Archivio mensile:agosto 2012

Sfogliando qualche vecchio “Albo dell’Intrepido”

Non credo, visto che é riportata sulla copertina, che sia necessario trascriva la data di questo “Albo dell’Intrepido”.

Il medesimo nella quarta riporta esempi di comicità dell’epoca. Di “Pedrito El Drito” ho trovato qualche tempo fa una sorta di antologia in ristampa anastatica. “Arturo e Zoe” comparivano negli anni ’50 anche su “Il Monello”. Forse – ma la mia memoria in merito difetta – queste vignette, ed altre dello stesso tenore – penso a “Tarzanetto” – si alternavano anche sul fumetto gemello più famoso, “intrepido”, cui altre volte ho fatto cenno.

Riporto a titolo di esempio qualche illustrazione di un’avventura nei Caraibi, comparsa nel numero del 14 aprile 1953 del periodico in questione.

Ho parlato più volte di fumetti, sostanzialmente di quel periodo, che coincide con la mia infanzia. Specie di “intrepido”, come ricordavo prima. Qui un esempio. Mi arrivano in proposito ancora commenti, a volte via email. L’argomento, dunque, interessa. Personalmente, mi capita di riscontrarlo anche in conversazioni con amici e conoscenti.

 

Da ultimo, come possono attestare le immagini da me selezionate in “Albo dell’Intrepido” del 9 luglio 1963, la rivista, arricchendosi oltrettutto – al pari di “intrepido” e “Il Monello” – di altre rubriche, aveva abbandonato il criterio dell’avventura, iniziata e conclusa nel singolo numero. Giova anche ricordare che l’uso del colore era l’eccezione e non la regola.

Anche l'”Albo dell’Intrepido” faceva parte di quella schiera di fumetti anni ’50, che rimandano alla storia del costume, per via dei contenuti interessanti e spesso di rilievo informativo, nonché dei bei disegni, ma anche perché per tante famiglie rappresentavano un costo non sostenibile, per altre fattori diseducativi. Ne conseguiva, del resto, la diffusa pratica di prestiti e scambi, tutti aspetti, insieme ad altri, che talora tornano alla memoria di chi ha vissuto quei periodi.

Discorrendo di fotografie d’antan

So bene che la prima fotografia che qui pubblico lascia alquanto – ad usare un eufemismo! – a desiderare sotto il profilo del politicamente (o civilmente) corretto, ma, a prescindere dal fatto che nel corso della storia quello della caccia fu un diritto – certo, ormai datato – duramente conquistato dalle masse popolari, mi serve per l’esordio di un racconto di fatti curiosi, legati a immagini d’antan, dalle quali, in un modo o nell’altro, non riesco proprio a staccarmi. Per inciso, lo scatto si riferisce alla Sezione Cacciatori di Ventimiglia, ripresa a maggio 1933 in frazione Varase. Nel gruppo, c’é anche il padre del conoscente, che ieri mi ha gentilmente prestato questo ed altri cartoncini di carattere venatorio, forse per interrompere la petulanza delle mie domande, tese in tutt’altra direzione di recupero della sua memoria.

Passo ad una fotografia – di famiglia – relativa alla Nizza-Genova di ciclismo del 2 marzo 1958 – inquadratura del cavalcavia in zona Nervia di Ventimiglia -, per proseguire in queste note.
Sempre ieri, avendo incontrato Gianfranco, mi é venuto in mente di passare con lui per un semplice parere tecnico dall’amico fotografo, titolare dello storico studio della città di confine.
Con mio stupore, mi esibisce l’originale di una fotografia degli anni ’30 del secolo scorso, da me già pubblicata su questo blog, a lui prestata nel frattempo da mio padre, che vi é ritratto a margine di una cerimonia dell’epoca, svoltasi nella frazione Buggio di Pigna (IM). Si da il caso che in archivio, pur essendo stata fatta a suo tempo dal nonno, quell’atelier non ce l’avesse. Ma il vero rammarico di quel fotografo é stato quello di non poterla mettere nell’appena conclusa Mostra dell’89° Reggimento Fanteria, di cui qui io qualcosa ho pur detto. In questo caso la dimenticanza – mi dico oggi – é stata mia.
Siccome un discorso tira l’altro, di scatti d’epoca se ne é parlato a lungo a quel punto. All’amico fotografo ho già mandato, tra le altre, quelle fotografie della mia premessa: guardandole bene, mi sono accorto che anche queste erano uscite da quello studio.

Aggiungo ancora un’immagine d’epoca, scelta anche in ragione di temi da me già sfiorati, sempre per non riprodurre fotografie o cartoline già mostrate, perché di queste ieri soprattutto si é parlato. Ma, a stringere, un punto dolente é emerso quando siamo usciti dall’atelier, perché Gianfranco mi ha spiegato meglio il fatto di quante fotografie abbia “perso”, di quelle che lo ritraevano con cantanti che si erano esibiti in anni neanche troppo lontani qui in Riviera. Forse qualcuno in zona ha dei duplicati…
Ma se penso che solo l’annuncio di una mia immagine con Claudio Villa ha destato un minimo di attenzione qui sul blog, cosa si dovrebbe dire se si ritrovassero fotografie di Gianfranco in conversazione con Luigi Tenco, scattate il pomeriggio della morte di quel cantante?

Seborga (IM) e antichi misteri di ponti, acque, ninfe…

20lug12 141
Nella tradizione, letteraria e non, i Ponti oltre il significato pratico di strumento per collegare le 2 rive di un corso d’acqua  – già presso gli stessi Romani i ponti avevano molteplici significati – sono la linea di passaggio, discriminante fra due mondi. Spesso anche in campo esoterico si delineava questa postulazione. Sì che per eccellenza, come si narra anche nel Ponente Ligure, il luogo di passaggio per eccellenza, il “Ponte Sovrano” – che determinava trasmutazioni e passaggi, da uno stato all’altro, come da un mondo all’altro (in senso benigno in epoca classica e pagana, assai più ambiguamente anche in direzione malefica con le sovrapposizioni cristiane ai culti dei Gentili) – era l’ARCOBALENO.
E del resto, contrariamente a quanto si pensa, spesso l’area della Diocesi di Ventimiglia nell’estremo Ponente Ligure, proprio perchè di transizione, era connessa a persistenze di paganesimo. Invero spesso culti delicati di Ninfe, Madri e Fate, di Luci o Boschi Sacri, di Montagne votate a qualche Dio, di antiche e sante Sorgenti e Fonti, tutte “cose” rimaste nel cuore e nel “folklore” degli antichi. Contro cui la Chiesa però – senza distinzioni tipologiche – svolgeva da tempo un’opera intensa, iniziata da Gregorio Magno e affidata ai Benedettini. E, quindi, pari a quella avverso le infiltrazioni di eretici specie dalla Francia. Mentre per un verso gli eretici furono talora equiparati a streghe e maghi per altro verso risultarono primieramente perseguiti streghe e maghi eretici, cioè ritenuti conniventi col Demonio.
Il “minuscolo ponte ligneo di un areale” di Seborga, che ben si vede su una riana forse sempre esistita, “può considerarsi il “segno”, il “simbolo” che unisce e divide due mondi e due ere. Una quella romana, travolta da infausti destini. L’altra quella del Cristo, rafforzata dall’operosità dei frati. Nonostante le sconsacrazioni dei siti e delle tradizioni dei Gentili e poi le riconsacrazioni al culto nuovo del Dio Unico, non poco rimase delle vecchie credenze, specie legate a Ninfe e Fate oltre che alle protettrici Matres.
Quasi a sospendere il tutto in una dimensione sincretica e onirica in cui le sovrapposizioni cristiane non cancellarono del tutto il mondo passato ma lo evolsero in favolosa e delicata vicenda per i cuori semplici con buona pace forse di quel virtuale cittadino di Ventimiglia Romana da noi immaginato durante un giorno qualunque della sua vita e per un attimo, sempre da noi, “visto” tutto preso da pensieri profondi sui destini del suo Mondo e della sua Religione, che sentiva oramai decadere.
E così su una “scia sospesa tra sogno e realtà sempre per via di quel ponticello”, nonostante tutto – compresi gli interventi della modernità che talora si vedono in secondo piano ma giammai deturpano – si entra, anche od ancora (dobbiamo dire?), in virtù d’un VIAGGIO VIRTUALE in un passato coinvolgente e, come detto, sotteso tra fiaba, mito, storia e leggenda, che potrebbe fungere da scenario per qualsiasi rappresentazione romanzesca e/o filmografica.
Se non fosse per certi dettagli e per la tipologia della vegetazione ma per i bimbi in particolare che, con la loro gioiosa presenza, segnano l’inizio della piacevole avventura e ne attestano la semplicità scevra di pericoli, a patto di una guida adulta, saggia, riflessiva e rispettosa dell’habitat, ciò che appare da questo punto potrebbe, qui come in altri luoghi d’Italia, appartenere a qualsiasi avventura narrativa, magari ambientata nella lontana Amazzonia o in terre misteriose del Nuovo Mondo, ove la vegetazione ha invaso intiere città di antichissime civiltà e dove il mistero aleggia ancora sulla linea sottile di un passaggio, magari sospeso proprio ed anche lì su un ponte fatto di giunchi, liane o vecchio legno.
Anche questi luoghi, che riguardano Seborga, ma il cui aspetto è replicato in altre zone dell’areale d’appartenenza nel “triangolo” VallecrosiaPerinaldoBordighera, sono la testimonianza di una civiltà antichissima.
Purtroppo di frequente dimenticata sulla linea dei percorsi del tanto agognato “turismo diverso”, quella che, dall’epoca celto – ligure e quindi romana dei boschi sacri, è passata attraverso le vicende dei Saraceni del Frassineto e la Riconquista Cristiana, e che dalla ripopolazione garantita dai Benedettini (naturalmente con la riappropriazione in forza anche di Cavalieri e Crociati e tragici conflitti dei Grandi Tragitti della Fede e del Commercio), dopo infinite esperienze storiche, è gloriosamente giunta alla secolare cultura dei “Muri a Secco”, i Macieri (che hanno contribuito a segnare l’architettura rurale, la civiltà agreste e le tradizioni, i costumi ed il folklore). Non esclusi gli spazi esoterici e le concessioni ai segni del passaggio, compresi i segni della vita e della morte di un un mondo che va scomparendo.