La scrittrice eccelle quando si dà nei suoi personaggi

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Nel 1981 la Banti torna a parlare per l’ultima volta di Artemisia. L’occasione è l’uscita di un libro sul processo per stupro curato da due documentariste <1746, da cui prende subito le distanze: “Le ragioni per cui un fatto così clamoroso è ora ripreso in mano dalle due autrici del libretto suddetto non erano certo le ragioni che un tempo mi fecero controllare questi documenti e fotografare. I miei controlli erano di ordine storico artistico mentre quelli che riproducono gli atti di un processo scandaloso ora dato alle stampe non rispondono che alla curiosità per una giovane vituperata che oltre tutto era figlia di un grande pittore: diversità essenziali quindi che semmai possono giustificare un revival odierno di natura pornografica” <1747. Alla Banti non interessano le storie di intrighi, mezzane, incesti, vituperi che pure ruotano attorno alla figura di Artemisia Gentileschi e che incontrano il gusto del pubblico femminile. Vuole consegnare l’esempio di una donna che, per vivere, non ha bisogno di altro che di dipingere. E se vogliamo definirla femminista, il femminismo è questo: servire ad ogni costo la propria inclinazione. O illudersi di averla. […] In “Artemisia” la sofferenza del parto ha le tonalità della morte: <“Muoio” diceva Artemisia, piegata in due prima d’entrare a letto, e aveva ai lati Terenzia e Fabia, niente affatto commosse ma serie e silenziose: di fuori, al cielo chiaro della sera, Pasqualino staffiere, cantava. Diceva “muoio” perché le pareva suo dovere dirlo, ma si sentiva, nel dolore, gagliarda e contenta; e le veniva in mente la gatta bianca e nera della casa di San Spirito che faceva le fusa mentre partoriva. Badava a star bene in cervello e a vigilare su quel che le succedeva, così sola com’era, in mano d’estranei: ma pareva che i pensieri tristi fossero ben fasciati di nuvole soffici e gonfie, nuvole d’estate brontolone ma senza cattiveria, che andavano e venivano, entrando e uscendo da lei. Era un sentirsi protagonista, ma umilmente, alle prese con un male leggendario che veniva di lontano anche se le nasceva dentro. I suoi gesti erano comandati, bruschi e grossamente obbedienti: e gliene veniva, a vampe, una vergogna come fosse scoperta in peccato e alla berlina. “Muoio” ripeté da ultimo, ricordandosi a un tratto che poteva davvero morire e accollandosi in fretta tutti i sentimenti di un moribondo. Non seguiva più il tempo e stava già in pace, mentre le sibille si moltiplicavano in faccende, tutte mani e panni fruscianti, e un rantolo di animale infelicissimo, lontano lontano, la rimproverava. Allora ebbe paura e sentendosi ancor viva si sollevò sulle reni per guardare. Prima che le donne la rinchiodassero di forza sui cuscini, vide un oggettino nero, tutto un viluppo, vivo soltanto nella smorfia del pianto, a volte afono, a volte squillante come una tromba, ma efficacissimo nell’esprimere quel che si soffre – lei lo sapeva bene – quando non ci si può sfogare. E se lo ritrovò accanto, duro duro nelle fasce strette, scoperti solo occhi e bocca, chiusi gli uni e l’altra: e lagrime grosse da adulto. Con le braccia intormentite lo strinse al petto: spandeva un odore leggero, umile, di cui le pareva di rammentarsi. Un ricordo d’infanzia? Un ricordo di sonno? E anche di questo si vergognò, come un suo segreto carnale fosse divulgato. Per nascondersi serrò le palpebre e diceva fra sé, ma quasi senza pensarlo: “come facciamo adesso? come facciamo?”. Si accorse di aver inteso l’esclamazione di Terenzia, un secolo fa: “Che Dio la faccia santa: una bella guagliona”> <1748. Artemisia, richiamata, dopo lo stupro, alla vita dall’arte (“Giuditta che decapita Oloferne” è la rappresentazione simbolica della morte di Agostino Tassi), si strappa una nuova vita, «una bella guagliona» <1749. La condizione di madre costituisce un pericolo all’identità di artista che si è costruita, restituendola all’interrogativo di bambina smargiassa che non sa ancora chi è («“come facciamo adesso? come facciamo?”»1750). Sentire la morte («“Muoio” diceva Artemisia» <1751) e vedere la morte «[Artemisia] vide un oggettino nero» <1752). Ma anche ricordare: «Un ricordo d’infanzia? Un ricordo di sonno?» <1753. Sono i ricordi di Artemisia personaggio, se la medesima Genesi luttuosa non rientrasse anche nell’ordine del «sogno ricorrente, fin dalla prima infanzia» <1754 di Agnese Lanzi, la protagonista dell’ultimo romanzo della Banti “Un grido lacerante”: <1755.
Quanto si è spinta vicino Anna Banti, se in questo romanzo del 1981 ritroviamo le tematiche di “Barbara e la morte”. Cosa possiamo dunque concludere?
Partiamo dalla madre, che manca completamente di quella intuizione complessa che pure meriterebbe la figura femminile carica di mistero per eccellenza e in cui la scrittrice eccelle quando si dà nei suoi personaggi. Tutt’al più è una figura colpevole di avere messo al mondo un essere umano, «una bellissima bambina» <1756. Non è la madre di Agnese a morire per il travaglio della nascita: è Agnese che muore per essere nata: «Un grido lacerante squarcia di Agnese Lanzi, la protagonista dell’ultimo romanzo della Banti “Un grido lacerante”:
“Un filo d’impercettibile respiro sale al cervello vacillante che sta per spegnersi; e questa è la morte, non si torna indietro. C’è nero brulichio, qualche lampo guizza e si disfa nella polvere di un chiarore lontano. Vede, ma cosa non sa. Non ha corpo, non sostanza, non spessore. Il buio si condensa, lo soffoca, lo schiaccia con la prepotenza dell’immobilità. Senza lacrime, piange. Un grido lacerante squarcia il tempo rinato: un budello infimo che sussulta come può, senza gola né orecchie, e il grido dopo un attimo riecheggia. Laggiù, sul suo letto, svanisce il suo corpo rigido, accanto qualcuno seguita a urlare, mentre si agita e ansima una massa enorme. Una voce chiara e forte proclama: È una bellissima bambina. D’un tratto capisce. Non dunque il ritorno alla cara vita, ai cari volti desolati. Uno sbaglio. Una caduta fra mostri. Da una piccola rossa fessura spalancata esce un suono strozzato: la sua voce, mentre mani gigantesche battono il grumolo di carne che ha cominciato a respirare. Dunque un neonato, scivolato giù fra ignote presenze. Per fortuna la morte ritorna. Ma non è morte, è sonno” <1755.
Quanto si è spinta vicino Anna Banti, se in questo romanzo del 1981 ritroviamo le tematiche di “Barbara e la morte”. Cosa possiamo dunque concludere?
Partiamo dalla madre, che manca completamente di quella intuizione complessa che pure meriterebbe la figura femminile carica di mistero per eccellenza e in cui la scrittrice eccelle quando si dà nei suoi personaggi. Tutt’al più è una figura colpevole di avere messo al mondo un essere umano, «una bellissima bambina» <1756. Non è la madre di Agnese a morire per il travaglio della nascita: è Agnese che muore per essere nata: «Un grido lacerante squarcia il tempo rinato: un budello infimo che sussulta come può, senza gola né orecchie, e il grido dopo un attimo riecheggia» <1757.
Agnese presta orecchio ma soprattutto occhio al romanzo: «Vede, ma cosa non sa» <1758. Vedere significa esistere, assumere un ruolo, essere a propria volta creatori di qualcosa. Rispondere alla domanda primordiale, quella che anche un pittore come Gauguin si era posto nel quadro D’où venons-nous? Que sommes-nous? Où allons-nous? (1897), dove sulla destra in basso aveva raffigurato proprio un bambino addormentato sorvegliato da tre donne. E che la Banti, dal personaggio di Paolina, si trascina fino all’ultimo:
“Questo infatti la piccola Agnese ha sempre immaginato: di essere diversa, ospite di una terra che non è la sua e la respinge. È un pensiero che la spaventa e la stringe a un “Chi sono io?” […]” <1759.
Prima di arrivare a “Un grido lacerante” dobbiamo fermarci alle opere che lo precedono, il cui filo conduttore è sempre la problematica dell’identità, che si fa urgente nella tardività della Banti: “Campi Elisi, “Je vous écris d’un pays lointain” e “Da un paese vicino”.
[NOTE]
1746 Cfr. A. Gentileschi e A. Tassi, Atti di un processo per stupro, a cura di E. Menzio, con una nota di A. M. Boetti, Milano, edizioni delle donne, 1981.
1747 A. Banti, La verità di Artemisia, «Paragone-Letteratura», a. XXXII, n. 380, ottobre 1981, p. 69.
1748 Ead., Artemisia, cit., pp. 88-89.
1749 Ivi, p. 89.
1750 Ibidem
1751 Ivi, p. 88.
1752 Ivi, p. 89.
1753 Ibidem
1754 Ead., Un grido lacerante, cit., p. 8.
1755 Ivi, pp. 7-8.
1756 Ivi, p. 7.
1757 Ibidem
1758 Ibidem
1759 Ivi, pp. 8-9 (il corsivo è nostro).
Sonia Rivetti, Breve ma veridica storia di Anna Banti, Tesi di dottorato, Università degli studi di Salerno, 2020

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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