S’inforrava dall’altra parte, nei gerbidi rocciosi, nelle macchie di lentischi

Dalle alture di Dolceacqua (IM) una vista sul confine con la Francia

Nel suo studio Toponomastica e antroponomastica in Biamonti, Enrico Fenzi, dopo aver illustrato il mito della Francia, aggiunge «un’ultima indispensabile osservazione»:
“Il mito della Francia si nutre di ragioni che per comodità potremmo dire sociali ed economiche (i rapporti delle comunità di confine con i porti francesi), di ragioni culturali e politiche (la Francia come modello di civilisation, da una parte, e il rattachement dall’altra) ed infine di ragioni più comprensive, più profonde, che in qualche modo avvolgono e compenetrano le prime due. Se Biamonti [Francesco Biamonti] riesce a dare tanta immediata concretezza esistenziale a quel mito, è perché egli sente ancora operante un antico sostrato, una comune origine occitana che unisce quell’estrema porzione della Liguria alla Provenza.” <351
Fenzi prosegue discutendo il valore evocativo e archetipico della lingua occitana e conclude dicendo che «dentro il mito della Francia c’è il mito della Provenza, e nel mito della Provenza quello della sua lingua che ha valicato il tempo e la storia per risuonare in assoluta semplicità e purezza come l’eterna lingua dell’anima, di qua e di là del confine». <352
Le conclusioni del critico sono in parte condivisibili; tuttavia, il mito della Provenza merita di essere maggiormente approfondito in modo da evidenziarne l’autonomia. Nel binomio evocato da Fenzi, su cui si costruisce il mito francese – tra una parte «morale», radicata nell’entroterra ligure, e una parte civile, radicata in Francia – il mondo tradizionale della Provenza di lingua occitana, pur costituendo un “altrove” francese, dovrebbe essere assimilato alla parte ligure. Se è vero, infatti, che tanto il mito della Francia quanto quello della Provenza aiutano a comprendere la tensione percepibile nei romanzi verso l’“altrove” occidentale, non va dimenticato che tali miti si giocano su piani diversi, compenetranti ma pur sempre distinti.
Il mito della Provenza non presuppone una contrapposizione con l’entroterra ponentino, poiché si basa su un’equivalenza tra le due realtà: nega l’esistenza di un confine culturale attraverso il recupero di un’ancestrale origine comune tra i mondi tradizionali di due regioni limitrofe. Questa antica comunanza, di cui ancora oggi per Biamonti si possono intravedere i segni, è il punto di partenza per ribadire l’esistenza, se vogliamo, di un “uomo provenzale”, che ingloba anche l’uomo ligure dell’estremo Ponente. Ciò che Biamonti esprime, dunque, è un mito di appartenenza, costruito partendo da dati storico-antropologici e poi sviluppato in direzione esistenziale attraverso il filtro poetico e letterario. Per queste ragioni, il mito della Provenza non va inserito nella nostra prospettiva all’interno del mito della Francia o di quello della “civiltà dello spirito”, con i quali è comunque in dialogo; è piuttosto espressione particolare della “civiltà dell’ulivo”, analizzata tenendo in considerazione il legame tra due regioni, Ponente ligure e Provenza, che Biamonti sente particolarmente affini.
Esiste, infatti, per lo scrittore una comunanza tra il mondo tradizionale ligure e quello provenzale che va oltre la presenza del confine. <353
Tale comunanza risente di un paesaggio che di qua e di là della frontiera presenta caratteri simili.
Per esempio, per quanto riguarda la luce, Biamonti disse: «In realtà, la frontiera geografico-politica con la Francia è pressoché inesistente. È solo un viaggio verso un’altra cultura, che assomiglia molto alla nostra; un espatrio verso la luce occitanica, che poi è anche la luce che viene da Cézanne». <354
In un’altra occasione, descrivendo Dolceacqua, paese nell’entroterra di Ventimiglia, lo scrittore non esitò a parlare di «un cielo che è già di Provenza». <355
L’affinità tra le due regioni è poi strettamente legata alle attività tradizionali dei territori, quali l’olivicoltura e la viticoltura in primis, ma anche, per esempio, la raccolta della lavanda. Si è già avuto modo di soffermarsi su questi temi, mettendo in evidenza l’importante mediazione svolta dall’immagine che alcuni scrittori amati dall’autore di San Biagio della Cima hanno dato della Provenza. Basti ricordare il ruolo di Jean Giono, dai cui testi è tratta l’espressione “civiltà dell’ulivo”. <356
Il mito della Provenza presenta però due aspetti del tutto peculiari, che occorre di conseguenza analizzare: l’uso della lingua provenzale e l’immagine del mondo pastorale. Tali aspetti emergono in modo chiaro, nella loro significazione mitica e nella loro connessione, già dal primo romanzo dello scrittore, AA [n.d.r.: Francesco Biamonti, L’angelo di Avrigue, Einaudi]. Si pensi, d’altronde, che lo stesso titolo del libro presenta un provenzalismo, avrigue. <357 All’interno del romanzo, il mito prende corpo soprattutto attraverso gli incontri del protagonista Gregorio con un pastore che parla in provenzale. Così è descritto il primo e memorabile incontro tra i due personaggi:
Nubi… gli parvero nubi le pecore di un gregge a cui si avvicinava, e sacri i gesti con cui un pastore incappellato d’azzurro tratteneva il cane.
Guardarono entrambi incuriositi, pastore e cane. Lo fissavano con occhi tristi, occhi di colleghi, di habitués delle solitudini sulle cime che il vento tocca da mane a sera.
Poi, dopo un saluto, il pastore domandò da dove veniva («d’ounte venés?») e se c’era erba laggiù negli uliveti, «dins lou terrain oundado».
Parlava provenzale quel pastore.
Sì, laggiù nelle terrazze, disse Gregorio, c’era ancora tanta di quell’erba, tutta l’erba che voleva.
Quell’uomo quasi vecchio e quasi sacro spiegò che aveva camminato tutta la notte per abbassarsi, per fuggire l’aria di neve (l’auro de nèu), nemica a chi aveva tutti i suoi beni in sangue, in sangue di dio.
Parlava provenzale in una strana cantilena, con la cadenza delle alpi marittime: a toni alti come singhiozzi seguivano suoni in calando e strascicati, dolcezze da berceuse.
Guardò con tristezza un drappello di capre fuori del gregge e già sul crinale: cimavano ginestre spinescenti e torcevano il muso nell’inghiottire. Si dolse dell’erba lì intorno tutta dura e secca. Non erano venute le nubi dall’alto mare (dis auti mar) in autunno, e adesso subentrava il gelo all’arsura.
Gregorio lo invitò a scendere negli ulivi, che tanto erano abbandonati: danno non ne poteva fare. Ma il pastore negò con la mano. I contadini non amavano «lou pastre», aggiunse. Al pastore, a «lou pastre», disse rassegnato, erano destinati solo pietrischi e terreni magri, o quelli rocciosi sul mare, ove cresceva un’erba dura come spago e cespugli che nessuna bestia gradiva.
Che strana cantilena. A toni squillanti seguivano toni più bassi e più lunghi. Si capiva a malapena. Ma a chi parlava? agli angeli o a se stesso sembrava parlare quell’uomo.
Aveva a tracolla bisaccia e bastone, e di colpo sfilò il bastone per andarsene.
Andava lento ma sicuro come gli antichi portatori, di sale, e forse per lo stesso loro sentiero.
Era seguito e preceduto da capre e pecore a frotte. Andava lento, ma andava, in mezzo a tutto quel sangue di dio la cui vita si muove. Sparì fino alla cintola oltre il crinale, poi fino alle spalle, poi tutto quanto. S’inforrava dall’altra parte, nei gerbidi rocciosi, nelle macchie di lentischi
“. (AA, 52-54)
Successivamente, Gregorio ricerca il pastore, senza trovarlo. <358
Lo rincontrerà, invece, per caso, verso la fine del romanzo. <359
In tutte le scene, la figura del pastore è avvolta da un’aria di sacralità, esplicitamene dichiarata: «quell’uomo quasi vecchio e quasi sacro» e poi ancora «Ma a chi parlava? agli angeli o a se stesso sembrava parlare quell’uomo». Tanto la descrizione delle scene quanto i dialoghi sono inseriti in un contesto alto, ieratico, <360 a cui l’uso della lingua provenzale dà un contributo essenziale, rimandando a un orizzonte antico e primordiale.
L’episodio del pastore trovò l’approvazione esplicita di Italo Calvino, che nella lettera a Biamonti del 1981 scriveva: «Suggestiva l’apparizione del pastore provenzale per il corto circuito nel tempo che provoca con le immagini del presente».361
Lo stesso Biamonti dichiarò in un’intervista del 1994: «Anche questo far parlare il provenzale, come aveva capito Calvino, dà autorevolezza alle parole in forza della loro antichità»; <362 e poi ancora in un’altra intervista del 1998:
“Il provenzale, come dice Montale, è “un’acre verdezza”. <363 Sembra discendere direttamente da una realtà arcaica. È una lingua ritmica, non melodiosa; ha una sua forza espressiva consonantica, le parole secche e aspre. Mi piace molto. Mi piace utilizzarla inserendola in un contesto drammatico, alto, religioso, ieratico, non vernacolare. Però va adoperata con parsimonia, perché non ci si può isolare in un contesto linguistico che separi dal resto dell’umanità. Ormai è diventato un dialetto l’italiano, se ancora ci dividiamo…” <364
Vale la pena di chiedersi subito quale sia il provenzale usato da Biamonti e in che modo avvenga la costruzione delle battute in AA. Innanzitutto, occorre dire che l’uso di questa lingua compare in una fase tarda del processo di elaborazione romanzesca.
[NOTE]
351 E. Fenzi, Toponomastica e antroponomastica in Biamonti, in «il Nome nel testo», II/III (2000-2001), pp. 74-75.
352 Ivi, p. 75.
353 Cfr. Bia. int. Panzeri (1998a): «Il nostro non è un vero confine, noi non abbiamo il dramma che ha il confine orientale. Non c’è una Tirana di là, né c’è stata una guerra; c’è un’affinità tra le popolazioni liguri e provenzali».
354 Bia. int. Ferrari (1994: 32).
355 Bia. scr. (2001d): «Le terrazze della collina, anzi delle colline, non finivano mai di salire, ora più ampie ora più strette, a volte distese a golfo, a volte acuminate. È un’ascesa fatta di ulivi e vigne, mescolata a un cielo che è già di Provenza. / Sotto quel cielo che lo ravviva, il paese ha un tono antico, un velo, una polvere di secoli, Bisogna andare cauti nel toccarlo. Basta uno squarcio ed è finita».
356 Cfr. qui Prima parte, § 1.3., p. 117.
357 Su cui si veda Prima parte, § 1.1., pp. 44-45.
358 AA, 93: «Prima di andar giù per i greppi guardò se vedeva il pastore. Le mattinate di gelo avevano certamente bruciato i colli più alti. Doveva essere sceso. Gli sarebbe piaciuto sentirlo ancora una volta parlare provenzale. Ma non si vedeva nessuno nei dintorni: solo crinali e massi incastonati in un cielo secco, solo aria tremula nel “desert de la bluiour”».
359 AA, 114-117: «Nei pressi dell’Annunciata la brezza si fece più tesa. / E in quell’aria trovarono il pastore su un greppo sopra il sentiero. V’era un tempo superbo, egli disse, come di primavera. Loro non la sentivano nell’aria? Dell’inverno non rimaneva più niente. / – E se quest’aria fosse un altro annuncio di neve? Troppa aria a mezzogiorno. / – No, nauchié! Es lou canto-bruno que adus lou vènt mistral e s’esperde dins li coli. / Canto-bruno quel fruscio faticoso? / Il pastore non rispose. / Stava in piedi, appena sopra il sentiero, una mano aggrappata al bastone appeso alla spalla, dormiglioso e tranquillaccio come certi mari: era la sua ora di riposo, di lui e del suo gregge che non tinniva e del suo cane. / Ma quando lo salutarono per andarsene egli scese con un solo passo falcato sul sentiero a stringere le mani. / – Pregatz per nos, – ritmò, – que Dieu nos faga bons crestians e que nos aduga, nos, pastre, nauchié e gent de mas, a bona fin. / Ad un suo cenno il cane fece partire il gregge di pecore. / Si scansarono per lasciarlo passare. Poi passarono in ordine sparso le capre, la pupilla rettangolare. Alcune avevano la barba, altre i pendagli.
Due ritardatarie andavano come il vento. Il pastore le seguì con passo ondulato e trasognato: batteva sui calcagni anche in salita. In un attimo sfociò col suo gregge nel sole dell’altro serro. / Il canto-bruno, l’aspro fruscio che precede il mistral, s’andava estendendo. / – O hanno fretta o sonnecchiano, non si riesce mai a parlare coi pastori. / – Ti ha chiamato nocchiere, ed è stato solenne, – disse Edoardo sorridendo. – Sarà anche lui di partenza. / – È già tempo? / – Alpeggia con calma, in diverse tappe. / – Pregatz… pregate… – Gregorio ripeté assorto. / – È un antico saluto. […] / Gregorio si volse a guardare i monti verso cui andava il pastore, dopo il grande pastorale commiato: monti a non finire, grigio chiaro e grigio perla come i vicini monti di Francia».
360 Giuseppe Conte parlò di «ierofanie» per le scene del pastore (Donne provate dalla violenza e ragazzi sulla via della droga, in «Avanti!», 18 febbraio 1983, p. 9).
361 Bia. lett. Calvino (1981a: 1456-1457).
362 Bia. int. Ferrari (1994: 34).
363 Cfr. E. Montale Introduzione a O fiore in to gotto, in E. Firpo,’O grillo cantadò e altre poesie, a cura di M. Boselli, E. Giuseppetti, G. e G. Sechi, traduzione dal genovese di G. Sechi, Einaudi, Torino 1982, 2a edizione, p. 110. Il libro di Firpo, nella prima edizione (1974) della collana, è presente nella biblioteca di Biamonti.
364 Bia. int. Re (1998: 26). Cfr. anche Bia. scr. (1983: 73): «In effetti è, come diceva Portinari, la storia di un viaggio verso il mondo delle madri. L’uso del provenzale e dei dialetti serve per rendere lo spessore del tempo».
Matteo Grassano, Il territorio dell’esistenza. Francesco Biamonti (1928-2001), Tesi di Laurea in collaborazione internazionale (Scuola Normale Superiore di Pisa, Università degli Studi di Genova, Università degli Studi di Pavia, Université Nice Sophia Antipolis, Université Sorbonne Nouvelle Paris 3), Scienze del testo letterario e musicale, 2018