Carnevali sarà riconosciuto all’interno della generazione degli americani espatriati ed anticonformisti

Se Prezzolini si era limitato a registrare, di Carnevali, l’eccezionalità, mantenendolo però nel solco stretto della poesia italo-americana (“italiano americana”, direbbe Valesio) e non trovando per lui che una definizione da outsider, fuori dal coro, Valesio ne fa la base generativa di una nuova categoria, quella tribù che si definisce sulla base della propria doppia appartenenza: «La ragione fondamentale per cui Carnevali merita di essere ricordato come genealogia della poesia italiana contemporanea negli Stati Uniti è il suo aver vissuto e scritto nell’intervallo o interstizio tra diverse compagini sociali; il suo non essere stato né italiano né americano, ma veramente (cioè coerentemente, puramente – anche con la irresponsabilità che spesso si accompagna alla purezza), poeta fra i due mondi» <5.
Il critico e poeta Valesio, partendo quindi dalla necessità tutta personale, di dare una collocazione critica e restituire una traditio alla tribù di cui per altro è parte integrante, sceglie come scaturigine di questa comunità la figura magmatica e sfaccettata di un Emanuel Carnevali che si conferma scrittore capace, parafrasando Durante, di scavalcare le aporie dell’emigrazione proponendosi come vero personaggio in-between.
[…] Abbiamo ritenuto di poter associare al ribellismo di Carnevali quello di stampo simbolista alla Rimbaud: pur non essendo presente una stretta comparazione fra i due autori a livello di esiti letterari (il Carnevali-poeta risulta più vicino alla linea contemporanea della poesia italiana o a certo panismo naturistico di matrice americana), la ricerca di un modello etico e di un ideale latore di poetica, fa ricadere in Rimbaud, il poeta ribelle per eccellenza, la scelta più esatta (le proposizioni di vitalità, di giovinezza e di entusiasmo sono le stesse del poeta francese). A queste si uniscono in maniera, non del tutto dissimile da quanto accadeva in Papini, suo “modello italiano”, le spinte narcisistiche ed entusiastiche di natura nicciana.
Il filosofo tedesco rappresenta per Carnevali un’altra forte suggestione e gli presta la sua voce stentorea, quando si tratta di smantellare i miti della vecchia religione e tentare l’incontro e l’assimilazione col divino. Sia Nietszche che Rimbaud ricorrono più volte all’interno di saggi o di citazioni estemporanee, quali esemplificazioni e costanti referenti, a conforto di una stroncatura piuttosto che di una celebrazione poetica. Ma compaiono soprattutto in riferimento a sé, nel racconto che Carnevali fa della sua esistenza, attraverso l’autobiografia “Il primo dio”. Esiste infatti, nella sua vita, una ricaduta essenziale di quegli sbandierati modelli estetici, quasi a volerne fare più che le linee guida di un’opera a venire, le maschere della propria esistenza.
Alla ricerca di un modo di vivere e di stare al mondo, Carnevali fa sempre ricadere la sua estetica all’interno di un’etica: quella sregolata e fuori dalla normalità, che lui sceglie per sé sembra essere, come avvertirà lo stesso William Carlos Williams, un rischio giocato a carte scoperte.
Appare subito chiaro che il tentativo di ricostruire un’archeologia dei modelli, che inauguri per Carnevali una solida struttura interpretativa, tende sempre ad esaurirsi in un’indagine sulla sua vita: proprio l’inclinazione al biografismo e al soggettivismo lirico è insita in ogni scritto di Carnevali.
Alla base delle great expectations che si erano per lui profetizzate, ed evidentemente eluse da una triste biografia, esiste un interessante piedistallo da cui quella corsa letteraria ebbe inizio: una base che mescola insieme suggestioni filosofiche e letterarie e motivazioni di natura intima e mentale.
La biografia di Carnevali è un gioco di rimandi continuo a figure dell’infanzia e alle esperienze traumatiche dei suoi primi anni. Esse lo segnano come individuo e come letterato e inscrivono nella sua natura un codice di estraneità che sarà anche cifra del suo essere poeta.
Se l’esperienza amorosa è il tramite d’elezione per raggiungere, secondo un’idea di derivazione romantica che Carnevali sposa per intiero, l’assoluto poetico, ciò sembra caricarsi in lui di un’urgenza diversa, quasi ontologica.
La sofferta ricerca dell’incontro con la donna che fa nascere il poeta, è da noi ricondotta alla dolorosa irrecuperabilità della madre, immagine di una perdita senza rimedio e al ricordo, più accessibile, della zia Melania. L’immaginario femminile di Carnevali si popola quindi di figure reali e simboliche, che tentano di riaffermare un passato mitico, ma che più spesso subiscono lo scacco del reale (le prostitute, le donne brutte), espresso per altro con uno stile sovente grottesco e disincantato.
La deriva psicologica che viene ad assumere nel capitolo “L’amore e la cosa inquieta” l’indagine su una possibile origine della sua scrittura, si prospetta quindi come un tentativo di lettura non univoca, sicuramente, ma anche non meramente ipotetica, in quanto fondato su ciò che di più certo Carnevali ha lasciato: il racconto della sua vita.
Quanto di vero o di costruito esista dietro questa (auto)biografia, si tenterà di indagare nel capitolo di confronto con Papini (Carnevali e Papini): del fiorentino, che suggerisce a Carnevali il gusto per la stroncatura e gli trasmette l’apprezzamento di medesimi modelli letterari, l’autobiografia “Un uomo finito” <6, sarà immenso calco, per il suo “Primo dio” <7 .
L’autobiografia di Carnevali, la cui stesura eccentrica e polifonica ne farà uno scritto “postumo”, sembra rispettare il modello vociano della vita per frammenti ma, pur partendo dal presupposto papiniano ne sviluppa le premesse e porta a compimento il progetto di “incontro col divino” che il delirio superomistico di Papini non aveva realizzato. Così facendo Carnevali si sovrappone al suo modello, lo invera, ma conferma anche il rischio dell’ “indiarsi” nel nuovo contesto metropolitano, che non permette più l’esistenza di nuovi adami e di poeti in grado di rinominare il mondo, se non mettendo in conto un alto scotto da pagare.
La presenza di Carnevali nel mondo delle lettere americane, terza e conclusiva parte di questo lavoro, entra quasi senza premesse nell’ambiente della New York e della Chicago Renaissance, dando subito conto del gesto più strepitoso che il giovane emigrato pose in essere attraverso quello che viene ricordato come l’”Ultimatum” <8 agli “Others”. Ciò avviene in un periodo critico, soprattutto per William Carlos Williams, un momento in cui dopo reiterati tentativi di far morire la rivista «Others» e l’inesausta ricerca di un modernismo veramente americano, l’urlo di Carnevali sembra offrire la spinta per quel balzo in avanti che porta Williams ad interrogarsi drasticamente sul ruolo del poeta e sul tipo di arte che è giusto produrre. Esiste in sostanza una sintonia fra le parole urlate di Carnevali e le istanze già più volte espresse da Williams: finalmente, nell’editoriale “Gloria!” <9 , oltre a chiudere i battenti della rivista «Others», il poeta americano saluta il giovane italiano, ringraziandolo per avergli aperto gli occhi sull’ipocrisia della ricerca tecnica in ambito poetico.
Se la critica ha preferito considerare la fase del ritorno in Italia di Carnevali, come quella del ripiegamento sconsolato di uno scrittore finito, che non ha più nulla da dire e che non può altro se non fare i conti col suo breve passato, proprio lo studio delle riviste, degli scambi epistolari incrociati e delle intraprese letterarie di quel periodo, smentisce almeno in parte, tale conclusione. Emanuel Carnevali non solo non è totalmente assente dalla ribalta letteraria americana del tempo, ma agli occhi di quella generazione egli divenne quasi un simbolo della lotta che si intendeva intraprendere contro le vecchie forme e il conformismo, e venne spesso richiamato all’azione, sollecitato e coinvolto da giovani redattori e letterati (Boyle, McAlmon, Putnam, Walsh, Dudley). Il suo contributo “dopo il ritorno” fu quindi attivo, e funzionò anche e soprattutto in chiave di stimolo: Carnevali come modello in cui identificarsi insomma, un caso letterario che andava stanato, l’antesignano della fuga dagli schemi e dalle imposizioni, il modello del giovane entusiasta che sfida l’estabilishment, ma anche la maschera dell’incompreso con cui interpretare e
contestare i frequenti insuccessi e le accuse di velleitarismo. Si vedrà quindi come Carnevali sarà riconosciuto all’interno della generazione degli americani espatriati ed anticonformisti, da cui deriverà il suo inserimento nell’antologia “Americans Abroad” <10.
[NOTE]
5 Cfr. P. Valesio, “I fuochi della tribù”, in P. Carravetta, P. Valesio, Poesaggio. Poeti italiani d’America, Pagvs Edizioni, Treviso, 1993, p. 277.
6 Cfr. G. Papini, Un uomo finito, Libreria della «Voce», Firenze, 1912; ora in G.Papini, Opere, I Meridiani, Mondadori, 1977.
7 E. Carnevali, Il primo dio, Adelphi, Milano, 1978.
8 Cfr. E. Carnevali, “Maxwell Bodenheim, Alfred Kreymborg, Lola Ridge, William Carlos Williams”, in E. Carnevali, A Hurried Man, Contact Editions/ Three Mountains Press, Paris, 1925; pp. 247-268; poi parzialmente in K. Boyle, Autobiography of Emanuel Carnevali, Horizon Press, New York, 1967 col titolo “My Speech at Lola”, pp. 141-148; ora tradotto in italiano in E. Carnevali, Il primo dio, op. cit., pp. 353-369. Per comodità il saggio verrà identificato col titolo Ultimatum.
9 W.C. Williams, “Gloria!”, «Others», (N. J.), V, 6, Luglio 1919.
10 Peter Neagoe (a cura di), Americans Abroad, The Service Press, The Hague, 1932
Francesca Congiu, Una parabola letteraria: il caso di Emanuel Carnevali. Alcune traiettorie interpretative fra Italia e Stati Uniti, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Cagliari, 2008

Emanuel Carnevali è un poeta italiano di modesta fama che in vita pubblicò un solo libro, per altro non di sua volontà, e di cui ci sono rimasti una cinquantina di componimenti in totale, anche a causa della perdita di alcuni (mentre infuriava la seconda guerra mondiale, la padrona della pensione di Bazzano, dove il poeta soggiornò per un lungo periodo, bruciò numerose carte autografe per paura che i tedeschi potessero insospettirsi leggendo quelle righe).
Carnevali, nato a Firenze nel 1897, è divenuto noto quando la casa editrice Adelphi mise alle stampe “Il Primo Dio”: il libro in questione era una sorta di antologia di spunti di prosa, capitoli di un romanzo mai terminato, racconti, poesie e saggi dell’autore. Egli cresciuto assieme alla madre e alla zia, dopo essersi trasferito in varie città in giro per l’Italia, tra cui Firenze, Biella, Bologna e Venezia emigra in America nel 1916, per dissapori con il padre, che all’indomani della morte della madre, lo aveva preso con sé. A New York Carnevali si impiega in piccoli lavori e inizia a interessarsi di letteratura, critica letteraria e poesia. Si sposa con una donna italiana dalla quale però ben presto divorzierà. Dopo aver ricevuto offerte di lavoro come critico, si trasferisce a Chicago nel 1919, per entrare in diretto contatto con insigni poeti americani e dove lavora per importanti riviste di critica letteraria come «Poetry» o «Others». Dopo il 1921 le condizioni di salute peggiorano e dopo un’altra storia d’amore fallita, ritorna in Italia, dove non farà altro che passare da un ospedale all’altro, da una clinica ad un’altra, fino a che non cessò di vivere nel 1942. Per lungo tempo visse a Bazzano, poco fuori Bologna, dove oggi gli sono state dedicate la biblioteca comunale e l’attiguo archivio. Nel 1995 nell’album musicale “Lungo i bordi”, il gruppo indipendente Massimo Volume dedica una canzone ad Emanuel Carnevali, “Il Primo Dio”, facendo rinascere l’interesse per la «disturbatrice cometa» delle lettere americane.
[…] L’intento di Carnevali, nella realizzazione del “Primo Dio”, è quello di farne un romanzo autobiografico, nel quale il protagonista assoluto è lui, il suo io, il poeta delle stanze ammobiliate di New York City. Una volta che emigra in America, Carnevali entra presto in contatto con l’ambiente culturale di New York e in particolare con il gruppo dei Nuovi poeti americani. La sua visione della letteratura è tanto artificiosa e montata ad arte quanto veritiera e sincera, in un moto perpetuo in cui poesia e vita si compenetrano e si fondono fino a diventare la medesima cosa. Se Marcel Proust avesse letto disteso sul letto, nella sua camera, qualcosa di Carnevali (al di là del fatto che molto plausibilmente avrebbe storto il naso e il suo elegante e pallido viso persiano da Mille e una Notte avrebbe compiuta una piccola smorfia di disgusto) avrebbe forse potuto riconsiderare la sua posizione nettamente contraria alle analisi di Charles Augustin de Sainte-Beuve. La volontà di tradurre la vita in poesia e la poesia in vita è l’intento principale di Carnevali, con la dimensione morturario-ferale sempre in agguato, come se la familiarità con la scheletrica signora Camuse sia un tratto distintivo dell’autore. Questa dimensione emerge con forza nelle strofe finali di “Cipressi”:
Hanno cime logore e manca loro
l’energia a drizzarle:
perché anche i cipressi sono esausti.
Si innalzano lugubri.
Sono stanchi di essere antichi.
Sono stanchi di saperne troppo sulla morte.
Sono stanchi di guardare giù a una città/che vive,che vive appena.
Sono coperti dalla polvere della strada
che passa sotto di loro.
Sono accecati dalla polvere,
esausti per essere rimasti tanto tempo lì dritti,
alti e magri.
Sono sparuti e ispidi come vecchi cani.
I cipressi mostrano il cammino alla morte.

Negli stralci di vita tratteggiati nelle pagine del libro non vengono omessi particolari, apparentemente insignificanti, o addirittura, ancora ai nostri occhi smaliziati di lettori, scabrosi e irriverenti. Si parla di sesso, di furti, di perdizione, di ubriachezza molesta, di prostituzione e si arriva a pensare e riflettere intorno alle tematiche della pederastia e della pedofilia, con una mancanza di tatto tanto più forte quanto più valida a fini artistici. Carnevali descrive i quartieri americani come una Gomorra in terra, ma proprio per questo se ne sente irrimediabilmente attratto, come in alcune righe del capitolo “Mio Fratello”:
“C’è un sacco di movimento in queste strade, un fermento umano, eccitazione; e nei loro cinematografi si può sempre trovare una ragazza che ci sta, basta lasciare che le mani esplorino un po’ nell’oscurità. (Ho fatto questa cosa ignobile un migliaio di volte. Essere un uomo d’onore significa dire tutto, anche i fatti più insignificanti e strani, anche le oscenità più impubblicabili. Perché le verità custodite da un solo essere umano sarebbero sufficienti per terrorizzare il più feroce Krafft-Ebing che si possa immaginare – come nel capitolo cancellato dei Demòni di Dostoevskij, in cui lui attende tranquillamente che la bambina s’impicchi nella stanza accanto. Ho cose peggiori da dire, e certamente ne aveva Dostoevskij, ma certe parole sono come canarini che strozzi fra le dita, le parole che non si possono dire mai)”.
Infatti non solo lui inserisce inserti di linguaggio quotidiano e basso (operazione quanto mai ottocentesca) ma spinge ancora di più e li traduce nell’americano più limpido e più chiaro che è in grado di esprimere. Un povero emigrante, un lavapiatti di piccoli ristoranti italiani, diventa protagonista della nascente fioritura culturale e poetica americana, affiancandosi ai più importanti esponenti della scuola modernista americana. L’intento, come espressamente dichiarato nelle lettere, di «disturbare l’America» dunque si attua. Carnevali non vedrà mai uscire il suo romanzo, non farà in tempo perché le malattie fisiche e mentali prenderanno via via il sopravvento sulla sua malattia letteraria. Un piccolo nucleo del “Primo Dio” uscì, come ho già ricordato, a Parigi nel 1925 (in un momento in cui già Carnevali era semi-infermo in un letto di ospedale), grazie all’intervento dell’amico McAlmon, l’indimenticato autore del suadente “Vita da Geni”. Il libro che esce, “Tales of a hurried man”, ha al suo interno i primi sei capitoli del romanzo (che comunque Emanuel Carnevali non riuscirà mai a portare a compimento) più qualche poesia e articolo di critica letteraria (spesso su autori italiani), già editi nelle riviste americane. Il libro ha una diffusione molto limitata in Francia e l’ambiente culturale rimane sostanzialmente indifferente; come se non bastasse, a McAlmon è anche impedito di distribuire il libro in America, poiché le autorità di confine bloccano l’opera con l’accusa di oscenità. Insomma l’unico libro, più o meno compiuto (e più o meno voluto), del poeta ebbe una storia editoriale così travagliata e limitata da potere affermare come Carnevali non ebbe mai un “suo” libro, ma che nonostante questo, noi possiamo accostarci alla sua poetica grazie alla produzione su rivista. Il campo privilegiato, anzi “unico”, in cui Emanuel Carnevali si mosse fu quello delle piccole riviste letterarie e indipendenti americane, «unico segno di vita» che lo sterminato continente diede all’italiano.
Mattia Nesto, Di Emanuel Carnevali e altre maschere, Tesi di laurea, Università degli studi di Genova, Anno accademico 2010/2011

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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