metriche e scelte linguistiche in “Pianissimo”, cit., p. 21.
19 Alcune delle poesie di Camilo Sbarbaro vengono tradotte in: Poetas italianos contemporáneos (Marinetti, Folgore, Soffici, Sbarbaro, Rébora, Campana, Saba, Cardarelli, Ungaretti, Montale, Quasimodo, Luzi, Sereni, Pavese), selección e introducción de ÁNGEL CRESPO, Barcelona, Círculo de lectores, 1994 e in GERARDO DIEGO, Tántalo: versione poeticas, Madrid, Ágora, 1959.
20 CAMILLO SBARBARO, Pianissimo y Líquenes, traducción de Xavier de Donato Rodríguez y Ángel Crespo, Tarragona, Igitur, 2017.
Irene Pérez Enes, La notte, il sonno e il sogno in Pianissimo di Camillo Sbarbaro, Traballo de fin de grao, Universidade de Santiago de Compostela, Ano académico 2018/2019