Un erudito del Seicento e certe tematiche femminili

L’erudito del Seicento Angelico Aprosio, di Ventimiglia in Liguria, aveva la consapevolezza costante del nuovo e dell’ esigenza di adeguarsi al mutamento dei mezzi di informazione come anche dei gusti letterari di lì a poco questa sua maniera di documentare (mai priva di squarci di cronaca reale) si sarebbe evoluta = l’adulterio come tema sarebbe entrato in quelle forme di cronaca pregiornalistica che sarebbero comparsi come “Fogli Volanti” nel ‘700 offrendo ad un pubblico certo più ampio di quello aprosiano squarci anche terribili di vita vissuta come questi tra cui proprio questo terrificante caso di adulterio combinato con violenza ed assassinio senza dimenticare , tra altre cose, un supposto caso di adulterio sfociato in un tentativo d’omicidio e conclusosi con processo e prigione che suscitò molto scandalo ma anche molta curiosità data la condizione sociale dei protagonisti tra cui un erudito della generazione successiva il nobile Alessandro Adimari.

Eppure questi discorsi aprosiani non concludono l’argomento che l’autore affronta e che comporta ulteriori acquisizioni anche sfruttando materiale che non gli fu concesso editare e che ha impedito a lungo la comprensione della sua postazione.
Nel più esteso complesso dell’aprosiana STORIA DELL’ADULTERIO quale una “cartina di tornasole” proprio il citato Grillo XIX si collega strettamente – quasi in una pregiornalistica continuità di informazione – al Grillo XX “se nell’Adulterio sia maggiore il peccato del Maschio, o della Femmina? che trae la sua radice emblematica e teologica dal Capitolo VI dello Scudo di Rinaldo I “Qual peccato fosse maggiore o quello di Adamo, o quello di Eva?” = e nell’ambito di siffatta volontà di recupero -pur nel rispetto della variabilità nell’informazione- tali tematiche avrebbero dovuto ancora esser integrate, nel programma di Aprosio, da Grilli cui non venne concessa l’concessa l’autorizzazione alla stampa od Imprimatur per il loro contenuto audace (scelta inquisitoriale come visto accettata da Aprosio sena obiezioni per non alimentare la sua menzionata fama di “Poeta”) ma che qui sono ora proposti attraverso la trascrizione critica che A. I. Fontana ne fece per il “I Quaderno dell’Aprosiana” del 1884 sotto titolo de “Il P. Aprosio e la morale del ‘600: Note in margine a 4 grilli inediti”: si tratta precisamente del Grillo che avrebbe dovuto esser il XVIII “Se sia più libidinoso il Maschile o ‘l sesso Donnesco? e quindi del Grillo che avrebbe dovuto esser il XIX “Se dalle Vergini, o dalle Vedove gli abbracciamenti virili siano ambiti = a loro volta variamente integrati dal Grillo che avrebbe dovuto esser il XXVII “Se qualcuno ascritto nel rolo degli Agami (inciampasse (il che Dio non voglia) in qualche errore intorno al sesto precetto del Degalogo, qual rimedio per ovviare a gli scandali, e per slvare la riputatione?” e, in maniera molto pepata dal Grillo che avrebbe dovuto esser il XXX “Del nome Becco, e Cornuto, che si suole attribuire a coloro che hanno le mogli adultere, e del rimedio per non esserlo”].
A chiosa di quanto appena scritto giunge superfluo precisare che teologicamente e nella maggior parte degli autori stante l’imperante maschilismo il peccato più grave era sempre attribuito ad Eva anche per la presunta debolezza caratteriale delle donne = ma per dimensionare il personaggio entro parametri più corretti ed estranei a quelli oramai obsoleti di antifemminista incallito giunge necessario operare una preziosa distinzione e semmai dire che l’Aprosio che alla maniera che scrisse Antonietta Ida Fontana in un’epoca di aperta ed anche violenta misoginia fu invece sostanzialmente un moderato al punto da pensare che certe sue esaperazioni antidonnesche si siano generate in lui per un’avversione tutta personale per una singola donna (vale a dire con la suora “femminista” A. Tarabotti -anche per il coinvolgimento d’altri personaggi- da amica divenuta sua nemica) caratterizzata a seconda delle contingenze da momenti e poi anche di rabbia variamente espressi anche per iscritto, e sublimati sin alla volgarità quasi per rimandare idealmente alla Tarabotti la di lei rabbia, caratterizzata anche dalla voglia di far male profondamente all’antagonista ma che nel complesso del tutto pare più che odio per tutte le donne acidissimo rammarico, carico di impotenza e sfociato talora in espressioni sgradevoli contro tutti i difetti donneschi, per essersi inimicato la più talentuosa fra tutte quelle letterate di cui ebbe cura di stendere cataloghi mai privi di elogi sinceri sì da perdere i contatti con la colta suora veneziana che forse più di tutte e di tutti i filosofi e confidenti avrebbe potuto chiarirgli quella sua soprendente e misteriosa attrazione carica di curiosità ma pure fascino ed anche di coinvolgimento emotivo -non di innamoramento come tenne a precisare- verso la Donna in quanto tale.
Ad ulteriore conforto di tutto questo giova dapprima notare come, cercando nel contesto tutto di non assumere la posizione di misogino in una lettera ai lettori nello Scudo di Rinaldo I del 1647 scrive della Tarabotti queste considerazioni anche se giunge soprattutto emblematico quanto nella stessa opera annota cercando ancora di prender distanza dall’accusa di essere un nemico delle donne e non piuttosto “nemico sia delle donne che degli uomini viziosi” = Potrei addurre in prova di ciò altre cose, le quali si tralasciano per non amareggiare la dolcezza, ch’haverà conceputa da questi versi: e per levar l’occasione alle Donne di lamentarsi, come già fece una (superfluo dire che alluda alla Tarabotti), che per non intender le mie parole s’andò per non poco tempo lamentando con i miei amici, che io havessi detto di lei quel, che mai dissi (ma che il rancore non sia mai stata dimenticato dall’Aprosio e che sia riemerso specie nei momenti più difficili della sua vita di “Poeta” nel senso di bizzarro e diciamo pure di “permaloso” lo si legge nell’opera sua più tarda la Biblioteca Aprosiana del 1673 laddove narrando finalmente la sua versione dei fatti sull’intreccio che lo contrappose alla Tarabotti coinvolgendo altri, come il Pighetti e il Brusoni ma non solo si lascia scappare un quanto siano bestiali le Donne, e vendicative che dal contesto si evince quale un’ offesa sfuggita alla penna “verso la donna letterata Tarabotti”, che lo slancio espressivo e i ricordi fanno poi sembrare espressione rivolta a tutte le donne, che è come dire il, pur non volendolo lucidamente, “fare di tutta un’erba un fascio”) .
E se vogliamo ancora suffragare che l’origine del suo antifemminsimo nato come gioco moderato nel contesto misogino dell’Accademia dei Libertini di Venezia e poi inasprito oltre misura da una “querelle” avverso una donna sì da non mancare per conseguenza di spunti antidonneschi generalizzanti per quanto mai estremi è possibile addurre un’ulteriore concreta prova = Aprosio -specie dell’ultimo periodo dopo aver perso il suo Mecenate per eccellenza G. N. Cavana– deve talora piegarsi alle richieste dei letterati che possono garantirgli la pubblicazione di qualche opera e resta emblematico, in merito all’argomento appena esposto, come “Il Ventimiglia” per non perdere l’appoggio del potente bibliotecario mediceo Antonio Magliabechi si rassegni proprio nel caso della tormentata Maschera Scoperta a sostituire entro l’opera la sua, e ben motivata, ascrizione fra le grandi letterate del tempo della Poetessa Anna Maria Schurmanns “la Saffo di di Colonia”a lui estremamente gradita quanto per molteplici ragioni invisa al Magliabechi e si adatti o forse si pieghi a sostituirla con una poetessa italiana di ben minore caratura: la Camilla Bertelli Martini di Nizza).

Curiosità infinita quella aprosiana, curiosità che talora diventava ossessione di ricerca: ma che, di fronte al buio della ragione proprio d’alcuni aspetti del suo tempo, propone disanime che al di là dello stile spesso iridescente che genera l’idea della mera erudizione, non di rado denuncia una voglia quasi folgorante di capire e rispondersi alle domande, specie su quell’universo femminile di cui “Il Ventimiglia” non partecipava nell’intimità ma di cui tutto voleva sapere = una curiosità tale da indurlo a proporre il sempre tormentato Caso “Se mai una Donna possa diventare Sommo Pontefice entro il Cap.XVI dello Scudo di Rinaldo I e raccogliendovi in merito alla vicenda della supposta Papessa Giovanna -come qui di seguito si vede- una quantità di dati che lascia stupefatti (al fine della chiarezza occorre dire che su questo tema Aprosio riportò altri due casi cioè di uomo che si atteggiava da donna e di fanciulla che addirittura si fece soldato e che l’incomprensione di cui lui stesso partecipava era collegata a ragioni giuridiche severissime del diritto intermedio che inibivano assolutamente di indossare abiti, ma non solo, che potessero mascherare qualsiasi segno di identificazione sessuale e non) per poi estendersi, senza particolari esclamazioni di scandalo misogino alla moda del tempo (ma semmai riportando la vicenda della Papessa al contesto di mera favola creata da Martin Polono e molto dopo semmai amplificata e demonizzata dalla postazione antiromana delle Chiese Riformate) ai casi ben più reali delle “donne diverse” (omosessuali, lesbiche, transessuali ecc.) e sin al segno di citare apertamente contro le bigotte costumanze moraleggianti il Tribadismo di cui parla in questa sezione del Grillo XI = che era poi una strada per affrontare con conclusioni che sostanzialmente anticipavano i tempi il tema su eunuchi, castrati, evirati cantori ecc. in forza di una conclusione di riprovazione contro l’usanza che definisce “barbarie” e assumere posizione, a suo modo e coi suoi limiti (cioè intersecando le osservazioni morali con il gusto per l’erudizione e l’esibizione linguistica ai fini della “meraviglia”) ma non al segno d’evitar di anticipare -a fronte d’un sostanziale silenzio di molti eruditi suoi contemporanei- il Parini per quanto certamente assai più esplicito e concreto quest’ultimo avverso le idee sulla necessità della castratura (sostituire nei Teatri le ritenute voci tentatrici di cantanti donne con voci “costruite dai chirurghi”)]
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E comunque al di fuori di tutto ciò e di quanto altro ancora si potrebbe dire, di questa sua citata moderazione rispetto all’antifemminismo [ quasi scontato nel contesto parodistico di una moda epocale anche letteraria come pure entro una radicata struttura istituzionale interna alla famiglia quale base portante di Stato e Istituzioni ed in cui, specie tra le grandi casate specialmente, era sempre vivo il timore di prole illegittima] un esempio sostanziale appare nel Grillo XX “Se nell’Adulterio sia maggiore il peccato del Maschio, o della Femmina?” ove dopo aver analizzato sul tema, trattato in tre parti l’argomento, le più svariate conclusioni giunge alla sorprendente (per i tempi) sanzione, da non sottovalutare per una certa modernità, che peccano pariteticamente tanto gli uomini che le donne, atteso il fatto espresso anche dalle Sacre Scritture che “(p267 fine) Chiunque commette adulterio, sia esso marito o moglie abbandona la legge divina e pecca in maniera gravissima così come tremendamente sarà poi punito, come dice l’Apostolo di maniera che nè i Fornicatori nè quanti si abbandonano alla mollezza della lussuria e tantomeno gli Adulteri giammai entreranno nel Regno di Dio” = ed invero nemmeno il Capitolo sesto dello Scudo di Rinaldo I (“Qual peccato fusse maggiore o quello di Adamo, o quello di Eva?”) ha toni assolutamente acri e parla di peccato comunque senza particolari distinzioni, sia di donna che di uomo nel caso d’adulterio = riferendosi alle pene divine spettanti all’umanità per il Peccato Originale riconosce poi che le donne indubbiamente son fieramente colpite dai dolori del parto e che come seconda pena debbon pagare quella d’esser subordinate all’uomo, anche se in fine di discorso forse per uniformarsi bolla le donne sostenendo da parte maschile, in nome di una letteraria sete di potere delle donne estrapolata anche da Tacito, aggiunge Staressimo freschi se ci havessero a dominare (p.24)”[ E senza indulgere in altre possibili citazioni a riprova di tutto questo -pur vagliando la maturazione ed una certa delusione esistenziale del personaggio- val la pena di segnalare come morta la Tarabotti e quietatesi certe giovanili passioni Aprosio a proposito delle donne sia giunto ad esprimere in maniera seppur solo manoscritta per quanto ora editata una postazione alquanto moderna avverso il tema delle Monacazioni Forzate argomento che necessitava di una buona dose di ardimento a fronte delle posizioni dominanti ed ancora,riprovando il patriarcato autoritario, come Aprosio abbia avuto l’ardire di contestare in uno scritto edito addirittura un giudizio di S. Tommaso d’Aquino propenso a giustificare un padre laddove per “il Ventimiglia” la gravidanza extraconiugale della figlia sarebbe stata da connettere proprio all’impudicizia di costui evolutosi sin all’incesto

 

da

Cultura Barocca


La “donna lunatica” e “mazzo di carte”

il discorso sulla mutevolezza femminile fu alla radice dell’antifemminismo e della scarsa attendibilità della donna qual testimone, anche in caso di stupro

LUNA

 

Si fanno films storici, si fanno i Cortei Storici che son cose bellissime …. ma a volte non si sa con precisione cosa ci sia stato davvero dietro quella realtà variopinta ….. e su certe cose val la pena di meditare tuttoggi e tanto: perchè tracce dell’ieri vivono su certi drammi dell’oggi!
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“Sulle LUNATICHE cioè sul carattere imprevedibile e lunatico delle donne molto fu scritto dall’imperante MISOGINIA

[Una potente letteratura si destreggiò variamente sulla presunta “MUTEVOLEZZA’ DELLE DONNE” collegata anche ma non solo al ciclo mestruale quanto e soprattutto all’esistenza nel loro encefalo di una “ZONA CAVA” PERMEABILE AI CONDIZIONAMENTI PSICOLOGICI COME PURE ALLE POSSESSIONI PRETERNATURALI, convinzione su cui poggiava sia la sanzione generale della sua INFERIORITA’ RISPETTO ALL’UOMO CON NECESSARIA SUBORDINAZIONE A PADRE E, EVENTUALMENTE, MARITO ma anche quella specifica quanto estremamente pericolosa della sua RELATIVA ATTENDIBILITA’ IN CAMPO GIURIDICO QUALE TESTIMONE, ANCHE IN DELITTI PERPETRATI A SUO DANNO COME LO STUPRO].
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La prima erudita che con sagacia e coraggio sfidò gli eruditi e riuscì a demotivare il tema della LUNATICITA’ DELLE DONNE FU COME SI LEGGE QUI “ELENA CASSANDRA TARABOTTI” MEGLIO NOTA COME “SUOR ARCANGELA TARABOTTI”.
La grandezza della TARABOTTI risiedeva in certe sue intuizioni, oltre che nel suo modo di scrivere agile e moderno rispetto all’epoca = l’equazione DONNA = LUNATICA (comunque più rischiosa di quanto si pensi sottindendendo l’oscura identità della DONNA con la TRIFORME DEA DIANA che comportava ambigue ulteriori equazioni come quella di DONNA PAGANA = DONNA STREGA = PUTTANA), non era come anche sembrava ad alcune donne dell’epoca una mera sanzione dell’equazione DONNA = MALIZIOSA CIVETTA (variamente ripresa in ambito letterario = senza indulgere nelle citazioni basta qui citare quanto ne disse la letteratura giocosa e nel caso G. C. Croce in una sequenza narrativa del suo celebre “Bertoldo”).

Ma celava una “TRAPPOLA GIURIDICA PERICOLOSISSIMA” (e di cui a lungo le donne avrebbero pagate e pagano le conseguenze) quella dell’ INATTENDIBILITA’ DELLA DONNA DI RIMPETTO ALLA TESTIMONIANZA anche in caso di MOLESTIE E VIOLENZE SESSUALI sì da dover anzi esser, sempre e senza dubbio alcuno, con ogni mezzo COMPROVATO, PREVIA INVESTIGAZIONE ED ANALISI MEDICA, LO STUPRO SIA SINGOLO CHE DI GRUPPO, CHE ETNICO E/O DI GUERRA compreso quel terribile STUPRO DI GRUPPO CHE FU LA ZAFFETTA O IL TRENTUNO RESO SQUALLIDAMENTE CELEBRE DA QUESTA OPERA TANTO PROIBITA QUANTO LETTA perché si riconosca veridicità alla sua TESTIMONIANZA PUR SE PRESTATA GIURANDO SU DIO E LE LEGGI anche per dar luogo ai Giudici ed a quelli di Famiglia della “Dannificata” se possa addivenirsi a RISARCIMENTO (RESTITUTIO).
Non è mai da dimenticare infatti che nell’età intermedia il  MATRIMONIO, CHE IN DEFINITIVA ERA UN CONTRATTO ECONOMICO, DOVEVA COMPORTARE UN VANTAGGIO SIA PER LA FAMIGLIA DELLO SPOSO CHE DELLA SPOSA.
Ma una DONNA NON VERGINE (E DI QUI UN CONTROLLO QUASI PARANOICO DELLA VERGINITA’) poteva nascondere qualche FIGLIO NATURALE CAPACE POI DI AVANZARE PRETESE EREDITARE di maniera che se non VERGINE (PER SCELTA O PER VIOLENZA SUBITA POCO IMPORTAVA) aveva palesemente minor possibilità (quasi nulla tra i ceti più ricchi) di SPOSARSI restando quindi, con evidente “onere”, a carico della FAMIGLIA DI APPARTENENZA che proprio per questo poteva venir soddisfatta più che da per lei poco vantaggiose PENE CORPORALI INFLITTE AD UNO STUPRATORE RICCO dal lasciarlo andare libero per la sua strada dopo aver però PAGATO IL SUO CRIMINE CON UN “RISARCIMENTO” ADEGUATO SIA AL SUO STATO CHE ALLO STATO DELLA DONNA VIOLATA E ABBANDONATA.
Cosa che in qualche modo -ma che è ben facile intendere- con altre in altri campi era alla radice giuridica della presunta necessità di una SUBORDINAZIONE FEMMINILE AL SISTEMA MASCHILISTA DI POTERE = PREPOSTO NON SOLO NELLO SPECIFICO AL CONTROLLO DEL VALORE DELLA TESTIMONIANZA DELLA DONNA MA PIU’ ESTESAMENTE AL CONTROLLO GLOBALE DELL’ AGIRE SOCIALE DELLA STESSA IN QUALSIASI MOMENTO E STATO DELLA SUA ESISTENZA OLTRE CHE ALLA CONSERVAZIONE DELLA SUA VALENZA ECONOMICA NEGLI INTERESSI DI CASATO.”

 

Scritto da Bartolomeo Durante | 09 Maggio 2011
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