Doveva aver sentito parlare di Gramsci già in Inghilterra da Sraffa

Fu sicuramente su Gramsci che Donini insistette: proprio nel 1951 finiva di essere pubblicata in Italia l’edizione tematica dei Quaderni, uno sforzo editoriale portato avanti congiuntamente dal PCI e dalla casa editrice Einaudi, iniziato nel 1948 e preceduto dalla pubblicazione delle Lettere nel 1947. Si trattava di un progetto su cui il partito stava investendo molto e proprio all’interno di esso si era inserita l’idea di istituire la fondazione Gramsci, il cui compito originale era rivolto appunto alla preparazione di questa edizione e alla valorizzazione dell’eredità di Gramsci.
Probabilmente Donini spiegò a Hobsbawm che la pubblicazione di tali scritti rientrava in un progetto più ampio di «traduzione e diffusione degli scritti classici del marxismo in Italia [che], dopo la liberazione, costitui[va] uno dei fatti più significativi del dopoguerra»; e verosimilmente presentò Gramsci come colui che «del marxismo-leninismo [era] stato in Italia l’interprete più geniale, impegnato in una lotta politica e ideologica che la cultura italiana non [aveva] potuto ignorare»: ne era riprova il successo che stava riscontrando la pubblicazione delle sue opere. <380
Hobsbawm rimase affascinato dalla prospettiva di studio proposta da Gramsci che Donini gli accennò: nell’esempio del movimento millenarista del monte Amiata Hobsbawm deve aver colto il «dono» di Gramsci – come lo avrebbe chiamato una ventina d’anni più tardi – «di trasformare la scintilla di un avvenimento specifico della storia in un fuoco generale». <381
Doveva aver sentito parlare di Gramsci già in Inghilterra da Sraffa e probabilmente – cosa che avrebbe detto però solo in tarda età – anche da Hamish Henderson. Quest’ultimo, un comunista scozzese che aveva combattuto la guerra sul fronte italiano, era rimasto in contatto con alcuni comunisti italiani anche a conflitto concluso e veniva da questi informato circa la pubblicazione delle opere gramsciane, di cui nel 1948 aveva cominciato a tradurre in inglese, chiedendo consulenze anche a Sraffa, le lettere. <382
Furono traduzioni che non trovarono ricezione nell’Inghilterra dei primi anni Cinquanta, né ebbero una considerevole circolazione all’interno degli ambienti comunisti britannici. Nelle riviste del CPGB della pubblicazione italiana delle opere gramsciane in quegli anni giungeva solo una flebile eco. <383
Fu, dunque, negli ambienti della fondazione Gramsci che Hobsbawm entrò direttamente in contatto con gli scritti gramsciani: lesse prima le «commoventi» Lettere, <384 grazie alle quali poté conoscere la storia dell’opposizione italiana al fascismo, <385 poi i Quaderni. Fu una lettura faticosa: non tanto per il fatto che Hobsbawm iniziava proprio all’epoca ad avvicinarsi alla lingua italiana, ma soprattutto per via della peculiarità dello stile e delle allusioni di Gramsci, non sempre di facile comprensione per un inglese. Ciò nonostante fu una lettura che gli si rivelò di estrema importanza.
Gramsci gli apparve – avrebbe detto nel 1958 in occasione del primo convegno gramsciano a Roma – come un «esempio prezioso di un marxismo creativo». <386
L’attenzione che Gramsci aveva dedicato alle ‘classi subalterne’ fu qualcosa che Hobsbawm percepì come estremamente stimolante e allo stesso tempo in qualche modo familiare. Come si è visto, infatti, gli storici marxisti britannici in quegli anni stavano perseguendo, prestando attenzione anche alle esperienze storiografiche francesi in cui il ‘petit peuple’ era diventato il soggetto protagonista dell’analisi storica, una messa in pratica di una ‘perspective d’en bas’. Hobsbawm trovò dunque in Gramsci, come avrebbe detto sul finire degli anni Cinquanta, un «osservatore e analizzatore acutissimo della storia», il cui valore principale stava nella «capacità creativa» e nel «metodo»; avrebbe individuato in lui un esempio prezioso per «noi storici». Ricordando il suo incontro con i testi gramsciani, quand’era ormai vecchio, avrebbe detto che era rimasto colpito immediatamente non solo dall’approccio politico gramsciano, ma anche e soprattutto dal suo approccio allo studio delle classi popolari, aggiungendo che la lettura dei suoi testi era stata fondativa per il suo lavoro storico.

380 Donini, «Traduzione e diffusione dei classici del marxismo», 759.
381 Hobsbawm, «Il teorico del nuovo ‘Principe’», Libri nuovi, 1975, ottobre, 1-2.
382 Neat, Hamish Henderson, 238-53.
383 S.B., Italy, 60.
384 Caro Nino. Eric J Hobsbawm interroga Antonio Gramsci: si tratta di un’intervista di Hobsbawm da parte di Giorgio Baratta, con la collaborazionene di Derek Bootman, Londra 2007 [DVD].
385 Hobsbawm, «Note su Gramsci», 328.
386 Intervento di Eric Hobsbawm, in Studi gramsciani, 535.

Anna Di Qual, Eric J. Hobsbawm tra marxismo britannico e comunismo italiano, 2. La scoperta dell’Italia, Studi di storia 14, Edizioni Ca’ Foscari, Venezia, 2020

Pubblichiamo alcune pagine del recente libro della nostra socia e amica Anna Di Qual, Eric J. Hobsbawm tra marxismo italiano e comunismo britannico (Edizioni Ca’ Foscari, Venezia 2020). Abbiamo scelto quelle dedicate a un viaggio che Hobsbawm fece in Sicilia, presumibilmente nel 1953; qualche anno dopo ne scrisse un resoconto rimasto inedito. È il tema che Anna Di Qual ci aveva già presentato in anteprima il 30 maggio 2015 durante la festa di storiAmestre. Per la pubblicazione di questi brani sul sito, Anna Di Qual ha tradotto le lunghe citazioni dagli appunti di Hobsbawn, che nel libro si leggono in inglese.
Sulla scia delle discussioni con amici comunisti italiani, Hobsbawn affrontò il suo viaggio in Sicilia pensando ai nessi tra le recenti lotte contadine e una tradizione ribellistica, propria della Piana degli Albanesi, che nella memoria degli abitanti aveva contrassegnato la storia di una comunità insediatasi in Sicilia nel secolo XVI per scampare ai Turchi Ottomani. Iniziò così la ricerca che avrebbe portato Hobsbawm a studiare quelle forme di ribellismo contadino che gli erano state presentate come “arcaiche”, e che tali gli sembravano alla luce della sua formazione politica segnata dal marxismo britannico.
Durante la sua prima visita romana, negli ultimi giorni dell’agosto 1951, [Eric J.] Hobsbawm entrò in contatto, grazie all’intercessione di [Delio] Cantimori, con i quadri culturali del Partito comunista italiano: era un ambiente, quello della fondazione Gramsci, dove dopotutto era facile essere accolti con grandi onori se si poteva dire, come fece Hobsbawm, di conoscere [Piero] Sraffa. La persona con cui Cantimori lo mise in contatto fu Ambrogio Donini, che all’epoca era direttore del Gramsci, delle edizioni di Rinascita così come, a fianco di Togliatti, anche del mensile omonimo, la rivista politica culturale del partito. Militante comunista dagli anni Venti, con alle spalle una storia di lotta antifascista in Europa e di emigrazione politica oltreoceano, Donini dalla fine della guerra era entrato nel comitato centrale del PCI: era un convinto assertore del ruolo dell’URSS come guida del movimento comunista internazionale ed era molto impegnato nel movimento internazionale dei Partigiani della pace; di lì a breve sarebbe diventato anche senatore. Non era solo un uomo di partito, era anche un importante studioso della storia delle religioni: Cantimori, più o meno suo coetaneo, lo aveva definito nelle chiacchierate con Hobsbawm uno dei maggiori storici marxisti-leninisti italiani. Una commistione, quella tra attività politica e attività intellettuale, che – come vedremo – colpì Hobsbawm. […]
Redazione, Andare a vedere in Sicilia. Eric J. Hobsbawm in Italia negli anni Cinquanta, storiAmestre, 7 luglio 2020