Archivio mensile:settembre 2011

FANCIULLEZZA – SETTEMBRE 1943

Il sibilo del vento
tra i pini della Costa,
mi ricorda un altro vento
che impetuoso gemeva
tra il tetto e la grondaia,
quasi volesse
tutto sconquassare.
Non ti temevo però,
dispettosa e carsica Bora,
perché spesso la nostalgia
mi ha riportato a te.
Mi ha riportato alla ricerca
della mia spensierata
e libera fanciullezza,
tra le verdi doline.
Tra i prati di grigia erba
che non riusciva a nascondere
i bassi e multicolori
anemoni selvatici.
Tra il profumo di ginepro
e di rosse fragoline di bosco.
Tra il sapore delle rape viola
e delle gialle e piccole prugne.
Tra l’odore della neve
appena caduta
che candida tutto copriva.
Tra i sassi resi bianchi
e levigati dalla forza del vento.
Tra le siepi per ritrovare
quel mio coniglietto
dall’umido e rosa nasino.
Ho ripercorso tutte
queste strade alla tua ricerca
mia spensierata fanciullezza,
ma non ti ho più ritrovata.
Tu, non mi hai perdonato
d’averti lasciato
lassù per sempre.
Tu, sapevi però,
che i Grandi della Terra,
avevano così deciso
contro il mio volere.
Allora fanciullezza mia
almeno tu, fa capire
che nessuno puo’ arrogarsi
il diritto di scippare
i bambini di quella
felice età che loro spetta
per natura,
causando ancora,
troppo spesso, guerre
che cambieranno le loro vite.

 

di DIANA. BRUNA

Il disertore – di Boris Vian

In piena facoltà
egregio presidente
le scrivo la presente
che spero leggerà.

La cartolina qui
mi dice terra terra
di andare a far la guerra
quest’altro lunedì

Ma io non sono qui
egregio presidente
per ammazzar la gente
più o meno come me

Io non ce l’ho con lei
sia detto per inciso
ma sento che ho deciso
e che diserterò.

Ho avuto solo guai
da quando sono nato
i figli che ho allevato
han pianto insieme a me.

Mia mamma e mio papà
ormai son sotto terra
e a loro della guerra
non gliene fregherà.

Quand’ero in prigionia
qualcuno mi ha rubato
mia moglie e il mio passato
la mia migliore età.

Domani mi alzerò
e chiuderò la porta
sulla stagione morta
e mi incamminerò.

Vivrò di carità
sulle strade di Spagna
di Francia e di Bretagna
e a tutti griderò.

Di non partire più
e di non obbedire
per andare a morire
per non importa chi.

Per cui se servirà
del sangue ad ogni costo
andate a dare il vostro
se vi divertirà.

E dica pure ai suoi
se vengono a cercarmi
che possono spararmi
io armi non ne ho.

Boris Vian

Di ciò di cui non si può parlare – di Alejandro Jodorowsky

Costretto a vivere ogni secondo come tornando
da un viaggio in cui non si è potuto trovare il tesoro,
di ritorno al presente, a casa, a mani vuote,
come se il fare fosse il da farsi,
come se trattenersi fosse smettere di essere
e l’unico modo di vivere fosse creare utopie,
Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus, disse:
“Ciò di cui non si può parlare, deve essere taciuto”.
Ma precisamente di ciò di cui non si può parlare bisogna parlare,
affondare la lingua nell’invisibile convertendo in specchio le parole,
navigarci dentro sapendo che sono barche senz’equipaggio,
senz’altro interesse che l’enigma di chi o cosa le ha trasformate in fantasmi,
una presenza impalpabile ma densa che dobbiamo avvicinare con passi da cieco
in quest’universo dove tutto è approssimazione o miracolo di cera!

Con i passi d’un cieco che col bianco bastone fende l’ubiquo centro,
là dove palpita l’origine eterna che produce vita a fiotti.
Di lui nulla possiamo dire, ma proprio per questo nell’oscurità è la nostra guida.
Se accettiamo l’ignoranza essa diventa lume:
sotto l’apparente vacuità si nascondono i divini splendori.
Benché ora qui non resti altro che uno sguardo
qualche voce, qualche fugace bagliore, passi affrettati
che indugiano finché non sprofondano nella polvere
e orme di piedi, di zampe, lunghi solchi lasciati da vermi d’ombra
larve che piangono, reclamano, esigono carezze da chi è privo di mani,
avvolti nel vuoto come in una fitta cappa,
crisalidi di feltro che aspettano di mettere le ali,
di popolare finalmente gli spazi della nostra eterna assenza,
dall’interno, tirando calci alla torre,
scaraventando fuori l’anello dai suoi muri
affinché si apra come un fiore d’oro.
Nudi in mezzo alla notte aprire la bocca
inghiottire i lampi che il cielo ci manda.
Ripetere la parola arcobaleno fino a raggiungere l’estasi
rendendola ponte fra una lingua morta e un vuoto vivo
dove si trova il non incarnato futuro
che annuncia il fine d’ogni speranza:
il ronzio delle mosche diventa la voce di Dio.
Se quello che cerchiamo non è qui, non è da nessuna parte!

Colui che ha perso le parole anche d’amore deve parlare:
con l’indifferente occhio sommerso in un universo di carne
di pelle e di marmo, di ardenti chiome e onde fluviali,
di luminose labbra che nascondono spirali d’ombra,
nel centro del piacere che assassina gli dei
scavare come una bestia ferita fino a trovare l’anima.
Capire che l’Essere è qualcosa che si consuma,
un falò senza legna che fiamme lancia dal sogno.

Alejandro Jodorowsky