Buzzati prestò la sua opera anche come bozzettista, librettista, scenografo e costumista

Dino Buzzati, Ritratto di un nobile austriaco, 1966 – Fonte: Serena Amalia Mazzone, Op. cit. infra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il mio incontro con l’opera di Buzzati avvenne molti anni fa, in tempi e luoghi lontani dal mondo accademico.
Allora ero una “addetta ai lavori” e frequentavo la drammaturgia e il teatro con una liricità del tutto empirica, con un tipo di partecipazione che coloro i quali non hanno mai provato il terrore orgiastico del palcoscenico, possono vivere con l’ardore della ragione e della sensibilità, ma non con quello della carne. E questa esperienza plasma fatalmente il tuo modo di essere e di vedere le cose, non te la togli più di dosso.
Quel modo di rapportarsi al teatro diventa il tuo. Lo puoi valutare, ripensare, completare con altre tipologie di approfondimenti, viverlo anche in una veste nuova (come ho tentato di fare io in ambito accademico), ma quando non è il tuo punto di partenza, diventa comunque quello di arrivo. Per questo, ripensando allo studio qui proposto, sono certa che dentro lo scorrere delle analisi o delle riflessioni si potrà scorgere lo sguardo, ingenuo e insieme penetrante, dell’artigiano del teatro; e probabilmente il risultato finale presenta alcune somiglianze con un “progetto di regia”.
Ma torniamo al mio incontro con Buzzati, in tempi piuttosto lontani, di cui quasi mi vergogno a dichiarare le coordinate! Partecipai ad un provino, in veste di attrice, per la messa in scena di Un amore, tratto dal romanzo del bellunese. Per ovvi motivi professionali fui costretta a documentarmi su un autore il cui nome mi era noto a stento.
Da quel momento non ho più smesso di amare il poeta della vita e della morte, del tempo e delle illusioni, della paura e della fantasia. Uno dei pochi che riescano a trasfigurare liricamente anche gli spunti cronachistici più quotidiani e apparentemente insignificanti. Uno scrittore eclettico, dalla personalità mite ma dall’animo impetuosamente colmo di immaginazione. Uno scrittore che mi ha fatto diventare “grande” e, in tempi successivi, mi ha fatto tornare “bambina”.
Dino Buzzati mi ha regalato tanto, trascinandomi nelle visionarie rappresentazioni di un mondo che non è per nulla irreale, perché esiste dentro (e fuori…?) ognuno di noi.
La ricerca
La ricerca nasce dal tentativo di colmare una lacuna negli studi sull’opera di Dino Buzzati. L’autore de Il Deserto dei Tartari e di tanti racconti di successo si affaccia al mondo del teatro con la perizia dell’artista ma, insieme, con l’umiltà e la fragilità dei principianti. Ne rimane affascinato. Per ventiquattro anni (dal 1942 al 1966) scrive opere di ogni genere e lunghezza, segue le prove, intreccia la sua vita con quella di musicisti e attori. Infine abbandona il campo. Questo studio si propone di ricostruire ed inquadrare criticamente la vicenda di Buzzati “scrittore di teatro”, a livello biografico e storico-letterario.
Ambito scarsamente percorso dagli studi teatrali, la drammaturgia di Dino Buzzati si offre come tipologia testuale difficile da incasellare in una qualsivoglia categoria: seppur ascrivibile al teatro dell’Assurdo, intrattiene sottili rapporti col simbolismo, col teatro dada, col teatro del grottesco, in alcuni momenti richiama situazioni da teatro borghese, presenze allegoriche da moralità medievale, incrocia il grand guignol con la fiaba esoterica, prospetta moduli brechtiani e insieme si nutre di atmosfere surreali: occupa insomma una posizione esclusiva e originale nel panorama della drammaturgia italiana del Novecento.
Partendo dalla vicenda dell’ “uomo”, ho tentato di delineare i momenti biografici più significativi, ricostruendo le motivazioni che lo spinsero ad affrontare questa avventura affascinante (ma per molti aspetti complessa e sofferta), dando conto, insieme, di un crescente interesse per le più svariate forme espressive: Buzzati fu scenografo, costumista, sceneggiatore, librettista, e contemporaneamente anche critico teatrale.
L’amore di Buzzati per il teatro, considerato «la massima prova letteraria», legato anche agli aspetti tecnici dell’allestimento e del mestiere dell’attore, provocava in lui reazioni emotive intense e inconsuete: lo scrittore fu consapevole di non essere veramente riuscito a superare quella “prova” a pieni voti.
[…] Emerge, come tratto distintivo, la ricorrenza della critica di costume: il fantastico viene messo al servizio di una visione “moralistica”, di una satira che investe l’uomo in ogni campo. «Buzzati si serve del mistero per interrogare la realtà. Ci parla costantemente della realtà, ci parla delle cose più vere della vita, ma lo fa passando attraverso fatti inverosimili» (Patrizia Dalla Rosa), rivelandosi in fondo come un autore molto più moderno di quel che in prima istanza si è disposti a credere, e per certi aspetti anche profeta delle evoluzioni che “attanagliano” la contemporaneità. Sospeso tra la curiosità del presente e la nostalgia del passato, il drammaturgo delinea, attraverso personaggi tipizzati e vicende per certi aspetti surreali, le manie del mondo moderno con uno stile che tende al parossismo. Il cambiamento radicale dei valori e dei modi di vita dell’Italia degli anni Sessanta, conseguenza del cosiddetto “boom economico”, si esprime in ambito lessicale attraverso alcuni procedimenti per cui la parola si trasforma, si altera, viene reinventata, citata ma decontestualizzata e stravolta, in una sorta di “mimetismo” linguistico che riflette, nella frantumazione della parola la frantumazione della realtà.
Cap. 1 «L’incanto misterioso del teatro»
1.1 Buzzati e il teatro: tragitti verso il «massimo traguardo»
I tragitti dell’anima spesso si attorcigliano tra loro attraverso sottili linee il cui tragitto appare inestricabile, si riavvolgono in percorsi di cui si smarriscono gli indizi, scompaiono travolti da ghirigori complessi e poi riappaiono piani e luminosi, per farsi riconoscere e comprendere nelle forme di un pensiero i cui risvolti resteranno sempre celati a chi di quelle trame non fu partecipe.
Così Dino Buzzati, nel 1942, decide di pubblicare un testo teatrale, un atto unico, che scandisce l’inizio di un percorso, continuo, appassionato, appassionante, distribuito nell’arco di ventiquattro anni, vario per forme, esigenze espressive, parametri, che sembra trovare proprio nel teatro il campo di gioco più appartato, meno esposto al pubblico ludibrio, all’approvazione o alla condanna. E in questo terreno Buzzati decide di dare se stesso concedendosi margini di sperimentazione e dunque di errore. E sempre per quelle misteriose trame dell’anima che allo studioso è dato solo intuire, o ricostruire attraverso i testi, questo fuoco che lo aveva scaldato e scottato un giorno si spegne, improvvisamente, apparentemente senza legami con specifici eventi: nel 1966 Buzzati sente che il tempo è finito, il suo percorso di drammaturgo concluso, ciò che aveva da dire era stato detto, ciò che voleva provare era stato provato, ma il viaggio gli aveva aperto porte al di là delle quali non aveva trovato che un indecifrabile deserto. Buzzati nel teatro non era riuscito, non aveva avuto successo. Forse non era stato compreso dal pubblico o non era stato abbastanza bravo. Forse il suo temperamento artistico semplicemente lo spingeva adesso verso altre mete. Fatto sta che l’avventura teatrale di Buzzati, iniziata con un testo dal titolo emblematico, Piccola passeggiata, che richiama alla mia mente la “piccola passeggiata” dell’autore tra le tavole impolverate del palcoscenico in cerca di teatro (così come in un momento di quella pièce i due protagonisti vanno a spasso sul palcoscenico nudo), si conclude con un testo in cui già nel titolo è scritta la parola «Fine»: La fine del borghese.
E negli stessi anni, non si era solo dedicato alla stesura di testi teatrali ma a molte altre attività distanti dalla narrativa seppur ad essa legate da un filo tematico e stilistico che tutto unificava nel segno del fantastico: la febbre di uno sperimentalismo quasi incontrollato e la curiosità verso percorsi artistici polimorfi, indussero l’autore, tra il 1955 e il 1963, a prestare la sua opera anche come bozzettista, librettista, scenografo e costumista. Disegnò i bozzetti della scenografia e i costumi per il balletto Jeu de cartes di Stravinskij, <1 e creò la trama scenica per il balletto Fantasmi al Grand Hotel. <2 Compose sei libretti d’opera, <3 quasi tutti musicati dall’amico Luciano Chailly, che avrebbe poi raccontato aneddoti, difficoltà e retroscena su questo connubio artistico nella monografia Buzzati in musica. <4 E non pago di queste perlustrazioni in regioni artistiche limitrofe si spinse più volte nel campo del cinema e della tv, scrivendo commenti per documentari, collaborando all’impostazione di cortometraggi, provandosi come conduttore di una trasmissione intitolata Cortina vista da Buzzati, come sceneggiatore in progetti non sempre andati a buon fine (si pensi al film di Federico Fellini, Il viaggio di G. Mastorna, che avrebbe dovuto essere interpretato da Marcello Mastroianni) <5. Apparve addirittura come attore in un piccolo ruolo di carattere surreale all’interno della pellicola Vacanze nel deserto, di Valerio Adami e Giancarlo Romani. <6
Mentre cresce la sua notorietà come autore di racconti e di romanzi Buzzati cambia strada, si inoltra in percorsi di provincia, abbandona le grandi strade luminose e sicure che lo avevano portato ad essere conosciuto e apprezzato, specie dopo il 1940 (anno di pubblicazione de Il deserto dei Tartari), e decide di scoprire, proprio come uno dei suoi personaggi, “cosa c’è oltre?”, affronta il mistero della scrittura come se la scrittura fosse un’altra realtà: e se dietro la realtà si celano ambiguità che l’uomo intuisce ma non riesce a decifrare, così anche in campo artistico esistono varchi in cui addentrarsi alla ricerca di quella mistica dell’inquietudine in cui si riassume l’essenza più profonda del suo essere uomo e del suo essere scrittore. I misteriosi sentieri che si incuneano tra le ombre, laddove si celi un enigma, sono sempre i più affascinanti e seducenti, proprio perché suscitano paura. E un bel giorno, complice un periodo storico e da un “momento” personale su cui cercheremo di dare brevi ragguagli, il nostro scrittore si trova davanti una “porta”. La sfida è, come sempre, un richiamo irresistibile per Dino: cosa ci sarà dietro? L’avventura? Il successo? La sconfitta? Buzzati varcherà quel confine e vi troverà un mondo meraviglioso e incantato: il teatro.
Non per questo la narrativa viene allontanata, rimossa, rinnegata: l’esordio di Buzzati drammaturgo risale allo stesso anno di pubblicazione de I Sette Messaggeri, la prima e più conosciuta raccolta di novelle, con cui si relaziona, per modalità e tematiche, l’attività drammaturgica. Del resto, così come aveva raggiunto nei racconti, «con la loro densa brevità e concisione fulminante, la misura esatta e caratterizzante del suo scrivere», <7 altrettanto si potrebbe dire delle sue pièces, essenziali, serrate e dense, dal taglio quasi cinematografico che incalza lo spettatore impedendo la distrazione, la caduta dei toni, l’allontanamento del pathos, la noia: «Per me il vizio spaventoso di tutti noi italiani è l’essere prolissi», afferma lo scrittore in una intervista; «per dire una cosa per cui basterebbero dieci parole, ne adoperiamo quattrocento». <8
[…] «Buzzati era un perfetto gentiluomo, affabile ma non troppo espansivo, un giornalista zelante, forse innamorato del suo mestiere, un solitario piacevolissimo, abbastanza d’accordo con sé e con la vita. Qualcuno mi aveva detto che l’arte di Buzzati era uno di quei fiori che nascono dalle crepe dei calcinacci e nella mia immaginazione credevo di trovare in lui un antimoderno per elezione, non proprio un millenarista ma un negatore di ciò che accade, uno che rifiuta quello che è per il fatto stesso che è, che esiste. La verità era in apparenza molto diversa. Buzzati mi sembrava un uomo ben insediato nella vita di tutti i giorni, non orgoglioso ma contento di sé e del suo lavoro. Oggi so che avevo torto e ragione insieme. Buzzati non respingeva nulla della vita in quanto essa è apportatrice e creatrice di oggetti, di cose. E gli oggetti erano per lui uno sbarramento, un ostacolo, una porta che un giorno avrebbe potuto aprirsi» (E. MONTALE, L’artista dal cuore buono, «Corriere della Sera», 29 gennaio 1972).
«In Buzzati, l’uomo più mite e delicato di questo mondo, c’era effettivamente qualcosa insieme di angelico e diabolico. Ed era questo che costituiva il suo fascino umano e forniva la chiave della sua squisita e singolarissima poesia favolistica» (I. MONTANELLI, In Buzzati qualcosa di angelico e diabolico, «Corriere della Sera», 6 marzo 1997).
«Passavano gli anni, rotolavano gli eventi, e lui sempre uguale coi suoi assiomi spesso assurdi, refrattario ai miti del tempo, ancorato alle sue vecchie passioni, l’unico intellettuale che non smise mai di credere in tutte le cose poco intellettuali in cui nell’infanzia tutti abbiamo creduto» (C. CEDERNA, Il personaggio Dino Buzzati, «L’Europeo», 6 febbraio 1972)
[NOTE]
1 Rappresentato a Milano, Teatro alla Scala, nel 1959. Tra gli interpreti Bruno Telloli, Vera Colombo, Carla Fracci, Carmen Puthod.
2 Rappresentato a Milano, Teatro alla Scala, nel 1960. Tra gli interpreti Carla Fracci, Mario Pistoni e Carmen Puthod.
3 Procedura penale (Milano, Ricordi,1959), Il Mantello (Milano, Ricordi,1960), Ferrovia sopraelevata (Milano, Ferriani, 1960), Era proibito (Milano, Ricordi, 1963), Battono alla porta (Milano, Suvini-Zerboni, 1963) musicato da Riccardo Malipiero.
4 Nel libro Chailly racconta tra l’altro l’accurata e certosina redazione della canzone La morticina, scritta per l’attrice Laura Betti. (Cfr. L. CHAILLY, Buzzati in musica, Torino, EDA, 1987, p.35).
5 Cfr. C. ALTAROCCA, Mastorna, il fantasma colpisce ancora, «La Stampa», 25 gennaio 1995.
6 Tutti i riferimenti all’esperienza di Buzzati nel cinema e nella TV sono tratti dal saggio di F. ZANGRANDO, Cinema e TV: un amore, in Il Pianeta Buzzati, Atti del Convegno Internazionale (Feltre- Belluno, 12-15 ottobre 1989), a cura di Nella Giannetto, Milano, Mondadori, 1992, pp.319-334, cui rimando per ulteriori approfondimenti.
7 M. GAFFURI, Buzzati e il teatro, un amore non ricambiato, «Margo», IV, n. 7, dicembre 1991, p. 68.
8 Y. PANAFIEU, Dino Buzzati: un autoritratto, Milano, Mondadori, 1973, p. 163.
Serena Amalia Mazzone, Oltre l’immaginazione lo sguardo. Il teatro di Buzzati tra spunti realistici e approdi fantastici, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Catania, 2011

«Eugenio Montale aveva acutamente precisato che in Buzzati la narrativa era [rispetto al giornalismo] lo stesso guanto, ma rovesciato». <1 Parliamo in effetti di un linguaggio che si muove senza soluzione di continuità, non solo perché si tratta della stessa mano che scrive, ma soprattutto per una precisa volontà stilistica. Ecco quello che Buzzati dice a Yves Panafieu nella sua intervista: “Metto insieme giornalismo e letteratura narrativa perché sono la stessa identica cosa. E penso che dal punto di vista della tecnica letteraria il giornalismo sia un’esemplare scuola. […] Non dimenticare che il giornalismo insegna giorno per giorno il rispetto per il lettore, al punto che uno se lo fa entrare nel sangue… E un libro scritto da un giornalista bravo non è noioso. Io scommetto che molti miei illustri colleghi, se avessero fatto proprio un apprentissage giornalistico – ma non di tre mesi, di anni e anni come ho fatto io – scriverebbero dei libri molto più leggibili di quelli che scrivono. Perché la tara della letteratura moderna narrativa, la tara precipua, è la noia terribile, per cui ci sono dei libri anche intelligentissimi che non si riesce ad andare avanti a leggere… E questo succede perché sono scritti da gente che non sa il vero mestiere dello scrivere, il quale coincide proprio con il mestiere del giornalismo, e consiste nel raccontare le cose nel modo più semplice possibile, più evidente possibile, più drammatico o addirittura poetico che sia possibile. Perché anche nel giornalismo succedono alle volte degli episodi molto belli…” <2
Ho inserito per intero questa citazione perché in essa viene messa in evidenza anche l’importanza che Buzzati dà al lettore, come principale destinatario di una scrittura che mira ad arrivargli con l’aiuto della semplicità e del pathos.
1 DINO BUZZATI, Le notti difficili, Milano, Mondadori, 1971, p. V.
2 YVES PANAFIEU, Dino Buzzati: un autoritratto. Dialoghi con Yves Panafieu, Milano, Mondadori, 1973, pp. 164-5.
Federica D’Angelo, Dino Buzzati scrittore-giornalista. Le declinazioni di uno stile fantastico, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2014/2015