Vallecrosia (IM), S. Antonio Abate

14_01ott (36)La Chiesa Parrocchiale di S. Antonio Abate di Vallecrosia (IM) é situata nel centro storico di Vallecrosia Alta (o Vecchia).

Le vicende storiche di questo edificio di culto sono alquanto singolari.

Si possono citare, in merito, alcuni stralci da Cultura-Barocca:

L’antica primigenia chiesa parrocchiale di Vallecrosia (naturalmente medioevale) si giudicò a lungo il piccolo tempio di S. Bernardo poi intitolato anche a Nostra Signora delle Grazie che sorge in un’area sopraelevata,  fuori borgo…

Già il Lamboglia, in un suo fuggevole esame rimasto inedito, notò che sotto una rudimentale copertura, forse sei-settecentesca, si individuavano i residui, le tracce di più antichi affreschi o comunque di un’anteriore, più fine intonacatura.

Questa impressione di antichità e l’intitolatura a S. Bernardo fecero giudicare questa come la primitiva chiesa parrocchiale poi surrogata con quella di S. Antonio nel 1737, date le esigenze di un’aumentata popolazione:

Un particolare della facciata di S. Antonio Abate

Un particolare della facciata di S. Antonio Abate

ed a confortare tale ipotesi rimasero due iscrizioni a S. Bernardo e il fatto che proprio nel XVIII secolo il vescovo intemelio Bacigallupi avesse consacrato la nuova chiesa parrocchiale… va-colonna1h

Paolo Stringa… suppose… : “La chiesa parrocchiale di S. Antonio rifatta nel 1737 trae forse le origini da un precedente edificio medioevale, come sembrerebbe confermare la COLONNA CON CAPITELLO CUBICO che sul fianco destro regge la sporta di una nicchia di altare barocco” (c’era anche sul fronte della chiesa un gemello poi riutilizzato in un edificio privato!)...

incuriosito dalla lapide secentesca riutilizzata nel muro, a destra dell’uscita, di una chiesa teoricamente completata ex novo nel 1784.

Ma in effetti una parrocchiale a S. Antonio esisteva da molto tempo prima (XIII secolo?).

In questo scorcio, a meridione del borgo di Vallecrosia Alta, dietro la Torre antibarbaresca é visibile la Chiesa di S. Bernardo (e della Madonna delle Grazie) del XIV secolo

In questo scorcio, a meridione del borgo di Vallecrosia Alta, dietro la Torre antibarbaresca é visibile la Chiesa di S. Bernardo (e della Madonna delle Grazie) del XIV secolo

Fu poi dedicata forse anche a S. Bernardo e S. Sebastiano come si ricava da un quasi indecifrabile scritto di contabilità (Archivio Parrocchiale di Vallecrosia) riguardante “Valle Croza ville vintimilij” per gli anni 1576-7 (sottoscritto Jacobus Martinus) e più specificatamente da un appunto del 20-VII-1614 da cui risulta un prestito di L. 20 degli “Offisiari del Santissimo Rosario” agli “Offissiari” della “Parrochiale del Santo Antonio et Santo Bernardo et Santo Sebastiano”…

Qualche informazione … la producono gli scritti relativi alle visite pastorali: il 29-III-1621 il Vescovo intemelio Nicolaus Spinulas cresimò 26 fanciulli vallecrosini “in Ecclesia Parrochiali Valicrosie”, l’11-V-1704 il vescovo intemelio Ambrosius Spinula cresimò (in vesperis in Ecclesia Parochiali loci Vallicrosiae in actu Visitationis) 71 Puellae (fanciulle) e 70 Pueri (fanciulli) di Vallecrosia e contestualmente 11 ragazzi di Perinaldo (Podij Rainaldi), 3 di Vallebona ( Vallisbone ) e 2 di Borghetto S. Nicolò ( Burghetti )...

per ampliarla e ristrutturarla i vallecrosini pensarono di inviare una petizione al Senato genovese per stornare una consistente somma dal deposito presso il banco di S. Giorgio fatto da un ricchissimo Giovanni Aprosio a beneficio dei compaesani e per utilizzarla all’uopo: grazie ai soldi del previdente (per i vallecrosini) Aprosio si sarebbe così avuta una buona chiesa!

Il campanile di S. Antonio Abate spicca sull'abitato

Il campanile di S. Antonio Abate spicca sull’abitato

Una veduta particolare del campanile di S. Antonio Abate

Una veduta particolare del campanile di S. Antonio Abate

come si è notato dall’analisi dell’attuale parrocchiale il piccolo campanile della precedente vecchia costruzione venne fasciato col nuovo e più grande ma del vecchio si riconoscono ampie porzioni, come l’intonacatura e l’affresco (e pur con una saltuaria visitazione se ne è riconosciuta la vetusta!).

La più grande chiesa nuova avvolse quella vecchia: intorno a questa si costruì un terrapieno su cui poggiò il nuovo edificio.

La porzione della vecchia venne diruta per quanto eccedeva il terrapieno ma conservata quale cripta per inumazioni nella porzione inferiore al pavimento della nuova chiesa ed a cui si poteva accedere per il tramite di una botola sita presso l’altar maggiore del moderno edificio.

Questa è stata chiusa da tempo ma nelle testimonianze di chi potè accedervi, anche per quei lavori di sistemazione, risulta sotto l’attuale chiesa la presenza di un vano molto ampio…”

La Villa Romana di Bussana a Sanremo

1madonna.guardia1hA Bussana, Frazione di levante di Sanremo, a lato dell’attuale Aurelia –  che ricalca in quella zona la Giulia Augusta (Iulia Augusta) -, scavi regolari misero in luce i resti di un insediamento romano dai connotati della VILLA RUSTICA PADRONALE.
I linguisti non si sono mai veramente accordati sul gentilizio romano dei proprietari, ma sia che il toponimo abbia avuto origine da una gens Vibia che da una gens Vippia, il ceppo padronale, per quanto dimostrabile, non procedette ad una sistemazione della tenuta sotto la veste della villa signorile pseudourbana: le genti di buona condizione socio-economica non erano solo attratte dalla vita cittadina e dai privilegi, esistenziali o commerciali, che offriva, ma erano ancor più coinvolti dalla particolarità dei centri litoranei e del loro rapporto col Sud della Gallia e coi nuclei di Monaco, Nizza, Cemenelum, autentico “ponte viario” del traffico commerciale transalpino verso i mercati italici, Marsiglia e Arelate.
Nell’area municipale di Albingaunum si rinvenne nel secolo scorso la lapide di un sacerdote “Quintus Vibius Egnatius, pontifex consularis” e “flamen Divi Severi, curator aquarum”: un personaggio relativamente importante preposto oltre che al culto dell’Imperatore a funzioni di ordine pubblico e religioso (C.I.L., V, 7783): la gens “Vippia” è attestata ancora nelle Alpi Marittime (C.I.L., V, 7961 e 7962). villa.bussana3h
Il De Pasquale [San Remo romana, Sanremo, 1996], oggi forse il più attento ricercatore su questi argomenti, però preferisce rifarsi ad un gentilizio “Burius” pur non motivandone l’evoluzione linguistica dal latino sino alla dizione dialettale a differenza di quanto fecero il Calvini e la Petracco Sicardi.
Lo studioso è comunque molto preciso nel descrivere il complesso di questa VILLA DI BUSSANA .
La costruzione, sita in località Marina di Bussana, risulta al momento attuale strutturata su una pianta con sei vani di cui tre rettandolari e i restanti, di forma quadrata, eretti al loro fianco. villa.bussana1h
La pavimentazione fu realizzata su una base di ciottoli e calce quindi ricoperta con laterizi frantumati.
Di lato all’edificio si riconosce una sorta di edicola, forse di natura funeraria, con una nicchia nella parte summitale in cui si vedono tracce di intonaco e che doveva contenere una statua.
A ponente si son riconosciuti gli avanzi di una officina laterizia con la presenza di un “praefurnium” con basamento in pietra: nell’anticamera del “furnus” si sono poi visti due canali.
Verisimilmente vi si realizzava ceramica d’uso locale: l’attività della villa (è difficile dire se fosse una struttura padronale o solo un complesso aziendale retto da libertini e personale servile) dovette perdurare visto che la tecnica edile usatavi è del II sec. d. C. mentre vi si è poi rinvenuto un bollo laterizio [“L(ucius) H(erennius) Opt(atus)”] che viene datato a metà del III secolo.

 

da Cultura-Barocca

La Basilica di San Clemente in Laterano

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Fonte: Wikipedia

La Basilica di San Clemente in Laterano è una delle più famose tra le chiese medievali di Roma, ed è sviluppata su tre livelli che si sono sovrapposti attraverso i secoli.
Al livello superiore vi è la basilica medievale vera e propria, completata nel 1123.
L’ingresso principale su Piazza San Clemente è inquadrato in uno splendido protiro del XII secolo e da una cornice marmorea dello stesso periodo.
Si accede così ad un cortile interno, quadriportico con colonne ioniche e architravi, che precede la facciata settecentesca con un piccolo campanile.
L’interno preserva ancora l’aspetto medievale, nonostante diversi rimaneggiamenti nei secoli successivi.
È suddiviso in tre navate, ciascuna terminante con un abside.
Le colonne antiche, di varia provenienza, hanno capitelli ionici in stucco (rifatti), il pavimento è un bell’esemplare cosmatesco; nel mezzo della navata la schola cantorum, del XII secolo, ma che reimpiega diversi frammenti provenienti dalla chiesa inferiore, così come riutilizzata è la cattedra episcopale.
Nell’abside centrale è conservato il meraviglioso mosaico, raffigurante il Cristo crocifisso tra la vergine e S. Giovanni Evangelista.
Dalla sagrestia si accede alla basilica paleocristiana inferiore, costruita alla fine del IV secolo; essa presenta tre navate, divisa da colonne, ed è preceduta da un nartece; per tutto l’alto medioevo fu una delle più importanti di Roma, arricchita da affreschi e arredi vari.
Questa basilica venne gravemente danneggiata durante il sacco dei Normanni di Roberto il Guiscardo, nel 1084, e, dopo un breve tentativo di ripristino di cui testimoniano alcuni affreschi, venne abbandonata e interrata per costruirvi sopra la nuova basilica.
Al terzo livello, infine, si conservano resti di edifici pubblici e privati, separati da un vicolo, ora coperto, databili al I e II secolo d.C.; nell’edificio privato nel III secolo fu realizzato un mitreo, rapidamente trasformato in luogo di culto della venerata memoria di S. Clemente, terzo pontefice dopo S. Pietro, martire sotto Traiano.
Nelle parti sotterranee si scoprono i resti di un mitreo è costituito da tre ambienti, due che fungono da vestibolo e probabilmente da schola mitraica, con resti di stucchi ed affreschi.
Il terzo è il mitreo vero e proprio, con la volta ribassata e trattata con pomici a simulare una caverna, luogo centrale della “religione mitraica”.
Sulle pareti laterali vi sono dei banconi, sui quali prendevano posto gli adepti durante le celebrazioni.
Sulla volta vi sono delle aperture in relazione agli aspetti astrologici della dottrina, al centro un’area marmorea con Mitra che immola il toro.Attraversando quello che una volta era un vicolo all’aperto si giunge ad altri ambienti romani, in uno dei quali è visibile una corrente d’acqua, un tempo uno dei numerosissimi corsi d’acqua sotterranei della città, poi canalizzato.
La sorgente d’acqua sotterranea, che ancora oggi sgorga attraverso una delle pareti per inabissarsi nuovamente nel sottosuolo, conferisce al luogo una sacralità tellurica che è ben sentita dai visitatori sensibili a questo tipo di energie.

 

 

 

 

 

 

da Cultura-Barocca

L’Arcadia

File:Bosco-parrasio.jpg

L’Accademia dell’Arcadia è un’accademia letteraria fondata a Roma nel 1690 da Gian Vincenzo Gravina e da Giovanni Mario Crescimbeni coadiuvati nell’impresa anche dal torinese Paolo Coardi, in occasione dell’incontro nel convento annesso alla chiesa di San Pietro in Montorio di quattordici letterati appartenenti al circolo letterario della regina Cristina di Svezia, tra i quali gli umbri Giuseppe Paolucci di Spello, Vincenzo Leonio da Spoleto e Paolo Antonio Viti di Orvieto, i romani Silvio Stampiglia e Jacopo Vicinelli, i genovesi Pompeo Figari e Paolo Antonio del Nero, i toscani Melchiorre Maggio di Firenze e Agostino Maria Taia di Siena, Giambattista Felice Zappi di Imola e il cardinale Carlo Tommaso Maillard di Tournon.

E di Cristina di Svezia si può qui aggiungere in inciso che la sua fede cattolica risulta indiscutibile seppur alterata da comportamenti spesso ribelli al formalismo liturgico: ciò non toglie per esempio che il Bernini (convinto del suo potere di comunicare con Dio) sul letto di morte, le invia un busto in marmo di Cristo, chiedendo alla regina di pregare per lui.  Negli ultimi giorni di Cristina, nella sua corte entra una certa Giulia, esperta di Alchimia che nel contesto dell’antichissima tradizione oracolare avrebbe la dote particolare di prevedere il futuro. Cristina la ribattezza Sibilla. La prima cosa che Cristina le chiede di indovinare sono i suoi pensieri (cosa che come si legge di seguito sarà poi condannata anche come pratica medica nel contesto del “Mesmerismo” e dalla donna le viene risposto che ha paura di morire):  l’ex Regina di Svezia accomuna terrore per invecchiamento e deperimento fisico con una volontà, non estranea alle costumanze epocali, di arrestarne il processo…

L’Accademia è considerata non solamente come una semplice scuola di pensiero, ma come un vero e proprio movimento letterario che si sviluppa e si diffonde in tutta Italia in risposta a quello che era considerato il cattivo gusto del Barocco.

Essa si richiama nella terminologia e nella simbologia alla tradizione dei pastori-poeti della mitica regione dell’Arcadia, e il nome fu trovato da Taia durante una adunata ai Prati di Castello, a quei tempi un paesaggio pastorale.

Oltre al nome dell’Accademia, emblematico da questo punto di vista, anche la sede fu chiamata seguendo questa tendenza “Bosco Parrasio”, una villa sulla salita di via Garibaldi sulle pendici del Gianicolo. Pastori furono detti i membri, Gesù bambino (adorato per primo dai pastori) fu scelto come protettore, come insegna, venne scelta la siringa del dio Pan, cinta di rami di alloro e di pino e ogni partecipante doveva assumere, come pseudonimo, un nome di ispirazione pastorale greca.
I caratteri letterari dell’Accademia furono frutto del confronto tra due dei fondatori, Gian Vincenzo Gravina e Giovanni Mario Crescimbeni.

Il primo vedeva nell’Accademia il centro propulsore di un rinnovamento non solo letterario, ma anche culturale. Questo ambizioso progetto era sostenuto dalla sua concezione della poesia come veicolo rivelatore di verità essenziali. Propose come modelli letterari Omero e Dante. Inoltre non gradiva gli aspetti mondani che l’accademia stava sempre più assumendo.

Il programma di Crescimbeni era decisamente più moderato e puntava a una più semplice reazione al disordine barocco ripristinando il buon gusto. Crescimbeni puntava a raggiungere un certo classicismo con una poesia chiara, regolare di matrice petrarchesca.

Prevalse il programma di Crescimbeni, dal momento che anche gli altri membri avevano come obiettivo non l’elaborazione di una nuova cultura, ma una nuova poesia classicheggiante, semplice e aggraziata.

Tra le conseguenze di questo dissidio, vi fu una scissione, nel 1711, che portò alla fondazione di una Seconda Arcadia, patrocinata dagli scolari del Gravina, che tre anni dopo venne denominata Accademia de’ Quirini. Nel 1719 i due rami si ricompattarono, per omaggiare Gravina, morto l’anno prima.

Gli Arcadi cominciarono a riunirsi nei giardini del Duca di Paganica a S. Pietro in Vincoli dove seduti per terra o su dei sassi presero a recitare i loro versi.

Dal 27 maggio 1691 si trasferirono nel giardino di Palazzo Riario, ex residenza di Cristina di Svezia, dove ebbero a disposizione una specie di fosso rotondo che comunque aveva parvenza di teatro. Nel 1693 si trasferirono ancora presso il Duca di Parma agli Orti Palatini che dette loro il permesso di edificare un teatro agreste di forma circolare e a due ordini di posti in legno e terra e rivestito di fronde di alloro.

Nel 1699 si spostarono ancora, stavolta nel giardino del duca Don Antonio Salviati che aveva fatto scavare in una collinetta un teatro romaneggiante ma alla morte del duca, nel gennaio 1704, furono sfrattati dagli eredi e dunque nel luglio del 1705, per celebrare i Giochi Olimpici, dovettero ricorrere all’ospitalità del principe D. Vincenzo Giustiniani.

Successivamente, dall’11 settembre 1707, Francesco Maria Ruspoli, principe di Cerveteri, mise loro a disposizione un suo parco sull’Esquilino in attesa che fosse pronto un anfiteatro in un’altra villa del principe ma sull’Aventino che divenne sede fissa delle adunanze fino al 1725.

Finalmente, grazie a una donazione di 4000 scudi di Giovanni V del Portogallo, anche lui arcade, l’Accademia poté acquistare una sede tutta sua ovvero l’Orto dei Livi che l’architetto e arcade Antonio Canevari trasformò nel Bosco Parrasio.

da Cultura-Barocca

Genova nel 1647, Compagnia delle Indie

Nel XVII secolo a Genova per le guerre, le rivoluzioni, le bancarotte spagnole si soleva, come riporta Claudio Costantini, dire che “chi ha danari non sa dove metterli a frutto“.
In relazione a ciò si erano spalancate le porte per un ritorno di Genova nel commercio internazionale e ” in specie nell’Indie orientali “.
Essendo i portoghesi d’accordo con gli olandesi si potria trafficare senza pericolo ne’ porti di tutti due e da quelli passar nell’America a’ porti de’ Castigliani “.
La guerra alla pirateria che infestava il Mar Ligure era un compito impellente, eppure risultava necessario contemplare il ruolo che i mercanti genovesi avrebbero potuto ricoprire in un’Europa ritornata pacificata.
La Memoria trascritta dal Costantini riportava i vari obiettivi che per un periodo anche di 15 anni avrebbero costituito il nocciolo del confronto politico: l’istituzione di una scuola navale come si usa in Lisbona et Amsterdam, il ritorno dei genovesi in Levante e quindi il ristabilimento di normali relazioni diplomatiche con l’Impero turco, l’impostazione di utili relazioni con l’Inghilterra e l’Olanda, una peculiare attenzione per l’area portoghese che, in forza del distacco dalla Spagna, si apriva all’ influenza genovese.
Questo Memoria, senza le fantasie di consimili e priori scritti, guardava al concreto e ipotizzava un programma operativo che nel 1647 avrebbe trovato fondamento storico nella istituzione della Compagnia genovese delle Indie Orientali.
A siffatta Compagnia sarebbe toccato il compito di “aprire navigatione et traffico di mercantie nelle Indie Orientali, in particolare nel Giappone, suoi vicini et altri luoghi liberi et praticabili“.
Il modello che l’istituzione voleva seguire era quello dell’ Olanda.
Per conseguenza di ciò la Compagnia genovese acquistò in Olanda anche i suoi due vascelli e sempre ad Amsterdam si premurò di far reclutamento di ufficiali e marinai olandesi.
Inoltre si affidò più che all’amicizia quanto meno alla tolleranza delle autorità olandesi la riuscita de1 viaggio nei mari orientali.
La fiducia genovese non venne tuttavia pagata con buona moneta.
Allorquando raggiunsero l’Arcipelago della Sonda, le navi della Compagnia furono catturate e condotte a Batavia.
Anche gli ufficiali e i marinai olandesi non evitarono le violenze dei connazionali sì che furono imbarcati con la forza su bastimenti della loro stessa nazione.
Invece i mercanti e i componenti genovesi dell’equipaggio rispediti in patria.
Nel dicembre del 1650o giunse quindi notizia in Genova che le due navi risultavano esser state fatte miseramente perire.
L’isolamento diplomatico aveva colpito il governo genovese sin da quando aveva fatto intendere di voler lasciare l’onerosa “protezione spagnola”.
Per liberarsi dalla scomoda condizione di isolamento Genova puntò in particolare su quelle potenze emergenti come l’Inghilterra e l’Olanda che avevano inaugurato i modelli del nuovo corso.
Per ridare vigore alla marina genovese sembrava indispensabile ottenere da queste potenze un energico soccorso in termini di navi, marinai, ufficiali capaci.
Le illusioni dei genovesi avevano fatto fin troppa strada ma in effetti a prescindere da una buona corrispondenza con la Repubblica e dai proclami ufficiali di amicizia, olandesi e inglesi non intendevano sbilanciarsi troppo .
L’episodio delle due navi della Compagnia genovese delle Indie catturate proprio dagli olandesi a Batavia per molti versi risultava emblematico.
I favori degli olandesi non avevano valicato i confini della formalità ed in fondo risultavano testimoniati soltanto dal fatto che in tale circostanza i genovesi imbarcati sui due vascelli erano tornati in patria senza aver patito danni fisici.
E risulta parimenti emblematica la vicenda dei quattro vascelli acquistati dalla Repubblica in Olanda.
Nonostante le difficoltà incontrate la Compagnia delle Indie non fu sciolta ma evolse nella Compagnia Marittima di San Giorgio.
La Compagnia di San Giorgio ottenne anzi dal governo e dalla Casa di San Giorgio, nuovi privilegi e ragguardevoli fianziamenti.
Verso la metà esatta del XVII secolo gli stessi personaggi si interscambiarono i ruoli nella gestione della Compagnia e delle magistrature navali della Repubblica.
Nella Compagnia di San Giorgio, si riscontravano tutti i simpatizzanti della fazione navalista e dei gruppi sociali che la sostenevano.
Già i capitoli istitutivi della Compagnia genovese presupponevano un intimo legame dell’istituzione con le scelte governative.
Su ciò risultavano palesi segnali i riferimenti alla lotta anticorsara, alla primaria funzione della Compagnia per la reintroduzione dell’ arte marinaresca in Genova, grazie soprattutto all’istituzione di scuole nautiche per li ufficiali, e all’importanza di curare la riqualificazione della gente di mare.
Inoltre i progetti iniziali della Compagnia prevedevano l’uso congiunto dei propri vascelli e di quelli che la Repubblica stava procurandosi in Olanda.

Se la Compagnia delle Indie aveva tentato di innestarsi nell’area coloniale olandese, quella di San Giorgio tentò di esperimentare, avvalendosi dell’ausilio di fidati padri gesuiti, le possibilità concesse dal Portogallo, cui erano carenti sia navi che danari al fine di potenziare i traffici con le colonie.
I genovesi erano in grado di fornire le une e gli altri e così inserirsi in un ricco settore degli indiani commerzi.
Nel 1655 scrissero alcuni dirigenti della Compagnia ai loro agenti di residenza a Lisbona: “Gia si è dato principio ad ordinare la compra di cinque navi … et havendo anco la Republica Serenissima armato quattro galeoni da guerra che giaà sono in Genova per convoiare et assicurare quelle navi di mercantia che ne havessero per loro securezza di bisogno, potranno detti galeoni servire ancora per augumentare il numero delle navi della Compagnia. Se di Portogallo donque vi fusse pari disposizione, si potrebbe qui far capitali per adesso di 6 in 8 navi ben corredate e di maggior numero in avvenire“.
Anche in questa circostanza molte speranze alimentate sarebbero andate disattese.
Infatti gli inglesi controllavano quasi tutte le opportunità sperate, mentre i genovesi dovevano scontare la propria inesperienza.
Le navi della Compagnia, mandate alla ventura, senza effetti, né crediti e senza ordini bastanti si consumavano nella snervante attesa di carichi destinati a mai giungere.
Dopo tanti audaci progetti sopravvisse appena la partecipazione di due navi della Compagnia ad un convoglio per il Brasile, che si concluse per altro con un notevole passivo.
La Compagnia tuttavia sopravvisse a lungo, pur se più per la difficoltà di liquidare in modo decoroso l’impresa, che per la speranza di risanarla.
Alla fine la Casa di San Giorgio prese distanza da quella che nonostante tutto era da giudicarsi (come scrive il Costantini) “una sua creatura“.
I vascelli della Repubblica, nel quadro del generale ripiegamento sulle vecchie rotte mediterranee, seguito all’insuccesso portoghese, furono impiegati prevalentemente nei viaggi di Spagna, parzialmente in sostituzione delle galee.
La loro storia si identificò quindi in definitiva con l’esperienza della navigazione convogliata che la Repubblica pose finalmente in atto a protezione di alcune vitali, ma tradizionali correnti del traffico genovese.

da CulturaBarocca

Cultura-Barocca

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Il centro storico di Vallecrosia, alle cui spalle, in lontananza, si possono intuire, sotto cime innevate, la Perinaldo che diede i natali al grande astronomo Gian Domenico Cassini, e, più vicino per chi guarda, il territorio di S. Biagio della Cima, altro borgo significativo ai sensi delle trame di cultura qui sopra accennate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rispondere a tanti quesiti per la Redazione di “Cultura-Barocca” non è semplice… per venire incontro alle richieste e rendere fattibile ai ricercatori il compito di destreggiarsi fra tanti documenti è parso utile lasciare a www.cultura-barocca.com il suo ruolo di “database” in cui consultare, superando qualche oggettiva difficoltà, il vastissimo materiale messo a disposizione; evidenziando che per domande, richiesta di documentazioni e dotazione libraria, accesso ad una saggistica maggiormente divulgativa ecc. ecc., ci si debba rivolgere alla specifica pagina su Facebook, Tutto Sapere.

Dopo aver raccolto per una vita documenti sulla letteratura barocca, italiana e non, Bartolomeo Durante, già consulente scientifico della Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia (IM) e direttore della rivista che dalla “Libraria” di Angelico Aprosio (1607-1681) aveva preso il nome, ufficialmente ritiratosi e dall’insegnamento e dalla collaborazione ufficiale con strutture culturali pubbliche, non ha rinunciato ad emulare il suo amatissimo Aprosio come promotore culturale e, dal sito “Cultura-Barocca” (che segue ed assorbe precedenti esperienze e collaborazioni sul Web, cui fa cenno, ad esempio, in questo post “il Blog di Flaviosavio“) ha preso il destro per finalizzare un programma ambizioso: quello di mettere a disposizione per via della rete informatica una marea di competenze e documentazioni concernenti la cultura di XVI, XVII e XVIII sec.
L’autonomia e l’agilità di una struttura privata gli renderanno possibile accelerare la frequenza degli interventi e far sì, alla maniera che desiderava Angelico, che i risultati di tante notti insonni di ricerca non vadano dispersi e siano di frutto per studiosi, studenti, istituzioni culturali varie.
Il progetto iniziale, specie se supportato dall’adesione di giovani e volonterosi studiosi, potrà espandersi: e negli auspici sussiste la realizzazione di uno spazio dedicato alla discussione e ad ospitare interventi e saggi di altri.
Per quanto apprezzato quale ricercatore del barocco, il genovese prof. Bartolomeo Durante è forse più noto al pubblico per i suoi pregressi lavori di storia (da “Albintimilium, antico municipio romano“, alla “Storia dell’Abbazia di Novalesa“, alla “Storia della Magnifica Comunità degli Otto Luoghi” a “Figliastri di Dio…“, …) od ancora per la sua collaborazione a quel monumento della musicofilia eretto da Erio Tripodi, che è il “Museo della Canzone” di Vallecrosia (IM).
E tuttavia l’amore per la Biblioteca Aprosiana e per la letteratura barocca hanno sempre accompagnato il Durante nel corso di una vita segnata dall’impegno quale docente e dalla curiosità di investigatore culturale.
Fuimus Troes“, dispersi come i troiani, scrisse Aprosio, che della dispersione delle identità e della cultura aveva un autentico orrore e che nutrì il sogno d’esser “tromba delle glorie altrui“, cioè di trarre merito imperituro dal divulgare il sapere prodotto da amici ed intellettuali: fatte le debite proporzioni, Durante cova un proposito analogo per diversi aspetti.
In particolare, quale ex docente, quello di soccorrere gli studenti spesso alla ricerca di libri introvabili in lontane biblioteche per le loro ricerche, universitarie e non solo: mettendo a disposizione in rete tante opere antiche – trascritte, digitalizzate ed anche commentate – Durante nutre a suo modo il sogno aprosiano di tramandare da altri, conservandolo, il sapere, anche di un passato remoto, e di giovare nel presente a quanti, agevolati dalle sue ricerche, potranno produrre ulteriori frutti di cultura, preservando nella memoria, e magari nei loro scritti, un qualche ricordo di questo “moderno raccoglitore di conoscenze“, il quale potrà così, in una maniera piuttosto aprosiana e quindi, forse, un poco artificiosa se non “capricciosa”, sperare di illudere il tempo che scorre e l’oblio che sempre comporta la fine di ogni cosa.

da  Cultura-Barocca

Da Matisse nel suo eremo di Cimiez – di A. Aniante

Da sinistra Aniante e Matisse: foto nella raccolta privata dell’artista Elio Lentini

 

Non aveva ancora ottanta anni quando lo conobbi nella sua casa di Cimiez, incantevole collina alle porte della città.
Egli amava l’Italia ed era molto sensibile agli elogi dei nostri critici d’arte; ricordo che leggeva con attenzione i ritagli dei giornali italiani che lo riguardavano, e che per lui mi pervenivano da parte del mio amico Umberto Frugiuele nelle bustine grigioverdi dell'”Eco della Stampa”.

Più di una volta ricorsi alla generosità di Matisse in favore dei nostri connazionali; mai si rifiutò di venirmi incontro: per un giovane pittore cremonese, divenuto cieco e caduto in miseria, mi diede un suo disegno inedito; per il padiglione europeo della ceramica moderna del Museo di Faenza mi affidò vari suoi pezzi originali; per gli alluvionati del Polesine mi donò un suo quadro; mi fece pagare centomila franchi appena un suo disegno della “Via Crucis” della cappella di Vence, che acquistai per conto di una personalità italiana. Ai prezzi d’oggi, posso dire che Matisse mise nelle mie mani sue opere che valevano cento e più milioni di franchi.

Come sempre, in mio possesso non è rimasto assolutamente nulla, e se la mia dimora è ricca di qualche dipinto, son tutti omaggi di bravi e modesti artisti.

Ma ancor più che i capolavori e la fortuna, conservo preziosamente, attribuendo ad essi maggior valore, gli insegnamenti che seppi trarre dalle mie conversazioni con Matisse. Quanti scrittori sanno che fu non soltanto un grande pittore ma anche un grande saggio? Colpito da un male inesorabile, era, da diversi anni, immobile nel suo letto.

Antonio Aniante da una digitalizzazione di Cultura-Barocca

Pigna (IM): cenni di storia antica

pigna.p1hLe origini di Pigna (IM), in alta Val Nervia, si fanno risalire al 1164 anche se la tradizione vuole che il borgo sia sorto nel X secolo.
Le ultime ricerche hanno permesso di valicare queste date, ricollegando il sito di Pigna a origini molto piu antiche che risalgono all’epoca degli insediamenti liguri preromani molto spesso connessi a religioni arcaiche e in parte di origine celtica, come quella delle dee Madri e del culto delle Acque simboleggiato dalla base termale di Lago Pigo.
I fondi agricoli romani (ad eccezione del Bucinus = Buggio) erano grossomodo situati all’altezza media di 600 m., su terrazzi naturali volti a sud, cioè in posizione ottima per le coltivazioni.
Di sicure origini romane sono il fundus Carnius e l’Aurius, fra questi, in una vasta area agricola lungo il torrente Carne, si usa il nome di luogo Parixe connesso con un in panicis che allude a un’azienda romana dedita alla coltura di quel tipico cereale minore di Liguria che è il panico.
Parimenti nell’area pignasca i nomi in Lucis (in dialetto: lixe = i boschi) e in ieniperis (in dialetto: geribri = la boscaglia).
Ma in questa zona dell’alta val Nervia (crocevia di civiltà per i contatti viari col mare, il Piemonte e la Francia) non mancano altre tracce d’insediamenti romani, spesso documentati da reperti.
Si ricordi la località Sesegliu (vallone con prati e pini già sede di una vastaira o recinto per l’alpeggio del bestiame) da collegare con l’esistenza di una villa Ciselia romano-imperiale (forse lì edificata per sfruttare il patrimonio di legname del bosco di Gouta).
Di origine romana è il toponimo Agnaira (alpeggio estivo degli animali), quello detto Clairara (da Clariara = bosco a radure per pascoli), l’Aurnu , l’ Ouri, il fondo rurale Civagnu (da collegare a un Clotanius derivato forse dai nomi gallici Clotorix, Clotuavos , Clotius, se non da un Cluanius di provenienza sannitica = Cluatius/Cluentius), il fondo Veragne e la vicina proprietà che pure deriva da un fondo romano Vidumnus.
Verso IV-VII sec. si concentrarono nuove proprietà in siti più bassi di quelli dei fondi romani, in luoghi prossimi a fiumi e torrenti: altri dati sono utili per comprendere l’importanza di Pigna e territorio dai tempi di Roma sin alla fine del Medioevo.
Per esempio l’Argeleu [ritenuto sede dell’antico tribunale di Pigna], Prearba [nome di campi incolti alle falde del Toraggio, che sarebbe da mettere in relazione (attraverso i nomi ligure vindupale e latino Petra Alba = pietra bianca) con un tipo di pietra bella e pregiata seppure un po’ scura”]> un discorso a parte poi, da trattare separatamente per importanza, è quello del complesso termale di Lago Pigo.
Pigna conserva tuttora bene la sua originaria struttura e, anche se sono state fatte varie ipotesi sulle origini del nome (poetica ma non vera quello che lo fa derivare dal latino pinea che indicherebbe i boschi di pini presenti nei dintorni), quella reale vien data da Giulia Petracco Sicardi che ha scritto: “II toponimo deriva da pinnia (da cui anche l’italiano “pigna” = frangiflutti del ponte) voce del latino parlato connessa con pinna = penna.
L’abitato, sviluppatosi sulle pendici del castello dopo la sua distruzione, occupa infatti l’estremità di un contrafforte che determina un’ansa del torrente Nervia.
Lo stemma cinquecentesco del comune, che porta come simbolo una pigna, è dovuto a un tardo accostamento paraetimologico al latino nux pinea = frutto del pino” (s.v. “Pigna” in Dizionario di Toponomastica, Utet, Torino, 1990).
Questo paese risentì di una storica influenza piemontese, e da Tenda e Briga, oltre ai pastori e ai commercianti, arrivarono fermenti di cultura.
Nel XII sec. Pigna divenne punto di passaggio fra Ventimiglia e Triora e fra Saorge, Baiardo, Sanremo, assumendo importanza nel complesso difensivo dei conti di Ventimiglia.
Passò nel 1258 ai conti d’Angiò e quindi, nel 1388, ai Savoia, diventando avamposto di frontiera.
Nel 1625 giunse sotto Genova ma nel 1633 tornò alla casata sabauda.

da Cultura-Barocca

Seborga (IM) e antichi misteri di ponti, acque, ninfe…

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Nella tradizione, letteraria e non, i Ponti oltre il significato pratico di strumento per collegare le 2 rive di un corso d’acqua  – già presso gli stessi Romani i ponti avevano molteplici significati – sono la linea di passaggio, discriminante fra due mondi. Spesso anche in campo esoterico si delineava questa postulazione. Sì che per eccellenza, come si narra anche nel Ponente Ligure, il luogo di passaggio per eccellenza, il “Ponte Sovrano” – che determinava trasmutazioni e passaggi, da uno stato all’altro, come da un mondo all’altro (in senso benigno in epoca classica e pagana, assai più ambiguamente anche in direzione malefica con le sovrapposizioni cristiane ai culti dei Gentili) – era l’ARCOBALENO.
E del resto, contrariamente a quanto si pensa, spesso l’area della Diocesi di Ventimiglia nell’estremo Ponente Ligure, proprio perchè di transizione, era connessa a persistenze di paganesimo. Invero spesso culti delicati di Ninfe, Madri e Fate, di Luci o Boschi Sacri, di Montagne votate a qualche Dio, di antiche e sante Sorgenti e Fonti, tutte “cose” rimaste nel cuore e nel “folklore” degli antichi. Contro cui la Chiesa però – senza distinzioni tipologiche – svolgeva da tempo un’opera intensa, iniziata da Gregorio Magno e affidata ai Benedettini. E, quindi, pari a quella avverso le infiltrazioni di eretici specie dalla Francia. Mentre per un verso gli eretici furono talora equiparati a streghe e maghi per altro verso risultarono primieramente perseguiti streghe e maghi eretici, cioè ritenuti conniventi col Demonio.
Il “minuscolo ponte ligneo di un areale” di Seborga, che ben si vede su una riana forse sempre esistita, “può considerarsi il “segno”, il “simbolo” che unisce e divide due mondi e due ere. Una quella romana, travolta da infausti destini. L’altra quella del Cristo, rafforzata dall’operosità dei frati. Nonostante le sconsacrazioni dei siti e delle tradizioni dei Gentili e poi le riconsacrazioni al culto nuovo del Dio Unico, non poco rimase delle vecchie credenze, specie legate a Ninfe e Fate oltre che alle protettrici Matres.
Quasi a sospendere il tutto in una dimensione sincretica e onirica in cui le sovrapposizioni cristiane non cancellarono del tutto il mondo passato ma lo evolsero in favolosa e delicata vicenda per i cuori semplici con buona pace forse di quel virtuale cittadino di Ventimiglia Romana da noi immaginato durante un giorno qualunque della sua vita e per un attimo, sempre da noi, “visto” tutto preso da pensieri profondi sui destini del suo Mondo e della sua Religione, che sentiva oramai decadere.
E così su una “scia sospesa tra sogno e realtà sempre per via di quel ponticello”, nonostante tutto – compresi gli interventi della modernità che talora si vedono in secondo piano ma giammai deturpano – si entra, anche od ancora (dobbiamo dire?), in virtù d’un VIAGGIO VIRTUALE in un passato coinvolgente e, come detto, sotteso tra fiaba, mito, storia e leggenda, che potrebbe fungere da scenario per qualsiasi rappresentazione romanzesca e/o filmografica.
Se non fosse per certi dettagli e per la tipologia della vegetazione ma per i bimbi in particolare che, con la loro gioiosa presenza, segnano l’inizio della piacevole avventura e ne attestano la semplicità scevra di pericoli, a patto di una guida adulta, saggia, riflessiva e rispettosa dell’habitat, ciò che appare da questo punto potrebbe, qui come in altri luoghi d’Italia, appartenere a qualsiasi avventura narrativa, magari ambientata nella lontana Amazzonia o in terre misteriose del Nuovo Mondo, ove la vegetazione ha invaso intiere città di antichissime civiltà e dove il mistero aleggia ancora sulla linea sottile di un passaggio, magari sospeso proprio ed anche lì su un ponte fatto di giunchi, liane o vecchio legno.
Anche questi luoghi, che riguardano Seborga, ma il cui aspetto è replicato in altre zone dell’areale d’appartenenza nel “triangolo” VallecrosiaPerinaldoBordighera, sono la testimonianza di una civiltà antichissima.
Purtroppo di frequente dimenticata sulla linea dei percorsi del tanto agognato “turismo diverso”, quella che, dall’epoca celto – ligure e quindi romana dei boschi sacri, è passata attraverso le vicende dei Saraceni del Frassineto e la Riconquista Cristiana, e che dalla ripopolazione garantita dai Benedettini (naturalmente con la riappropriazione in forza anche di Cavalieri e Crociati e tragici conflitti dei Grandi Tragitti della Fede e del Commercio), dopo infinite esperienze storiche, è gloriosamente giunta alla secolare cultura dei “Muri a Secco”, i Macieri (che hanno contribuito a segnare l’architettura rurale, la civiltà agreste e le tradizioni, i costumi ed il folklore). Non esclusi gli spazi esoterici e le concessioni ai segni del passaggio, compresi i segni della vita e della morte di un un mondo che va scomparendo.