Archivio mensile:ottobre 2014

Sanremo, Palazzo Borea d’Olmo e il Manoscritto Borea

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Nella via principale di Sanremo, Corso Matteotti, sorge il Palazzo Borea d’Olmo, che prende il nome da una famiglia di origini venete, prima marchesi d’Olmo sotto i Savoia, baroni con Napoleone e duchi durante il regno unito. Ad uno di questi personaggi si ispirò Italo Calvino per il suo “Il Barone Rampante”.

Il Palazzo Borea d’Olmo di Sanremo, benché di origini medievali, costituisce una grande testimonianza di architettura barocca nella Liguria Occidentale. Possiede la facciata di chiaro gusto barocco definita da portali del ‘700, quello centrale sormontato da una statua di Madonna dell’artista fiorentino Giovanni Angelo Montorsoli, allievo di Michelangelo, e quello di via Cavour, dove troviamo un Giovanni Battista del medesimo artista. Nell’atrio alla “genovese” dell’architetto Gio Antonio Ricca (1713) è collocato lo stemma della famiglia Borea d’Olmo.

Questo sontuoso edificio fu un poco come la REGGIA INFORMALE della città di Sanremo: qui dato l’altissimo prestigio sociale degli aristocratici proprietari vennero scanditi tutti i momenti più eccezionali della STORIA DI SANREMO. Per commemorare la STORIA DI SANREMO ma anche queste glorie della illustre CASATA una sequela di nobili scrittori di siffatta famiglia registrarono tutti i dati, locali e non, del succedersi degli eventi attraverso ben 7 secoli di storia e tale mole di informazioni utilissime le concentrarono in un’opera di straordinaria importanza documentaria che è appunto il MANOSCRITTO BOREA, che fu trascritto da Guido Orazio Borea d’Olmo per i tipi dell’Istituto internazionale di Studi Liguri nel XV volume (anno 1970) della “Collana Storico-Archeologica della Liguria Occidentale” con il titolo de Il Manoscritto Borea – Cronache di Sanremo e della Liguria Occidentale: a questo link del sito di Cultura-Barocca si può rinvenire – digitalizzato –  il testo completo del documento in esame, ma con la chiara evidenziazione delle vicende storiche locali salienti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il secondo piano nobile (1000 mq) del palazzo Borea d’Olmo è adibito ad ospitare il Museo civico di Sanremo, dove sono custoditi splendidi affreschi di G.B. Merano (1632-1698) e di M. Carrega (1737-1819). Un’ala del Museo è riservata al Museo Archeologico nel quale sono esposti reperti preistorici, protostorici e romani trovati nel territorio ligure.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Nella sezione “pinacoteca” invece, sono raccolte le numerose opere donate dal generoso e noto scrittore Luigi Asquasciati, ma conosciuto come Renzo Laurano. Qui sono a disposizione del pubblico dipinti tra cui La lapidazione di S. Stefano di C.G. Ratti (1731-1795) e Il ritratto di Maria Asquasciati Accame di G. Grosso del 1902 e la grande tela Battaglia di Cornelio De Wael.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella medesima sezione è esposto anche un bel plastico che riproduce la Sanremo del 1753, l’anno in cui il cartografo Matteo Vinzoni venne invitato qui dalla Repubblica di Genova per tracciare i nuovi confini e disegnare la nuova pianta della città, che appare raccolta intorno al colle della Pigna, mentre le colline circostanti sono tutte ricoperte da alberi da frutto.  Nella Sezione dedicata alla Storia di Sanremo troviamo carte geografiche della Liguria e cimeli garibaldini, tra cui lettere e oggetti vari, che facevano parte della collezione privata della nobildonna inglese C.G. Phillipson (1823) che fu donna di corte della regina Vittoria e amica intima di Giuseppe Garibaldi, come testimonia il carteggio personale tra i due, in parte esposto in queste sale. «Cara e gentilissima donna io vi amo con tutto l’affetto di cui sono capace», scriveva Garibaldi alla Phillipson il 14 ottobre 1867, dall’isola di Caprera. Di Garibaldi, la «bellissima» e «gentile e affettuosa» amica collezionò anche una ciocca di capelli. Tra gli altri oggetti personali esposti vi sono un anello, una tabacchiera ed un cappello. Molti personaggi sostarono nelle sale del Palazzo Borea, tra i quali è importante ricordare il papa Pio VII, che le notti dell’11 e 12 Febbraio ivi dormì, a seguito della prigionia francese. La storia vuole che i devoti religiosi tentarono, ma con poca fortuna, di appropriarsi di ogni oggetto toccato dal santopadre, quali lenzuola, vasi o mobili e fu infatti impedito che le sale vennero del tutto saccheggiate.

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Un missionario del Ponente Ligure agli albori del ‘600

Taggia (IM), Liguria di Ponente, al giorno d'oggi

Taggia (IM), Liguria di Ponente, al giorno d’oggi

Mentre i viaggiatori cappuccini, carmelitani e teatini devono lottare contro opposizioni e dura realtà, i gesuiti operano con successo in Oriente.
Come sostiene il Pastor il rispetto per il culto orientale, l’elasticità mentale e la capacità di adeguamento alla cultura e alla lingua locale distinguono i gesuiti da tutti gli altri ordini religiosi e li pongono nella condizione di operare fruttuosamente, come pure si legge nelle opere di D. Bartoli, anche alla fine parimenti per loro si verificheranno eventi gravi di persecuzioni nell’ecumene orientale: i testi di diritto canonico col tempo presero quindi a dare sempre più ragguagli per l’opera missionaria sia in Asia che nelle Indie Occidentali o “Nuovo Mondo”.
Dagli albori del ‘600 Matteo Ricci in Cina, Roberto de Nobili in India, Alessandro di Rhodes in Vietnam, operano con grande sagacia, ottenendo stima e credito: il Ricci, gesuita di Macerata, raggiunge addirittura la corte imperiale di Pechino (1602) e, divenuto leggendario per pietà e sapienza, fonda una missione possente e traduce in cinese molti testi europei, meritandosi l’appellativo di Li Ma-theu.
Quando in Cina e Giappone (metà del ‘600) la situazione per i cattolici diviene meno florida in conseguenza di alterate e repressive motivazioni geo -politiche (come testimoniano le pagine severe e drammatiche di Giovanni Battista Bonelli e Prospero Intorcetta), l’operazione predicatoria dei Gesuiti, seguendo anche le direttive della “Congregazione de propaganda fide”, istituita da Gregorio XV nel 1622, viene indirizzata verso l’area ricca e tollerante dell’attuale Vietnam.
Nuovi viaggiatori gesuiti intraprendono una decisa missione predicatoria, garantita nel successo da un’eccezionale preparazione e capacita.di adeguamento all’ambiente socio-culturale in cui si trovano ad operare.
Le loro relazioni, inviate ai superiori, sono spesso violentate dal sottocodice ecclesiastico, cioè da un lessico tecnico e difficilmente fruibile, in cui prevalgono dati nurnerici e statistici.
Alcune analisi sono però estremamente lucide ed interessanti; accanto a quella del milanese Cristoforo Borri (1583-1632), autore della Relazione della nuova missione delli Pp. della Compagnia di Giesù al regno della Cocincina, si colloca di diritto il lavoro letterario del ligure Giovanni Filippo De Marini, gesuita e missionario in estremo oriente.
Giovanni Filippo De Marini nasce a Taggia nel 1608 e della gente dell’estremo Ponente conserva per tutta la vita le doti migliori: senso pratico, capacità innate di raziocinio e quello spirito di adattamento che è spesso temprato da un’umanissima comprensione dei problemi altrui.
In più ha una fede sincera, una spontanea convinzione che il credo cristiano sia valido ed accettabile a qualsiasi latitudine, a condizione che vi sia portato con logica cautela e prudente analisi della verita effettuale dell’area di operazione missionaria.
La fede lo sottrae a Taggia e lo consegna alla Compagnia di Gesù nel 1625; dopo 13 anni, nel corso dei quali matura ed affina le doti potenziali di missionario , s’imbarca per le Indie nel 1638.
Nel Tonkino esperisce con successo le sue funzioni, adattandosi brillantemente all’ambiente, sondandone con mente lucida le condizioni socio-politiche ed impadronendosi del lessico indigeno.
Il successo lo eleva a grande dignità e gli conferisce, agli occhi dei locali, la nomea del giusto e del saggio; riconoscendone le buone capacità e l’indubbio carisma l’autorità ecclesiastica gli attribuisce ia prestigiosa carica di Rettore del Collegio Gesuitico di Macao.
All’ombra dei Portoghesi, ma sempre curioso e attento ai problemi degli indigeni, affina la sua sensibilità Missionaria, emancipandosi dai residui pregiudizi europei, consequenziali del resto di una formazione culturale ancora nebulosa nei confronti dell’estremo oriente.
Ritornato a Roma nel 1660 riesamina letterariamente le sue esperienze missionarie ma, nonostante l’effettivo. successo dei suoi sforzi intellettuali, prova nostalgia delle antiche, esotiche esperienze e finalmente, nel 1674, riprende la via dell’Oriente.
Risiede dapprima in Giappone, svolgendo in questo paese, divenuto pericolosamente impermeabile all’infiltrazione cattolica, la delicata funzione di padre provinciale della missione gesuitica.
In funzione dell’esperienza accumulata e di una raffinata potenzialità di comprensione e di analisi il De Marini non manca di ottenere anche in questa occasione ; ottimi successi missionari, pur dovendo barcamenarsi nei labirinti di una cultura sottilmente ambigua come quella orientale e nonostante gli estri di un potere locale (e centrale) in genere modellato secondo una apparente formale cordialità ma sempre ancorato alla prepotente autocrazia di un insuperabile feudalesimo.
Non ritorna più in Italia! Rispettato ed amato conclude la sua esperienza terrena a Macao il 7 luglio 1682, lasciando quale retaggio spirituale i suoi insegnamenti di brillante missionario, uno scarno epistolario e la versione dal portoghese di un testo per la preparazione catechistica, strutturato ed organizzato da Antonio Rubino ad uso delle popolazioni asiatiche convertitesi alla dottrina di Cristo.
Il suo lavoro letterario più interessante rimane comunque l’Istoria e relazione del Tunkino e del Giappone, comparsa nel 1663, ma di cui si ricorda un’edizione veneziana del 1665.
L’opera, formalmen te agile e moderatamente appesantita dal gusto barocco per l’erudizione, gode discreto favore tra i lettori; l’intento programmaticamente didascalico (l’autore dichiara di voler “giovare alle anime”) non sottrae energia al resoconto, che conserva un’indubbia piacevolezza e che, per vari aspetti, è tuttora fruibile.
Nonostante il De Marini sentenzi seriosamente che rinuncia al “delectare”, tanto in voga nel secolo, per il più dimenticato ma utile “prodesse”, è altresì fuor di dubbio che il lettore moderno si accosta ai suoi scritti con curiosità non esclusivamente spirituale ma anche con edonistico e scientifico interesse per le pregevoli descrizioni geografiche, ambientali e socio-culturali.

Basti pensare all’ariosa e garbata macrosequenza narrativa dedicata alle gare tra i vogatori tonchinesi, che nello sforzo di sopraffarsi e vincere la competizione, si danno “da se la battuta a schiusi denti e labbra ristrette, con battere il piè sopracoperta”.
Il De Marini osserva la scena con occhio attento, diremmo etnologico, e nell’oggettivizzare letterariamente il fatto risulta del tutto scevro di condizionamenti culturali o di freni retorici tipicamente occidentali egli valuta gli eventi attraverso la lente spregiudicata di un ottica mentale aperta e per questo profondamente cristiana; nel suo messaggio gli indigeni perdono la convenzionale e stantia caratura di selvaggi senza direttive etiche, essi sono soprattutto uomini, etnicamente e culturalmente diversi ma sempre uomini, nel senso più completo del termine.
Ne deriva, su un parametro logico, un’implicita consonanza con altri uomini, con altre civiltà; nel dipingere l’evoluzione della gara, forse con una certa tendenza all’espressione stilizzata, il De Marini sembra voler equiparare l’esotica regata cui assiste ad altre da lui viste in precedenza, magari nel suo mare ligure: “…tutti intesi con gli occhi al premio e con le mani al remo, richiamano tutte le forze alle braccia e danno strappate sì gagliarde co’ remi che, presso a romperli, li contorcono per la violenza. E come ovunque, come da sempre accade in Italia anche qui a chi il primo gionge, dando vocii di allegrezza sino al cielo, riceve il pallio e l’applauso”.
E’ un modo semplice e vibrante di narrare ma è in particolare occasione ghiotta ed utile (si ricordi il “prodesse” = giovare di programma) per dimostrare quanta umana convergenza e spontanea identità di sensazioni esista tra questi indigeni orientali e i loro “fratelli” europei.
Il pezzo pregiato e più significante in senso lato rimane comunque il celebre “Elogio di Confucio”, in cui il De Marini, riprendendo una delle migliori convenzioni letterarie barocche, procede ad un’attenta demistificazione di ogni aspetto di conformismo mentale.
Nel suo procedere narrativo, didascalico in superficie ma solido nei valori di fondo, il gesuita ligure manifesta tutta la sua volontà di avvicinare alla spiritualità cristiana ed alla mentalità europea anche quelle tematiche, più profonde ed in apparenza provocatorie, che sono retaggio emblematico della civiltà orientale.
La marcia di avvicinamento del missionario è prudente ma la finalità è evidente: smussare gli angoli ed accostare parametri spirituali in apparenza diversissimi.
La collocazione ideologica e storica non permette al De Marini affermazioni totalizzanti, peraltro ingiustificabili in tale contesto ed in rapporto alle finalità dello stesso. Più semplicemente egli intende vanificare molta confusione intellettuale, sottrarre energia latente a vieti pregiudizi europei e soprattutto presentare la realtà di fatto.
Questi presupposti spiegano gli elogi per l’opera sociale di Confucio equiparato ad un saggio illuminato che s’impegnò sempre, con i suoi discepoli, “portando guerra a tanti invecchiati abusi e corrutele non con arme di ferro, ma con argomenti di ragione”.
Ecco il punto nodale, l’essenza della riflessione: la razionalità, l’arma dei puri, a qualsiasi latitudine appartengano!
Confucio non è un Dio né un Santo, ma di certo un saggio.
L’equazione Confucio = saggio, veicola un messaggio fruibile a livello della serie storico-culturale dell’Europa secentesca; alla figura orientale viene sottratto il carisma del dio pagano ed il filosofo astratto dalle nebulosità dell’ignoranza, risulta proiettato in una dimensione recepibile, sino alla sua identificazione con Platone: “E vi è opinione di alcuni che qual altro Platone giongesse al conoscimento di Dio”.
Su un parametro logico-temporale il De Marini conclude il suo meccanismo qualificante; Confucio è un diverso, un non cristiano ma è comunque un saggio e quindi un comprensibile anzi e ideologicamente prossimo ad un altro non cristiano, quel Platone cui si è sempre guardato con stupore per l’inesausta e nobile, seppure angosciosa, peregrinazione nei meandri della metafisica.
Ed ecco chiarirsi l’organismo letterario del gesuita; il misterioso, labirintico sacerdote pagano finisce per essere calato nei panni un poco limitanti, forse un po’ troppo europei, del giusto sapiente in ansiosa ricerca e chiarificazione del “Mistero”.
Sotto questo aspetto il De Marini si colloca nella giusta dimensione di chi consuma la sua vita per far avvicinare due mondi; ed è ancor più di un missionario in quanto non solo si fa apostolo del Cristianesimo ma “profeta” di un incontro tra genti ritenute antitetiche.

 

da Cultura-Barocca