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La difesa seicentesca del buon nome di una nuova Biblioteca

La Biblioteca Aprosiana è l’opera che il frate letterato Angelico Aprosio (Ventimiglia 1607 – ivi 1681) pubblica nel 1673 per celebrare l’istituzione da lui realizzata nella città natale, di una sontuosa biblioteca, definitivamente sistemata dal 1661 nell’ala est del convento degli Agostiniani, l’unico edificio di rilievo che, all’epoca, sorge nell’area intemelia ad oriente del fiume Roya. Chi si accosta al lavoro con intenti scientifici, in genere, ne privilegia il contenuto primario che consiste in un utile elenco ragionato di quanti hanno contribuito, con donazione di libri, a “favorire”, per usare le parole del frate fondatore, la biblioteca. Ad una lettura più attenta si colgono però nella monumentale opera frequenti digressioni dal tema base; soprattutto spicca una dettagliata biografia del religioso, con frequenti cenni alla sua attività di sostenitore del Marino e del marinismo ortodosso. Un’ampia sequenza narrativa è pure dedicata alla città natale dell’Aprosio, appunto Ventimiglia.

L’esistenza di tale digressione è comprensibile tenendo presente che il frate, geloso di ogni sua azione, teme che tra i dotti amici di Venezia e Genova si sparga la “diceria” che egli non abbia dato ai suoi preziosi volumi una sistemazione decorosa.

Nel XVII secolo Ventimiglia non gode infatti buona fama in quanto è reputata località dal clima piuttosto insalubre; la letteratura che innesca siffatto quadro deriva principalmente dal fatto che il Roya, fiume di portata notevole, tende a tracimare oltre la riva orientale, sostanzialmente mal arginata, formando nei periodi alluvionali un’ingombrante palude nell’area dei “Paschei” (dall’attuale sede del Comune allo spazio oggi occupato dai giardini pubblici): le motivazioni di questo quadro geomorfologico sono, in effetti, storiche (e meraviglia che Aprosio, sicuramente documentato su ciò, non ne faccia cenno). Il fiume era l’antico porto canale di Ventimiglia e quest’ultimo aveva offerto alla città il destro per una gloriosa resistenza contro i conquistatori genovesi: al fine di soggiogare Ventimiglia lo si distrusse nel XIII secolo per volere del Podestà di Genova che assediava la città, il quale vi fece affondare barconi carichi di macerie e terra onde alzarne il fondo sì da impedirgli di dare ospitalità alla piccola ma battagliera flotta ventimigliese.

Benché il porto canale abbia comunque poi ripreso a funzionare, seppur non con l’antica efficacia, l’artificiale sopraelevazione del letto fluviale fece sì che aumentassero, nei periodi ad alta piovosità, le tracimazioni del ROIA nell’area, meno protetta dagli argini, della riva levantina: le paludi che vi si formavano, ed in cui non mancava l’anofele coi suoi conseguenti pericoli, furono una realtà storica, che per lungo tempo restò circoscritta fra le conoscenze e le possibili soluzioni locali.

Questa situazione, per volontà o pura ricerca letteraria barocca di tutto ciò che travalica la misura e genera meraviglia, finisce però nel XVII secolo per essere astratta dall’anonimato e per risultare, in qualche modo, tristemente pubblicizzata ed anche abbastanza enfatizzata, dai primi compilatori di rassegne geo-ambientali (di cui Aprosio, nei passi citati, riprende correttamente gli estremi bibliografici), compilatori che comunque si trasmettono spesso il giudizio maturato da uno solo fra loro (di passaggio per la città magari in un periglioso momento alluvionale o soltanto informato da testimoni oculari portati ad ingigantire le notizie) e che soprattutto non hanno competenza alcuna delle ragioni autentiche di queste problematiche ambientali, effettivamente perniciose nei piovosi periodi autunnali.

Da queste esercitazioni erudite in effetti si organizza, col tempo, un giudizio ingiusto e fin troppo demolitore nei riguardi della città, pur senza nulla togliere alla realtà storica di alcune pericolose alluvioni ed ai ripetuti ma vani correttivi pubblici tentati fra ‘500 e ‘600: come talora accade la segnalazione di un problema concreto viene poi innestata su pseudoproblemi di iridescente contorno (“Ventimiglia città dal clima insalubre, dalla cattiva alimentazione, povera sotto il profilo ricettivo, spazzata da venti estremamente nocivi ecc. ecc.”).

E’ comunque altrettanto indubbio che agli occhi dei letterati del ‘600, narcisisti e cavillosi oltre misura, siffatta condanna erudita basti a squalificare la città come sede ideale per una nobile “Libraria”, mancandole i connotati non solo dell’oasi culturale ma anche del locus amoenus, estraniato dalle violenze della storia, che permette all’animo erudito di dedicarsi alla deliberazione di quel sublime letterario che è la “Poesia”.

Ritenendo che da tale meccanismo di danneggiamento siano squalificate, oltre la località, anche la “Libraria”, e la sua stessa attività di bibliofilo, Aprosio organizza, con un criterio rigorosamente retorico, una sorta di orazione difensiva della città “calunniata”, vanificandone i giudizi negativi e al contempo sublimandone gli aspetti pregevoli. Il frate non si limita infatti a confutare le critiche ma, dallo stesso meccanismo difensivo, trae l’occasione per ribaltarle e far piuttosto notare la presenza in tale località di quelle caratteristiche, genuinità naturale e cibi semplici ma preziosi, che i poeti antichi, da Orazio a Petrarca, ritenevano necessarie per rendere gratificante e culturalmente proficua la vita in qualsiasi luogo.

Ed a prescindere dagli antichi già l’amatissimo Marino aveva mostrato al frate quale dovesse risultare un “clima” poeticamente ideale.
Il letterato napoletano, alludendo alla sua patria e cercando di individuare in essa il locus amoenus tanto della nostalgia che della cultura militante, insiste sulla bellezza del fiume (il Sebeto), sul cielo sereno, sull’assenza di miasmi fetidi (Adone, I, 102).

Eletto a valore carismatico questo giudizio essenzialmente poetico, Aprosio, che ha scarsa fantasia ma grande capacità di elaborazione del proprio bagaglio erudito, organizza complesse sequenze narrative ai cui nuclei funzionali è demandato, in rapida successione logica, il compito di difendere e qualificare l’area intemelia.

Affrontata la questione senza le tortuosità espressive che gli sono consuete, Aprosio traccia, a guisa di protasi, un essenziale scorcio della località: “E’ Ventimiglia città antichissima della Liguria, posta poco meno che negli ultimi confini dell’Italia, discosta dal Varo, che la termina nella parte occidentale, poco più di venti miglia, (“Biblioteca Aprosiana”, p. 29). Nell’esporre la tesi che si è proposto di confutare (insalubrità del clima ventimigliese) il frate opera con intelligenza, evitando un’esasperazione della metodologia difensiva ed in apparenza accettando quanto pare inconfutabile.

Ammette che il vento “Silocco od Euro”, arrechi a Ventimiglia un certo disturbo [sorprendentemente gli stessi compilatori, col tempo, finiscono abbastanza rapidamente per trascurare la vera problematica intemelia, le alluvioni del Roya, onde soffermarsi sui gravi pericoli di venti che la flagellerebbero: probabilmente sono “impauriti” quanto “eccitati” da una certa convinzione pseudomedica secondo cui la Morte Nera, il vero grande male dell’epoca cioè la peste bubbonica, venga trasportato da venti contagiosi] ma attenua immediatamente l’effetto negativo della constatazione sostenendo che si tratta di “cosa comune a più d’un luogo dei marittimi della Riviera”, e che l’aria della città “non è così cattiva quanto altri se la figurano e si predica da molti che neppure la videro dalla lontana” (ID., pp. 29-30).

Secondo il frate, Ventimiglia è anzi una delle poche località rivierasche a non essere tormentata da altri venti fastidiosi ed infatti “gli Australi non gli danno ne possono recarle nocumento, venendo difesa dal promontorio che gli fa scudo” (ID., p. 37). A suo giudizio il cielo è per lo più sereno e l’aria del luogo, abbastanza limpida seppur frizzantina, non nuoce affatto alla salute se si rispettano le più elementari norme igieniche senza “fare disordini e nel mangiare e nel bere che ammazzerebbero un cavallo” (ID., p. 30).

Poco oltre Aprosio si ripete con maggiore tensione espressiva e si sforza di informare il lettore che la città, pur demarcata da un fiume (Roya) e da un grosso torrente (Nervia), non è né umida né nebbiosa come alcuni malevoli sostengono: “In proposito delle nebbie se ne veggiono talora nelle cime dei monti ed in altra parte nelle valli ma di rado nella città e se è succeduto per tre giorni continui nel tempo che sto scrivendo, è succeduto fuor dell’usato, sì come attestano li più vecchi della medesima” (ID., p. 41).

Inoltre, per qualificare il Roya e contemporaneamente smentire la nomea che danneggi la natura circostante e conseguentemente il complesso demico di tutta Ventimiglia, Angelico Aprosio scarta dal consueto retoricume stilistico ed organizza una sequenza narrativa agilmente modulata per un verso tanto sugli stilemi del Marino quanto sull’esperienza poetica del Sannazzaro (Arcadia, 18, 28-40): “E per parlare del fiume, è dotato di acque perenni e cristalline che sempre scorrono sopra ghiaia ed arena non punto fangosa” (ID., p. 38).

Aprosio afferma, poi, che se a Ventimiglia si verificano degli inconvenienti per l’igiene, questi sono comuni anche in località, nel tempo, notoriamente amene come “Sampierdarena, Albaro e Posillipo” (ID., p. 37). Anzi, amplificando il discorso, produce un messaggio in apparenza difensivo ma il cui risultato, su un parametro di connessioni logiche, equivale in definitiva ad un’ulteriore qualificazione dell’ambiente ventimigliese: “Si contamina (quasi ovunque) l’aria dalle esalazioni, dai vapori, da fumi, da caligini, da fetori di acque morte, da serpi infracidite e da cadaveri o sia carogne. A niuno di questi difetti – se non fusse di qualche serpe o di qualche topo, per la trascuraggine dei villani che lassano i primi a marcire nelle pubbliche strade ove dai medesimi son portati ed i secondi infilzati in una canna si pongono a seccare al sole – è condannata a soggiacere” (ID., p. 37). E subito dopo, sorprendentemente, tiene a precisare che a quest’unico difetto “potrebbero porger rimedio i Capitani, li Commissari o Governatori, che si appellino, o li Sindaci o siano Consoli della città, e lo farebbero se fossero così zelanti del pubblico bene quanto del proprio interesse” (ID., p. 38). Il “topos” della natura alterata non è raro nell’esperienza letteraria ma in questa sede si carica di uno spunto polemico alquanto energico. In effetti, col suo discorso, il frate non si limita a registrare e trasmettere dei dati ma, a livello connotativo, produce un giudizio aristocratico e decettivo che coimplica sulla base di stilemi oraziani, gli intellettualmente e moralmente privilegiati escludendo i poveri e i ricchi, troppo rozzi gli uni, troppo avidi gli altri.

Proprio questi ultimi, villani e “Capitani” (propriamente per Capitano si deve intendere il nobile genovese che esercita il controllo politico della città, ascritta appunto al Dominio di Genova: per l’amministrativo la città e le sue dipendenze si gestiscono attraverso un proprio “Parlamento”) sarebbero infatti, nell’ottica aprosiana, gli autentici ammorbatori di una natura di per sé incolpevole e che solo gli spiriti eletti, quali il frate e i suoi dotti lettori, possono amare ed apprezzare al di là dei danni provocati dall’umana ignoranza. Dall’analisi delle sequenze narrative si nota che Aprosio, per difendere Ventimiglia, non procede in modo uniforme ma si adatta alle circostanze, utilizzando, di volta in volta, gli strumenti che ritiene più idonei: dalle equivalenze logiche (“il clima di Ventimiglia è simile a quello di altre località ritenute salubri”), all’entimema (“il clima della città è buono in quanto buono è quello dei luoghi che presentano le stesse caratteristiche”), alle espansioni circostanziali (“a Ventimiglia non ci si ammala per l’insalubrità dell’aria ma per la poca cura della propria salute”), alle allusioni parassitarie (“se vi esiste qualche insalubrità è [cosa non del tutto sincera] di minor gravità che in altre città, liguri e non, e [fatto questo sì reale, anche se non storicamente inquadrato per quanto concerne la genesi e le perniciose conseguenze] dipende comunque dalla stupidità umana e niente affatto dalla natura”). In definitiva l’essenza del meccanismo difensivo consiste non tanto nel negare in assoluto i giudizi negativi, azione di per sé tacciabile di faziosità, ma nel sottrarre ad essi energia sino al punto di suscitare incertezza e perplessità in quei lettori che, eventualmente, se ne servano per formulare una condanna di Ventimiglia.

Secondo il piano strategico che presiede alla narrazione il lettore, che ha perduto le antiche certezze e che non può fruire di ulteriori documenti, si troverebbe a questo punto nella condizione di dover credere inevitabilmente alle parole del frate, che è in fondo serio testimone oculare e per il quale i pregi climatici di Ventimiglia sono di gran lunga più rilevanti dei difetti (trasformazione, su un parametro logico, del meccanismo difensivo in meccanismo qualificante). Nello stesso contesto Aprosio procede alla celebrazione della gastronomia locale, sforzandosi di assimilarla all’ideale alimentare ipotizzato dai poeti classici, in particolare da Orazio e Giovenale (ID., p. 35 e p. 38). Il frate sostiene che i veri gioielli della tavola ventimigliese sono il vino ed i pesci fluviali. Il vino, da Alceo ad Orazio, ha sempre goduto fama di nobile bevanda e gli stessi pesci hanno riscosso di frequente le simpatie degli spiriti eletti (Orazio, “Epodi”, 1, 5, 19 e Satire, 11, 8, 46-47). Aprosio deve avere un’autentica passione per questo regime gastronomico se un tal Jacopo Lapi in una lettera di risposta, datata 30-IV-1662, gli scrive: “Mi sovviene che nella sua lettera ella mi dava avviso come se ne stava costà per queste montagne del Genovesato mangiando di buone trote e a buon mercato e bevendo alla nostra salute, al che le rispondo con un magnifico: Buon pro le faccia”.

La lettera significa più di quanto possa sembrare; vino e trote non sono comuni alimenti, sono alimenti aristocratici e il Lapi ne è edotto perché Angelico, abile censore di quanto gli sia nocivo e divulgatore di quanto gli sia favorevole, vuole che si conosca il raffinato tenore della sua mensa.Sarebbe impossibile riportare in questa sede le lodi che Aprosio fa del vino ventimigliese; da pagina 32 a pagina 35 della “Biblioteca Aprosiana” è un succedersi incalzante di iperboli. Dapprima esalta quello della vicina Taggia, che classicamente definisce “Apianus”, ma fa ciò soltanto per poter sostenere che Ventimiglia, celebris a pretiosis vinis muscatellini, ne produce di qualità ancora migliore. Ed infatti sostiene che i moscatellini della città di frontiera “non son punto inferiori a quelli di Tabia, come quelli che riescon più delicati”. Anzi, i vini ventimigliesi sono a suo parere così soavi e delicati che risultano preferibili ai celebri Amabili e Rossesi delle Cinque Terre. Al proposito scrive: “S’hanno d’alcuni in pregio gli Amabili ed i Rossesi che si raccolgono alle cinque Terre'” cioè nelle località che “chiamansi nella favella del paese Monterosso, Vernaza, Manarola, Rivo Maggiore detto Rimazo; al mio palato però restano più soavi i Moscatelli che in questo territorio (di Ventimiglia) raccolgonsi, impercioché essendo le viti di quelle terre piantate in terreno sassoso e poco meno che negli scogli, non possono delle qualità dei medesimi non essere partecipi; onde a quelli io l’antepongo (il vino ventimigliese) come raccolto in terreno di migliore condizione” (ID., p. 35).

Passando a parlare dei pesci di fiume Aprosio scrive: “Onde (il Roya) lambendo dalla parte orientale i piedi della città porta alla medesima e di spigole e di trote delizioso tributo” (ID., p. 38). Particolarmente le trote sono, secondo il frate, fini e prelibate; precisa anzi, con iperbolico compiacimento, che sono tra le migliori in assoluto costituendo il Roya, con le sue acque fredde, limpide e veloci, l’ambiente più idoneo alle loro esigenze biologiche (ID., pp. 38-41). Aprosio aggiunge che “se ne prendono più in Airole (comune prossimo alla città, sulla via del Tenda), in Breglio (Breil), in Saorgio (Saorge) ed in Tenda di donde ha le sue scaturigini il fiume” (ID., p. 41) e che “ancorché si vendano a prezzo assai vile che si averanno tre libbre per un reale di plata non si mangiano però dai poveri uomini” (ID., p. 40).

Come si può notare, l’intiero impianto narrativo è strutturato dal frate in maniera di soddisfare una ben precisa finalità, di astrarre cioè Ventimiglia dal limbo in cui è stata gettata, un po’ ingiustamente, dall’opinione corrente (o meglio dalle relazioni dei primi viaggiatori, italiani e non, geografi dilettanti ed eruditi compilatori di ambienti naturalistici) e di conquistarle la nuova verginità, magari fredda ed artificiale, di luogo del tutto degno di ospitare una nobile “Libraria” ed in grado di offrire le condizioni ambientali più idonee per scrivere dei libri e vivere scientemente una vita sobria ma non volgare (cioè non da “poveri uomini”) in cui anzi la pace dei silenzi claustrali, interagendo colle piacevolezze dell’ambiente, crea lo stato ideale per innescare sia il prestigioso momento intellettuale dell'”otium negotiosum” che le sinergie necessarie onde attualizzare l’agognata postulazione di Ventimiglia quale ambiente assolutamente carismatico e in grado di costituire lo scenario ideale per quelle accademiche adunanze che il frate in effetti ha tra le sue futuribili ma non fantasiose progettazioni.

da Cultura Barocca

Pubblicato da Adriano Maini

Scrivo da Bordighera (IM), Liguria di Ponente.

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