Una musica che conduce la poesia di Campana

Alcune generiche informazioni sul libro di cui mi accingo a parlare possono aiutare la comprensione del ragionamento che vorrei proporre.
Otto studi venne pubblicato per la prima volta nel 1939 dall’editore Vallecchi di Firenze. Durante gli anni ’30, Bo aveva poco più che vent’anni ed era già in contatto con i curatori della «Nouvelle revue française» <2 fra cui Jean Starobinski, scriveva su diverse riviste («Circoli», «Corrente», «Campo di Marte», «Frontespizio», «Letteratura») mettendosi in evidenza per posizioni non convenzionali, in dissenso con l’opinione dominante, tese alla ricerca di un respiro ampio ed europeo della riflessione critica e letteraria. Molti dei saggi apparsi su rivista usciranno raccolti nel 1939, appunto, nel volume Otto studi. Inutile riassumere tutti gli interventi critici raccolti nel volume, basti far presente la presenza di saggi su Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale, Dino Campana, Camillo Sbarbaro, Gabriele D’Annunzio, Giuseppe Ungaretti; nonché il saggio teorico Letteratura come vita. Questo saggio venne accolto come manifesto programmatico del gruppo dei poeti cattolici fiorentini che verranno poi identificati con l’aggettivo «ermetici»; ma era stato proprio Bo, nella nota di chiusura del saggio a sostenere: «Non vorrei che queste parole fossero intese nella suggestione di un manifesto» <3.
Sta di fatto che (e lo vedremo più avanti), questa nota di Bo sarà spesso ignorata e travisata, tanto che l’identificazione fra ermetismo fiorentino e Letteratura come vita sarà sempre posta come naturale e, quasi, dovuta. Vorrei però occuparmi del saggio che, a mio modo di vedere, appare l’intervento più prezioso per la comprensione del ruolo che spetta a Otto studi nella storia della critica italiana. Mi concentrerò sul testo dedicato a Dino Campana intitolato Dell’infrenabile notte. Per comprenderlo a pieno, si deve riflettere sul saggio posto in apertura degli Otto studi, quel Letteratura come vita che sembrerebbe assecondare la declinazione dell’opera di un autore rispetto alle esperienze di vita. Per Bo il termine ‘vita’ non significa la mera autobiografia, quanto l’esperienza esistenziale e mentale dello scrittore, difficilmente riconducibile al dato, all’evidenza, al concreto. Dell’infrenabile notte è stato scritto nel 1937, più di vent’anni dopo la prima edizione dei Canti orfici (1915). Nell’affrontare l’opera di Campana, Bo si impegna a indirizzare la propria ricerca verso il testo, allarmato dall’eccessiva facilità con cui i lettori e i critici avevano in precedenza accostato e confuso la malattia e la scrittura di Campana. Il saggio si apre con un affascinante interrogativo posto da Victor Hugo: «jusqu’à quel point le chant appartient à la voix, et la poesiè au poète?» <4. La risposta di Bo è articolata con una decisione e una concisione che evidenziano quale figura poetica di Dino Campana sarà tracciata; per dare una risposta, menzionati Charles Baudelaire e Artur Rimbaud, Bo aggiunge: «Noi sappiamo i nomi che mancano: quello di Dino Campana va fatto senza timore: da tanto tempo dovevamo farlo» <5.
Secondo Bo, nel caso di Dino Campana, «anche i più fortunati […] non si sono liberati dalla memoria minore delle stagioni e insomma da quell’aria di leggenda o anche di storia che costituisce il peggior impedimento alla sicura conoscenza […]. Anche qui avrebbe giovato di più tenersi al testo e abolire la suggestione dello spettacolo» <6.
Bo, senza esitazioni, accosta Dino Campana a Baudelaire, Gérard de Nerval e Rimbaud, riconoscendo però in Campana la capacità di esplorare il dominio della parola anche sul suo versante opposto, cioè il silenzio, la tensione a raggiungere «quel qualcosa che per lui è rimasto nel margine anticipato della sua pagina» <7, che si ferma «in questo sforzo estremo, in un movimento scentrato e spezzato, senza legami» <8. Questa indagine verso la componente afona e balbettante della parola porta Campana a un luogo poetico del conforto e dell’abbandono: la notte. Bo sottolinea la centralità che l’invocazione alla notte rappresenta, mai gratuito o pretestuoso, nell’opera di Campana. L’evocazione notturna tanto insistita si accompagna a una ricerca di musicalità che, secondo Bo, è difficile riscontrare nei poeti italiani di quel periodo. Una musica che conduce la poesia di Campana a una forma che, sotto una parvenza di magma incontrollato, riceve ordine e «una costante disposizione stilistica perfetta e che non potendo interpretarla con documenti e con una storia esemplificata di esperienze siamo costretti a dire, donata» <9.
Vorrei citare dalla parte conclusiva del saggio Dell’infrenabile notte per dare una prova dello stile allusivo («effuso», avrebbe poi detto Gianfranco Contini <10) di Bo e per evidenziare cosa intenda Bo quando parla di un Campana classico, che si affianca a un altro Campana. Dopo aver citato la poesia Viaggio a Montevideo Bo scrive:
Qui Campana ha raggiunto il suo testo: qui veramente la sua poesia sopporta la definizione generale scoperta da Éluard: «l’appel des choses par leur nom»: gli oggetti hanno una vita dalla memoria ma staccata, sono in una condizione eterna, già soluti in una ormai aperta incognita algebrica. Su di loro cade una luce immobile, uguale e ordinata come il passo di danza del “fanciullo a sbalzi che fugge melodiosamente”: e il rapporto delle ore e delle stagioni viene consegnato naturalmente, come una realtà che si offre ai movimenti irreali, in quanto nessuno saprebbe secondo le nostre cifre segnarne i passaggi e si conclude nel testo con una parola ormai vuota d’una dolorosa condizione umana: «È la notte mediterranea», in cui non scorgo nessun stupore, l’indicazione di una sorpresa.
Se non che questo è il Campana che uno potrebbe, visto che è ordinato e pacato, tradurre per classico: e un Campana che ha assolto la prima parte del suo compito. Ce n’è però un altro, un Campana impegnato in un’altra verità, per meglio dire, di cui nulla di preciso sappiamo e che soltanto vediamo muoversi in movimenti nuovi e rivoluzionari: quello che venuto alla superficie ha sorpreso e meravigliato e scandalizzato.
«Come nell’ali rosse dei fanali
bianca e rosa nell’ombra del fanale
che bianca e lieve e tremula salì…
Ora di già nel rosso del fanale
era già l’ombra faticosamente
bianca…
Bianca quando nel rosso del fanale
bianca lontana faticosamente
l’eco attonita rise un irreale
riso: e che l’eco faticosamente
e bianca e lieve e attonita salì…»
È Campana che non riesce più a parlare, che sente sfaldarsi le parole in un’ansia maggiore, in una ricerca sconosciuta e tremenda. La ripetizione è ormai ridotta a un inciampo, a un incidente d’ordine intellettuale. Sono parole che non lo soddisfano, che inutilmente tentano una via di convinzione mentre ricadono necessariamente un minuto dopo, come nel cerchio di un’insistenza disperata.
Parole che salgono in un’assenza di respiro e segno di impotenza, di una presenza irraggiungibile
“. <11.
2 CARLO BO, Letteratura come vita, a cura di SERGIO PAUTASSO, prefazione di JEAN STAROBINSKI, Milano, Rizzoli, 1994.
3 ID., Otto studi, Genova, San Marco dei Gustinani, 2000, p. 33.
4 ID., Otto studi, cit., p. 91.
5 Ibid.
6 Ivi, p. 92.
7 Ivi, p. 96.
8 Ibid.
9 Ivi, p. 101.
10 GIANFRANCO CONTINI, Letteratura dell’Italia unita, 1861-1968, Firenze, Sansoni, 1968.
11 C. BO, Otto studi, cit., p. 103.
Francesco Nicolini, Su Otto studi di Carlo Bo, Critici del Novecento, Atti del Colloquio, 4 dicembre 2008, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Petali 3, Aspasia, 2011