Archivio mensile:febbraio 2013

Il Casino Forcalquier

Mi preme  scrivere qualcosa di Pierre Magnan, scrittore francese in primis di polizieschi, perché raramente ho trovato in un autore tanta passione e tanta precisione in riferimento alla vita sociale, al costume, ai poveracci, ai notabili, alle persone avide, temi, mi sembra, sempre di attualità. Nel suo caso per quasi duecento anni di storia francese, poi. E, in materia, mi urge riferire subito quanto mi disse tanti anni fa' un mio ex-compagno di scuola, di madre transalpina, circa il fatto che i francesi avessero sempre amato tenersi i risparmi (l'espressione puntuale erano "le monete d'oro") sotto i materassi.
La prima volta in cui lessi Magnan, restando magari perplesso sulla trama, non potei fare a meno di ritrovarmi per intero in una mia personale idea geo-fisica di Francia, quella dei viali di platani, delle piazzette alberate e di certe locande d'entroterra, per intenderci. E' uno dei miei autori preferiti.  Per un certo periodo, almeno, sono stato in buona compagnia, se é vero che Camilleri in un racconto della serie "gli esordi di Montalbano" fa' dire al suo personaggio che forse era il caso, nonostante vari impegni, di continuare la lettura del libro di Magnan, che aveva appena iniziato. Né ha fatto certo difetto a questo autore essere stato amico e discepolo di Jean Giono, suo conterraneo del dipartimento oggi denominato Alpi dell'Alta Provenza (con Digne capoluogo).
Sussistono varie testimonianze della pregressa civiltà materiale disseminate nei libri di questo autore, quali divise di portalettere modellate su quelle dei soldati di Napoleone, divise dei ferrovieri, tele cerate, cappellini antiquati, calendari delle Poste dalla ricca iconografia, tamburi sgargianti, polveri (di insetti) fortemente afrodisiache, attrezzi inconsueti (dei falegnami, dei maniscalchi, dei carbonai, dei tartufai, degli apicoltori), macchinari complicati tutti in legno per i molini ad acqua, tipiche costruzioni agricole provenzali dalle circoscritte destinazioni d'uso, arredamenti maestosi e severi degli studi dei notari, destinati a sfidare le guerre ed i decenni.
Su tutte le storie incombe la natura (e, qui, mi vado a ripetere) con il vento impetuoso che scende dalle montagne; cime (la Lure in primo luogo) per arrivare alle quali si passa dalle coltivazioni intensive specializzate alle boscaglie e a qualche foresta, per rinvenire pianori erbosi non di rado sprofondanti in doline (e rupi e sassi e burroni); cappelle e chiesette di campagna; reperti archeologici romani; piante rare, piante endemiche, piante officinali, profusione di fiori a primavera; maestosi castelli diroccati; lo scrosciare, talora pauroso, specie nella brutta stagione, delle acque della Durance e della Bleone e di tanti torrenti, spesso con accompagnamento di diluvi di pioggia e di spaventosi fulmini; ed anche il sole e la neve, certamente. E tanti giardini, tanti orti, tanti alberi che, più che coltivati, sembrano ormai crescere da soli e sfidare le intemperie, perché messi a dimora da qualche antenato più avveduto, il tutto a completare la parte di paesaggio che dovrebbe essere precipua cura dell'uomo. Ci sono i paesi, i villaggi, le città, di cui il lettore, grazie alle descrizioni, può quasi direttamente vedere stazioni, ville, terme, palazzi, monumenti come la fortezza di Sisteron.  E a Sisteron una grande pianta di glicine, abbarbicata per tutta l'altezza di una bella casa borghese, in un episodio memorabile narrato da Magnan.
E' necessario, ora, che io venga a specificare che la maggior parte dei romanzi di Magnan hanno come protagonista il commissario Laviolette, che qualcuno ha voluto definire il Maigret delle Basse Alpi (come più o meno si chiamava una volta quel dipartimento con capoluogo Digne), ma che, a mio avviso, differisce molto dal commissario parigino, non solo perché é uno scapolo che si concede qualche rara avventura sentimentale, bensì per il suo profondo radicamento nel territorio in cui é nato ed opera (e troviamo lì già suo nonno e suo padre entrambi graduati, il secondo di sicuro brigadiere, della Gendarmeria) e per un accentuato senso di tolleranza per le debolezze umane. Non poteva, forse, essere diversamente, poiché é stato partigiano su quelle montagne come il suo autore. Da un lato, tutto questo aiuta a capire la larga visione del protagonista a fronte di tante (anche se spesso pittoresche) miserie umane, dall'altro contribuisce ad inquadrare l'arco temporale (principalmente gli anni '80) della sua azione, che lo vede ad un certo punto coinvolto in indagini, ancorché ormai pensionato.
Il riferimento alla Resistenza é importante, anche per il contributo sotto veste romanzesca a dissipare luci ed ombre umane di quell'eroico periodo, che non poteva essere esente da micidiali provocazioni del nemico e da tradimenti.
Con l'artificio, poi, di antefatti che risalgono nel tempo o dei racconti del nonno o della narrazione di vicende del padre vissute o viste da bambino, Laviolette porta talora il lettore anche oltre gli inizi del '900, con pagine in cui sembra proprio di respirare la storia, proprio perché, essendo storia minore, emergono personaggi, riferimenti, vicende, fatti, veri o verisimili, largamente misconosciuti, io credo anche in Francia: non per niente Magnan ha conseguito diverse attestazioni ministeriali transalpine per il suo meritorio impegno di divulgazione storica.
Non posso non delineare brevemente le figure femminili di Magnan. Il primo termine che mi viene in mente é sensualità, una sensualità sana, mi viene da aggiungere, anche nelle donne che delinquono. Altro aspetto é che, talvolta vittime, ci sono donne criminali e, ripeto, non tutte le donne sono delle vittime, questo forse alla luce di uno storico, non dichiarato matriarcato di quelle zone. E le donne sono in genere belle e formose, anche nella maturità!
"Il Casino Forcalquier" é un romanzo storico, a sè stante, per così dire, al pari de "La casa assassinata" e de "Il periplo del capodoglio". Ricorrono in tutti le peculiarità di cui ho detto già largamente. E i primi due sono anche dei noir. Accenno solo ad alcune particolarità. Il primo, ambientato intorno al 1870, ha l'andamento di un grande romanzo d'avventura, con tanto di briganti e di tesori; de "La casa assassinata" va almeno detto che porta il lettore a non dimenticare, anche se inquadra marginalmente reduci e mutilati, la tragedia della Prima Guerra Mondiale; ne "Il periplo del capodoglio", che ha anche qualche decisa venatura comica, l'unico che si svolge fuori contesto, lungo un fiume idealizzato che si può identificare con il Rodano, dopo aver avuto la soddisfazione di incontrare per qualche attimo significativo Stendhal in persona, si rimane estasiati da delle splendide figure di donne.
Lascio da ultimo "Guernica", dove appare un Laviolette ancora giovane e in vacanza in Spagna, nella Spagna franchista, ma coinvolto in un episodio veritiero (mi sono documentato!) di feroce stampo medievale, si sarebbe detto una volta, che lo perseguiterà a lungo, anche in Italia. E' un libretto agile, dove la penna del maestro rifulge veramente grande, ma per il quale ho voluto annunciare all'eventuale lettore un'atroce crudeltà ivi descritta, forse non a caso ambientata a Guernica, città martire immortalata da Picasso.

Via Due Camini

 

Mi sono accorto che l'emozione acquisisce dimensioni particolari nel caso di racconti o romanzi, che delineano anche sommariamente, quasi per inciso, affidandosi alla cifra della memoria, certi angoli o certo vissuto di Ventimiglia (e del Ponente Ligure), se lavori di persone che ho conosciuto perché qui hanno vissuto o mantenuto rapporti. A prescindere che si tratti di un amico finalmente ritrovato o di chi non si incontra più praticamente dai tempi della scuola. E, forse, il mio coinvolgimento é ancora più forte, perché sono libri da me scoperti e, quindi, letti, come mio solito, quasi trasognato, in ritardo. Ma, se mi difettasse la penna, almeno una corrente fatica letteraria con mera riproduzione di altrui recensione la devo proprio prossimamente presentare.
Chi scrive di Ventimiglia di solito non può prescindere dal mare. Dalle piccole baie, dalle calette, dalle rocce, sempre più numerose verso la frontiera. E c'é, tra gli autori cui ho qui solo accennato, chi sottolinea che, a esplorare e vivere questi paesaggi, e questo ambiente, una vera barriera con la Francia non vi sia mai stata.
Ho anche rinvenuto una intrigante scansione, alla quale si affida un personaggio, di nomi di monti ben visibili dalla costa del Ponente Ligure.
In questa fotografia, scattata verso la confluenza di Via Due Camini con la Frazione di S. Bernardo di Ventimiglia, si può notare una scarna selezione di cime e di colline. Una zona densa di trasformazioni, ormai, e di riferimenti di vario ordine, che mi porterebbero in ogni caso fuori discorso.
Sarebbe in tema la vecchia trattoria più indietro, verso il mare, di Via Due Camini, semplicemente detta, appunto, "Due Camini", meta tradizionale per tanti anni di gite fuori porta, rimaste nel vissuto popolare, anche perché quell'esercizio da tempo é chiuso. Forse, tuttavia, la mia é una digressione per rimanere comunque in sintonia con le suggestioni di quelle letture. Per varie associazioni di idee é riemersa viva nella mia mente una giovanile serata di fine estate, fatta quasi di niente, se non del discorrere allegramente in compagnia salendo e ridiscendendo, dopo breve ristoro lassù, in città: ero ancora inconsapevole che l'età della spensieratezza stava finendo.
Più sotto ancora il Roia apre la sua foce. Su quella parte di lungofiume la Battaglia di Fiori, cui ho accennato in un mio recente post, si é sempre svolta. Un altro libro mi porta a rammentare un aspetto di quella manifestazione che ho trascurato, quello dei balli popolari conclusivi, in questo caso quelli di una volta nel Mercato dei Fiori. Il romanzo in parola venne scritto circa sessant'anni fa ' da persona appena trasferitasi con la famiglia nella città di confine: l'entusiasmo con cui vengono descritti gli aspetti salienti di questa kermesse - a ben guardare anche altro, come la zona di mare di confine - nella trama del racconto appare molto genuino e spontaneo.
E Ventimiglia, intesa come insieme di fattori qui solo adombrati, continua - al netto dell'effettiva resa artistica dei singoli - a suscitare di queste impressioni...

Da Matisse nel suo eremo di Cimiez – di A. Aniante

Da sinistra Aniante e Matisse: foto nella raccolta privata dell'artista Elio Lentini

  ... Non aveva ancora ottanta anni quando lo conobbi nella sua casa di Cimiez, incantevole collina alle porte della città. Egli amava l'Italia ed era molto sensibile agli elogi dei nostri critici d'arte; ricordo che leggeva con attenzione i ritagli dei giornali italiani che lo riguardavano, e che per lui mi pervenivano da parte del mio amico Umberto Frugiuele nelle bustine grigioverdi dell'"Eco della Stampa". Più di una volta ricorsi alla generosità di Matisse in favore dei nostri connazionali; mai si rifiutò di venirmi incontro: per un giovane pittore cremonese, divenuto cieco e caduto in miseria, mi diede un suo disegno inedito; per il padiglione europeo della ceramica moderna del Museo di Faenza mi affidò vari suoi pezzi originali; per gli alluvionati del Polesine mi donò un suo quadro; mi fece pagare centomila franchi appena un suo disegno della "Via Crucis" della cappella di Vence, che acquistai per conto di una personalità italiana. Ai prezzi d'oggi, posso dire che Matisse mise nelle mie mani sue opere che valevano cento e più milioni di franchi. Come sempre, in mio possesso non è rimasto assolutamente nulla, e se la mia dimora è ricca di qualche dipinto, son tutti omaggi di bravi e modesti artisti. Ma ancor più che i capolavori e la fortuna, conservo preziosamente, attribuendo ad essi maggior valore, gli insegnamenti che seppi trarre dalle mie conversazioni con Matisse. Quanti scrittori sanno che fu non soltanto un grande pittore ma anche un grande saggio? Colpito da un male inesorabile, era, da diversi anni, immobile nel suo letto. ... Antonio Aniante da una digitalizzazione di Cultura-Barocca

Qualcosa ancora su Perinaldo

La storia di Perinaldo ha un particolare fascino. Il Santuario di Nostra Signora della Visitazione, una chiesa campestre, ad esempio, sarebbe stato eretto nel Seicento sulla linea del meridiano, suggerita dal grande astronomo Gian Domenico Cassini, nativo di quel borgo. E quella definizione, Madonna del Poggio del Rei, che talora riaffiora, riporta ai secoli bui del diritto intermedio, prima della Rivoluzione Francese, quando i condannati da un diritto crudele dovevano sfilare in corteo intorno a questa costruzione, indossando infamanti abiti da penitenti.
Qui sopra il cosiddetto Castello Maraldi, lato meridionale dell'edificio dove vide la luce il Cassini. Vi soggiornò anche Napoleone, lasciando vivida traccia nella memoria locale.
Una parte della Zona del Giuncheo, importante a livello agricolo nel Medio Evo. Là anche S. Giusta, dove sostavano in antico viandanti e pellegrini. Dietro le colline, Negi, che é ancora Perinaldo.
E poi, Peverei.
Il "Convento" dovrebbe essere facilmente identificabile in questo scatto dalla Chiesa di S. Antonio Abate.
Prossimi a questo edificio sacro anche la nuova sede del Municipio e l'Osservatorio Astronomico Comunale "Gian Domenico Cassini".
Ma penso a tante persone - molte non ci sono più -, alla loro ospitalità, ai loro litigi di paese, da cui in buona misura mi tennero fuori, ai loro racconti di allora, soprattutto sugli sforzi di lunga data per forme di cooperazione solidale. Un borgo di sinistra, a lungo solida roccaforte del vecchio P.C.I. Lo stesso sindaco per più di quarant'anni, a partire dal dopoguerra. Salivano personaggi importanti a trovarlo. Alcuni si fermavano per vacanze più o meno lunghe, come altre volte ho già accennato. Fece installare - così mi dicevano gli anziani - una sirena perché le ore canoniche venissero scandite a chi lavorava nei campi da un segnale acustico laico, del Comune, non solo dalle campane. Sul piano umano ricordo il suo giusto orgoglio per essere stato in gioventù un valido ciclista dilettante sulle strade della Costa Azzurra. Si chiamava Emilio Croesi. Un documentato cultore delle testimonianze, come ho appreso meglio tardi, dopo la sua scomparsa, della storia recente del paese, dalla costruzione della strada carrozzabile al commercio - agli inizi del 1900 - del legname di quei boschi, che aveva come destinazione finale l'imbarco da un pontile ormai scomparso di Vallecrosia.
Dovrei dire, andando in ordine cronologico e in modo approssimativo, dei Conti di Ventimiglia per quanto attiene l'Alto Medio Evo, dei Doria di Dolceacqua, del Ducato di Savoia e del Regno di Sardegna, dei benefattori di fine 1800 che finanziarono scuole pubbliche, della Resistenza. Sul piano delle bellezze naturali della superba chiostra delle Alpi Marittime, visibili a nord di Perinaldo nelle giornate di buona luce. Ed altro su monumenti, case, caruggi.
Solo che scrivere di Perinaldo mi procura sempre qualche emozione, che mi porta a intraprendere la via dei ricordi personali.

Se la Corsica, per noi…

Nella foto si vede all’orizzonte la Corsica, ripresa dall’amico Giulio Rigotti dalla collina di Montenero di  Bordighera (IM) all’alba, qualche tempo addietro. Anni fa’, qualcuno mi diceva che per molti abitanti di questo lembo di Ponente Ligure l’isola rappresenta una sorta di cordone ombelicale, quasi un ricordo ancestrale di quando, forse, Corsica e Liguria erano unite. In effetti, l’emozione con cui da queste parti si dice “Ho visto la Corsica!” é abbastanza tangibile. Trovo in tutto questo uno spunto per riflettere e, spero, fare riflettere su quanto un territorio, se amato e vissuto, possa ispirare alte e degne considerazioni. Credo sia un po’ dappertutto così. Ma la Riviera dei Fiori si presta ancora di più. Per i panorami, per le bellezze naturali, per la prossimità alla Costa Azzurra su cui si affaccia, per i personaggi che qui hanno vissuto, per la storia (anche cosiddetta maggiore), per l’antifascismo, per la Resistenza, per l’assistenza tangibile che alcuni uomini di buona volontà seppero dare negli anni a tanti perseguitati (ebrei, profughi politici). E spesso questi fattori sono anche di personale consolazione rispetto al travaglio economico-sociale e civile, di cui le recenti cronache hanno punteggiato fedelmente la triste evoluzione. Sussistono diversi ricordi – giustamente – di Francesco Biamonti, il compianto scrittore di San Biagio della Cima (IM), scoperto da Italo Calvino, ma non sempre viene rimarcato appieno il suo impegno contro la superflua cementificazione di questi nostri luoghi. Su Biamonti si potrebbero, poi, tentare confronti di contenuti e di stile con altri grandi autori per ricavarne comunque soddisfazione culturale e, ne sono convinto, ulteriori conferme del grande respiro delle opere di Francesco: un nome per tutti, Cormac McCarthy. In conclusione, resto convinto che tutto il mondo sia paese, ma anche che parlare e scrivere di quello che si conosce meglio sia contributo essenziale alla crescita civile e morale della società.  

Le Cannet

Pierre-Auguste Renoir dipinse questa veduta di Le Cannet nel 1898 circa. Così recita Wikipaintings, cui ho attinto per questa, e per le altre immagini che qui seguono.
Pierre Bonnard ("Veduta di Le Cannet, Tetti") nel 1941-1942 la ammirò, o immaginò, come qui sopra. In piena guerra, dunque. Si potrebbero fare tante riflessioni in proposito. Si aggiravano in clandestinità, ad esempio, in Costa Azzurra diversi esponenti antifascisti italiani. Forse cercavano di stare lontani da questa zona. Troppo vicina a Grasse. Dove al locale Tribunale, come ai tempi de "I miserabili" di Hugo, si passava subito, se arrestati.
Ci sono tanti ricordi di famiglia per me a Le Cannet. Ne ho già accennato. Rispetto alla data di questo quadro di Bonnard sono antecedenti di pochi anni. E', allora, più o meno questa, la cittadina che hanno visto i miei. Ci sono angoli che corrispondono a tanti loro racconti. Bei giardini ne ho visti anch'io. Di italiani là immigrati, tanto per ribadire un certo tema. Molti a fare i giardinieri, se ricordo bene. Ma é un po' di tempo che, anche se vicina, non mi ci reco.
Questa é una veduta di Le Cannet dallo studio dell'artista. Sempre di Bonnard, ma del 1945.
Mi sono imbattuto per caso in questo e nel precedente dipinto di Bonnard. L'occasione mi ha dettato queste scarne note. Sono partito nell'occasione con un quadro di Renoir, che ha dedicato - ho scoperto - diversi lavori a Le Cannet.
E questo é un giardino a Cannes di Edouard Vuillard. 1901. Tanto per stare sul saliente botanico. Ma anche per dire che Le Cannet e Cannes sono molto prossime.
Luoghi, questi, come quelli ad arrivare sino alla frontiera con l'Italia, o come quelli più a ponente dell'Esterel, ancora belli, nonostante il tanto cemento sparso, al giorno d'oggi. Insomma, tanti siti della Costa Azzurra immortalati - come ben noto - da grandi artisti francesi e da altri di adozione transalpina. Io mi sono qui dedicato a qualcosa di parziale, molto parziale.