Archivio mensile:giugno 2012

Schiavi nella Repubblica di Genova

Nel ‘500 SERVI (e SCHIAVI) erano numerosi a Genova, spesso impiegati a servizio di famiglie ma in altre circostanze utilizzati in varie imprese come per esempio la collaborazione in qualche attività lavorativa.

Nel GENOVESATO il fenomeno della SCHIAVITU’ (peraltro anche attestato iconograficamente e soprattutto alimentato soprattutto dai commerci coi portoghesi ma anche dalla cattura -specie a metà XVI sec.- dei miliziani della FLOTTA TURCHESCA che infestava il mar Tirreno) si confuse spesso e volentieri, dal lato giuridico, con quello della SERVITU’.

Resta tuttavia interessante notare la valenza economica, ed il notevole pregio, riconosciuto agli SCHIAVI ORIENTALI più ambiti e sempre più costosi di quelli AFRICANI come si ricava dalla RUBRICA 93 del libro II degli Statuti Criminali della Repubblica di Genova del 1556 = in particolare grande valore era conferito alle SCHIAVE ORIENTALI (Orientali eran considerate anche le DONNE CIRCASSE che costituivano nei “mercati” o “bazar” le “gemme più preziose” ambite tanto per gli harem ottomani quanto in contesto europeo).

Non di rado schiavi mussulmani convertendosi al Cristianesimo si ponevano nella condizione di essere affrancati dalla condizione di schiavitù come avvenne, per quanto apprendiamo dal Manoscritto Borea per TRE TURCHI, SCHIAVI IN SANREMO.

Nel “Diritto intermedio” (si intende per tale quello vigente tra la fine del Medio Evo e il secolo dei Lumi) era “Servo” chi per nascita, cattura in guerra, asservimento socio-politico risultava giuridicamente ed economicamente sottoposto ad altro soggetto, con privazione o semiprivazione della libertà: in effetti Servo (di casa, di proprietà, non stipendiato) per estensione equivale negli “Statuti” genovesi a Schiavo o individuo assoggettato lecitamente – per nascita da madre di pari stato o per cattura in guerra o per condanna giudiziaria ecc. – in modo completo e permanente al dominio d’altra persona (proprietario o padrone) col diritto (eguale o analogo a quello della proprietà) di usarne come bene economico, privo di libertà personale e di personalità giuridica.

Gli SCHIAVI erano mediamente acquistati ai mercati degli schiavi di Livorno o Nizza secondo prezzi per cui lo Schiavo asiatico era più richiesto ma costoso di quello africano o di colore.

Negli “Statuti Criminali della Repubblica di Genova” del 1556 si possono, notare, ad esempio, norme del seguente tenore: lib.II, cap.20 “provvedimenti padronali contro Servi ladri”; cap.21 e cap. 22 “Norme contro quanti rubano Servi altrui o li inducono a fuga dalla casa padronale” e cap.23 “Punizioni padronali contro Schiavi variamente colpevoli” ed ancora, e soprattutto per intendere il valore degli schiavi/servi, la loro quantità a Genova e nel Dominio, i loro rapporti con la popolazione ligure, vedi il cap. 66 “Multe e fustigazioni per chi abbia avuto coito con serve in casa dei padroni” ed ancor più, se possibile, il cap.93 “Pene o ammende a pro dei padron legittimi per chi sposò Schiave straniere”.

 

da Cultura-Barocca

Belin! Avevo messo paura ai tedeschi!

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Nell’autunno del 1943 ricevetti la cartolina di arruolamento nell’esercito della RSI. Proprio non mi andava di fare una guerra che si rivelava sempre più sbagliata.
Mi nascosi in una casa di amici di famiglia a Rocchetta Nervina dove incontrai il figlio del maestro Garibaldi, ufficiale dell’esercito con il quale andai a Carmo Langan ad arruolarmi nei partigiani.
Partecipai alla occupazione di Perinaldo dove sequestrai un … toro! La fame nel paese era tanta e di cavoli e rape ne avevo fin sopra ai capelli. Un fascista di Perinaldo possedeva un toro:  glielo requisii. Fu macellato e diviso con la popolazione. Finalmente un po’ di carne per tutti!
La fame è il ricordo indelebile di quel periodo.
Un giorno stavamo cuocendo qualcosa, quando si sentì urlare: “Allarme! Allarme! I tedeschi!”.
Tutti scapparono e Gireu (n.d.r.: Pietro Girolamo Marcenaro, detto anche Girò) ordinò di salvare le armi; io salvai la pignatta che cuoceva sul fuoco!
Un giorno mi fu ordinato di sorvegliare la strada per Pigna perché dovevano scendere dei partigiani, forse perché accompagnavano ufficiali alleati. Mi lasciarono sul ponte del Nervia al bivio per Rocchetta Nervina con due pecore e due capre per fingermi pastore al pascolo (n.d.r.: dovrebbe trattarsi della fase finale di una missione alleata, definita Flap nel rapporto – all’epoca! – segreto del capitano Long; altri ufficiali – e ex-prigionieri – alleati rientrarono nelle linee attraverso le montagne; quelli che vide Bregliano via mare da Ventimiglia –  sin lì accompagnati da Pierino Loi – condotti da Giulio “Corsaro” Pedretti; tutti gli alleati in questione videro – e rimasero ammirati per le gesta dei partigiani – la battaglia di Pigna – settembre 1944 – a difesa della neo-costituita repubblica partigiana, dalla breve – purtroppo! – durata, ma fulgida pagina di eroismo democratico e patriottico). Tutto andò bene, solo che alla sera le bestie non volevano saperne di ritornare al paese.  Anche altre volte usai lo stesso stratagemma del pastore per visionare luoghi e sentieri e tracciare così percorsi alternativi per eludere i tanti posti di controllo fascisti.
Dopo quella avventura, Gireu mi disse che occorreva mandare partigiani dagli alleati nella Francia liberata per stabilire rapporti e trasportare armi per i garibaldini. Come? Di notte, con un gozzo, remando da Vallecrosia a Monaco.
I Lilò (n.d.r.: i fratelli Biancheri di Bordighera, vittime della furia nazi-fascista alla vigilia della Liberazione) avevano “agganciato” i bersaglieri (n.d.r.: vedere le vicende del sergente Bertelli), che erano passati dalla nostra parte. Fregammo una barca dal deposito sottostrada vicino alla Casa Valdese e la portammo al mare. Con molta circospezione e furtivamente mettemmo in acqua la barca che … affondò.
In attesa di poter fare qualcosa, la ancorammo sul fondo riempiendola di pietre per non farla portar via dalla corrente.
Intanto stava albeggiando e non potevo ritornare né in montagna né a casa, perché era in corso un vasto rastrellamento dei fascisti. Con Renzo “u Longu” (n.d.r.: Renzo Biancheri di Bordighera) ci nascondemmo nel macello a fianco della … caserma dei bersaglieri.
Passammo due giorni appollaiati e nascosti sulle travi del tetto tra le catene, le carrucole e i ganci.
Poi finalmente Girò e gli amici prepararono la barca e partimmo. Era dicembre (n.d.r.: del 1944) e tra i compagni di viaggio ricordo sicuramente Luciano Mannini (n.d.r.: nome di battaglia “Rosina”).
Remammo a turno e sbarcammo a Monaco Principato bagnati fradici, perché durante il viaggio aveva cominciato a piovere a dirotto. Appena arrivati fummo … arrestati dai francesi e portati al posto di polizia di fronte al porto. Ci aspettavano, era tutto pronto. Poco dopo arrivarono gli ufficiali inglesi, gentilissimi, che ci portarono a Nizza dove ci vestirono con divise inglesi e ci rifocillarono. Successivamente il maggiore Lamb (parlava italiano meglio di me e fumava come un turco) ci accompagnò al Petit Rocher, la villa sul mare nella baia di Villafranca.
Tre o quattro volte alla settimana ci conducevano oltre Nizza, a Gattières, per addestrarci all’uso degli esplosivi al plastico e alla esecuzione di sabotaggi. In mezzo agli ulivi avevano anche costruito un breve tratto di ferrovia per insegnarci a far saltare i binari.
Alla fine del corso ci avvisarono che alla prossima lezione avremmo dovuto presentare una sintesi, un rapporto di quello che avevamo imparato.
Avevo imparato,  ma scrivere non è mai stato il mio forte. Con un panetto di plastico modellai un bel portacenere che colorai di bianco con della farina. La mattina dell’esame lo posi sul tavolo in bella mostra con cenere e 4 o 5 mozziconi di sigarette.
Fumando una sigaretta dietro l’altra Lamb cominciò a esaminare i lavori dei miei compagni, poi mi chiese dove era il mio lavoro. “L’ho già consegnato “. Il maggiore sfogliò i fogli alla ricerca del mio scritto. Si inalberò e mi chiese duramente dove era. Indicando il portacenere ormai colmo delle sue cicche, risposi che ce lo aveva proprio davanti.
“Ma questo è un portacenere!”
“Si! Però è fatto con esplosivo al plastico!”
Il self-control tipico degli inglesi non lo soccorse, scattò dalla sedia balzando all’indietro.
“My God! Potevamo esplodere tutti!”
“In questo caso, signor maggiore sarebbe stata colpa sua, perché lei ci ha insegnato che il plastico esplode solo se innescato con un detonatore e non per contatto con la semplice fiamma. “. Promosso a pieni voti!
Vicino a Le Petit Rocher c’era un’altra villa disabitata, Villa Iberia. Dalle finestre vedevamo il salone spoglio di ogni mobilio con solo un grande pianoforte a coda al centro.
Quasi tutti i giorni veniva un signore, secondo me era il Principe Ranieri di Monaco, se non era lui era ‘il suo sosia! Suonava per ore il pianoforte.
Il giardino era pieno di alberi di mandarino colmi di frutti. Un giorno gli chiesi se potevo prenderne un po’. Faceva finta di non capire. Glielo ripetei in dialetto “Te cunvegne dameli, senunca ti i fregu!” Capì e acconsentì.
Chiamai Girò e gli proposi di raccogliere qualche borsa di mandarini e andare a venderli al mercato di Nizza con la jeep che lui aveva a disposizione. Subito rifiutò in nome degli ideali, poi si convinse.
Guadagnammo dei bei soldi, che spendemmo nei bistrot di Villafranca.
Gli ufficiali inglesi erano divertiti della cosa, però non riuscivano a capire come gli alberi fossero spogli dei mandarini e le mine disseminate nella piantagione non fossero esplose.
Insieme agli altri miei compagni disinnescavamo le mine, lasciando i contenitori senza l’esplosivo, con il quale confezionavamo qualche piccola bomba che usavamo per… pescare.
Feci parecchi viaggi avanti ed indietro portando armi, radio, medicinali e altro materiale bellico.
Il motoscafo sul quale erano imbarcati due soldati inglesi si fermava a qualche centinaio di metri dalla riva, trasbordavamo il carico su canotti o piccole bettoline di legno, (queste ultime erano collegate al motoscafo con una lunga fune), raggiungevamo pagaiando la riva e scaricavamo sulla costa di Vallecrosia. Dopodiché dalla barca recuperavano le bettoline con la fune.
Imbarcammo anche soldati alleati scappati dai campi di prigionia che ci venivano affidati dai partigiani piemontesi. Ricordo un francese di colore che patì il mare in maniera incredibile. Pensai: “‘sto qui non l’ha ammazzato la guerra e muore dal mal di mare”.
Una volta che c’era da trasportare un carico di un cospicuo numero di casse, ci imbarcammo su un motoscafo più grosso, quasi un panfilo. Era più rumoroso dei soliti usati prima di allora; gli vennero adattati ai tubi di scarico due silenziatori grandi come angurie rendendo lo abbastanza silenzioso. Era però più lento e non sarebbe riuscito a sfuggire se fosse stato intercettato dalla flottiglia che pattugliava la costa italiana, come invece riuscivano a fare gli altri motoscafi che solitamente erano pilotati da Pedretti (n.d.r.: Giulio Pedretti di Ventimiglia, “Corsaro”).
Per fronteggiare l’eventualità di una intercettazione, fu sistemata a poppa una mitragliera pesante piazzata sul piedestallo sostenuto da due gambe di forza fissate al battello. Evidentemente il lavoro non fu collaudato, perché, appena preso il largo con i motori adeguatamente silenziati, la mitragliera cominciò a vibrare e sbattere sulla coperta del battello. Blan-Blen!Blen-Blan! I motori erano silenziosi, ma noi sembravamo un campanile che suonava le campane a festa accompagnato da un’orchestra di tamburi! C’era una sola cosa da fare; esaminai la mitragliera (l’addestramento a Gattières era servito a qualcosa!) e poi con fare concitato segnalai a Girò e ai due inglesi un punto della costa indicandolo con un dito.
“Laggiù! Guarda!”
Mentre loro scrutavano attentamente nel buio staccai la mitragliera dal piedistallo e la cacciai in mare.
Il concerto cessò. Uno dei soldati inglesi si arrabbiò non poco, minacciandomi di tutto.
Girò cercò di calmarlo. Di ritorno dalla missione, i soldati inglesi fecero rapporto e fui anche processato a Nizza davanti a una specie di corte marziale, composta da ufficiali inglesi e americani.
Quando descrissi loro l’accaduto scoppiarono quasi a ridere e mi assolsero.
Arrivammo salvi alla costa di Vallecrosia, dove sbarcammo tutte le casse che nelle notti successive, un po’ alla volta, portammo a Negi. Anche a me toccò il compito di fare la staffetta con Negi a portare e prendere; avanti e indietro.
Una delle ultime volte che fregammo una barca dal deposito vicino al ponte di Vallecrosia me la vidi proprio brutta.
Con Achille a altri, che adesso non ricordo, caricammo su un carretto la barca per portarla al solito posto nella villa di via S. Vincenzo. La spingemmo su per la salitella che si innesta sulla via Aurelia e svoltammo a destra. Dopo pochi metri, scorgemmo al di là del ponte tre soldati tedeschi, all’altezza del “carruggio” di via Maonaira.
Chi era con me fece in tempo a dileguarsi, io rimasi con le stanghe del carretto in mano.
Non potevo scappare e lasciare il carretto perché sarebbe scivolato all’indietro e avremmo combinato un disastro. Con il cuore in gola proseguii.
Avvicinandomi mi accorsi che i tedeschi stavano mangiando, anzi si stavano abbuffando di salame e formaggio. Erano anche un po’ bevuti, un po’ tanto. Intuii che avevano rubato tutto quel ben di Dio dal vicino magazzino del salumiere Giraudo.
Quando mi intimarono l’alt! chiedendomi spiegazioni per la barca, un po’ in dialetto, un po’ in italiano e tanto con le mani, con fare severo, li accusai di aver rubato salame e formaggio mentre per i civili non c’era niente, neanche la legna per accendere una stufa e che per scaldarci dovevamo usare il legname della barca.
I crucchi accusarono il colpo, come bambini sorpresi con le dita nella marmellata.
“Kamarade! Kamarade!” e mi lasciarono proseguire.
Belin! Avevo messo paura ai tedeschi!
racconto di Ampeglio “Elio” Bregliano, da “Gruppo Sbarchi Vallecrosia” di Giuseppe “Mac” Fiorucci

I primi Francescani nell’estremo Ponente Ligure‏

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Dall’analisi di due atti del notaio di Amandolesio (3-4 maggio 1263) apprendiamo il nome di due Crociati, tali Michele de la Turbie e Guglielmo di Voltaggio, ma soprattutto si viene a sapere che alla stesura dei documenti, come testimoni e consiglieri, eran presenti dei monaci FRANCESCANI. La presenza di Frati minori in Val Nervia si può datare con certezza dal 1230 perchè il I marzo di tale anno un certo fra Giovanni, accompagnato dai confratelli Zenone e Brito, aveva pronunciata una sentenza arbitrale per rimettere concordia fra gli uomini di Pigna ed Apricale relativamente ai confini amministrativi dei monti ansa et marcola (G. Rossi, Storia del Marchesato di Dolceacqua… cit., doc. V): il religioso aveva pronunciato il suo parere in via ad passum bonda (doc. ricavato dal Rossi da pag. 89 verso del Libro del notaio Lorenzo Borfiga di Isolabona , ora conservato in “Biblioteca Rossi” in I.I.S.L.S di.Bordighera).

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Dal rescritto è possibile apprendere che tale località alpestre era un bene indiviso fra Pigna ed Apricale mentre alcune sue aree limitanee costituivano una bandita degli uomini de rocchetta” ed un’altra degli “uomini de Argeleto”.

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Dalla lettura dell’atto si intende che i Francescani erano stati fatti intervenire, oltre che per le controversie territoriali, onde dirimere un vecchio nodo giurisdizionale pei diritti di pedaggio sui tragitti della zona. La presenza dei FRANCESCANI in Val Nervia dal 1230 aveva costituito un evento importante e precoce, tenendo conto che il Fondatore era morto da poco, nel 1226: il fatto sarebbe vieppiù interessante se si potesse provare la contemporanea esistenza di una Domus di frati minori a Ventimiglia o nel Contado.

La tradizione locale e qualche storico di valore come G. Rossi ( Storia della città di Ventimiglia… p. 469) avvalorano in verità questa ipotesi che collocherebbe nel distretto intemelio un Convento francescano molto antico, eretto in concomitanze colle storiche Case di Torino (1228), Moncalieri (1232), Acqui (1244).
Tuttavia la DOMUS SANCTI FRANCISCI risulta legalmente documentata a Ventimiglia solo dalla II metà del Duecento: si apprende ciò dal testamento di Alassina, moglie di Oberto de Dandolo, che dimorava nel forte del Colle di Ventimiglia e che, come fece scrivere, avrebbe voluto esser sepolta presso la chiesa di San Francesco.
La Casa conventuale nel 1258 sorgeva ” extra moenia ” cioè fuori circuito murario di Ventimiglia e certo Bonifacio ne era frate guardiano mentre un frater Rainerius occupava tra i monaci un soprendente prestigio morale (secondo altri studiosi il nome di Porta Sancti Franciscii in Ventimiglia medievale deriverebbe dalla casa dei Frati Minori che avrebbero abbandonato il primitivo convento, nei pressi di S. Paolo, onde trasferirsi verso il XIV sec. in questa zona ove si trovano, oltre l’arco romanico della porta originaria, le ampie porzioni murarie ad essa collegate).

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La popolazione locale faceva molti lasciti a questo Convento di Francescani ed al suo Ospedale pei poveretti: la chiesa inoltre stava a capo di un’area cimiteriale ormai “prediletta” dalla popolazione per le inumazioni, a scapito dei vecchi cimiteri di matrice benedettina o canonicale dell’ “Oliveto” o “S. Michele”, “S. Maria” (not. di Amandolesio, doc.42, del 16 marzo 1259: si veda il caso di Raimondo Soranda che il 19-XII-1260 lasciò a questo convento 20 soldi, il doppio che ad ogni altra Casa intemelia – doc.334).

La rapida comparsa di Francescani nell’agro intemelio era probabilmente connessa sia al fenomeno “Crociato”, sia ai “pellegrinaggi nei Luoghi Santi” che alla riscoperta viaria del Ponente ligustico.

I Francescani, che pure mal vedevano certe devianze imperialistiche delle Crociate, erano accetti dalle autorità e già amati dal popolo per il soccorso che portavano in ogni pubblica emergenza: dal concordato che ebbe arbitro il citato fratello Giovanni si apprende inoltre che costui aveva ormai tal conoscenza topografica della valle del Nervia da far pensare che l’avesse percorsa più volte.
Al riguardo può indirettamente convenire lo studio di un testamento, del 29-XII-1258, fatto redigere al di Amandolesio per volere di un certo Ugo Botario.

Questo lasciò 10 soldi genovini all’ospedale de Clusa ed a quello de Rota: tali somme sarebbero servite per comprar “sacconi”, cioè giacigli per il riposo degli stanchi pellegrini.

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Il Botario lasciò pure 10 soldi all’ opera della chiesa di San Michele (presso il cui chiostro voleva esser sepolto) ed altrettanto donò alla cattedrale di S.Maria. All’opera della chiesa di San Francesco dei frati minori il testatore stabilì invece che spettassero 20 soldi genovini: intendeva egli che con quei danari si vestissero dieci poveri con tuniche, un pari numero con camicie ed altrettanti ancora con pantaloni. Anche il Botario, pur senza dimenticarsi degli altri Ordini, aveva quindi risentito del messaggio francescano: sì da lasciare a questo Convento il doppio di quanto aveva stabilito per le altre chiese. Egli lasciò contestualmente 10 soldi sia all’pellegrinaggi religiosi ma pure per le importanti relazioni commerciali.

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I porti di Ventimiglia, gli Ospedali, le vie costiere e vallive, soprattutto i ponti lignei da restaurare in continuazione su quei due ribelli corsi fluviali, costituivano ai tempi del Botario un promettente arabesco di porte spalancatesi da poco sul resto del mondo. Il lascito ai Francescani, relativamente cospicuo, ribadisce a suo modo una giusta ipotesi della Nada Patrone secondo cui la rapida affermazione dei Frati Minori in Piemonte e Liguria era legata alle nuove esigenze economiche, ai processi di urbanizzazione e soprattutto ai riscoperti bisogni di comunicazione internazionale (A.M. NADA PATRONE, Il Piemonte medievale IX,1-2 in PATRONE-AIRALDI, Comuni e Signorie nell’Italia Settentrionale: il Piemonte e la Liguria, in Storia d’Italia, V, Torino, 1986).

Per questa partecipazione alla vita comunitaria i Francescani, più dei Canonici della Cattedrale, risultarono dal 1230 impegnati a conciliare e guidare la borghesia imprenditoriale ed i popolani del territorio intemelio: ancor più dei Benedettini svilupparono l’idea di una grande via di costa che surrogasse il faticoso percorso di sublitorale e si andarono impegnando costantemente alla salvaguardia di quel flusso di viandanti che da ogni dove giungevano sin Ventimiglia onde prender via per le destinazioni più lontane.

da Cultura Barocca

Inquisizione: cenni storici circa i prodromi

Occorre premettere che la codificazione di quell’antica e potente istituzione ecclesiastica, passata alla storia sotto il nome generico di Inquisizione, ma con forme assai diverse nell’arco di tempi tra loro lontani, era stata istituita allo scopo di ricercare, scoprire, esaminare e condannare quanti deviavano dalla fede a livello teologico e comportamentale.

Soltanto per fornire uno schema di base occorre preavvertire la sostanziale differenza tra l’Inquisizione medievale (del XIII secolo), l’Inquisizione Spagnola (creata da Sisto IV su petizione di Ferdinando il Cattolico ed Isabella di Castiglia, Sovrani di quella Spagna ormai del tutto sottratta all’Islam e quindi ferocemente persecutoria avverso i rigurgiti di paganesimo) ed infine l’Inquisizione Romana, istituita nel XVI secolo e di conseguenza in piena opera controriformistica per volontà di Paolo III.

Trascurando, per ragioni di spazio e per l’assenza di prove esaustive, le complesse vicende delle antichissime forme di persecuzioni incentivate dai cristianizzati, fin dal III secolo, contro le più svariate manifestazioni di presunta idolatria, per le vicende antichissime dell’intransigenza cristiano-cattolica è sufficiente far cenno all’evoluzione (od involuzione?) del pensiero di S. Agostino che, anche in rapporto alle esigenze storiche, finì con l’abbandonare la sostanziale tolleranza intrattenuta in occasione della sua polemica antimanichea per attingere a forme di lotta abbastanza intransigente (in particolare negli ultimi tempi di vita del Vescovo di Ippona) contro i donatisti, sì da formulare quell’inquietante principio del compelle intrare (cioè “costringere le persone ad entrare nelle chiese”) che avrebbe inevitabilmente esercitato una pesante influenza sugli atteggiamenti dei tribunali ecclesiastici avverso le future forme di eresia o dissenso dal pensiero romano-cattolico.

Per tutto il Medioevo barbarico e l’Alto Medioevo la Chiesa non assurse, come troppo spesso si crede ed anche si scrive, a intolleranza totale nei riguardi delle forme di eresia che pur non mancavano di sorgere con frequenza nel contesto della cristianità; le esecusioni capitali costituivano ancora una rarità, le morti sul rogo furono spesso più dovute alla rabbia popolare che ad un sistematico apparato giudiziale ecclesiastico: nonostante interrogatori e processi intentati a fazioni accusate di eresia, in quest’epoca mancava ancora l’aspetto basilare del diritto ecclesiastico inquisitoriale, quello che appunto dà nome all’Inquisizione che, derivando dal latino giuridico inquisitio, allude ad una “ricerca sistematica ed investigativa su scala codificata da canoni”.

In linea sostanziale, seppur non formale, si può parlare di “inquisizione ecclesiastica” a partire dalla reazione della Chiesa all’eresia Catara, massicciamente arginata da una vasta serie di decreti conciliari (Tours, 1163 – Terzo Lateranense 1179 – Verona, 1184 – Montpellier, 1195 ecc.) attraverso ordinamenti di ricerca, teoricamente scientifica, dei presunti eretici tramite specifiche commissioni parrocchiali o di testimoni sinodali.
E’ da condividere il pensiero di Raoul Manselli (Grande Dizionario Enciclopedico – U.T.E.T., Torino, volume X, s. v. Inquisizione) nel non accreditare a tale epoca l’istituzione giuridica vera e propria dell’Inquisizione.

In effetti, senza che fossero state organizzate specifiche codificazioni giuridiche, i vari Concili avevano soltanto mirato ad affidare ai vescovi ed ai loro subalterni la persecuzione degli eretici, sì che i vari prelati, dopo aver denunziati, condannati e puniti secondo i distinti costumi locali quanti avessero confessato la loro appartenenza a sette ereticali, avrebbero sempre dovuto consegnare gli intransigenti e reprobi al Braccio Secolare (potere laico) nel caso di esecuzioni capitali e pene mortali.

Poiché l’operato dei vescovi risultò mediamente episodico, anche per mancanza di autentici strumenti di intervento, senza calcolare la scarsa collaborazione del clero locale, la vera e propria Inquisizione, volendo alludere ad una sua reale efficienza e competenza, si può datare dalla creazione, per intervento papale, d’un giudice straordinario od Inquisitor, con giurisdizione universale, che prese ad affiancare il prelato locale, con giurisdizione invece limitata alla sua diocesi, il quale doveva riconoscere l’universitatem causarum a differenza dell’Inquisitor cui spettava la persecuzione dell’ heretica pravitas.

Sarà poi nei Capitoli del senatore romano Annibaldo degli Annibaldi (febbraio 1231) che il termine di INQUISITORE, troverà la sua codificazione.
Tali Capitoli (propriamente Capitula Anibaldo Senatoris pubblicati a Roma nel febbraio del 1231 non furono però altro che la trasposizione giuridica di una serie di Regole formulate da Papa Gregorio IX, che con Innocenzo IV, fu uno dei Pontefici romani che maggiormente si preoccuparono di dar vigore all’INQUSIZIONE: in forza dei suoi comandamenti la normativa pubblicata era finalmente esaustiva ed avrebbe presto avuto valore universale per la sua diffusione presso tutti gli arcivescovi e principi d’Europa.

Leggendo i Capitoli redatti dal senatore Annibaldo degli Annibaldi vi si riconoscono finalmente i dettati di un vero sistema procedurale e giudiziario, che comportava, tra l’altro, l’obbligo per il senatore, ma anche per ogni buon cattolico, di imprigionare gli eretici, di far eseguire le condanne ad otto giorni dalla sentenza, di comminare la multa di venti lire per chi non denunciasse un eretico e di duemila marchi (oltre l’interdizione dai pubblici uffizi) per il senatore inadempiente, il diritto di confiscare i beni di siffatti rei come pure l’obbligo di radere al suolo, trasformando il sito in un letamaio, la casa che avesse fornito ospitalità a qualsiasi “blasfemo” (teorema di condanna distruttiva copiosamente ripreso dal diritto penale, come iva l’andamento del processo onde evitare possibili errori procedurali).

Papa Gregorio IX nel 1235 concesse l’INQUISIZIONE ai frati domenicani e tale privilegio fu poi esteso pure ai francescani verso il 1245.
Tra le ragioni che avrebbero indotto a siffatto potenziamento dell’istituto inquisitoriale sarebbe da ascrivere lo scontro esistente tra il Papa e l’imperatore Federico II.

In definitiva la figura dell’INQUISITORE DELEGATO PONTIFICIO sarebbe stata creata al fine di contrapporla ai giudici laici che andavano vieppiù sancendo la supremazia di Federico II a scapito delle antiche prerogative ecclesiastiche.
Stupisce tuttavia gli storici la contraddizione storica per cui soprattutto in territorio francese, estraneo quindi all’influenza di Federico II, l’INQUISIZIONE abbia esercitato al massimo grado la sua pressione: ma l’argomento, per quanto dibattuto, non è ancora stato compiutamente risolto dagli storici.

E’ da questi tempi che alle condanne presero a seguire pene mortificanti affidate al potere secolare e tra le quali prese sempre più a comparire la combustione del condannato sul rogo (che come dettano gli stessi Statuti di Genova era considerata “pena nuova e purificatrice di fronte all’idra eretica e sacrilega”): fu da quest’epoca, vista la dilatazione del fenomeno inquisitoriale, che presero a scriversi trattati ad uso degli inquisitori, in cui si registravano e si discutevano i più svariati casi di eresia e di persecuzione (ed al riguardo non può sottacersi l’opera dell’Inquisitore domenicano Bernardo Guy o Gui o di Guido che, particolarmente e ferocemente attivo contro la setta ereticale dell’Ordine degli Apostoli) svolse la sua attività agli inizi del Trecento nella Francia meridionale ponendo le fondamenta delle procedure investigative e dell’interrogatorio dei rei).

Una trasformazione dell’Inquisizione ecclesiastica si data da papa Giovanni XXII (1316-34), dopo il Concilio di Vienne (1311-’12) quando l’ufficio inquisitoriale divenne competente di stregoneria, assimilata all’eresia, dicendosi che tanto eretici quanto fattucchiere intrattenessero relazioni demoniache.

Per circa 200 anni l’impegno inquisitoriale in Europa, e in Spagna, si restrinse alla caccia alle streghe pur se il Potere non mancò di servirsene contro arabi ed ebrei, confusi con maghi, fattucchiere e sacrilegi.

Non si può far a meno di menzionare il ruolo degli Inquisitori nel Nuovo Mondo, laddove in Centro America un errato approccio colle antiche culture indigene si trasformò in un bagno di sangue per disintegrare i ceti dominanti delle civiltà autoctone sostituendo ad esse il sistema socio-economico dei conquistadores contro cui tuonarono voci importanti come quella di Bartolomeo de las Casas.

da Cultura-Barocca